La Lettera ai Romani è uno degli scritti più significativi e influenti dell'epistolario paolino, riconosciuta unanimemente per la sua ricchezza teologica e la sua profonda incidenza storica. È un'opera che ha plasmato il pensiero cristiano attraverso i secoli, ispirando figure come Sant'Agostino, che ebbe l'ultimo impulso alla conversione leggendo questa lettera, da San Tommaso d'Aquino a Erasmo da Rotterdam, da Lutero a Karl Barth. Riflettere su questa Lettera significa addentrarsi nel cuore stesso di tutto il messaggio del Nuovo Testamento.
Contesto Storico e Autenticità
L'Autore: Paolo di Tarso
La Lettera ai Romani è indiscutibilmente attribuibile a Paolo. Come suo padre prima di lui, Paolo era un fariseo (At 23:6), membro della fazione giudaica più fondamentalista. Dopo la miracolosa conversione avvenuta sulla via di Damasco (33-34 d.C.), Paolo proseguì con il ministero. Pur penalizzato nel fisico, Paolo fu nuovamente arrestato e, infine, subì il martirio a Roma nel 65-67 d.C. circa.
Datazione e Luogo di Composizione
Uno dei pochi elementi condivisi nel dibattito sulla Lettera ai Romani riguarda la sua autenticità: fu scritta da Paolo, verso la fine del terzo viaggio missionario, da Corinto, in un periodo che va dal 54, come data alta, al 58 d.C., come data bassa. La datazione della lettera è stabilita dal confronto tra le notizie interne e quelle biografiche degli Atti degli Apostoli. Poiché è quasi certo che Paolo comparve davanti a Gallione nel 51-52 d.C. e che si fermò a Efeso per altri due anni, la permanenza a Corinto comincia dal 54 d.C. La composizione della Lettera ai Romani corrisponderebbe alle fugaci annotazioni lucane di At 20, 1-3, ossia prima del viaggio di ritorno verso Gerusalemme. La designazione di Corinto, come città di partenza della missiva, trova conferma nella sezione di Rm 16, in cui Paolo raccomanda ai destinatari la diaconessa Febe, proveniente da Cencre, uno dei porti di Corinto, e accenna ai saluti di Giasone ed Erasto, due credenti che trovano buone, anche se non certe, rispondenze nel contesto di Corinto.
La Comunità Cristiana di Roma
La chiesa di Roma fu probabilmente fondata da alcuni di coloro che si erano convertiti il giorno di Pentecoste (cfr. At 2). Diversamente da alcune altre lettere paoline, Paolo scrive ad alcune comunità che non ha fondato e delle quali conosce soltanto alcuni membri: è l'unico caso dell'epistolario paolino. Le origini del cristianesimo a Roma sono avvolte nell'oscurità. Nel primo secolo, tra i molti orientali che si erano stanziati a Roma, si distingueva la colonia giudaica, che contava ben tredici sinagoghe, come risulta dalle testimonianze di Svetonio e di Giuseppe Flavio. È forse in questo ambiente che nacque e si affermò la prima comunità cristiana. Il peso sociale dei Giudei romani doveva essere assai rilevante, se per ragioni non del tutto chiare l'imperatore Claudio, nell’anno 49-50, ne decretò l’espulsione dalla città (Atti 18,2), come riferisce lo scrittore romano Svetonio: “Judaeos assidue tumultuantes impulsore Chresto Roma expulit” (Claudio allontanò da Roma i giudei, perché aizzati da Chresto provocavano continuamente disordini). Con tutta probabilità "Chrestus" è Cristo, a cui il gruppo di cristiani si ispira. A causare le tensioni interne alla comunità giudaica sarebbe stato l'annuncio di Gesù Cristo. Accettare, infatti, Cristo come Figlio di Dio, fattosi uomo per la salvezza umana, significava distaccarsi dall’ebraismo tradizionale. Tra gli allontanati dalla città figurava la coppia Aquila e Priscilla, che Paolo incontrerà a Corinto. Sarà forse da loro che l'Apostolo riceverà notizie di prima mano sulla comunità cristiana di Roma. In questa comunità, impoverita della sua parte giudaica, rimanevano pertanto i credenti che provenivano dal paganesimo. Con la morte di Claudio, decaduto il suo editto, i giudei poterono ritornare. La comunità tornò ad essere mista, anche se l'elemento un tempo pagano finisce per prevalere. Qualunque siano state le vicende attraversate dalla chiesa di Roma, sta di fatto che essa godeva di altissimo prestigio in tutto il mondo e disponeva di un'ottima organizzazione.

