L'indagine antimafia, denominata "Eyphemos" nel suo primo filone e ripresa dalla DDA di Brescia, ha rivelato un profondo radicamento della 'ndrangheta nel territorio bresciano, portando all'applicazione di 25 misure cautelari in Lombardia, Calabria, Veneto e Lazio. L'inchiesta, durata tre anni e coordinata dai pm Francesco Carlo Milanesi e Teodoro Catananti, ha fatto emergere una presunta "locale" di 'ndrangheta attiva nella provincia di Brescia, collegata alla cosca Alvaro di Sinopoli.

Il Radicamento della 'Ndrangheta nel Bresciano
Il procuratore capo di Brescia, Francesco Prete, ha sottolineato come questa indagine confermi il radicamento di organizzazioni criminali che trovano articolazioni anche in questo territorio, sfruttando la fama criminale dell'organizzazione d'origine e adattandosi al contesto del Nord, dove si occupa anche di materia fiscale. Secondo Prete, "nel Bresciano c'è un radicamento mafioso viscido che rende difficile il nostro lavoro". L'associazione mafiosa 'ndranghetista scoperta era dedita a estorsioni, usura, corruzione, spaccio di cocaina, armi, riciclaggio e una miriade di illeciti tributari, grazie anche all'emissione di fatture false per 12 milioni di euro. I soggetti coinvolti avrebbero favorito la cosca calabrese Tripodi "sia al fine di conseguire vantaggi patrimoniali illeciti che di mantenere e rafforzare la capacità operativa del sodalizio e la fama criminale del gruppo criminoso".
La Figura di Stefano Terzo Tripodi: Il "Santista"
Al centro dell'inchiesta vi è Stefano Terzo Tripodi, classe 1960, presentato dalla DDA di Brescia come "soggetto formalmente organico alla 'ndrangheta con una dote di altissimo livello", quella di "santista", e con "funzioni direttive e di coordinamento" di una presunta "locale" attiva sul territorio bresciano. Questo "impero" di Tripodi si sarebbe nutrito negli anni grazie a estorsioni, traffici di droga ed armi, evasione fiscale e soprattutto a "un sacco di denaro", ottenuto con gli appalti pubblici inserendo le persone giuste al posto giusto. I racconti intercettati dello stesso Stefano Tripodi rivelano un'esasperata autorappresentazione del "picciotto" self-made, figlio di quello che lui stesso definisce un "capo crimine", Francesco Tripodi, classe 1932. Il padre, a detta degli inquirenti, avrebbe partecipato finanche allo storico summit di Montalto del 1969 con l'obiettivo di "unire la 'ndrangheta".
Il giovane Stefano Tripodi, appena uscito dal collegio a 12 anni, afferma di essersi procurato un'arma da fuoco e di aver esordito sulla scena con rapine. Dopo il trasferimento al Nord, a Parma, e le trasferte del fine settimana a Milano per "picchiare i proprietari dei locali", affermava di essere "andato al Nord per fare il killer di mestiere", guadagnando "500 euro per ogni morto". Questa scalata lo ha portato a rivendicare la carica di "santista" e un rapporto privilegiato con alcune tra le più potenti famiglie di 'ndrangheta come gli Oppedisano di Rosarno o i Mancuso di Limbadi. I collaboratori di giustizia lo indicano - insieme al figlio Francesco, classe 1982, anche lui indagato - quale creatore di una "locale" nella provincia di Brescia "di diretta derivazione della cosca Alvaro di Sinopoli". Il quartier generale indicato dai magistrati bresciani sarebbe l'ufficio della società Stefan Metalli di Flero, dove "i membri del sodalizio si incontrano per organizzare e decidere le proprie attività illecite". Il potere dei Tripodi si sarebbe esteso a macchia d'olio, penetrando la politica, la sanità e finanche le mura del carcere.

