La Basilica di San Prospero a Reggio Emilia, dedicata al patrono della città, è un monumento di grande valore storico e artistico, la cui storia è intessuta di fondazioni antiche e successive ricostruzioni.
Origini e le Fasi Fondative
L’attuale chiesa di San Prospero sorge sul luogo dell’antica basilica fondata nel 997 da Teuzone, vescovo di Reggio, con l'intento di porre al riparo le reliquie del Santo Patrono della città, all’interno della cinta muraria del Castrum Vescovile. La Basilica di San Prospero ha attraversato nel tempo numerose ricostruzioni fino a giungere alla versione odierna; la sua prima chiesa costruita, infatti, venne consacrata nel 997. Va notato che, ai tempi, esisteva già un altro monastero dedicato a S. Prospero e sorgeva fuori dalle mura della città.
Agli inizi del XVI secolo, la chiesa si trovava in cattive condizioni e subì un restauro finanziato da Girolamo Pratoneri, ricco cittadino reggiano. Poco più tardi, nel 1514, col contributo del Comune, la chiesa venne riedificata dalle fondamenta. La chiesa, fondata nel X secolo, fu ricostruita da Luca Corti e Matteo Fiorentini fra il 1514 e il 1523. Nonostante gli sforzi, il Comune ne promosse la ricostruzione ma, solamente nove anni dopo, a lavori pressoché terminati, cedettero le fondamenta della cappella maggiore. La Basilica fu finalmente riconsacrata nel 1543, in seguito ad un’ulteriore ristrutturazione.
Il Patrono San Prospero
Il Patrono Prospero visse nel V secolo e fu il vescovo di Reggio Emilia tra il 480 e il 505 circa. In quegli anni, i territori dell’impero romano - ormai decaduto - erano sottoposti a continui saccheggi e devastazioni da parte dei barbari. Reggio Emilia, ai tempi un piccolo paese privo di difese, resistette all’incursione barbara grazie all’intervento del vescovo. Per fronteggiare l’avanzata, Prospero riunì la comunità in preghiera nella chiesa di Sant’Apollinare, ma l’esercito continuava ad avvicinarsi. A questo punto, tradizione volle che Prospero in persona si recò nelle campagne per chiedere a Teodorico di fermare l’avanzata. Poiché nemmeno le parole servirono a nulla, Prospero alzò le braccia al cielo e un’improvvisa nebbia avvolse la città sino a farla scomparire. Ogni 24 novembre Reggio Emilia festeggia San Prospero.
La Basilica e la torre di San Prospero costituiscono un fondale scenico monumentale straordinario per chi si immette nella caratteristica piazza omonima. Reggio Emilia, nel cuore del centro storico, la Basilica di San Prospero domina l’omonima piazza con la quale conserva un forte legame.

L'Architettura Esterna: Facciata e Campanile
La Facciata Barocca di G.B. Cattani
La facciata dell’attuale chiesa risale alla metà del Settecento. L’architetto G.B. Cattani progettò un’ossatura a due ordini sovrapposti, secondo un sistema che ricorda più il classicismo del primo barocco che l’eleganza del rococò. La facciata, ridisegnata da Giovan Battista Cattani a metà ‘700, ha un forte risalto plastico grazie al gioco continuo fra le nicchie e le cornici. La facciata, costruita da Giovan Battista Cattani tra il 1748 e il 1753 con sculture di Angelo Finali, ospita undici statue di Santi protettori e Dottori della Chiesa. Sei delle quali sono incastonate in apposite nicchie, mentre le restanti cinque si innalzano sulle sommità.
I Leoni Stilofori e la loro Storia
Al limite del sagrato sono collocati sei caratteristici leoni in marmo rosso di Verona la cui funzione originale era il sostegno di sei colonne per i tre pronai posti davanti alle porte della Basilica. Le sculture sono probabilmente di epoca romanica, sono quindi parti di reimpiego. L’intervento del XVI secolo, probabilmente localizzato sulla facciata, comprendeva anche l’inserimento dei sei leoni stilofori in breccia rossa di Verona, ancora oggi presenti sul sagrato, posti forse originariamente a sostegno di tre protiri. I leoni furono sistemati nella posizione attuale nel 1748 e in origine avrebbero dovuto sorreggere sei colonne, di cui erano il basamento; tuttavia, il progetto delle colonne non fu mai portato a termine e così, i leoni, assunsero una veste decorativa. Ai limiti del sagrato, si trovano sei leoni in marmo rosso, attribuiti a Gaspare Bigi. Di attribuzione allo scultore reggiano Gaspare Bigi sono infatti i basamenti dei leoni, uno dei quali presenta il profilo del nobile reggiano Girolamo Pratonieri, finanziatore della ricostruzione della chiesa. Non è ben chiara la loro originaria destinazione.

