Un Corso di Formazione e il Contesto Romano
In questa occasione, mettiamo a disposizione la trascrizione del VI incontro, dedicato alla Lettera agli Ebrei, del corso di formazione per catechisti sulla storia della chiesa di Roma. Questo corso è proposto dall’Ufficio catechistico della diocesi di Roma e si è tenuto il sabato 1/3/2008, presso la chiesa di San Lorenzo de’ Speziali in Miranda.
Appena possibile saranno on-line anche le trascrizioni delle successive lezioni. Il calendario degli incontri con l’indicazione dei luoghi nei quali si svolgono è on-line sul sito dell’Ufficio catechistico della diocesi di Roma (www.ucroma.it). Il testo è stato sbobinato dalla viva voce degli autori e conserva uno stile informale.
Le trascrizioni dei primi cinque incontri, dedicati alle basiliche di Santa Prisca, di Santa Maria in Aracoeli, di San Marco, di San Pietro in Vincoli e di San Clemente, e rispettivamente, agli Atti degli Apostoli, alla Lettera di san Paolo ai Romani, al vangelo di Marco, alle lettere di Pietro ed ai padri apostolici Clemente ed Ignazio, sono già disponibili on-line, nella sezione Roma e le sue basiliche.
La Chiesa di San Lorenzo de’ Speziali in Miranda: Un Tempio Romano Trasformato
Questa chiesa si chiama S. Lorenzo de’ Speziali in Miranda, e il suo nome contiene già una serie di informazioni su di essa. È dedicata a S. Lorenzo martire, del quale sono conservate qui alcune reliquie. L'appellativo "de’ Speziali" deriva dal fatto che Martino V nel 1430 affidò questo luogo per gli incontri di preghiera e crescita spirituale del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico, o Universitas Aromatariorum Urbis, ovvero la sede degli Speziali, i farmacisti.
In Italia, come in altre nazioni del mondo, esiste la Federazione internazionale dei farmacisti cattolici e qui a Roma abbiamo l’Associazione dei farmacisti cattolici, ma il Nobile Collegio è un’altra cosa. Questa chiesa è la sede del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico, che non è un ente religioso. È conosciuto come una arciconfraternita, ma è, in realtà, un ente civile. Il Nobile Collegio nasce con lo scopo di fare del bene alle persone; molti degli Speziali erano cattolici, vista anche l’epoca, e volevano dedicarsi a fare del bene con la loro arte, creando questa specie di confraternita che, per varie vicissitudini, è divenuta un ente civile.
Questa chiesa non è ordinariamente aperta al pubblico, neanche al culto pubblico; le celebrazioni si svolgono qui con il Nobile Collegio.

Il Tempio di Antonino e Faustina: Origini e Architettura
Nei precedenti incontri è stato molto insistito sul fatto che la comunità cristiana ha spesso utilizzato alcune domus romane, trasformandole in chiese. Successivamente, come vediamo oggi un esempio con questa chiesa, ha iniziato anche ad occupare i templi pagani.
Il tempio in questione è il magnifico tempio di Antonino e Faustina. È un luogo che si dovrebbe visitare appena arrivati a Roma, se si vuole comprendere che cosa era un tempio antico. La Via Sacra vi passava davanti. Presentava dieci grandi colonne di cipollino alte quaranta piedi, tutte di un blocco.
Il tempio romano era composto da una cella, una grande stanza nella quale entrava il sacerdote che conteneva la statua della divinità, e da una serie di colonne che la circondavano, creando uno spazio architettonico tutto intorno. In base alla collocazione delle colonne il tempio era definito prostilo, cioè con le colonne solo davanti, oppure anfiprostilo, con le colonne avanti e dietro, o ancora periptero, con le colonne su tutti i lati.
Oggi ci troviamo dentro la cella di un antico tempio prostilo (in questo caso esastilo perché le colonne sono sei) ed all’interno della cella, ora trasformata in chiesa, c’era una gigantesca statua di Faustina, alla quale il tempio era dedicato, e successivamente anche del marito Antonino Pio.
