Altari: Storia, Architettura e Simbolismo

L'altare, un elemento sacro centrale in molte civiltà e religioni, ha assunto innumerevoli forme e funzioni attraverso i millenni. Da semplici blocchi di pietra a complesse strutture monumentali, la sua evoluzione riflette profondamente le credenze, le pratiche rituali e lo sviluppo artistico delle società umane.

Introduzione al Concetto di Altare

Il concetto di altare è intrinsecamente legato al culto e all'offerta alle divinità. Spesso punto focale di cerimonie sacre, l'altare rappresenta un tramite tra il mondo umano e quello divino, un luogo dove le preghiere e i sacrifici prendono forma. La sua architettura e decorazione sono sempre state espressione del profondo significato che gli veniva attribuito in ogni cultura.

L'Evoluzione Storica degli Altari

Altari nelle Civiltà Preistoriche

Nello strato neolitico della grotta detta del Tamaccio, nelle Alpi Apuane, è stato rinvenuto un blocco squadrato con due cavità nella parte superiore, che è stato identificato con ogni verisimiglianza con un altare. Nell'ultimo periodo della civiltà neolitica, nei paesi del bacino del Mediterraneo e in genere nell'Europa, appaiono pietre a forma di coppa di varia grandezza, incavate nella parte superiore e spesso accuratamente levigate, destinate evidentemente a contenere le offerte alle divinità.

Ne sono noti esemplari rinvenuti nelle tombe megalitiche dell'Inghilterra, che trovano affinità nelle grandi coppe di terracotta o di pietra, due delle quali furono trovate nello strato II di Troia. Invece, nello strato corrispondente alla III città, fu rinvenuto un altare a forma di piramide tronca, coperto da una lastra di granito: il tipo sembra dovuto ad influenza delle civiltà orientali. A Malta, negli strati che taluni fanno risalire all'età neolitica, appaiono esempi isolati di tali coppe o tavole di libazione (tempio di Hagiar Kim), e forse devono essere considerati altari alcuni blocchi di pietra decorati a rilievo con spirali (tempio di Hal Tarxien).

Nella civiltà del Bronzo dell'Europa settentrionale e in quella del Ferro compaiono altari di pietra a forma rettangolare; sovente nell'Europa orientale essi sono collegati a condotti sotterranei per versarvi le libazioni. Nella civiltà hallstattiana sono pure frequenti le cosiddette corna di consacrazione, che erano infisse su tavole di argilla o legno e più raramente di pietra.

Ricostruzione di altari preistorici con coppe per offerte e corna di consacrazione

L'Altare nell'Antico Egitto e in Asia Anteriore

Funzione e Tipologie in Egitto

In Egitto, l'altare sembra principalmente destinato a ricevere le offerte alla divinità di cibi e di bevande; quindi, il tipo più diffuso segue la stessa evoluzione, per le forme e per la materia, alla quale è soggetta la mensa profana. Infatti, tavole di pietra (hotep) sono state trovate in gran numero nelle tombe: esse hanno, di solito, forma quadrata e presentano una sporgenza parimenti quadrata su di un lato; sulla superficie superiore è raffigurata una stuoia sulla quale venivano deposti i cibi e piccoli vasi per le bevande e, talvolta, si notano alcune cavità per i liquidi. Tali tavole, oltre che nelle tombe, erano poste anche dinanzi alle statue.

Nei santuari sono parimenti frequenti basi quadrate, poligonali, cilindriche o a tronco di cono, sulle quali erano infisse tavole o lebeti emisferici; in altri casi, le tavole, rettangolari o quadrate, sono sorrette da quattro piedi in corrispondenza degli spigoli. Non mancano esempi di altari a più ripiani, che talvolta assumono proporzioni notevoli, elevandosi su di un podio rettangolare, come, ad esempio, quello del cortile del tempio di Medīnet Habu. In qualche caso all'altare si accedeva per mezzo di gradini; così, in quello del santuario di Deir el-Baḥrī o in quello, di poco più recente, riprodotto in un rilievo del tempio di Amenophis IV a Tell el-῾Amārnah, ma questo tipo è scarsamente diffuso in Egitto.

