L'Analisi del Linguaggio del Sacerdote nella Confessione di Ser Ciappelletto

La novella di Ser Cepparello da Prato, meglio noto come Ser Ciappelletto, è la prima del Decameron di Giovanni Boccaccio, narrata da Panfilo nella prima giornata. Questa storia, apparentemente solo spassosa, è in realtà profondamente intrigante e ambigua. Essa offre una sottile, ma incisiva critica alla Chiesa e alle sue istituzioni, specialmente attraverso l'analisi del dialogo che avviene durante la confessione del protagonista.

Il Contesto della Confessione: Un Uomo Malvagio e un Dilemma Morale

Ser Ciappelletto era un notaio di Prato, descritto dall'autore come "il piggiore uomo forse che mai nascesse". La sua vita era un susseguirsi di malvagità: "avea grandissima vergogna quando uno de’ suoi strumenti (come che pochi ne facesse) fosse altro che falso trovato"; si dilettava nel seminare inimicizie e scandali, era un grandissimo bestemmiatore, iracondo e usava i sacramenti della Chiesa "come vil cosa, con abominevoli parole scherniva". In sintesi, "era il piggiore uomo forse che mai nascesse".

Le circostanze che conducono alla confessione sono cruciali per la novella. Incaricato dal mercante fiorentino Musciatto Franzesi di riscuotere crediti in Borgogna, Ser Ciappelletto si ammala gravemente mentre è ospite di due fratelli usurai fiorentini. Quest'ultimi si trovano di fronte a un dilemma: temono che la morte di Ciappelletto nella loro casa senza confessione e senza i sacramenti possa accrescere l'antipatia dei borgognoni verso gli italiani, mettendo in pericolo la loro reputazione e i loro averi. Sanno che "se egli si pur confessa, i peccati suoi son tanti e sì orribili che il simigliante n’avverrà, per ciò che frate né prete ci sarà che ’l voglia né possa assolvere".

Ser Ciappelletto, con il suo "udire sottile", ascolta il loro preoccupato dialogo e, deciso a toglierli dall'imbarazzo, propone il suo piano: "Io ho, vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per farnegli io una ora in su la mia morte, né più né meno ne farà." Li invita a chiamare un confessore, "un santo e valente frate", promettendo: "io acconcerò i fatti vostri e i miei in maniera che starà bene e che dovrete esser contenti". Questo momento segna l'inizio di una delle più grandi "beffe" messe in scena nel Decameron.

La Scena Confessionale: Un Dialogo Strategico e il Rovesciamento Parodico

Rappresentazione della scena di confessione di Ser Ciappelletto con il frate

I due fratelli trovano un frate "antico di santa e di buona vita e gran maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo". Giunto al capezzale di Ciappelletto, il frate inizia il rituale con parole di conforto e la domanda sulla frequenza delle confessioni passate. Ser Ciappelletto, che in vita sua "mai confessato non s’era", risponde con astuta devozione: "Padre mio, la mia usanza suole essere di confessarmi ogni settimana almeno una volta, senza che assai sono di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi ch’io infermai, che son presso a otto dì, io non mi confessai, tanta è stata la noia che la infermità m’ha data." Aggiunge con falsa umiltà: "non mi riguardate perch’io infermo sia, ché io amo molto meglio di dispiacere a queste mie carni che, faccendo agio loro, io facessi cosa che potesse essere perdizione della anima mia, la quale il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso sangue."

Queste parole impressionano positivamente il frate, che "loda per questa sua assiduità" e inizia a interrogarlo sui vizi capitali. Ciappelletto, "esaminato dal sacerdote su tutti e sette vizi capitali", mette in atto un rovesciamento parodico, sviluppato attraverso l'antifrasi, dove ogni vizio viene trasformato nella virtù corrispondente o minimizzato in un peccato irrisorio. I due fratelli usurai, origliando "dietro a un tavolato", trovano "una così gran voglia di ridere" e si stupiscono della sua "totale assenza di timore di Dio".

