Altare di San Girolamo: Storia, attribuzione e caratteristiche

L'origine e l'attribuzione di questo complesso scultoreo costituiscono uno dei problemi più intricati della scultura rinascimentale bresciana.

Elementi di datazione e prime testimonianze

L'unico elemento utile a indicare una qualche datazione precisa è l'effigie di papa Giulio II scolpita sul lato interno del basamento della colonna sinistra. Questa rappresenta un sicuro post quem, poiché è desunta dal recto di una delle medaglie che il Caradosso e Gian Cristoforo Romano realizzarono in onore del papa a partire dal 1506.

Le prime testimonianze certe sull'altare, in ordine di tempo, si hanno solo a partire dagli anni 1520. Nel 1521, Simone Rovati stipula un contratto con Maffeo Olivieri per una pala lignea da collocare su un altare imprecisato della chiesa di San Francesco a Brescia. Sei anni dopo, nel 1527, il prevosto della chiesa di San Lorenzo Alessandro Averoldi, in una scrittura privata, concede una stanza in affitto al pittore Callisto Piazza in cambio, oltre al denaro della locazione, di una pala "qual sia de bontà a similitudine del quadro lui ha fato per domino Simon de Roado posto in Sancto Francescho".

Bisogna attendere la visita apostolica di san Carlo Borromeo del 1580 per rendersi finalmente conto che è proprio il primo altare destro della chiesa di San Francesco, quello in oggetto, ad essere sotto il patronato acquisito decenni prima da Simone Rovati, con l'intitolazione a san Marco e con anche una dotazione, stabilita dal Rovati nel suo non pervenuto testamento, datato al 1522 dalle annotazioni della visita apostolica.

Stupisce, a questo punto, non trovare alcun San Marco nella pala del Piazza commissionata all'epoca da Simone Rovati per il suo altare, il che lascia supporre che, dagli anni 1520 al 1580, l'intitolazione fosse cambiata.

Si nota inoltre come, paradossalmente, tutto ciò non sia di alcun aiuto per la datazione dell'apparato lapideo, in quanto sicuramente precedente al 1521 e quindi all'acquisizione del patronato da parte del Rovati, il quale sicuramente lo trovò già installato.

Vista generale dell'altare con le colonne e le sculture decorative

Attribuzione e confronti stilistici

Federico Odorici, nel 1853, è il primo a segnalare a questo altare la Santa Margherita d'Antiochia tra i santi Girolamo e Francesco d'Assisi del Moretto, storicamente indicata nella quinta cappella sinistra della chiesa e quindi evidentemente traslata per riempire il vuoto lasciato dalla tela del Piazza.

Il Meyer, nel 1900, è il primo a trattare criticamente di quest'opera, arrivando a stupirsi della scarsa considerazione riservata a quella da lui giudicata come una delle migliori opere del Rinascimento bresciano, della quale apprezza anche la composizione architettonica.

Sempre il Meyer è anche il primo a riconoscere sui rocchi inferiori delle due colonne libere un originalissimo adattamento scultoreo ad andamento circolare, senza soluzione di continuità, della Zuffa di dei marini del Mantegna, ponendo inoltre in rapporto le figure qui presenti con quelle sui medaglioni istoriati del mausoleo Martinengo.

Anche Antonio Morassi, nel 1939, identifica i riscontri tra l'altare in San Francesco e il mausoleo Martinengo, con la conseguenza di portarlo come uscito dallo scalpello di Maffeo Olivieri, secondo l'errata ricostruzione dello studioso che avrà gravi conseguenze sugli studi critici del XX secolo, fino ad essere smentita solo nel 1977 dal Boselli.

La paternità di Gasparo Cairano su questo apparato lapideo è stata riproposta da Vito Zani nei primi anni del XXI secolo nell'ambito di una serie di studi mirati sullo scultore, con particolare riferimento ai due Monaci in sommità e alle tipologie delle figure nei fregi con la Zuffa.