Scopo e Motivazioni della Lettera
Il significato generale di questo prezioso documento evangelico e storico insieme è quello di una dichiarazione di autopresentazione. Paolo prepara la sua visita alla comunità di Roma; presenta se stesso, il Vangelo che predica, la fede, la giustificazione/salvezza per grazia, e il comportamento del cristiano che ha accolto la salvezza. L'apostolo scrive per preparare il suo arrivo nella capitale dell'impero e poi, aiutato dai cristiani di Roma, partire per la Spagna. Soprattutto, si fa conoscere quale egli è veramente, dato che anche a Roma erano giunte calunnie e dubbi sulla sua persona. In questa lettera presenta, in una forma organica, il contenuto del Vangelo che annunzia dappertutto, ossia, la lieta notizia che Dio Padre, grazie alla morte e risurrezione di Gesù e al dono dello Spirito Santo, ha usato misericordia a tutta l'umanità.
Il progetto di viaggio per la Spagna pone in risalto come la Lettera ai Romani non sia l'ultimo testamento di Paolo, né i suoi progetti intendano concludersi a Roma ma orientano verso la Spagna. Il timore per la riuscita del ritorno a Gerusalemme è una delle ragioni principali per le quali Paolo indirizza la sua lettera più densa, dal punto di vista contenutistico, alle comunità domestiche di Roma: più volte è stato impedito di raggiungerle e da anni ha alimentato questo sogno; anche se spera di poterle raggiungere quanto prima, ha il fondato timore che insorgano nuove difficoltà. Per questo, Romani rappresenta, più che mai, una lettera concreta che relaziona interlocutori impossibilitati a comunicare direttamente fra loro.
L'Apostolo desidera ardentemente vedere i cristiani di Roma "per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per essere in mezzo a voi confortato mediante la fede che abbiamo in comune, voi ed io… per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra le altre nazioni” (1,11-13). Questa affermazione ribadisce la coscienza dell'apostolo di essere inviato ai pagani. Dato che la comunità è formata in gran parte, oltre che da cristiani provenienti dal mondo ebraico, da credenti provenienti dal paganesimo, Paolo si sente in dovere di comunicare con loro. Non conoscendoli, ed essendo poco o per nulla conosciuto da loro, affida alla Lettera il suo pensiero, ampio, dettagliato, maturo, come un ottimo modo di presentarsi.
Struttura e Temi Centrali della Lettera
La lettera ai Romani è divisa in due grandi parti che si sviluppano tra l'introduzione epistolare (1,1-15) e la conclusione (15,14-16,27).
Parte I: Dottrinale - La Giustificazione per Fede (1,18-11,36)
La prima parte, introdotta dalla dichiarazione: «Non mi vergogno del vangelo» (1,16-17), presenta in forma quasi di titolo temi che saranno trattati fino al capitolo 11: il Vangelo che riguarda Gesù Cristo, la fede, la giustificazione/salvezza per grazia. Il tema principale della lettera risponde, infatti, alla domanda fondamentale che toccava il mondo giudaico e pagano: «Qual è la giusta posizione davanti a Dio per meritarci la salvezza?». Paolo risponde che la posizione giusta, gradita a Dio, è la relazione di fede. Tema fondamentale della Lettera ai Romani è la giustificazione per fede, nel senso che siamo resi giusti da Dio per la sua grazia, non per l'impegno morale umano. Solo per amore Dio regala la salvezza a chi l'accoglie con fede, avendone dato la prova consegnando Gesù per noi mentre eravamo peccatori.