Il Campanile Incompiuto: Un Simbolo Cittadino
A destra della facciata si eleva il campanile ottagonale incompiuto, ideato dall’architetto Cristoforo Ricci, poi riveduto nel progetto da Giulio Romano, importante esponente della Maniera, allievo di Raffaello Sanzio. La costruzione della torre è iniziata nel 1535, sotto la direzione degli architetti reggiani Leonardo, Alberto e Roberto Pacchioni, su disegno dello scultore Cristoforo Ricci. Il campanile cinquecentesco di San Prospero presenta forma ottagonale ruotata di circa dieci gradi, in senso orario, rispetto alla chiesa. Nel progetto iniziale erano previsti diversi ordini architettonici: dorico, ionico, corinzio e composito; quest’ultimo non fu però realizzato. Cristoforo Ricci si dedicò alle sculture del primo piano che, dopo la sua morte, furono continuate dallo scultore Prospero Sogari che nel 1555 completò in stile corinzio il terzo ordine della torre. Al 1570 risalgono gli ultimi interventi alla torre, che rimarrà incompiuta come oggi la vediamo.
La roccia che riveste la cinquecentesca torre ottagonale di San Prospero, uno degli edifici simbolo della nostra città, è l’arenaria, cioè sabbia che ha subito nei millenni un processo di cementazione naturale. Una torre di sabbia, mancante dell’ultimo ordine e della cupola, ma uno dei simboli più cari ai reggiani. Le forme settecentesche della facciata contrastano con il severo stile cinquecentesco della Torre. La torre è a pianta ottagonale; nel progetto iniziale erano previsti cime e decoro nei diversi ordini architettonici: dorico, ionico, corinzio e composito, ma quest'ultimo non fu realizzato. Il Ricci iniziò le sculture al primo piano ad ordine dorico; dopo la sua morte furono continuate dallo scultore Prospero Sogari che nel 1555 completò in stile corinzio il terzo ordine della torre.

L'Interno della Basilica: Struttura e Decorazioni
L’interno, semplice e solenne, ha una base a croce latina: si struttura in tre navate, una cupola e un abside. La pianta, a Croce latina, è infatti a tre navate. La maggiore è impostata su tre grandi quadrati, coperti da volte a vela, sorrette da coppie di colonne doriche in arenaria, oggi rivestite da intonaco a finto marmo. Le tonalità chiare esaltano le decorazioni delle colonne e trasmettono un senso di armonia. L’impronta stilistica della chiesa si rifà in parte a modelli di matrice toscana, ad esempio il Duomo di Faenza di Giuliano da Majano. In questo ambiente, spiccano la cupola e l’abside, squisitamente affrescati.
Il Magnifico Ciclo di Affreschi Absidali di Camillo Procaccini
L’opera pittorica più straordinaria ed eclatante della basilica è costituita dagli affreschi dell’abside, con Il Giudizio Universale, affrescato da Camillo Procaccini tra il 1585 e il 1587. Qui, in un turbine di figure, si assiste alla chiamata al cielo delle anime dei beati, mentre nella parte bassa i diavoli cacciano i dannati all’Inferno. Il ciclo pittorico absidale, raffigurante il Giudizio Universale, risale alla fine del 1500 ed è, in gran parte, opera di Camillo Procaccini.
Il Cristo, collocato nel punto più alto della conca absidale, con un gesto risoluto ma carico di umana pietà, invita le anime a salire. Intorno a lui, adagiati sulle nubi, angeli e Santi del Paradiso sono dipinti con colori freschi e cangianti, accesi da stridenti contrasti cromatici. Gli apostoli Andrea e Pietro troneggiano nel primo “girone”, mentre sotto di loro, disposti secondo precise gerarchie, trovano posto gli Evangelisti con i Santi protettori della città.
Dal clima sereno del Paradiso si passa, senza soluzione di continuità, all’atmosfera carica di pathos della Resurrezione degli eletti. Nella Resurrezione, i risorti (o salvati) emergono faticosamente dalle sepolture protendendosi trepidanti verso il cielo, nel quale saettano, con le loro lunghe trombe, i quattro Angeli del Giudizio. Fra le scene di potente verismo e crudezza si osservano la Resurrezione dei morti e il Seppellimento di Cristo. Il complesso degli affreschi è completato dalla Deposizione di Cristo nel sepolcro, dipinta dallo stesso Procaccini, e dai quadroni laterali realizzati ad affresco da Bernardino Campi. Altri begli affreschi del Procaccini si trovano nella cappella maggiore e rappresentano le Virtù cardinali.