I sacerdoti accedevano alla cella tramite una gradinata, che si è conservata, che dava proprio sulla Via Sacra e, sulla gradinata, c’era l’altare per i sacrifici. Il tempio fu eretto nel 141 d.C., per onorare la moglie di Antonino Pio che era appena morta ed era stata divinizzata dal Senato. Venti anni dopo, morto anche l’imperatore, il tempio venne intitolato anche a lui.
Sulla facciata è visibile una doppia trabeazione. Sulla più antica, quella inferiore, è scritto:
DIVAE FAUSTINAE EX. S. C.(Senatus Consultus). Su quella più recente, posta sopra, è stata aggiunta l’iscrizione
DIVO ANTONINO ET. Questo vuol dire che inizialmente il tempio fu dedicato solo a Faustina e solo venti anni dopo fu aggiunta la dedicazione ad Antonino Pio.
La cella è costruita in opera quadrata di peperino; sui due lati maggiori corre un fregio marmoreo, con la rappresentazione di grifoni e motivi vegetali. In origine la cella era rivestita di marmo. Esternamente, il podio, ovvero l’alzata della cella prima delle colonne, è in tufo. Originariamente non era così, e i buchi visibili ora servivano a fissare tramite delle grappe le lastre di marmo. I templi divennero spesso nel Medioevo delle cave; in questo caso i marmi furono utilizzati per fornire il materiale necessario all’abbellimento della basilica lateranense.

Trasformazione e Vicissitudini Storiche
Probabilmente questo tempio fu trasformato in chiesa tra il VII e l’VIII secolo, anche se non abbiamo un’evidenza storica o archeologica che possa darci testimonianza certa di una data. Nel 1050, in un testo famosissimo, i Mirabilia Urbis, una guida per i pellegrini che venivano a Roma, si trova la prima menzione di questa chiesa. I Mirabilia Urbis sono un libro pieno di informazioni, alcune però assolutamente fantastiche, che ci mette a contatto con gli itinerari di pellegrinaggio in Roma nell’XI secolo, rappresentando una miniera di informazioni per gli storici dell’arte.
Un secondo testo che ci parla di questa chiesa è del 1192; è un catalogo delle chiese di Roma, il Liber Censuum di Cencio Camerario (il futuro papa Onorio III, appartenente alla famiglia Savelli, fu detto anche Cencio camerarius, per avere ricoperto dal 1188 la carica di camerlengo). Sappiamo che alla chiesa venne annesso un monastero.
Nel 1536, in occasione della visita dell’imperatore Carlo V a Roma, che doveva passare sulla Via Sacra, si decise di liberare l’antico tempio pagano dalle strutture costruite successivamente, le quali vennero così demolite. Il tempio tornò ad essere visibile nelle sue strutture principali.
Non bisogna dimenticare che, fino al periodo mussoliniano, non esisteva Via dei Fori Imperiali e, nei secoli precedenti, la via principale era sempre passata seguendo il tragitto dell’antica Via Sacra. È per questo che oggi si entra dal retro della chiesa, ma la sua facciata principale è sempre stata nei secoli rivolta verso i Fori. Ancora nell’Ottocento si entrava in questa chiesa dalla porta principale ed il piano di calpestio era all’altezza della porta. Già nel 1602, a causa dell’innalzamento del piano di calpestio, la chiesa venne ricostruita ad una quota più alta. Il pavimento che vediamo oggi è così rialzato di alcuni metri rispetto a quello del tempio di Faustina.

Il Culto Antico e il Nuovo Messaggio Cristiano
Immaginate di trovarvi alcuni metri più in basso di dove siamo ora e di assistere al culto che si svolgeva un tempo in questo tempio. Questo aiuta a fare un raffronto con il nuovo culto cristiano che ci è annunciato dalla Lettera agli Ebrei, che viene commentata in questo luogo.
Dunque, quando questo tempio era in attività, la gente si radunava dalla parte del Foro, sotto la gradinata; i credenti negli dèi pagani e nel culto imperiale degli anni 141-160, se volevano venerare l’imperatore o sua moglie, si mettevano in basso. Sull’altare i cui resti sono ancora visibili sulla scalinata venivano offerti in sacrificio alcuni animali. Potevano essere dei buoi, degli arieti o ancora altri animali; parte dei resti degli animali uccisi veniva portata nella cella, dinanzi al simulacro degli imperatori e parte veniva bruciata per salire in offerta verso il cielo. Il sacerdote entrava da solo, nella cella; ai ‘laici’ - termine moderno, utilizzato per chiarezza - non era permesso accedere all’interno del tempio. Il popolo restava fuori.
