Angelo Giubileo e l'Eredità del Gattopardo: Un'Analisi Profonda

L'espressione «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra» racchiude un concentrato di sicilianità e una forza trasgressiva, trascendente, autenticamente romantica. Essa deriva dalla consapevolezza che da soli, sebbene con aiuti esterni, i siciliani e il Meridione tutto non potranno mai migliorare. L'incomprensione del Nord nei confronti del Sud è insanabile, e l'insieme delle promesse di miglioramento socio-economico risulta deludente, buone solo a mitigare lo stato di salute di un popolo “morente”.

La Visione di Don Fabrizio: Immutabilità e Declino Aristocratico

Nelle pagine del celebre romanzo, si scontrano due idee di aristocrazia. Quella di don Fabrizio, antica, immobile, immutabile, in conflitto con la ciclicità storica e perennemente legata ai riti, alle liturgie, al mito che conferisce immortalità. E quella del nipote Tancredi, per il quale «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Un auspicio che si avvera solo parzialmente, perché con l'avvento della Repubblica la nobiltà sparisce dal circolo sociale, espulsa come corpo estraneo dal corpo sociale che prima l'aveva in grembo, protetta e forse anche amata.

In continuità con la filosofia e la storia greca, il Principe orienta il proprio agire servendosi del concetto del limite, che Tancredi ha rimosso e dimenticato, legandosi all'idea che la continuità della specie passi dalla contaminazione con la borghesia, un surrogato seppur breve di continuità. Don Fabrizio sa bene che nel nuovo mondo non c'è spazio per loro, per la nobiltà, per quei valori che essa ha incarnato, assumendo su di sé il peso del tempo. È per questo che rifiuta il seggio senatoriale in favore di Calogero Sedara.

«Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due.» Questo giudizio lapidario, con il quale il Principe oppone il gran rifiuto, si nutre certamente della logica di contesto. Da buon aristocratico, fa fatica a nascondere il disprezzo verso la borghesia liberal-progressista, contro il tipo dello scalatore sociale.

Ritratto del Principe Don Fabrizio Corbera di Salina che riflette sul cambiamento

Il Gattopardo come Archetipo Politico nella Modernità

Al di là del manierismo del personaggio o delle considerazioni estetiche e morali, il profilo antropologico del Principe deve interessare l'osservatore moderno che si occupa di analisi politica. Quanto servirebbe questo “Principe” alla modernità? Quanto la sua sostanziale essenzialità si adatterebbe ai tempi? Certamente, prendendo a modello le logiche e le doti che Machiavelli impone nel suo trattato come caratteristiche tipologiche necessarie per l'esercizio dell'arte di governo, l'immutabilità - come postura di chi è refrattario a lasciarsi modellare dalla realtà, intesa come unità di spazio e tempo in cui si agisce e ci si relaziona - è contemplata come elemento negativo. Eppure, la lezione “politica” di Don Fabrizio è un lascito ereditario troppo alto e prezioso per essere derubricato a fenomeno letterario.

Consapevole della mutevolezza dei tempi, l'aristocrazia sa bene che oltre un certo orizzonte è destinata a scomparire. La trasformazione rapida convive, così, con un fondo di immobilità, con una resistenza oscura e spesso non dichiarata contro le novità e i mutamenti. Non è, il nostro, un moderno Don Chisciotte che ripudia ogni contatto con la realtà, rifugiandosi nell'iperuranio del suo dissennato raziocinio. In Fabrizio ristagna un pensiero latente, frutto tardivo della malinconia e dell'imperturbabilità dell'animo, inclinazione stoica della sicilianità più autentica, che cioè la modernità meritasse di partorire meno velocemente di quanto accaduto.

Come la maieutica socratica, anche il Principe esorta a riflettere, a considerare, a valutare ogni decisione con ponderata ragionevolezza. L'incedere della modernità, come fatto storico indipendente dalla sua volontà, travolgente oltre ogni limite, è quanto di più incurante possa accadere. Con notevole preavviso don Fabrizio preavverte il senso della fine, una mera sostituzione di classe senza reale cambiamento, senza “purificazione” della sostanza ma solo trasformazione di facciata.

Chi crede che il Gattopardo sia il simbolo della controriforma reazionaria sbaglia. La consapevolezza della mutevolezza delle cose umane non è in discussione. La forma umana e le sue costruzioni non possono trattenere il procedere della storia ponendo limiti fisici. Rallentare il senso di marcia incessante, questo sicuramente è possibile. Difatti, l'accelerazione del mondo dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 è stata la vera condanna della modernità. Un turbine di cataclismi socioeconomici ha investito tutto, travolgendo ogni consolidata esperienza. In questo contesto di transizione, come in tutti, servirebbero più Gattopardi, che la vulgata nazionale dipinge come maschere del privilegio, indissolubilmente ancorate e sedimentate nel tempo e nella storia, immobili come mummie imbalsamate in attesa del declino.

