Antiche Preghiere e Devozioni Popolari Napoletane: Storia e Significato

La città di Napoli, con la sua ricca storia e la sua profonda spiritualità, è un crocevia di antiche tradizioni religiose e devozioni popolari che affondano le radici in epoche remote, mescolando sacro e profano in un tessuto culturale unico. Dalle preghiere millenarie di origine bizantina ai culti sviluppatisi in seguito a eventi storici e miracoli, la fede ha sempre rappresentato un pilastro fondamentale nella vita dei partenopei, trovando espressione in canti, poesie e pratiche rituali.

Mappa storica delle devozioni in Campania

La Preghiera delle Cento Croci: Un Ponte tra Oriente e Occidente

È alla tradizione bizantina di Terra d’Otranto che va ricondotta l’origine e la propagazione della cosiddetta preghiera delle Cento Croci, diffusa ancora oggi in numerosi centri salentini. Nelle prime ore del pomeriggio del 15 agosto, giorno della Dormitio Virginis per gli orientali e dell’Assunzione di Maria per i latini, varie famiglie di un vicinato si riuniscono per riproporre una lunga e antica preghiera. La caratteristica prettamente orientale dalla quale, tra l’altro, trae nome la preghiera stessa sta nel fare il segno di croce ogni qual volta si reciti un tratto nodale della suddetta prece. Ciò rimanda alla memoria l’uso tipicamente orientale di segnarsi ripetutamente, durante i momenti di preghiera come dinanzi alle sacre immagini.

Ulteriore motivo per ricondurre tale preghiera alla tradizione bizantina è il riferimento biblico alla Valle di Giòsafat, ad est di Gerusalemme, nella quale secondo il profeta Gioele (Gl 4, 1-2) si raduneranno tutti i popoli, alla fine dei tempi, per il giudizio divino. È questa un’immagine cara all’escatologia patristica greca, successivamente diffusasi in Occidente.

Un esempio del testo della preghiera, che accompagna il rito del segno della croce, recita:

Pensa, anima mia, che dovremo morire! / Nella Valle di Giòsafat dovremo andare / e il nemico (il demonio) cercherà di venirci incontro. / Fermati, nemico mio! / Non mi tentare e non mi atterrire, / perché feci cento segni di croce (e qui ci si segna) durante la mia vita / nel giorno dedicato alla Vergine Maria.

Icona bizantina della Dormitio Virginis

Il Cimitero delle Fontanelle e il Culto delle "Anime Pezzentelle"

Un culto profondamente radicato nella tradizione napoletana è quello delle Anime Pezzentelle, le cui origini si ricollegano al Cimitero delle Fontanelle. Questo luogo, in tempi remoti un'antica cava di tufo con fonti d'acqua, divenne un ossario dopo la terribile peste del 1656, quando fu necessario un luogo dove depositare i corpi degli appestati. Qui, la gente iniziò a pregare per quelle povere persone morte in condizioni così misere, dando origine al termine "anime pezzentelle", ovvero anime povere.

La devozione prese corpo quando le grazie chieste alle anime appartenute a quei corpi lì deposti iniziarono a essere esaudite. Di volta in volta, la voce si sparse, e in una città come Napoli, dove la gente ha sempre bisogno di un qualche favore, magari elargito celermente e senza troppe spese, il numero di devoti crebbe. Il risultato fu la realizzazione di una forma di devozione alquanto bizzarra: si poteva infatti adottare un teschio dall’ossario, quello che avrebbe concesso la grazia, e dargli la degna sepoltura che non ebbe in passato.

Interno del Cimitero delle Fontanelle con i teschi

La Devozione Mariana e le Voci di Napoli

Il rapporto del popolo napoletano con la fede è dolce e sinuoso, e la devozione mariana in particolare trova ampio spazio nella poesia e nelle giaculatorie. “‘A Madonna t’accumpagna pe’ quanta passe daie”, dice un’antica giaculatoria napoletana, tanto cara al cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli.