Illustrazione di tavole di offerta hotep egizie e altari a più ripiani

Varietà e Simbolismo in Asia Anteriore

Nelle varie città che si svilupparono sul suolo dell'Asia Minore, l'altare non presenta varietà considerevoli di forme. Predomina, fin dai periodi più antichi, il tipo di altare a mensa, destinato alla deposizione delle offerte. Talvolta un semplice rialzo intagliato nella roccia, con fori nella parte superiore per l'offerta dei liquidi, formava l'altare: così nelle città cananee di Megiddo e di Taannak, negli strati più profondi dello scavo, e, in età più recente, a Petra. Alla funzione di altare furono anche adibite tavole con piede centrale o con quattro sostegni agli spigoli e piano di pietra, di terracotta o, più frequentemente, di legno. Di questo tipo era la tavola per la deposizione dei "pani di proposizione" del tempio di Gerusalemme.

Presso i Babilonesi, l'altare principale è affiancato da un altare di foggia più o meno simile, ma di dimensioni più piccole e destinato a sorreggere un vaso per le offerte dei liquidi. Nel territorio babilonese è noto pure un altare a forma di parallelepipedo, sulla cui faccia superiore è incavata una specie di gradino in maniera da formare un secondo ripiano: è da supporre che vi fossero deposte separatamente le varie offerte. Altari a più ripiani sono noti anche a Petra, e a tale tipo si può avvicinare quello cosiddetto a trono, i cui esempi, spesso scavati nella roccia, sono piuttosto frequenti in Asia Minore. Inoltre, fin nelle civiltà più antiche, si trova in tale regione l'altare a banco, formato, cioè, da un parallelepipedo di mediocre altezza sulla cui faccia superiore sono infisse due stele sacre, simboli della presenza del nume: tale tipo è attestato nel dominio degli Hittiti (a Boğazköy), e nella Siria.

In quest'ultima regione sono anche noti altari di proporzioni modeste, talora portatili, che agli angoli della faccia superiore presentano quattro rialzi a forma di corno: secondo una ipotesi che appare fondata, essi deriverebbero da quelli che abbiamo prima ricordati: i corni vi sostituirebbero le stele e sarebbero stati spostati agli angoli per lasciare lo spazio alle offerte che dovevano essere bruciate. Anche presso gli Ebrei si parla di "corni dell'altare" (Esodo, xxvii, 2; xxix, 12; xxx, 10, ecc.), ma mancano le testimonianze monumentali.

Quando fu introdotto il sacrificio per mezzo del fuoco, la forma più semplice fu quella dell'altare costituito da un blocco di pietra squadrato a dado; di tale forma sono alcuni altari di Petra. Due altari trovati a Naqsh-i Rustam, non lungi da Persepoli, sono intagliati nella roccia a forma di piramide tronca con colonne agli spigoli ed incavata ad arco sulle facce; nella parte superiore, intorno all'orlo, corre una fila di merli triangolari. Né dovevano mancare altari formati di rozze pietre; anzi l'Esodo (xx, 25) prescrive appunto di costruire altari con pietre non tagliate. Altari in muratura nell'Asia Anteriore sono poco attestati: di forma quadrata e di argilla era l'altare sulla fronte di un tempio in Babilonia, di età piuttosto tarda; data la collocazione all'aperto, è probabile che servisse per sacrifici col fuoco, i quali, però, non appaiono troppo frequentemente attestati nel rituale babilonese.

Infine, sono attestati anche altari sorretti da un podio al quale si accedeva per mezzo di gradini: tale è l'altare di Takt-i Taus, formato da un blocco monolitico su cui poggiava l'altare vero e proprio ed al quale era addossato un secondo blocco di pietra, nel quale erano incavati sette gradini. Ancora più grandiosi sono gli altari a gradini, di cui un esemplare è stato rinvenuto presso Ur e un altro non molto lungi da Persepoli, benché soprattutto il primo non sia ricostruibile con sicurezza in tutti i suoi particolari.

