Origini e Evoluzione Storica
La monumentale Chiesa dei Santi Luca e Martina, oggi un capolavoro del barocco romano, sorge affacciata su uno slargo aperto sulla via dei Fori Imperiali, all’altezza dell’Arco di Settimio Severo. La sua posizione fu detta “in tribus foris”, perché posta tra il Foro Romano, il Foro di Cesare e quello di Augusto. Costruita in uno scenario tra i più belli della Roma antica, sebbene gli scavi ottocenteschi e la ristrutturazione dell’area archeologica degli anni Trenta abbiano snaturato la sua originale presenza, essa si trova nel luogo dove anticamente sorgeva una chiesa dedicata a santa Martina, martire romana.
La Fondazione Primitiva e i Primi Interventi
Le origini della chiesa risalgono al VII secolo, quando papa Onorio I (625-638) dedicò un edificio sacro a santa Martina, martirizzata a Roma nel 228. Fondata nell’aula del Secretarium Senatus, un edificio utilizzato forse come tribunale per i processi ai membri del Senato e situato sui resti di questo antico luogo, fu dedicata alla martire S. Martina. Lo stesso pontefice fissò al 30 gennaio il giorno festivo della santa, elevandola a compatrona di Roma. Dall'antica chiesa di Santa Martina aveva inizio la processione della Candelora, istituita da papa Gelasio che per primo, proprio da questa chiesa, distribuì i ceri benedetti al popolo di Roma. La chiesa venne restaurata una prima volta nel 1256 durante il pontificato di Alessandro IV. Il primo progetto di ristrutturazione, redatto da Ottaviano Nonni, detto il Mascherino, rimase inattuato per carenza di fondi: si realizzò soltanto un nuovo pavimento a un livello più alto di quello antico per ricavare un ambiente sotterraneo destinato ad accogliere le tombe degli accademici.
L'Affidamento all'Accademia di San Luca
Nel 1588 la chiesa fu concessa da Sisto V all’Accademia del Disegno di San Luca che ne entrò in possesso in sostituzione della distrutta chiesa di San Luca all’Esquilino, di cui ereditò il patronato. La precedente sede, la chiesa di San Luca dei Pittori all’Esquilino, prossima a Santa Maria Maggiore, era stata demolita per poter attuare il grande piano sistino incentrato sulla basilica mariana. La chiesa venne così ridenominata dei Santi Luca e Martina e nelle sue stanze e in quelle di un vecchio granaio adiacente si svolgevano le attività dell'Accademia.
Pietro da Cortona: Architetto e Devoto
Sul finire degli anni Venti del XVII secolo, Pietro da Cortona aveva già redatto un progetto di rinnovamento della chiesa secondo uno schema a pianta circolare che, tuttavia, la mancanza di mezzi non aveva permesso di attuare. Quando nel 1627 fu nominato protettore della confraternita il giovane cardinale Francesco Barberini e, soprattutto, quando nel 1634 Pietro da Cortona stesso divenne Principe dell’Accademia, fu possibile avviare più concreti progetti di rinnovamento.
Il Ritrovamento Miracoloso delle Reliquie di Santa Martina
Nel 1634, Pietro da Cortona, appena eletto Principe dell'Accademia, chiese ed ottenne di poter rinnovare a proprie spese la chiesa inferiore di Santa Martina per farne la sua cappella funeraria. Le opere vennero subito avviate, ma un evento straordinario, il ritrovamento delle reliquie della martire, avvenuto il 24 ottobre 1634, avrebbe suscitato grande scalpore e fatto mutare decisamente i piani. Il 25 ottobre 1634 affiorarono dagli scavi una cassa con molti resti e una lamina di terracotta con scritto "Qui riposano i corpi de’ Sacri Martiri Martina Concordio Epifanio con loro Compagno". L’episodio suscitò una grande ondata di commozione ed entusiasmo tanto che Urbano VIII si recò subito a rendere omaggio alla santa, impegnandosi nel contributo finanziario all’impresa di ricostruzione. Da parte sua, il cardinale protettore donò l’ingente somma di 6000 scudi per erigere l’altare maggiore, richiedendo la costruzione ex novo della chiesa.