Anche nella poesia, la devozione religiosa trova un doveroso spazio. Un esempio sublime quanto drammatico è “‘O miercurì da Madonna dô Carmene”, di Ernesto Murolo. È un mercoledì dei defunti, la chiesa di piazza del Carmine è piena di gente di ogni ceto sociale venuta a rendere omaggio, offrendo il tributo a nostro Signore e preghiere per i propri defunti. A un certo punto, la scena si sposta in una cappella dove si trova la statua di una Madonna e ai suoi piedi, una donna gravida la scongiura di non farle morire il figlio che le nascerà; avendone già persi due, non potrebbe sopportare un’altra sciagura. Questo passo evoca il grido disperato della madre:

Quanta preghiere! Che scungiure! vute, prumesse, lacreme! nfaccia ‘a Madonna) ’a vita mia? ’E miei me ll’hê luvate ’a sott’ ’o sciato! « Ogne casa ’nu guaio! ’e scanne ’a sott’ ’o lietto… Che buò cchiù? « Cu ttico ll’aggio. Nun te mporta? « È overo!

Sembra quasi che la Vergine Maria sia l’emblema della poesia religiosa napoletana; d’altronde, ogni figlio ha una predilezione speciale nei confronti della madre, un moto che lo spinge verso di essa in ogni aspetto della propria esistenza.

La Filastrocca "Jesce Sole": Un Canto di Speranza Antica

Un’espressione che è divenuta famosa con la celebre opera di Roberto De Simone “La Gatta Cenerentola”, ma che caratterizza lo spirito stesso della tradizione popolare napoletana, è la filastrocca “Jesce sole”. Ben prima di entrare nell’immaginario comune come una delle canzoni più famose di Napoli, molto prima anche di divenire un vero e proprio intercalare utilizzato nella parlata quotidiana, “Jesce sole” era una filastrocca. Si tratta di uno dei primissimi documenti della lingua napoletana, risalente addirittura al XIII secolo, all’epoca di Federico II di Svevia: un canto propiziatorio, radicato nel sentimento popolare, che le lavandaie che si recavano ai lavatoi sulla collina del Vomero intonavano per invocare giornate di sole, limpide e serene, ideali per accompagnare il loro faticoso lavoro.

La prima attestazione scritta della filastrocca risale al Quattrocento, in un codice manoscritto oggi conservato nel museo nazionale di Parigi. L'attribuzione al XIII secolo è supportata dal riferimento a un “Imperatore” nella seconda strofa, incitando il sole a venire fuori per scaldare anche lui, chiaro riferimento a Federico II.

Il testo originale recita:

Jesce sole, jesce sole nun te fa' cchiù suspirà! Siente mai ca le ffigliuole hanno tanto da prià..

La storia di “Jesce Sole” continuerà anche successivamente, in special modo con Gian Battista Basile: è infatti nel “Cunto de li cunti” che la filastrocca viene riscritta per la prima volta per intero, con l’aggiunta di una terza parte fino ad allora inesistente. Sarà merito, solo nell'Ottocento, di Guglielmo Cottrau, che trascrisse in musica l’ormai già celebre cantilena delle lavandaie, trasformandola in una vera e propria canzone.

Lavandaie storiche napoletane al lavoro

Nino D'Angelo - Jesce Sole

San Gennaro: Protettore di Napoli tra Storia e Miracolo

Il culto di San Gennaro, patrono di Napoli, è tra i più sentiti e antichi della città. San Gennaro nacque a Napoli o comunque in Campania, il 21 aprile del 272 d.C. Gennaro, come in molti sapranno, non è il suo vero nome, ma il “gentilizio” ossia il cognome: Ianuarius; del suo nome invece non abbiamo tracce. Ciò che sappiamo sulla sua vita lo dobbiamo principalmente agli Atti Bolognesi, che risalgono al VI secolo d.C.

Divenne vescovo di Benevento, nel periodo in cui le grandi persecuzioni a danno dei Cristiani, perpetuate dall’imperatore Diocleziano, raggiunsero il culmine. Partì per Napoli quando seppe che Sossio, vescovo a Miseno, fu arrestato dal proconsole romano Dragonzio. Ianuarius partì insieme a due uomini della sua comunità, Festo e Desiderio; costoro, insieme a Ianuarius, chiesero la liberazione di Sossio, ma furono tutti arrestati. Ciò scatenò le proteste del diacono Procolo di Pozzuoli, che insieme a Eutiche e Acuzio, giunsero a Napoli in protesta, ma furono anch'essi arrestati.