In questa sezione, Paolo affronta alcuni temi teologici specifici, come:
- L'ira di Dio contro l'umanità peccatrice (1:18-32): Si manifesta l'ira di Dio dal cielo contro ogni empietà. Paolo critica coloro che, pur avendo conosciuto Dio attraverso la creazione, non lo glorificarono né gli resero grazie, diventando stolti e cadendo nell'idolatria. Dio li ha "consegnati in balia", cioè abbandonati, alle passioni del loro cuore e al loro istinto perverso, portandoli a compiere ogni malvagità. L'ira di Dio, in questo contesto, si intende come la sua giustizia vendicativa.
- Il giudizio divino (2:1-16): Paolo rivolge una severa apostrofe ai Giudei, sottolineando che chi giudica gli altri per le loro azioni condanna se stesso se è reo delle stesse colpe. Dio compenserà ciascuno secondo le sue opere, senza favoritismi. Non basta conoscere la legge, l'importante è metterla in pratica per essere dichiarati giusti.
- L'universalità del peccato (3:9-20): Tutti gli uomini, Giudei e Greci, sono sotto il dominio del peccato.
- La giustificazione per fede (3:21-4:25): A prescindere dalla legge, la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai Profeti, si è rivelata per mezzo della fede in Gesù Cristo. Tutti peccarono, ma tutti vengono giustificati gratuitamente per un favore benevolo di Dio, in forza della redenzione che ha portato Gesù Cristo. Dio ha esposto il suo figlio unico, come vittima sacrificale, al versamento del suo sangue in croce, che costituisce il prezzo della nuova alleanza. L'esempio di Abramo (capitolo 4), che credette nella parola di Dio e la sua fede gli bastò per ottenere la giustificazione, è centrale.
- La certezza della salvezza e la trasmissione del peccato originale (5:1-21): Come a causa di un solo uomo il peccato entrò nel mondo e, attraverso il peccato, la morte che dilagò su tutti gli uomini, così per la benevolenza di Dio e il dono gratuito di un solo uomo, Gesù Cristo, sovrabbondò la grazia della giustificazione. Il condono per mezzo di Cristo è superiore al delitto di Adamo.
- La santificazione e la vita nello Spirito (capitoli 6-8): Il battesimo elimina il peccato. "Chi muore è giustificato e liberato dal peccato." Se siamo morti con Cristo, crediamo che vivremo con lui. Il nostro uomo vecchio è stato crocifisso insieme a Cristo perché sia annientato il corpo del peccato, affinché non siamo più servi del peccato. Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale, poiché non siete sotto la legge ma sotto la grazia. La vita nello Spirito porta libertà cristiana.
- Il piano di Dio per Israele (capitoli 9-11): Paolo affronta il problema di Israele: il severo giudizio di Dio sull’infedeltà di questo popolo resta, ma diventa un salutare monito per la stessa chiesa. Il popolo di Israele, carico di privilegi e di promesse, non è venuto meno: il “resto” d’Israele è ancora presente, è salvo. L’infedeltà di Israele non solo è parziale, ma è provvisoria. Il mistero di Israele viene così espresso: “L’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato” (11,25.26).

Parte II: Parenetica ed Esortativa - Il Comportamento Cristiano (12,1-15,13)
La seconda parte, introdotta da 12,1-2, termina al capitolo 15,13. In essa Paolo illustra il comportamento del cristiano che ha accolto la salvezza ricevuta e si lascia guidare dallo Spirito di Gesù. La vita morale esprime la novità di vita proveniente dal battesimo e dall'essere in Cristo Gesù.
In questa parte l'Apostolo invita ogni credente a individuare il proprio carisma e, soprattutto, a vivere l'amore fraterno senza finzioni, in seno alla comunità e con “quelli di fuori”. Vuole anche che i cristiani siano cittadini esemplari. Ribadisce ancora il debito mai estinto dell’amore vicendevole, da spendere in particolar modo verso i deboli nella fede presenti nella chiesa. Esorta caldamente a promuovere la piena concordia tra cristiani provenienti dal mondo giudaico e cristiani provenienti dal mondo pagano.