La Visione Architettonica di Pietro da Cortona
Per volere di papa Urbano VIII Barberini, l'architetto cambiò allora il progetto iniziale, che prevedeva solo la trasformazione della cripta in sepolcro, ampliandolo per dare all’edificio l’aspetto attuale, con chiesa superiore a croce greca e cupola al centro del transetto e chiesa inferiore riccamente decorata da marmi policromi. La costruzione della chiesa, iniziata nel 1635 e interrotta più volte, si concluse nel 1679, dieci anni dopo la morte del suo progettista. Questa chiesa avrebbe sempre avuto un significato speciale per il maestro, perché nell’ambito della sua carriera d’architetto avrebbe conservato il primato di unico edificio interamente realizzato secondo le sue intenzioni. Pietro da Cortona, infatti, rielaborò il suo vecchio progetto sostituendo all’assoluta centralità della pianta cruciforme un rapporto più equilibrato tra le parti. Secondo il principio barocco della somiglianza illusiva di elementi dissimili, il maestro introdusse in pianta una certa diversità tra la maggiore dilatazione dell’asse principale rispetto a quello minore. Ottenne questo effetto mediante l’uso originale delle coppie di colonne giganti poste su un alto zoccolo alternate a lesene; questo motivo si estende alle pareti di tutto l’ambiente, con un ritmo più disteso nelle absidi, più contratto nei piloni centrali.
L'Architettura della Chiesa Superiore (San Luca)
La Chiesa dei Santi Luca e Martina è una delle testimonianze di maggior rilievo del Barocco romano ed è riconosciuta come un perfetto esempio di questo stile. È stata una delle prime chiese barocche progettate e costruite come un’unità completa e monolitica.
La Facciata e la Cupola
Si accede alla chiesa tramite l’articolata facciata principale, che fino alle recenti sistemazioni tardo novecentesche costituiva il fondale di via della Consolazione. La facciata di travertino, leggermente convessa nel mezzo, è tra le opere più belle di Pietro da Cortona. Con la facciata, anch’essa tipicamente barocca e a due ordini, si manifestò la nuova spazialità del Cortonese: la curvatura in avanti della porzione centrale della facciata impresse un moto d’effetto, come una compressione mal trattenuta dai brevi corpi laterali che tentavano di opporsi a quella convessità. Originariamente l’artista aveva previsto una facciata ben più vasta con ali laterali, una soluzione che avrebbe permesso un migliore inserimento della chiesa nell’ambiente circostante e dato maggior risalto alla cupola, oltre a mettere in evidenza l’articolazione plastica della zona mediana e i suoi effetti pittorici di chiaroscuro. Ma le ali laterali previste non furono mai eseguite nel progetto finale. Alla morte di Pietro da Cortona (16 maggio 1669) la costruzione della chiesa era compiuta nelle sue parti essenziali. L’architetto Angelo Torrone diresse i lavori di completamento della facciata secondo le indicazioni del maestro: il piano superiore invertì l’articolazione sottostante, tutto il prospetto fu serrato da una trabeazione continua che culminò con un timpano ricurvo sormontato da due angeli, eseguiti da Giuseppe Giorgetti, con lo stemma di Urbano VIII realizzato nel 1671 da Antonio Cartone; due vasi a torce fiammanti completarono ai lati il coronamento. La cupola è lievemente arretrata rispetto alla facciata e poggia su un tamburo circolare diviso da paraste in otto sezioni, con finestre a timpano e meravigliose cornici decorate con l’ape, simbolo araldico dei Barberini. La cupola e il tamburo espressero decisamente l’esito di una ricerca sulla verticalità e lo slancio degli elementi che composero la struttura.