Il Coinvolgimento del Dottor Giovanni Francesco Acri
Tra gli insospettabili attinti dall'inchiesta figura Giovanni Francesco Acri, classe 1957, medico originario di Rossano (Cosenza), già consigliere comunale a Brescia in quota Fratelli d'Italia. Acri è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. In una conversazione intercettata con Mauro Galeazzi, ex esponente della Lega a Castel Mella, Tripodi parlava di Acri come di un altro calabrese, "uno dei nostri", che "mangia la stessa politica". Acri è stato intercettato diverse volte nell'ufficio di Tripodi a Flero.
Spicca una conversazione tra i due in cui Acri si lascia andare a "insulti al procuratore della Repubblica di Catanzaro", all'epoca Nicola Gratteri, così intendendo esprimere una sintonia col proprio interlocutore. Questa unità d'intenti si traduceva anche a livello professionale, sintetizzata in una "estrema disponibilità alle richieste" provenienti dai Tripodi. Il presunto capo "locale" racconta un episodio che avrebbe coinvolto il figlio, Francesco Tripodi, durante il periodo in cui era latitante. "Acri, operando come dottore, aveva aiutato a curare una persona che aveva partecipato insieme a Francesco Tripodi ad una rapina". Per gli inquirenti, questo episodio sarebbe testimonianza della disponibilità di Acri a mettere "la propria capacità professionale al servizio del sodalizio". A sua volta, Acri avrebbe richiesto alla famiglia Tripodi "un intervento per problematiche insorte riguardo all'apertura di un centro per migranti" nel territorio reggino. Secondo il gip, gli epiteti utilizzati da Acri nei confronti di Gratteri "non possono essere relegati a mere espressioni verbali" risultando, al contrario, "espressione di una piena consapevolezza ed adesione alle dinamiche di consorterie criminali cui l'indagato faceva riferimento".
Giovanni Acri - già coinvolto in un'altra inchiesta con l'europarlamentare Carlo Fidanza - avrebbe messo a disposizione le proprie abilità di medico "in occasione di ferimenti degli appartenenti al sodalizio e dei loro complici durante l'esecuzione di reati", consentendo loro di ricevere cure sanitarie immediatamente dopo l'esecuzione di reati e di ostacolare le attività delle forze dell'ordine. In fase di indagine, Acri ha sempre negato le accuse, definendole "infamanti". Ha precisato di essere un urologo, non un chirurgo, e di non avere competenze per operare. Ha sottolineato che all'epoca lavorava in un ambulatorio privo di qualsiasi strumento chirurgico, e che quindi mai avrebbe potuto intervenire come gli viene contestato.

La Posizione di Suor Anna Donelli: "La Monaca"
Oltre ad Acri, il gip ha riscontrato gravi indizi di colpevolezza in relazione alla condotta presunta di concorso esterno in associazione mafiosa anche nei confronti di suor Anna Donelli, classe 1966, originaria di Cremona, da quindici anni volontaria nel carcere di San Vittore a Milano. La sua posizione è stata una delle più discusse, a fronte della dissonanza tra il suo vissuto e l'ipotesi di reato contestata. Attualmente ai domiciliari, la notizia ha lasciato attonite diverse persone che con lei avevano condiviso il percorso di volontariato nel penitenziario di San Vittore. "Collina", come veniva soprannominata quando arbitrava le partite di calcetto tra i detenuti, nell'anno appena trascorso aveva ricevuto anche il "Panettone d'oro", un premio alla virtù civica.
L'immagine di suor Anna, capace di "seminare speranza e far vivere l'amicizia a chi, oltre alla condanna, deve fare i conti con la solitudine", è stata capovolta dalla DDA di Brescia. Secondo l'accusa, avrebbe messo "a disposizione la sua opera di assistente spirituale per veicolare messaggi tra gli appartenenti ai clan" divenendo occhi e orecchie del sodalizio all'interno delle mura del carcere. Gli inquirenti traggono questi aspetti soprattutto da alcune intercettazioni, come quella in cui Vincenzo Iaria avrebbe confessato a Rosario Marchese come "all'interno del carcere" riuscisse ad ottenere "delle informazioni provenienti dai Tripodi tramite una religiosa". Gli inquirenti trovano riscontri in altri riferimenti fatti da Stefano Tripodi "ad una 'monaca'", che avrebbe avuto un "patto" con lui all'interno delle carceri di Milano e Brescia.