Bruciaprofumi (Thymiatèria)

Per l'offerta dei profumi venivano usati speciali oggetti di foggia più o meno simile a candelabri: essi vengono indicati comunemente con il termine greco di thymiatèria e sono frequentemente riprodotti nei monumenti assiri. Sembra che l'uso di tali oggetti si sia propagato dall'Assiria, dove spesso venivano bruciati legni odorosi in onore della divinità, e candelabri di tale tipo sono stati trovati a Megiddo e Taannak in Palestina. Erano anche noti nel culto ebraico, come prova la descrizione del candelabro a sette bracci (mĕnōrāh) in Esodo, xxv, 31 ss. (benché non sia provato che esso esistesse prima dell'esilio); una copia del quale, probabilmente dell'esemplare che si conservava nel tempio più recente di Gerusalemme, di fattura (ἔργον) alquanto diversa dall'originale secondo la testimonianza di Giuseppe Flavio, variamente interpretata, si trova riprodotta fra le spoglie del bottino della guerra giudaica in un rilievo dell'arco di Tito a Roma. I bruciaprofumi erano, di solito, di metallo; altari di metallo non mancavano in Asia Minore, per esempio altari di bronzo.

Disegni di bruciaprofumi (thymiatèria) assiri ed ebraici

Collocazione degli Altari

In relazione al tempio, in culti asiatici gli altari erano di solito inclusi nel tempio stesso, anche se si hanno esempi (Babilonia) di altari posti dinanzi ad esso. Gli altari erano anche posti in altri luoghi destinati al culto pubblico o privato ed ancora più frequenti erano quelli situati all'aperto, sulla cima delle montagne, nei boschi sacri, presso le sorgenti dei fiumi. Anzi, è da ritenere che questi altari precedano la costruzione dei templi più antichi.

Erodoto (1, 131) afferma che i Persiani erano soliti sacrificare sulle cime più alte dei monti senza erigere altari; però, dopo la riforma religiosa del VII-VI sec., certamente dovettero sorgere altari su cui si consumava il fuoco sacro, che non doveva essere contaminato dalle carni delle vittime e nemmeno dal fiato dello stesso sacerdote. Infatti, ruderi di altari all'aperto sono numerosi sull'altopiano iranico e, presso la supposta tomba di Ciro, a Pasargade, sono stati rinvenuti due zoccoli monolitici quadrati, vuoti nella parte interna, che erano forse destinati a sorreggere altari.

Anche presso gli Ebrei il culto ebbe luogo originariamente all'aperto sulle alture, sotto gli alberi, presso le fonti. Con Salomone ha inizio il culto nel tempio e dopo la riforma di Giosia (621 a. C.) fu ritenuto idoneo per il sacrificio soltanto l'altare del tempio di Gerusalemme, pur non escludendo che potessero sorgere altari altrove.

Gli Altari nella Grecia Antica ed Ellenistica

L'Età Cretese-Micenea

Nella poesia omerica viene detto (Hymn. Hom., iv, 30) che la divinità protettrice della famiglia ha il suo posto nel centro della casa, e nella grande sala (μέγαρον) del palazzo miceneo è il focolare che deve essere considerato come altare, per lo stretto rapporto che lega in origine altare e focolare domestico: alla divinità, attraverso il fuoco ed il fumo, giungeva l'offerta. Anche nei palazzi omerici, nei cortili, sorgeva l'altare (Il., xi, 773; Odyss., xxii, 334); due altari vennero trovati nel cortile occidentale del palazzo di Cnosso a Creta ed uno in quello centrale del palazzo di Tirinto.

In questa civiltà, che si protrae attraverso il lungo periodo corrispondente all'Età del Bronzo, l'altare è spesso in relazione con il culto funerario e privato (anzi, in essa il culto privato appare dominante); lo provano l'altare della quarta tomba del recinto circolare di Micene e quelli delle dimore private di Creta e di Micene. Per quanto riguarda la forma, molto frequenti sono le cosiddette tavole di libazioni o di offerta, quadrate, rettangolari o circolari, di argilla o di pietra, spesso senza piede, talvolta con piede centrale o sorrette da tre o quattro piedi, con uno maggiore nel centro. Sulla faccia superiore erano cavità per deporvi le offerte di cibi o di liquidi. Anche alcuni tripodi in terracotta o pietra, con la faccia superiore incavata, devono essere interpretati come altari portatili: infatti, su di essi venivano bruciati incenso od altre offerte rituali, in onore delle divinità.