L'Interno: Spazialità e Luce
L’interno, armonioso e monumentale con la sua profusione di fasci di pilastri e colonne ioniche, e austero nella sua bianchezza e candidezza, ha un’insolita pianta a croce greca: l’asse longitudinale è infatti più lungo di quello trasversale, ma entrambi terminano con absidi leggermente schiacciati. Al termine dei bracci sorgono i quattro absidi con una curvatura leggermente schiacciata. Tutto l’interno si presenta come un ambiente omogeneo e completamente bianco, evidenziando la propria neutralità e rigore, ed è sovrastato dalla meravigliosa cupola. Nei pennacchi sono presenti i simboli dei Quattro Evangelisti: l’aquila di San Giovanni, il toro di San Luca, l’angelo di San Matteo ed il Leone di San Marco. Il motivo delle colonne interposte a lesene e sormontate da una trabeazione diventò il tema dominante della struttura parietale e conferì solennità, cui contribuì il fatto che l’ordine di elevò su un alto piedistallo. Tutto l’ambiente interno fu disegnato dai fasci di luce provenienti da fonti nascoste, diffondendosi sulle pareti uniformemente candide. Anche la decorazione interna della cupola contribuì alla gradazione della luce che, percorrendo le articolazioni architettoniche, smaterializzò l’intera struttura. La luce fu, dunque, la protagonista di questa architettura che suggerì ed evocò un’atmosfera mistica e di sospensione.

Gli Altari e le Opere d'Arte nella Chiesa Superiore
La decorazione dell’interno della chiesa fu eseguita con la direzione di Ciro Ferri entro il 1679. L’altare maggiore, disegnato dal Cortonese, fu realizzato da Luca Berrettini e Domenico Tavolaccio. La pala con San Luca che dipinge il ritratto della Vergine è una copia eseguita da Antiveduto Grammatica del celebre dipinto di Raffaello che si conserva nella Galleria dell’Accademia. Sotto la mensa si trova la statua di Santa Martina del 1635 di Niccolò Menghini, che si ispira alla Santa Cecilia di Stefano Maderno. Nel tempo furono aggiunte molte altre opere, tra cui un rilievo in terracotta di Alessandro Algardi raffigurante Cristo morto con la Vergine e Dio Padre, donato nel 1698 all’Accademia da Ercole Ferrata e posto sull’altare prospiciente il corridoio d’accesso. Al 1720 risale la donazione di Sebastiano Conca del grande dipinto con l’Ascensione di Maria, posto sull’altare del braccio sinistro.

La Chiesa Inferiore (Santa Martina): La Cripta e il Sacro Reliquiario
La chiesa inferiore, riccamente decorata da marmi policromi, è dedicata alla santa martire Martina, della quale sono custodite le reliquie nell’altare maggiore. Per disposizione testamentaria di Pietro da Cortona, l’amministrazione della chiesa inferiore di Santa Martina venne affidata dopo la sua morte al Conservatorio di Sant’Eufemia, che ne è attualmente proprietario. La chiesa inferiore di S. Martina era in completo contrasto con la chiesa superiore di S. Luca.
Progetto, Struttura e Decorazione della Cripta
La chiesa inferiore, che ospita il monumento funebre di Pietro da Cortona, con un ricco monumento eseguito da Luca Berrettini su disegno di Ciro Ferri, e opere di noti artisti del Seicento, tra cui Alessandro Algardi e Sebastiano Conca, è invece riccamente decorata da marmi policromi e ornamenti di bronzo. La cripta fu pensata dal Cortonese come un reliquiario le cui pareti furono interamente rivestite di marmi policromi: il progetto, datato 1648 ma realizzato tra il 1657-59, ripeté lo schema a croce greca della chiesa superiore, aggiungendo due corridoi a crociera destinati alle sepolture, e al loro incrocio un ambiente ottagonale. La volta della cripta fortemente schiacciata richiama, con il cassettonato in scorcio e l’oculo centrale, la cupola del Pantheon. Mentre la chiesa superiore era spaziosa, monumentale, chiara nella sua planimetria e austera nella sua bianchezza e candidezza, la cripta inferiore era bassa e complicata nella sua planimetria e la cappella principale traboccante di ricchi marmi colorati e ornamenti di bronzo.