La Condizione Siciliana: Il Paesaggio e il Clima

Leggiamo ancora il Gattopardo: «Siamo vecchi Chevalley, vecchissimi. ..Noi siciliani siamo in un voluttuoso torpore dovuto prima di tutto a noi stessi, alla Sicilia, al clima, al paesaggio. Queste sono le forze che insieme hanno formato l'animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'arsura dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, come dovrebbe essere un paese fatto per essere dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l'inferno sotto a Randazzo e la bellezza della Baia di Taormina; questo clima, che ci infligge 6 mesi di febbre a quaranta gradi; li conti Chevalley, li conti: maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle nostre teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l'inverno russo. Da noi si può dire che nevichi fuoco come sulle città maledette della Bibbia; e poi c'è l'acqua che non c'è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora le piogge, sempre tempestose, che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove due settimane prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti: tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti e presto detestati, sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d'arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori di imposte, spese poi altrove.

Inerzia e bellezza: Paesaggio siciliano con Etna sullo sfondo

Il Gattopardo nel Contesto Politico Italiano

Il termine Gattopardo ha spesso intessuto le cronache politiche italiane, anche di quest'ultimo ventennio circa, in ordine ai rinnovati assetti di potere emersi dopo Tangentopoli. Nei giorni dell'ascesa di Matteo Renzi al soglio più alto di Palazzo Chigi, il noto esperto di economia, lo statunitense Alan Friedman (1956), ha pubblicato un libro dal titolo Ammazziamo il Gattopardo. Il libro analizza gli ultimi trenta anni di storia politica italiana attraverso il racconto di molti dei protagonisti.

Sul tema dei Gattopardi e degli annessi sistemi di potere che si rinnovano, la letteratura qui da noi è sconfinata. Nel secolo scorso, il più importante cambio ai vertici della politica nostrana è senza dubbio coinciso con la sconfitta del fascismo ad opera delle Truppe Alleate. A tale proposito e in riferimento al tema che qui stiamo affrontando, c'è un particolare episodio di allora che è legato all'orizzonte della prospettiva politica che si delineò nel PCI subito dopo la cosiddetta svolta di Salerno del 1944.

“Qual era la situazione concreta che si presentava al partito nel 1944 e prefigurava i suoi nuovi compiti durante e dopo la Liberazione? (…) La linea politica, allora, non poteva non avere il respiro unitario che Togliatti le dava (…).” Il brano in questione appare significativo per due motivi. Il primo, perché pone la questione del cambiamento politico - in particolare se necessario, come fu a quel tempo - in ordine ad una possibile duplice prospettiva, alternativamente di tipo riformista o rivoluzionaria. Il secondo, perché spiega bene le ragioni ovvero “le condizioni oggettive” per le quali una delle due prospettive fu di fatto scartata, in quanto poco funzionale agli interessi dell'intera comunità di riferimento. Considerata nel suo insieme e naturalmente fatto salvo il giudizio su ogni singola scelta, comunque ritenuta utile al rinnovo di un sistema di potere che, per scelta, preferiva porre le nuove basi attraverso le “condizioni oggettive” esistenti.

L'Italia della Prima Repubblica in un'ora (dal dopoguerra al 1994)

L'Essenza del Gattopardo: Eternità e Consapevolezza

Se tutto rimane com'è non è colpa certo dei Gattopardi, che sono cavalli di razza, esseri votati all'eternità. Essi dettano i tempi, di inizio e fine di un ciclo. Il Principe del romanzo non è dominato dalla cecità: sa che oltre al tempo esiste l'eternità, si prepara al viaggio nelle tenebre, considera la vita sulla terra un breve raggio preceduto e seguito dal buio eterno. Se agli altri è concesso vivere dentro la storia, e basta, rintanandosi in essa per paura, al Gattopardo che vive l'oltre, ben consapevole che la sua intrinseca voglia di immobilità si schianta contro il destino ineluttabile.

Ciò che insegna, Don Fabrizio, è che la modernità accade senza condizioni, arbitrando il destino di ciascuno e consegnando ciascuno al passato. Nonostante questo, però, non v'è rassegnazione al nuovo che avanza, benché si sgretoli ogni certezza. Posizioni di potere, rapporti di forza: ogni cosa cambia e al contempo resta identica a sé stessa. Non per il Gattopardo. L'asservimento alle logiche di sopravvivenza e di conservazione non corrispondono all'indole della razza superiore cui appartiene. Il Gattopardo non cerca il potere per sé, non spera di evitare il tracollo, di non essere travolto dall'incedere risoluto del cambiamento. Sono gli altri che cercano di abusare del declino gattopardesco per sostituirsi e prenderne il posto.

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