Le tavole di offerta erano, talvolta, infisse nel pavimento ed in alcune rappresentazioni esse sorreggono o circondano alberi sacri. Erano destinate anche a sacrifici cruenti (il sacrificio in cui le carni delle vittime erano bruciate non appare ancora documentato con sicurezza nella religione cretese-micenea, per quanto tracce dell'uso del fuoco, sia pure forse limitato alla sola purificazione, non manchino in recinti funerarî micenei); sopra una delle facce del famoso sarcofago di Haghìa Triàda il toro, già sgozzato, è disteso, infatti, sulla tavola. Nella stessa scena è riprodotto un altare a forma di dado sul quale liba una sacerdotessa. Altari di tale tipo non sono ignoti a Creta e nel continente; sono costruiti in un sol blocco di pietra o muratura; alcuni di essi presentano la facce laterali incavate: così nei due altari riprodotti nel rilievo della Porta dei Leoni a Micene, ma non sembra da escludere che in questi casi, più che di veri e propri altari, si tratti di basi o di sostegni di oggetti sacri. Lo stesso può essere affermato per la base a tre gradini, dipinta sull'altra faccia del sarcofago di Haghìa Triàda che, ad ogni modo, non trova altre analogie nei tipi noti di altari cretesi-micenei. Più sicuramente riconoscibili come altari sono alcune cavità rotonde, circondate da un muro formato di rozzi ciottoli; di tale tipo è l'altare della quarta fossa di Micene, già ricordato, e quello del cortile di Tirinto che, però, fu incluso in una muratura rettangolare, forse ancora verso la fine dell'età micenea.

Ricostruzione di altare miceneo e tavole di libazione

Periodo Classico ed Ellenistico

L'altare in Grecia viene designato con vari nomi: βωμός, ἑστία, ϑυμέλη, ἐσχάρα, τράπεζα; ma, mentre l'ultima parola ha il significato determinato di tavola per la deposizione delle offerte, non è possibile stabilire tra gli altri termini distinzioni precise. Sembra che, almeno nel significato originario, βωμός indichi l'altare che si elevava anche per piccola altezza dal suolo, mentre ἐσχάρα ed ἑστία sarebbero termini connessi soprattutto con il concetto di focolare, dove bruciava il fuoco per i bisogni domestici e del culto.

Sembra anche che ἐσχάρα, oltre ad indicare l'altare poco rilevato dal suolo, a guisa di focolare, designi pure la parte dell'altare su cui venivano bruciate le carni delle vittime. Strettamente affine appare il significato di ϑυμέλη, evidentemente derivato da ϑύω, sacrificare: comunemente, la parola viene riferita all'altare situato nel centro dell'orchestra del teatro e qualche scrittore antico (Poll., ii, 123) afferma che è sinonimo di βῆμα o βωμός. Ma ϑυμέλη è riferita spesso a numerose costruzioni rotonde che sembrano in relazione con divinità sotterranee e, secondo una recente teoria, anche l'orchestra del teatro sarebbe stata originariamente il recinto circolare della ἐσχάρα di un eroe o di Dioniso, cui, in alcune città, era affidata la protezione del pubblico focolare.

L'altare sorgeva nel cortile della casa, e altari erano dedicati agli dèi protettori della famiglia, delle fratrie, delle associazioni religiose. Quello comune della città sorgeva nel prytanèion ed il fuoco doveva esservi permanentemente alimentato: altari sorgevano in tutti i luoghi pubblici, nelle piazze o agorài, nel bouleutèrion, nelle palestre, nei ginnasi, nello stadio, nell'ippodromo, ecc. Non mancavano nei luoghi aperti e nei recinti sacri; quivi, spesso, accanto a quello della divinità principale, sorgevano altri altari dedicati a differenti divinità: così, sull'acropoli di Atene, nel recinto sacro alla dea Atena, è l'altare di Zeus Polièus.