Tutti e sei ebbero la possibilità di tornare liberi se solo avessero abiurato la propria fede, ma dopo continui rifiuti, furono condannati a essere sbranati dalle belve nell’anfiteatro di Pozzuoli. Il proconsole tuttavia, temuta una sommossa, decise di farli decapitare nei pressi della Solfatara, il 19 settembre del 305 d.C. Una donna di nome Eusebia raccolse il sangue di Ianuarius, come era usuale per i Cristiani dell’epoca, ossia raccogliere parti del corpo dei martiri e venerarli, e lo depose in una ampolla.

Il corpo del santo fu deposto in un luogo in zona Solfatara, poi fu trasportato successivamente in quelle che diventeranno le catacombe che presero il suo nome, a Capodimonte. Con il tempo, le sue spoglie divennero indice di salvezza in varie calamità, come nel 472 d.C., quando un’eruzione del Vesuvio portò i fedeli a recarsi nelle catacombe invocando il suo nome e l’eruzione ebbe fine. Il culto delle reliquie si diffuse velocemente, lo testimoniano i numerosi segni che i fedeli lasciavano all’interno della catacomba anche prima che Gennaro divenisse santo. Nel 512 d.C., in seguito a un’altra eruzione del vulcano, il vescovo Stefano I invocò San Gennaro e, a miracolo avvenuto, diede disposizione per costruire una chiesa accanto a quella di Santa Restituta, eretta dall’imperatore Costantino.

Il Miracolo della Liquefazione del Sangue

Oltre ad aver fermato l’eruzione del Vesuvio, il Santo martire ha operato e tuttora opera il prodigioso miracolo della liquefazione del sangue. Il prodigio avviene ormai da secoli, in tre principali occasioni:

  • A Maggio, durante il primo sabato del mese, vi è la processione del busto di San Gennaro e del reliquiario con le ampolle, al termine della quale avviene la liquefazione del sangue.
  • Il 19 Settembre, data in cui si ricorda il martirio del santo.
  • Il 16 dicembre, in occasione della Festa del patrocinio di San Gennaro, che ricorda l’eruzione del Vesuvio del 1631 e la lava che si fermò dal ricoprire Napoli proprio grazie all’invocazione del Santo.

La storia narra che quando il sangue del martire non si scioglieva, a Napoli giungevano diverse calamità, come la peste. Recenti studi hanno dimostrato la presenza di emoglobina dalle ampolle, quindi sangue, e contemporaneamente alla liquefazione, nella chiesa di San Gennaro a Pozzuoli, il ceppo dove fu appoggiata la testa del Santo quando fu decapitato, diventa più rosso.

Ampolle del sangue di San Gennaro durante la liquefazione

Nino D'Angelo - Jesce Sole

Antica Preghiera a San Gennaro

Una delle preghiere tradizionali dedicate al santo è la seguente:

Faccia gialluta,
accurr' e stuta
sta lampa de 'nfierno.
Ora pro nobis.
San Gennaro mio putente,
tu scioscia chesta cènnera
e sarv' a tanta gente
d' 'a morte 'e lav' ardente.
Ora pro nobis.
Miserere miserere!
Songo 'e peccate
pro me pate,
san Gennaro, miserere!
Tu si' 'o prutettore nuosto:
san Gennaro miserere.
Ora pro nobis.
Dill'a Dio, a Crist' e i Sante .
ca pentute simmo tutte quante,
ca peccà' chiù nu' bulimmo,
eccu cà pentute simmo.
'Razia 'razia, san Gennaro,
a fùrmena, tempestate,
a scuritata magna, libera nos Dòmene.

Traduzione:

Faccia ingiallita,
accorri e spegni
questa vampa d'inferno.
Ora pro nobis.
San Gennaro mio potente,
tu soffia questa cenere
e salva tanta gente
dalla morte per lava ardente.
Ora pro nobis.
Miserere misere!
Sono i peccati
pro me [...],
san Gennaro, miserere!
Tu sei il nostro protettore:
san Gennaro miserere.
Ora pro nobis.
Dillo a Dio, a Cristo e ai Santi
che pentiti siamo tutti,
che non vogliamo più peccare,
ecco qui siamo pentiti.
Grazia grazia, san Gennaro,
da fulmini, tempeste,
dalla grande oscurità, libera nos Domine.