La Cupola: Storia di una Realizzazione Complessa
La costruzione della cupola era già stata prevista nel progetto del 1514, quando fu costruito l’attuale tiburio destinato a contenerla. Nel 1643, il Capitolo di San Prospero chiese e ottenne dal Comune un finanziamento di 500 ducatoni per la costruzione della cupola. L’impresa, tuttavia, venne giudicata troppo costosa, e in sostituzione si decise di realizzare un semplice lanternino. La piccola lanterna ottagonale fu quindi realizzata da Girolamo Beltrami, mentre la rimanente parte del finanziamento fu devoluta per la costruzione di sei candelieri d’argento.
La decorazione della cupola, raffigurante L’ingresso al cielo di San Prospero, fu realizzata soltanto nel 1885 per mano del pittore Giulio Ferrari. La decorazione della cupola risale al 1885, per mano del pittore Giulio Ferrari, Cirillo Manicardi, Guido Manicardi e Alberto Lugli, con San Prospero in gloria di angeli. Gli affreschi rappresentano l’Ingresso al cielo di San Prospero, mentre nei pennacchi sono effigiati i quattro Dottori massimi della chiesa. Nei sottarchi e dei pilastri vengono riproposte le pitture che erano state precedentemente realizzate dall’artista Camillo Procaccini nel coro della basilica, nel 1587. Via via che si procede verso l’alto, però, le figure assumono una posa più moderna. Il tutto trova culmine nella cupola, nella figura del santo e in quella di un giovane che regge il grande stendardo della Comunità.

Il Pregevole Coro Ligneo e Altre Opere
Un capolavoro dell’arte della lavorazione a intaglio e della tarsia, che si afferma a Reggio Emilia fin dalla metà del Quattrocento, è l’antico coro ligneo realizzato nel XV secolo da Cristoforo e Lorenzo Genesini. Il prezioso coro in legno, opera dei De Venetiis del 1546, intarsiato con paesaggi campestri, nature morte e prospettive urbane, costituisce per la tecnica raffinata un capolavoro dell'arte della lavorazione ad intaglio e della tarsia. Il coro ligneo, realizzato da Cristoforo e Lorenzo Genesini tra il 1457 e il 1461, fu successivamente ricostruito da Cristoforo e Giuseppe De Venetiis tra il 1545 e il 1546.