Il culto in Grecia aveva prevalentemente carattere pubblico, quindi, con il progredire della civiltà e con l'estendersi dei centri abitati, aumentò il numero degli altari: nel IV sec. a. C., in Atene essi raggiungevano il centinaio. Nell'età ellenistica la diffusione nel mondo greco di nuovi culti determinò il sorgere di nuovi altari, ed egualmente vi concorsero il culto dei re, dei principi divinizzati e quello funerario, che nell'età ellenistica trova la massima diffusione. Ma l'altare è soprattutto in relazione al tempio: non è concepibile un tempio dinanzi al quale non sorga l'altare, il βωμὸς πρόναος (Aeschyl., Suppl., 493), che deve essere posto nella continuazione dell'asse del tempio: dove tale condizione non si verifica, occorre pensare a costruzioni di età differenti. Anche nell'interno dei templi non mancavano talvolta altari, come le tavole di offerta nei templi della Sicilia e dell'Italia meridionale (Selinunte).

Ricostruzione di un'agorà greca con altari pubblici e schema di un tempio greco con altare pronaios

Altari Emblematici nell'Arte e nella Storia

L'Ara di Pergamo: Un Capolavoro Ellenistico

L'Ara di Pergamo è un altare monumentale dedicato a Zeus e Athena, costruito a Pergamo. Eretto da Eumene II (197-160 ca. a.C.), re di Pergamo, sull'acropoli della città, si compone di un alto podio quadrangolare a gradinate, di 77 × 69 m, e da un recinto superiore circondato da un colonnato ionico. Il monumento poggia su una base quasi quadrata di 36×34 m, con colonne ioniche, alla quale si accede da una scalinata.

L'altare è decorato dalla Gigantomachia, un fregio a rilievo che si estende per 100 m (secondo alcune fonti) o 120 m e alto 2,28 m, che ricopre interamente la parte inferiore del podio, la quale si leva sui primi cinque gradini e presenta ai lati due ali aggettanti. In questo rilievo viene raffigurata nel marmo la lotta tra gli dei dell'Olimpo e i Giganti, allusiva alle guerre condotte dai re di Pergamo.

Questo rilievo è un esempio di arte ellenistica, caratterizzato da uno stile molto elaborato e drammatico, che è stato definito 'barocco' (utilizzando il termine come categoria sovratemporale). L'espressione dei volti è drammatica, e vengono sottolineati sentimenti quali ira, tristezza, disperazione, odio, emozioni lontane dalla classicità permeata da equilibrio e armonia.

Ricostruzione grafica dell'Ara di Pergamo con dettagli del fregio della Gigantomachia

Altare di Pergamo - storia dell'arte in pillole

L'Altare dell'Arcangelo a Monte Sant'Angelo

Oltrepassando la sagrestia presso l'angolo formato dalla parete di mezzogiorno con quella di occidente, si innalza l'Altare dell'Arcangelo, composto di un informe ammasso di pietre attorniate da lastre di marmo messe a casaccio e tenute ferme da spranghe di ferro. Sostengono ancora l'Altare i frammenti del preziosissimo ambone dell'Acceptus del 1041, illustrati dal Wackengal, il quale memore delle notizie da noi dategli, inviò da Basilea, in omaggio, la prima copia mandata in Italia.

La Statua di San Michele di Andrea Sansovino

La statua principale sull'altare è opera di Andrea Contucci detto il Sansovino ed è stata collocata nella Grotta nel 1507. Scolpita nel marmo bianco di Carrara, misura un metro e 30 cm di altezza, e rappresenta il principe delle milizie celesti, in atteggiamento da guerriero che calpesta Satana sotto le sembianze di un mostro, con il viso di scimmia, la coscia di capro, gli artigli di leone e la coda di serpente.