Esempi del Dialogo e le Reazioni del Frate:

  • Lussuria: Quando il frate chiede se avesse peccato di lussuria, Ser Ciappelletto, sospirando e affermando di temere di peccare di vanagloria, risponde: "io son così vergine come io uscì del corpo della mamma mia." Il frate, "stupito", esclama: "Oh benedetto sia tu da Dio! come bene hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più meritato, quanto, volendo, avevi più d’arbitrio di fare il contrario che non abbiam noi e qualunque altri son quegli che sotto alcuna regola sono costretti."
  • Gola: Per la gola, Ciappelletto confessa di aver desiderato acqua durante i digiuni o di aver trovato il cibo "più buono di quanto fosse opportuno". Il frate lo consola prontamente: "Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono assai leggieri; e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la conscienzia tua che bisogni. Ad ogni uomo addiviene, quantunque santissimo sia, il parergli dopo lungo digiuno buono il manicare, e dopo la fatica il bere."
  • Avarizia: Riguardo all'avarizia, Ciappelletto nega di aver desiderato più del dovuto o trattenuto ciò che non doveva. Dichiara di essere venuto in casa degli usurai solo per "ammonire e gastigare e torgli da questo abbominevole guadagno". Afferma di aver dato la maggior parte dell'eredità paterna "per Dio" e di aver fatto piccoli affari solo per mantenersi e aiutare i poveri. Il frate, "contentissimo", approva: "E io son contento che così ti cappia nell’animo, e piacemi forte la tua pura e buona conscienzia in ciò."
  • Ira: Per l'ira, Ciappelletto ammette di averla provata "molto spesso", ma solo verso "gli uomini fare le sconce cose, non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudicii". Nega ogni violenza o maldicenza personale.

Infine, Ser Ciappelletto "confessa" peccati ridicoli: di aver mentito una volta a sua madre da bambino, e di aver sputato per sbaglio in chiesa. Anche qui, la sua recitazione di profondo pentimento porta il frate a minimizzare ulteriormente: "O figlio mio, ti sembra questo un così gran peccato? Gli uomini bestemmiano tutto il giorno Dio, eppure Egli perdona volentieri chi si pente d’averlo bestemmiato; e tu non credi che Egli perdoni a te questo?"

Caratteristiche del Linguaggio Sacerdotale e Ambivalenza Interpretativa

Il linguaggio del sacerdote che confessa Ciappelletto, come descritto nel Decameron, è caratterizzato da una complessa interazione di devozione apparente e, a seconda delle interpretazioni, ingenuità o ipocrisia. Il sacerdote utilizza un linguaggio formale e devoto, intriso di termini religiosi e di formule di rito. Egli si mostra preoccupato per l'anima di Ciappelletto, ponendo domande che sembrano mirare alla sua redenzione.

Tuttavia, come suggerito nel testo, "questa facciata di pietà è del tutto fittizia". Mentre la narrazione principale evidenzia che il frate è "piuttosto credulone", "ingannato" e "sciocco", "stupito da tanto candore e da una simile purezza", il testo fornisce anche un'interpretazione più critica, suggerendo che "il sacerdote è consapevole della malvagità di Ciappelletto e agisce per interesse personale, spinto dalla promessa di una ricompensa". Questa ambivalenza sottolinea come il suo tono, deferente e rispettoso, quasi servile, nei confronti del moribondo, accentui il contrasto tra le parole e la realtà della situazione, sia essa frutto di ingenuità o di una più profonda corruzione.

Espedienti Retorici e Involontaria Complicità:

  • Tono Deferente e Accogliente: Il suo linguaggio è costantemente accogliente e rassicurante, invitando Ciappelletto a parlare liberamente e offrendo perdono per i "peccati" confessati.
  • Litote e Minimizzazione Costante: L'uso della litote è evidente quando il sacerdote attenua o nega implicitamente la gravità dei "peccati" inventati da Ciappelletto, considerandoli "naturali" e "leggieri". Questa tecnica facilita l'autoassoluzione di Ciappelletto.
  • Domande Retoriche Guidanti: Il sacerdote, pur con le migliori intenzioni (o forse con una complice accondiscendenza), pone domande che, senza volerlo, guidano Ciappelletto verso le risposte desiderate, facilitando la costruzione della falsa confessione.
  • Ripetizione di Formule Religiose: La ripetizione di formule religiose e di espressioni di pietà serve a rafforzare l'apparenza di sacralità e serietà dell'atto confessionale, rendendo l'inganno più efficace sia per il frate stesso che per l'intera comunità.