Evidenti affinità dal punto di vista della concezione architettonica e compositiva dell'altare si trovano anche nella chiesa di San Pietro in Oliveto, al cui cantiere ha sicuramente partecipato il Cairano almeno con il ciclo di Apostoli, dove le cappelle laterali della navata sono concepite allo stesso modo.

Anche l'elaborato fregio, di ottima fattura, sembra mutuato dall'esperienza maturata dallo scultore nei fregi dello stesso tipo alla Loggia e ancora riproposti nell'arca di sant'Apollonio e nel mausoleo Martinengo.

Dettaglio scultoreo del fregio con la

Ipotesi sulla committenza

Vito Zani, nel 2010, azzarda infine una proposta inedita per la ricostruzione delle origini dell'altare: lo studioso ipotizza che esso sia stato commissionato dal bresciano Mattia Ugoni, ordinato vescovo di Famagosta da papa Giulio II nel 1504 e quindi a lui evidentemente grato.

Un patronato dell'Ugoni, comunque, è noto solamente a partire dal 1519 e legato alla chiesa di San Giuseppe, non a caso proprio dal periodo in cui hanno inizio le notizie documentarie su Simone Rovati, che nel 1521 interviene su un altare stranamente privo di pala. In tal caso, il patronato dell'Ugoni sarebbe durato pochissimo, senza possibilità di lasciare documenti ai posteri.

Informazioni storiche sull'altare di San Girolamo

La chiesa di San Girolamo, la cui origine non è documentata, trae il suo nome dal santo ravennate, legando la sua storia ai primi secoli della Chiesa reggiana. Nel 1443, con la fondazione della confraternita di San Girolamo, la chiesa, allora antichissima, non officiata e in rovina, divenne la sua sede. La confraternita acquistò la cappella e l'orto di San Vitale dalle monache di San Raffaele il 6 novembre 1443.

Nel 1600, Ippolito Pratonieri, di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa, portò un disegno e le misure del Santo Sepolcro di Gerusalemme, desiderando riprodurlo all'interno della chiesa. Il 28 aprile 1646 fu posta la prima pietra dell'attuale edificio, progettato dall'architetto e scenografo Gaspare Vigarani.

L'Oratorio di San Vitale, chiamato anche Oratorio di Confratelli, ospita le funzioni della confraternita. La Rotonda, a pianta circolare, presenta un altare centrale. La cripta, una chiesa sotterranea, comprende due cappelle e una fedele ricostruzione del Santo Sepolcro, basata sulle misure riportate da Ippolito Patronieri.

Il volume "Quasi un Sacro Monte", curato da Adorni e Monducci, evidenzia la complessità architettonica e spirituale della chiesa, incentrata sulla Passione di Cristo. Una curiosità è legata a una formella in cotto raffigurante Cristo in Croce, che viene illuminata da una luce particolare verso le 8 del 14 settembre, giorno in cui il calendario liturgico celebra l'Esaltazione della Croce.

Nel 1551, la Certosa subì una devastazione ad opera delle truppe spagnole-pontificie. La costruzione dell'attuale chiesa barocca, che sostituì quella gotica, iniziò nel 1671-1673 su progetto di Francesco Pescaroli, ma la consacrazione avvenne solo nel 1722, con la facciata e la copertura della cupola ancora incomplete. Nel 1769, il monastero fu soppresso da Ferdinando I di Borbone, e la chiesa riaprì al culto.

Dal dicembre 1975, la struttura ospita la "Scuola Militare Agenti di Custodia", poi diventata "Scuola di Formazione di Polizia Penitenziaria". La chiesa fu ricostruita tra il 1671 e il 1673 su disegno di Francesco Pescaroli e terminata nel 1722. Il campanile quadrangolare risale al 1723, su disegno di Adalberto Della Nave.

L'interno, a pianta a croce greca coperta da una cupola centrale e quattro cupolini, è un esempio di illusionismo decorativo con effetti scenografici delle quadrature di Alessandro Baratta e Gian Battista Natali.