Viene captato anche un dialogo tra Tripodi e suor Anna Donelli, incaricata di incontrare Francesco Candiloro all'indomani del suo arresto. Donelli avrebbe dovuto aspettare di essere sola con Candiloro e riferirgli che era "l'amica di Stefano". Successivamente, la religiosa si sarebbe recata negli uffici di Tripodi, che l'avrebbe presentata ad altri astanti come "la suora che lavora al carcere", chiosando in maniera poco equivoca: "Se ti serve qualcosa è dei nostri". Questa vicinanza con i Tripodi non appare "né occasionale né insignificante", posto che gli stessi capi del sodalizio rappresentano la capacità di veicolare messaggi tramite la suora all'interno degli istituti penitenziari. Di converso, a detta dei magistrati, Donelli sarebbe stata consapevole del potere della famiglia Tripodi. Il riferimento è a quanto avvenuto in seguito a un incidente avuto dalla nipote, quando la religiosa avrebbe "tranquillizzato la ragazza dicendo che avrebbe pensato lei alla vicenda tramite i suoi amici".
La suora è accusata dalla Dda di Brescia di essersi messa "a disposizione degli esponenti" del clan di 'ndrangheta dei Tripodi per "trasmettere ordini, direttive, aiuti morali e materiali ai soggetti sodali o contigui al sodalizio reclusi in carcere", "ricevendo informazioni dai detenuti utili per meglio pianificare strategie criminali di reazione alle attività investigative", "favorendo lo scambio informativo tra i detenuti e i loro prossimi congiunti nel caso di divieti di colloqui", e infine "risolvendo dissidi e conflitti tra i detenuti all'interno del carcere".
Secondo quanto riferito da Robert Ranieli, legale di Donelli, "chi la conosce bene non può accettare di credere a una sua intenzionalità rispetto ad accuse così infamanti". La sorella della Confraternita della Carità era impegnata anche con i ragazzi del Beccaria di Milano e con la comunità Kayròs per il reinserimento degli ex detenuti. In uno scritto datato 2023, suor Anna Donelli aveva raccontato la sua storia, affermando di aver frequentato il carcere dal 2010 e che questa "palestra di umanità ha trasformato il mio sguardo, che ha iniziato a vedere prima di tutto e sopra tutto la persona". In fase di indagine ha sempre negato le accuse, definendole "infamanti" e precisando che la sua è sempre stata un'opera di carattere "umanitario".
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Contesto e Altri Indagati
Ai domiciliari anche Mauro Galeazzi, ex esponente della Lega nel Comune di Castel Mella, nel Bresciano, già arrestato in passato per tangenti e poi scarcerato e assolto. Gli investigatori gli hanno contestato il reato di scambio elettorale politico mafioso. Secondo le indagini, Galeazzi si sarebbe rivolto a Stefano Terzo Tripodi, che gli avrebbe proposto, come candidato sindaco al Comune di Castel Mella, di procurargli voti in cambio dell'ottenimento di appalti pubblici in occasione delle consultazioni comunali dell'ottobre 2021. "Ti faccio votare da tutti i calabresi della zona ma poi tu fammi mettere le mani sui soldi" disse Tripodi, ottenendo la replica di Mauro Galeazzi: "I soldi ce ne sono un sacco".
L'inchiesta ha coinvolto una quarantina di indagati, e a carico dei soggetti sono stati emessi provvedimenti di sequestro preventivo, finalizzati alla confisca per equivalente, per un importo complessivo pari a oltre 1.800.000 euro. Sono attualmente in corso molteplici perquisizioni, estese anche nelle province di Bergamo, Verona e Treviso. Per tredici indagati il processo inizierà il prossimo 11 dicembre. In 21 hanno chiesto e ottenuto di essere processati in abbreviato.