Il frate, "tanto è santo il padre quanto è sciocco", risulta così ingannato da una performance impeccabile. Risulta "inimmaginabile che un uomo così vicino alla morte possa mentire in confessione", e questa percezione lo porta non solo ad assolvere Ciappelletto da ogni peccato, ma persino a elevarlo a modello di santità.

Confronto dei Linguaggi e la Critica Boccacciana

Ser Ciappelletto novella del Decameron, di cosa parla la novella?

Il linguaggio del sacerdote, pur essendo pio e devoto, si trova in netto contrasto con quello di Ciappelletto, sebbene entrambi siano strumenti di inganno. Mentre il sacerdote, con la sua credulità, facilita la menzogna, Ciappelletto usa la sua straordinaria abilità retorica e il potere della parola per manipolare la realtà. La confessione diventa per lui "un’ulteriore occasione di beffa", un "capolavoro di falsità", in cui trasforma ogni peccato in virtù minime o inesistenti.

L'ironia domina incontrastata nella novella. Boccaccio non se la prende tanto con i fedeli creduloni, quanto con l'ingenuità dei frati o, in una lettura più dura, con l'ipocrisia di quegli ecclesiastici corrotti che, pur dovendo proteggere i credenti, sfruttano il culto dei falsi santi per trarne vantaggio. L'avvertimento del contrario, dove l'uomo più malvagio è venerato come santo, mette in luce l'assurdità di alcune convenzioni sociali e religiose e la fallibilità del giudizio umano.

La novella pone una profonda critica alla Chiesa e alle sue istituzioni, mostrando come il sistema confessionale, che dovrebbe garantire la purezza dell’anima, possa essere facilmente corrotto o raggirato. Il frate, simbolo di questa ingenuità o di una possibile corruzione istituzionale, finisce con l'essere non solo un credulone, ma quasi un "peccatore" a sua volta, come quando ammette al rimprovero di Ciappelletto di sputare in chiesa, subendo una "progressiva degradazione, inversa a quella di Ciappelletto".

Le Conseguenze della Falsa Confessione e la Santificazione di Ciappelletto

Convinto della santità di Ciappelletto, il frate lo assolve da ogni peccato, gli augura la guarigione e gli promette, in caso di morte, una degna sepoltura nel convento. Poco dopo, Ser Ciappelletto muore. Il frate confessore, udendo la notizia, si accorda con il priore e, radunati i frati nel capitolo, proclama Ser Ciappelletto "un santo uomo", sperando che "tramite lui Dio avrebbe mostrato molti miracoli".

La salma viene accolta con "grandissima reverenza e devozione", e la mattina seguente, con una solenne processione, è portata nella chiesa del convento, seguita da "quasi tutto il popolo della città". La predica agiografica del frate convince tutti della santità di Ciappelletto, tanto che "tutti andarono a baciargli i piedi e le mani, e gli strapparono tutti i panni di dosso", per poi deporlo in un'arca di marmo. Inizia così un vero e proprio culto post mortem: "a mano a mano la gente cominciò ad andare, ad accendere lumi e ad adorarlo, ed in seguito a far voti e ad appendere immagini di cera secondo la promessa fatta".

Così, un "pessimo uomo in vita" viene "reputato per santo e chiamato san Ciappelletto". Boccaccio, pur riconoscendo che la contrizione finale di un peccatore può portare alla misericordia divina ("negar non voglio esser possibile lui esser beato nella presenza di Dio"), conclude con una riflessione amara, ragionando "secondo ciò che appare", che un uomo simile "dovrebbe essere nelle mani del diavolo in perdizione, piuttosto che in Paradiso". La novella dimostra come "Dio ascolti lo stesso le preghiere dei fedeli nonostante questi si affidino a dei falsi santi".

tags: #analizza #il #linguaggio #del #sacerdote #che