L'Altare delle Reliquie di Santa Martina
Al centro della cripta, in corrispondenza delle reliquie, si trova un eccezionale altare di bronzo intagliato e decorato ad intarsi di pietre preziose, realizzato su disegno di Pietro da Cortona da Giovanni Artusi. Cosimo Fancelli eseguì i bassorilievi con Santa Martina davanti alla Madonna disegnati dallo stesso Pietro da Cortona. L’altare principale fu lasciato completamente aperto in modo da poter essere visto da entrambe le parti anteriore e posteriore. La cappella principale che conteneva le reliquie della santa era posta sotto l’abside della chiesa superiore, con una piccola finestra che si apriva su una piccola corte, e collegata da un corto passaggio alla seguente cappella ottagonale. Da qui partiva un lungo corridoio che sorgeva sotto tutta la lunghezza del transetto e che riceveva luce dall’interno da tutte e due le parti finali del corridoio. L’apertura al centro del soffitto, coperta da una griglia, permette una vista della cupola della chiesa superiore.
Il "Martirio di Santa Martina": Un'Opera Chiave
La tela con Il Martirio di santa Martina, oggi di nuovo leggibile dopo il restauro, appartiene all’ultimo periodo della carriera di Pietro da Cortona. L’artista era stato incaricato dall’Accademia di San Luca di realizzare un nuovo edificio sacro. Nel corso dei lavori, Pietro realizzò il suo desiderio di rintracciare il corpo della santa (25 ottobre 1634), una circostanza che lo avrebbe segnato per il resto della sua vita, come provano la dedizione con cui si dedicò alla chiesa, le varie versioni della tela con la Vergine con il Bambino e santa Martina e il fatto, non comune, di aver nominato proprio la santa come propria erede testamentaria, una scelta che portò a una causa giudiziaria secolare. La tela con il Martirio di santa Martina, dove sembra evidente l’intervento della bottega al fianco del maestro, è stata temporaneamente utilizzata per adornare l’altare maggiore della chiesa durante una visita apostolica nel 1650. Non si può escludere che questa circostanza abbia spinto il prelato Vincenzo Bandinelli a commissionare all'artista, in vista della notizia pubblica del suo cardinalato, una versione più sontuosa del dipinto romano per la cappella Bandineli della chiesa senese di San Francesco.

Il Lascito Fabio Rosa e il Patrimonio dell'Accademia
Il lascito Fabio Rosa (1753) è uno tra i più importanti, per qualità e quantità delle opere, pervenuti all'Accademia di San Luca. Fabio Rosa (1681-1753), eccentrico personaggio nella Roma del primo Settecento, ecclesiastico con la passione dell’arte tramandata dalla famiglia (suo padre, Francesco, fu pittore e accademico di San Luca), decise di lasciare una parte dei suoi beni all’Accademia proprio «in gratitudine per la memoria» del padre. Il lascito, giunto nel 1753, era composto da 180 dipinti, alcuni dei quali nel tempo sono purtroppo andati dispersi. Nel 2017 l’Accademia ha pubblicato, introdotto da un saggio inedito di Geneviève e Olivier Michel, le analisi degli inventari del lascito condotte da Giulia De Marchi che, confrontando i documenti d'archivio, ha saputo ricondurre, nella quasi totalità dei casi, le opere degli elenchi settecenteschi a quelle oggi presenti in Accademia, consentendo così di chiarire questioni sino ad allora irrisolte sulla provenienza e l'attribuzione di molti dipinti.