Tra le altre opere, spicca la splendida Pala dell’Assunta, capolavoro di Tommaso Laureti e Ludovico Carracci, eseguito nel 1602. Nel transetto di sinistra si trova il bel crocifisso cinquecentesco di Prospero Sogari. Inoltre, nella parete sinistra di una cappella è scolpita un’altra opera di Bartolomeo Spani del 1508: il monumento funebre al vescovo Bonfrancesco Arlotti.
Le Opere d'Arte Prelevate: Tesori Persi
La basilica custodisce preziose opere d’arte e ancor più ne custodiva prima dei prelievi effettuati dai duchi d’Este fin dal secolo XVII. Reggio Emilia pagò, nel corso del Seicento, un prezzo altissimo all'amore per l'arte dei duchi estensi. La diretta conseguenza di alcune scorrette strategie politiche, diplomatiche e militari di Francesco III d’Este, che regnò dal 1737 al 1780 e passò alla storia come il duca illuminista di Modena, fu un esilio, e nell’arco dell’esilio si verificò anche un disastro.
Sui carri che si apprestavano ad attraversare le Alpi c'erano numerose opere che, pur mancando da diversi decenni dalla città, provenivano da chiese reggiane. Reggio infatti aveva pagato un prezzo altissimo all'amore per l'arte dei duchi estensi, amore che si era spesso esplicitato in una rapinosa spogliazione di chiese, oratori e conventi, con opere del Correggio, del Procaccini, dei Carracci, del Reni, dello Spada e del Tiarini, diventati parte della collezione modenese, privando la città di autentici capolavori. E così anche le opere più prestigiose della Basilica di San Prospero, come l'"Adorazione dei Pastori" del Correggio, la "Madonna di San Matteo" di Annibale Carracci e la "Madonna e tre Santi" del Reni, dopo essere state vergognosamente asportate dagli originari altari, finirono prima nella collezione estense e più tardi presero la via di Dresda, capitale della Sassonia, per appianare i debiti dei duchi.
Fra le opere che si trovavano nella Basilica vi erano il quadro di Guido Reni con la Madonna e i SS. Crispino e Crispiniano, la Madonna di San Matteo di Annibale Carracci e la celeberrima Pala dell’Adorazione dei pastori del Correggio nota come La Notte (oggi entrambe a Dresda). Nella quinta cappella a destra si trovava La Notte, capolavoro del Correggio, requisito dal Duca di Mantova e ora alla Pinacoteca di Dresda. Nella sesta cappella a destra si ammiravano due belle tele del Tiarini.
"La Notte" del Correggio: un Capolavoro di Luce
L'"Adorazione dei pastori", conosciuta anche come La Notte, è un dipinto a pittura a olio, databile al 1525-1530 circa e conservato nella Gemäldegalerie di Dresda. È in assoluto uno dei capolavori di tutta la produzione artistica del Correggio e uno degli esempi più affascinanti del genere notturno nell'arte italiana del Cinquecento. Il quadro fu commissionato nel 1522 da Alberto Pratonieri e posto sull'altare della cappella di famiglia, nella Chiesa di San Prospero di Reggio Emilia.
L'opera ben rappresenta le novità che il Correggio introduce nelle pale d'altare negli anni della sua maturità e che diventeranno patrimonio comune di tanta pittura posteriore. La composizione fortemente asimmetrica, la disposizione dei personaggi secondo un taglio in diagonale, l'ambientazione dell'evento nel paesaggio dimostrano con quanta libertà il pittore si ponga nei confronti del severo classicismo romano. Ma è soprattutto con l'uso della luce, una luce miracolosa che emana dal Bambino, fulcro della composizione, e che riverbera sul viso dolcissimo della Madonna, sugli astanti abbagliati, sugli angeli che dal buio irrompono a frotte, che il Correggio, realizzando uno dei primi notturni della storia dell'arte, crea un'atmosfera carica di intimo lirismo e un forte coinvolgimento emotivo. La fortuna della Notte fu veramente straordinaria, tanto che moltissimi pittori italiani e stranieri (come El Greco e Rubens) si recarono a Reggio per ammirarla.

La "Madonna di San Matteo" di Annibale Carracci
Se La Notte è una delle pochissime opere dipinte dal Correggio per la città di Reggio Emilia, la "Madonna di San Matteo" di Annibale Carracci, commissionata dall'Arte dei Mercanti del Panno per la cappella da loro patrocinata, sta a testimoniare gli intensi rapporti che il pittore bolognese ebbe con la comunità reggiana negli anni che precedettero la sua partenza per Roma: dal 1587 al 1595, infatti, ben cinque sue grandi pale giunsero a Reggio. In quest'opera la Madonna, seduta su un alto trono, è circondata dai Santi Giovanni Battista, Francesco e Matteo; sullo sfondo un brano paesaggistico suggerisce l'ambientazione "eroica" nella quale avviene la Sacra Conversazione. I gesti eloquenti e la puntuale caratterizzazione dei personaggi, frutto di un'adesione convinta ai dettami della Controriforma, rendono la scena altamente persuasiva.
La "Madonna e tre Santi" di Guido Reni
Uno schema compositivo simile a quello della pala del Carracci lo ritroviamo anche nella "Madonna e tre Santi" realizzata da Guido Reni nel 1621, dopo il suo trionfale soggiorno romano; l'atmosfera che la pervade è tuttavia più intima e raccolta. I Santi Crispino, Crispiano e Paolo, figure di grande dignità formale, si dispongono ai piedi della Madonna assisa su di un trono rialzato; un moto ascensionale che parte dal basso a destra, con ritmo lento e pausato, culmina nella figura serpentinata del Bambino.