La Madonna dell'Arco: Un Santuario di Fede e Miracoli

Un’altra grande devozione popolare napoletana è quella rivolta alla Madonna dell'Arco. All’inizio del 1400, in una contrada chiamata Arco, oggi compresa nella città di Sant’Anastasia, provincia di Napoli, venne edificata un’edicola con un affresco della Vergine Maria con bambino, di autore ignoto. Cinquant’anni dopo, in un lunedì in albis, alcuni giovani iniziarono a giocare alla palla a maglio, e uno della squadra perdente, per rabbia, scagliò la palla contro l’affresco della Vergine, accompagnando il gesto con orribili bestemmie. L’affresco subito prese a sanguinare sulla guancia sinistra che da quel momento in poi rimarrà nello stato di ferita da colpo: come fosse ammaccato.

Le voci girarono in tutta Napoli e provincia, e il culto della Madonna dell’Arco prese corpo rapidamente, supportato da grandi miracoli, rendendola un punto di riferimento per la fede popolare.

Affresco della Madonna dell'Arco con la ferita

San Giuseppe Moscati: Il Medico Santo di Napoli

Una devozione più recente ma altrettanto profonda è quella verso San Giuseppe Moscati, conosciuto come il medico santo. Nato a Benevento nel 1880, si trasferì da bambino a Napoli dove conseguì la laurea in medicina. Decise di non sposarsi per consacrarsi totalmente agli ammalati e alla sua missione di medico di Dio. Luminare della medicina riconosciuto in tutto il mondo, curava gratuitamente gli ammalati poveri, dando loro lui stesso il denaro per comprare le medicine. Ogni mattina, prima di recarsi in ospedale, partecipava alla santa messa nella chiesa del Gesù Nuovo, vicino casa sua.

Nella chiesa del Gesù sono ora conservati alcuni parti del suo studio e appartamento, nonché oggetti di uso comune e medico. Quando morì, il 12 aprile del 1927, una folla oceanica partecipò ai suoi funerali, e per la città circolava un solo grido: “È morto il medico santo”. Tantissimi miracoli sono stati attribuiti alla sua intercessione, e tuttora è molto invocato durante le malattie o particolari interventi chirurgici; c’è chi dice di averlo visto personalmente operare durante alcuni rischiosi interventi.

Ritratto di San Giuseppe Moscati

Altre Antiche Preghiere e Canti Popolari

La tradizione napoletana è ricca di espressioni di fede dedicate a vari santi, spesso integrate nella quotidianità e nella poesia.

Preghiera a San Domenico

Ogge è santu Dummìneco e siete bemmenuto: si vide la Maronna, e tu me la salute. Salutammell'ampressa: la grazia ca te cerco, pòrtame la 'mmasciata a la Santissima Trenità.

Traduzione:

Oggi è San Domenico e siete benvenuto: se vedi la Madonna, tu me la saluti. Salutamela presto: la grazia che ti chiedo: recami l'imbasciata alla Santissima Trinità.

Preghiera a San Pantaleone

San Pantalione santo,
'ncopp' a 'sta terra patìsteve tanto.

Traduzione:

San Pantaleone santo,
sulla terra patiste tanto.

La Fede nella Poesia di Ferdinando Russo

Un altro grande poeta napoletano, Ferdinando Russo, ci ha lasciato dei testi religiosi in lingua napoletana molto interessanti. Uno di questi è il poemetto “‘Nparaviso”. Un ironico e toccante aneddoto si nasconde dietro la stesura di questo testo: il Russo, noto donnaiolo, si recava spesso dal suo editore a piazza Dante per farsi dare un anticipo sulle sue pubblicazioni, giacché spendeva tutto il suo denaro con le donne. Ma un giorno il suo editore, stanco di elargire acconti, mise il poeta dinanzi a una scelta: “consegnare un testo, in cambio dell’anticipo, o scegliersi un altro editore”. Tradotto in napoletano: “Ferdinà, ccà sta a mano e ccà sta ‘o sapone. Puortame nu testo, sinnò ‘e sorde nun l’aie!” Il poeta trascorse tutta la notte scrivendo, così nacque ‘Nparaviso, un poemetto ispirato a un evento accaduto a Napoli a piazza del Plebiscito, in cui il poeta stesso sorvolò la città a bordo di una mongolfiera.