I Restaurauri e la Riscoperta della Bellezza Originaria
La chiesa dei SS. Luca e Martina è stata da tempo interessata da una serie di interventi di restauro, curati dalla Soprintendenza per i Beni Ambientale e Architettonici di Roma. A partire dal 1985 i lavori, compiuti in vari lotti, hanno riguardato il lanternino, il rivestimento esterno in lastre di piombo della cupola, le superfici ad intonaco delle volute alla base della cupola, quelle del tamburo ed, infine, tutte le altre coperture della chiesa. Dal 1996 al '99, sempre a cura della Soprintendenza, sono stati realizzati gli interventi di restauro degli ambienti sotterranei della cripta, decorati con stucchi, preziosi marmi policromi e con un’architettura austera ma anche piena di plasticità e di movimento. Oltre alla pulitura di tutte le superfici marmoree che, ingiallite da strati di oli e cere sovrapposti, hanno ritrovato tutta l’intensità dei loro colori, il restauro ha determinato la scoperta della superficie originale, in uno stucco romano di ottima fattura, che ricopriva la volta della cappella al di sopra dell’altare. L’eliminazione degli strati di scialbo sovrapposti ha permesso inoltre di rimuovere l’alterazione del modellato degli stucchi, recuperandone i più raffinati particolari.
Nel 2001, con un cantiere-studio situato nel braccio destro della chiesa superiore, sono state effettuate delle indagini per l’individuazione delle coloriture originali dell’interno della chiesa. Grazie ad uno stanziamento unitario di fondi da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, si è aperto nei primi mesi del 2007 un cantiere di restauro, diretto dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per il Comune di Roma, che interessa tutto l’interno della chiesa, dalle superfici ad intonaco, agli stucchi, ai tre grandi altari, ai monumenti sepolcrali ed alle lapidi in marmo che ricordano gli accademici. L’operazione di restauro si propone lo scopo di riattribuire all’ambiente rivestito da intonaco tinteggiato, ricco di stucchi ed articolato da plastiche membrature formate da colonne, paraste e trabeazioni, quelle caratteristiche di plasticità e di nitore delle superfici che costituiscono una delle componenti primarie dell’architettura barocca e, in particolare, di quella ideata da Pietro da Cortona. L’interno della chiesa, ora attutito e mortificato da strati di tinteggiature, di oli, di cere e di sporco sovrapposti nel tempo, riacquisterà quella originaria, metafisica chiarezza uniforme, chiaramente allusiva della luce divina, realizzata attraverso un crescendo luminoso dal basso verso l’alto fino al tamburo, alla cupola ed al lanternino ed interrotta soltanto dalle macchie cromatiche dei tre altari marmorei, che costituiva un’intenzionalità fondamentale nella realizzazione di questa opera di Pietro da Cortona. Il restauro permetterà quindi ai visitatori di poter nuovamente apprezzare la qualità di un’architettura estremamente coinvolgente ed emozionante.
Paolo Portoghesi - La Chiesa dei Santi Luca e Martina
Rilievo nell'Architettura Barocca Romana
La chiesa dei SS. Luca e Martina nell'opera di Pietro da Cortona è un esempio emblematico. Il Barocco romano ritenne sempre una caratteristica identità, pur attraverso tutte le variazioni personali dei vari architetti. Una vera plastica integrazione caratterizzò i progetti del Cortona, in particolare la chiesa di Santa Maria della Pace e soprattutto il suo più grande capolavoro, le chiese di SS. Luca e Martina in Roma, che furono le prime chiese barocche progettate e costruite come una unità completa e monolitica. Invece di prendere o considerare cellule spaziali o membrane di pareti come suo punto di partenza, il Cortona impose la sua continua serie di membri plastici, la cui variante densità costituì uno spazio che apparve eminentemente vivo. Questo processo fu evidente nel suo primo progetto a Roma, la villa Sacchetti (1625-1630).