Il nome del complesso monumentale evoca il romanzo "La Certosa di Parma" di Stendhal, ambientato nella città emiliana, che lo scrittore visitò nel 1814.

Evoluzione storica della Chiesa di San Girolamo

La prima testimonianza scritta dell'esistenza della chiesa risale ai registri "Rationes decimarum italianae" dei secoli XIII e XIV, quando era conosciuta come "Ecclesia San Geroldi", chiesa di Santa Maria di Nazaret o della Madonna di San Girolamo, pagando un tributo annuo di 12 grana alla Città del Vaticano.

Originariamente, l'attuale chiesa potrebbe essere stata un'edicola dedicata a Santa Maria Vergine, forse eretta in seguito a presunte apparizioni. Già nel 1581, una relazione autentica presso la Curia Vescovile di Sora attesta che la chiesa godeva di numerose rendite, tra cui appezzamenti di terreno e la costa del monte da Civitavecchia al quartiere Colle.

L'assetto della chiesa fino al 1700 è poco documentato. Tuttavia, nel 1710, si presentava come una piccola grotta ornata da pitture, con un altare dedicato alla Beata Vergine Maria, la cui immagine era in una nicchia. L'ingresso era delimitato da una cancellata lignea.

L'afflusso dei fedeli a questo eremo, inizialmente di proprietà delle Monache Benedettine e poi pertinente alla parrocchia di San Michele Arcangelo, è stato costante. Nel 1735, i devoti costruirono la sagrestia, parzialmente scavata nella roccia. Tra il 1735 e il 1766, la chiesa subì danni ma fu riparata, ampliata e dotata di arredi sacri grazie alla devozione dei fedeli.

Nel 1766, l'impianto presentava due altari: uno scavato nella roccia dedicato alla Vergine Maria e un altro, non ancora consacrato, dedicato al SS. Crocifisso. Fu realizzato uno spazio centrale per il culto, antistante l'abside circolare con l'altare maggiore, e una fila di nicchie nella parete rocciosa.

Tra il 1766 e il 1779, venne aggiunto un altro altare dedicato a Sant'Agata e San Girolamo. La chiesa non subì modifiche sostanziali fino al 1836, quando fu eretta la Scala Santa, comportando lo spostamento dell'altare del Gesù Crocifisso.

Nel 1836, furono richiesti fondi per la realizzazione delle volte a crociera, dell'orchestra per l'organo, lo spostamento delle campane, l'ampliamento di finestre e la creazione di un camerino per la sagrestia. Successivamente, furono realizzati locali di servizio per l'alloggio del canonico.

Dalla seconda metà dell'Ottocento, gli interventi si limitarono all'inserimento in facciata di un offertorio in marmo con epigrafe del 1909.

Tra il 1735 e il 1766, per motivi sconosciuti, la chiesa subì danni che richiesero riparazioni, ampliamenti e l'aggiunta di arredi sacri. Nel 1766, l'impianto includeva due altari: uno nella roccia dedicato alla Vergine Maria e un altro dedicato al SS. Crocifisso. Fu creato uno spazio centrale per il culto e una fila di nicchie nella parete rocciosa.

Tra il 1766 e il 1779, venne aggiunto un altare dedicato a Sant'Agata e San Girolamo.

Il Convento di San Girolamo fu costruito dai Marchesi Fregoso nel 1560 ed è definito "la più bella chiesa barocca del Montefeltro". Grazie alle cure delle famiglie nobiliari, la chiesa conserva diverse opere d'arte di pregio.

Alcune opere presenti nella Chiesa della Beata Vergine delle Grazie necessitano di restauro. Mentre alcuni dipinti sono in buono stato, altri presentano alterazioni significative, depositi organici, cadute del tessuto pittorico e vernici ossidate. Anche alcune cornici sono danneggiate.

La Chiesa della Beata Vergine delle Grazie e il complesso di San Girolamo, incluso il Museo delle Arti Rurali, sono aperti al pubblico con visite guidate. È possibile anche organizzare visite su appuntamento, o visitare il complesso nei weekend da maggio a ottobre e a dicembre.

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