L'Anatema in Romani 9: Il Dolore di Paolo per Israele
Un passaggio particolarmente intenso e significativo si trova all'inizio del capitolo 9, dove Paolo esprime il suo profondo dolore per Israele. Egli dichiara:
“Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli.” (Romani 9,1-5)
In questo brano, Paolo, come Mosè, darebbe sé stesso per i suoi fratelli. L'essere separato dal Signore è, infatti, più che morire per lui, ma egli è pronto a farlo, pur di unire loro a Dio! Paolo mostra un cuore grande come quello di Mosè, che era pronto a perdere la sua vita pur di salvare quella di Israele. Il paragone con Mosè è estremamente pertinente, non solo per l’amore assoluto e “materno” che li unisce al loro popolo, ma anche perché c’è in ballo il loro popolo, che è lo stesso. Mosè vuole che l’alleanza sia conservata e sa che, per far ciò, è essenziale che Israele ascolti la voce di Dio. Così Paolo insisterà sull’ascolto della Parola del vangelo. Benché Paolo riconosca negli israeliti i suoi fratelli secondo la carne, la loro identità non si coagula attorno al sangue, ma all’“adozione come figli” da parte di Dio.
Stile e Retorica Paolina
Lo stile della Lettera ai Romani ha un'indubbia vicinanza con lo stile della retorica classica. Paolo non disdegna i mezzi della retorica a lui contemporanea, senza la quale era difficile parlare in pubblico ed essere ascoltati. La retorica, del resto, non veniva considerata come qualcosa di “negativo”: era invece “arte del parlare”, del convincere, dell’essere ascoltati. Paolo usa talvolta la tecnica della “diatriba”, stile caratteristico dell’epoca che prevedeva la discussione dell’autore con un interlocutore fittizio (cf. Rm 3,1 ss). In ogni caso, quella di Paolo è una retorica che va oltre i canoni tradizionali. Il messaggio, che l’Apostolo intende trasmettere, deborda dagli stessi schemi che pure egli stesso utilizza.
Per capire Paolo occorre aprirsi all’universalità. Egli appartiene a tre mondi e a tre culture: ebraica, greca e romana. Emerge tuttavia da ciascuna di esse con il vigore e il fascino della sua individualità. La matrice fondamentale resta comunque quella di un ebreo, conoscitore profondo delle Scritture. La Lettera ai Romani è un ottimo esempio per vedere il rapporto che Paolo pone tra la Parola di Dio scritta e custodita da Israele e la novità entusiasmante del Vangelo di Gesù.
Rilevanza Eterna della Lettera ai Romani
La Lettera ai Romani affronta temi di scottante attualità. Paolo investe la cultura romana con una fitta serie di inquietanti interrogativi esistenziali. E poiché esistenziali, tali interrogativi riguardano gli uomini di ogni tempo e di ogni cultura: chi è l’uomo? Quale criterio possiede per discernere il bene dal male? C’è una salvezza per l’umanità e chi potrà darla? Quale sarà il futuro dell’uomo? Ha motivo di sperare o si trova in balìa di un destino cieco e inesorabile? Esiste Dio? Ha un disegno provvidenziale sull’umanità e possiamo conoscerlo? Alla luce della profonda riflessione paolina gli uomini sono sollecitati a prendere coscienza della vastità del peccato, che minaccia la vita dell’intera umanità e, nello stesso tempo, invitati a reagirvi con l’audacia della fede.
Sebbene non contenga tutta la teologia dell'Apostolo, questa Lettera rappresenta una sintesi importante della dottrina paolina, perché scritta in tempi abbastanza vicini al succedersi degli avvenimenti narrati: la morte e resurrezione di Gesù e la conversione dello stesso Paolo, da violento persecutore dei primi cristiani ad apostolo delle genti che converte i suoi piani operativi al vangelo di Cristo. Il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) ha fatto largo uso dei concetti contenuti nella Lettera ai Romani, e in generale dell'intero epistolario paolino. A giudizio di alcuni commentatori “Nella storia della Chiesa, nessun altro documento ha avuto tanta importanza teologico-filosofica, quanta ne ha avuta la Lettera ai Romani” (U. Luz).