San Michele ha l'apparenza di un adolescente, dal volto atteggiato a sorriso; il capo scoperto è ornato da una chioma inanellata a serpentine, a riccioli, a boccoli e a ciocche ed è unico nel suo genere nella storia della scultura. Il braccio sinistro è teso verso il basso e quasi tutto avviluppato nelle pieghe del mantello che scende dall'omero. Il braccio destro, sollevato, impugna una spada disposta trasversalmente, in atto di minaccia. Veste la corta e aderente armatura di un legionario romano, con un ampio mantello militare che gli cade dietro le spalle.

L'opera fu commissionata dal Cardinale Antonio di Monte San Savino. Alle spese concorsero i quattro grandi di Spagna, i cui blasoni sono stati incisi araldicamente sul piedistallo della statua di San Michele. In occasione delle feste di San Michele, alla statua viene posta una corona sul capo e un bracciale, ornato da una figura di aquila, sul braccio sinistro. Il bracciale ricorda le aquile che, secondo la tradizione, riparavano i Vescovi pugliesi dai raggi del sole durante la processione, nell'episodio della terza apparizione. La spada prelevata dalla mano dell'Arcangelo viene recata in solenne processione per le vie di Monte Sant'Angelo il 29 settembre.

Il visitatore, per avere l'idea precisa della eccezionale opera d'arte del Rinascimento, unica che vi sia nella Puglia, dopo averla ammirata di fronte, la osservi di lato; a sinistra di chi guarda, il profilo dell'Arcangelo appare un po' sdegnoso, a destra è superlativamente angelica ed esprime la gioia del trionfo. Al di sotto dell'altare, nel corno dell'epistola, si apre una piccola nicchia in cui si osserva una porticina di argento col bassorilievo dell'Arcangelo, il quale col piede destro imprime l'orma sul sasso: è la stessa raffigurazione osservata sulla grossa campana.

Fotografia della statua di San Michele Arcangelo di Andrea Sansovino a Monte Sant'Angelo

Iconografie Precedenti e Successive

La più antica icona, per noi, è la statuetta di rame di stile bizantino, ricoperta di una patina verde (prima del restauro) la quale, in qualche punto, lascia intravedere la lucentezza del metallo. Ad essa seguì, in tempo indeterminato, una statua di pietra, indi quella magnifica di oro massiccio, lavorata nel 1351, ottenuta dalla fusione di molti oggetti preziosi e della conca in cui fu battezzato il re Carlo di Durazzo in Monte Sant'Angelo.

Nel 1447 fu collocata nella basilica una statua di argento massiccio offerto dal Re Alfonso e consacrata dal Cardinale Bessarione, la quale venne asportata da Ferdinando I di Aragona nel 1462 che a sua volta coniò i Coronati dell'Angelo; in ultimo fu donata dal Gran Capitano Consalvo di Cordova, nominato duca di Monte Sant'Angelo, l'opera mirabilissima del XVI secolo che ora si ammira nella Basilica.

L'Altare Corbinelli di Andrea Sansovino a Firenze

Contesto e Commissione

Un'altra significativa opera di Andrea Sansovino è l'altare commissionato dalla famiglia Corbinelli tra il 1490 e il 1492. Tale opera gli valse ammirazione e consenso, tanto che fu scelto per essere inviato dalla corte medicea quale scultore e architetto in Portogallo, dove il re aveva richiesto artisti di valore rappresentanti il nuovo movimento rinascimentale che fioriva a Firenze.

Caratteristiche Architettoniche e Iconografiche

L'altare si trova nella Cappella Corbinelli nella Basilica di S. Spirito a Firenze. La sua tripartizione, con eleganti lesene decorate da candelabri tra tre nicchie, ricorda gli archi di trionfo romani. Nella nicchia centrale un tabernacolo a forma di edicola ha un bassorilievo del Cristo risorto sulla portella, mentre nelle nicchie laterali si trovano le statue di San Matteo e San Giacomo, sormontate dai tondi con l'Arcangelo Gabriele e la Vergine annunciata.

Fotografia dell'Altare Corbinelli di Andrea Sansovino nella Basilica di Santo Spirito, Firenze

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