Il poemetto include scene suggestive, come quella della visita del Padre Eterno e San Pietro a Napoli:

‘A dummeneca ‘e Pasca
d’ ‘o mille e noveciento,
‘o Pateterno
(ca s’ è susuto sempe ‘int ‘e primm’ ore)
di buonissimo umore
se scetaie mmerz’ ‘e sette
fece chiammà san Pietro e lle dicette :
- Pie’, siente, stammatina
è na bella iurnata
e ll’ aria è fina fina :
vurria fa’ na scappata
‘n Terra. Che te ne pare?
- Mah ! - dicette san Pietro -
(santo napulitano e, mparaviso,
capo guardapurtone)
mah… Lei siete il padrone!
Vulite vedè ‘a Terra? E fate pure…
Però… vedete… francamente, ‘a Terra
è nu poco afflittiva.
V’ avesse disgustá!…
- Ma che ! Che dici !
Su, vèstiti! Scendiamo!…
Dove ci fermeremo? Dove andiamo?
..Napoli ! . . . Che ? Ti pare ?
- Eh ! Sissignore :
se dice : Vide Napule e po’ muore ! -
E senza perder tempo, llà ppe llà,
san Pietro se vestette comilfò
nu pantalone inglese a quadrigliè,
nu gilè (comm’ ‘o pòrteno ‘e cocò)
tutto piselli verdi in campo blu,
cappiello a tubbo, cravatta a rabá,
scicco stiffèlio di color rapè,
e un piccolo bastone di bambù.
- Sto bene? - Elegantone …
Andiamo dunque! - E ghiammo…
Quanto mme piglio ‘e guante…
Ed in un batterdocchio eccoli a Napoli,
in mezzo piazza Dante.
O Patre Eterno vutaie ll’ uocchie attuorno
scanzaie nu tramme, se mettette ‘a lente,
e proprio come un semprice murtale
(ma però con accèndo forastiero),
dice : - Sai, caro, ma l’ è mica male
questa vostra città ! Mi fa piacere
assai di rivederla :
ci mancavo dal secolo passato. . .
Ma proprio ha molto, molto migliorato .
La statua qui davante
cosa l’ è? L’ Aligherio?..
No, dicette san Pietro, questo è Dante…
Grand’ uomo!. E questa sulla mano destra
è la famosa chiesa ‘e San Michele :
quello è il Liceo Vittorio Emmanuele :
piú sopra c’ è il Museo.
- dicette a san Pietro
o Patre Eterno - guarda!
Nun è meglio accussì! Tutta sta gente
turmentata e nnucente,
mo ncopp’ ‘a Terra che turnava a fa’? . .
Doppo n’ ora felice c’ ha passata,
guarda, e’ passata ‘int’ a l’ eternitá…
- Lá!. Guardate!. Là. là!- c’a mano stesa
e trattenenno ‘o sciato,
san Pietro lle mmustaie ca quaccheduno
ch’ era rummaso aizatomo se vutava attuorno - e se muveva…
- Là!… Na femmena!…
- E chella,
comme fosse mpazzuta,
cammenava, curreva,
nciampecava e cadeva,
s’ aizava… E fuieva…
- Chiammàtela! Addó va? !. . .
- Zitto!.- dicette ‘o Padre Eterno zitto…
Lass’ ‘a fa’… lassa ‘a fa’…
- Curreva, fuieva
pe nnanz’ ‘e cumpagne passanno
(ca nun se muvevano cchiù),
sperduta, - abbeluta,
chiagnenno, tremmanno,
mpauruta, - sbattuta,
curreva, curreva ‘int’ a ll’ ombra
e dint’ ‘o silenzio d’ ‘a sera
Nannina ‘a pezzente…
E, senza sapé cchiù addò ieva,
curreva, curreva..
Nfi’ a che - tutto nzieme -
uh Dio ! . . . se sentette
mancà sott’ ‘e piede ‘o tterreno…
E ‘a cielo cadette…
Scinne, scinne, puverella
ca - ‘int’ ‘a notte chiena ‘e stelle -
na palomma ‘e notte pare
cu nu trièmmolo ‘int’ ‘e scelle…
Scinne nterra, palummella,
passa ‘e monte, passa ‘o mare,
vola, sciúlia, scinne… Va,
ll’ aria è ‘a toia. Te porta ‘o viento
si te stracque e t’ abbandune…
Quanta miglie staie facenno?
Nu minuto e nne faie ciento -
e quant’ ate, p’ arrivà ! : .
Ma mo luceno, ‘a luntano,
luceluce a mmeliune. . .
E so’ lume!… E ‘a luna, ‘a luna
già fà ‘o mare nnargentà…
Scinne - scinne… Si’ arrivata…
Guarda… ‘A i’ llà… Napule! ‘A i’llâ!…
Nanninella’ ‘a pezzente
guardaie ccà, guardaie llà, s’ urizzuntaie,
e truvaie finalmente
‘a via d’ ‘a casa soia. Sunava ll’ una
a Sant’ Eliggio. E dint’ ‘o vico scuro
sciuliava ncopp’ ‘o muro
nu raggio ‘e luna.
- Ninno !
Ninno !
Sto ccà!… Mamma è turnata!…
- E ‘a porta, mez’ aperta e meza nchiusa,
‘e nu vascio vuttaie cu na spallata.
Trasette ‘e furia.

L’amore di una madre verso il proprio figlio, vince anche la morte, un tema caro alla poesia napoletana. L’io carnale si contrappone all’io spirituale, sicché quest’ultimo non riesce a esprimere come vorrebbe il suo grande amore nei confronti del Signore.

Antica pergamena con poesie napoletane

Le Edicole Sacre: Fari di Fede nella Città di Napoli

Il popolo napoletano ha sempre avuto una grande passione per il sacro, talvolta confuso con il profano a causa di antichi retaggi pagani ancora diffusi in alcuni paesi della Campania. Dalle anime del purgatorio a San Gennaro, “culto purtroppo non molto curato dalle nuove generazioni”, i napoletani non si sono fatti mancare niente, nemmeno i santi patroni, ben cinquanta, escluso San Gennaro, a partire dal 1605.

Le radici della devozione si manifestano anche nelle nicchie e nelle edicole sacre, le cui forme possono variare da semplici incavi nella parete a piccole strutture templari, con tanto di sontuose decorazioni, così come noi le conosciamo. Tale usanza, che in epoca romana era legata al culto dei lares, fu convertita da padre Rocco, un sacerdote domenicano, al culto cristiano, sostituendo i lares con le immagini di Gesù, la Vergine Maria o i Santi.

Il monaco propose di realizzare in alcuni punti della città delle edicole sacre, secondo lo stile romano, illuminate da torce, in modo tale da scoraggiare i malintenzionati che agivano nell’oscurità indisturbati. Nacquero così le edicole cristiane, così come noi le conosciamo oggi, disposte in tutti gli angoli del centro storico, illuminato quindi da sacre torce che i fedeli, insieme a padre Rocco, accendevano la sera. Le strade di Napoli quindi acquisirono una luce diversa, non solo dal punto di vista visivo, ma anche religioso.

Le edicole che raffiguravano le immagini sacre divennero luogo di preghiera, un motivo per fermarsi qualche secondo durante il cammino, per sostare in sacro silenzio. L’idea di padre Rocco piacque al popolo napoletano, così tanto che in pochi anni aumentarono di gran lunga le edicole sacre in tutti i luoghi della città, sempre più belle, sempre più decorate. Con il tempo nacque l’usanza di offrire, come segno di ringraziamento per una grazia ricevuta, la realizzazione di tali edicole, ad opera della persona o delle persone che avevano ricevuto una grazia dalla Madonna o dal Santo.

Edicola votiva tipica del centro storico di Napoli illuminata

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