Il tempio era fatto con delle colonne proprio perché così era possibile vedere da fuori ciò che succedeva all’interno; il tempio non era il luogo dei credenti, ma solo del sacerdote che vi poteva entrare e portare la preghiera a nome degli offerenti. Probabilmente le enormi statue raffiguranti le divinità erano visibili dall’esterno, ma non si poteva accedere. Siamo qui per riflettere, per cercare di capire, attraverso la Lettera agli Ebrei, come la fede cristiana ha rinnovato la visione del culto. A tal fine, è essenziale comprendere la differenza tra il culto dei cristiani, quello dei pagani e quello ebraico.
I templi romani
La Lettera agli Ebrei: Destinatari, Autore e Datazione
Perché leggere la Lettera agli Ebrei in un corso sulla storia della chiesa di Roma? La risposta è semplice: la Lettera agli Ebrei è, in realtà, una lettera che fu inviata alla comunità cristiana di Roma. Possiamo immaginare i cristiani del I secolo che, nelle loro case, si radunavano per ascoltarne la proclamazione per la prima volta.
La deduzione che fosse scritta per Roma deriva dalla frase conclusiva della lettera: «Vi salutano quelli dell’Italia» (letteralmente: quelli ‘dall’Italia’), Eb 13,24. Questo saluto è molto importante, perché, anche se non ci dice da dove viene inviata la lettera, qual è il suo luogo di origine, ci dice però, indirettamente, in quale luogo è inviata. “Vi salutano quelli dall’Italia” vuol dire che nel posto nel quale è stata scritta la lettera c’erano degli emigrati dall’Italia; chi scrive la lettera decide di accludere alla lettera anche i saluti di questi emigrati, perché i loro concittadini rimasti in patria li ricevano. Ma una lettera inviata in Italia è, probabilmente, scritta anche per Roma o direttamente inviata a Roma per essere da lì diffusa agli altri fedeli già convertitisi al cristianesimo nella penisola.
Insomma, la lettera viene scritta per essere letta durante la liturgia in una domus ecclesiae italiana, in una casa di cristiani della penisola, probabilmente romani. Possiamo così essere certi che i primi destinatari e lettori di questa Lettera agli Ebrei l’avranno ascoltata qui nell’urbe, in qualche casa privata.
Questo ci fa anche capire che la titolazione tradizionale ‘Lettera di san Paolo apostolo agli Ebrei’ non corrisponde alla realtà della lettera. Albert Vanhoye, il grande studioso della Lettera agli Ebrei, ha sempre affermato, con fare scherzoso, che la Lettera di S. Paolo Apostolo agli Ebrei, non è una lettera, perché è un’omelia; non è di S. Paolo Apostolo, perché è probabilmente di un suo discepolo; e non è scritta agli Ebrei, ma a dei cristiani appena convertiti dall’ebraismo. La Lettera agli Ebrei è un’omelia sul nuovo culto cristiano e, soprattutto, su Cristo unico vero sacerdote, scritta chissà in quale comunità cristiana dell’impero ed inviata ad un certo punto a Roma con quel biglietto finale che reca i saluti degli emigrati italiani ai loro connazionali.
È interessante riflettere anche sulla datazione della lettera. Quasi sicuramente è stata scritta prima dell’anno 70 d.C., l’anno della distruzione del Tempio, perché a partire da quella data terminò il culto nel Tempio di Gerusalemme. Nella lettera si parla del Tempio e di quello che vi avviene, ma se ne parla come di una realtà tuttora esistente; non se ne parla mai al passato, come se tutto fosse finito, come se i romani avessero già distrutto il Tempio.
Prima di esaminare la Lettera, ricordiamo alcuni avvenimenti storici, continuando così a stilare una cronologia essenziale dei primi anni del cristianesimo, come si sta facendo nel corso di questi incontri. Con la Lettera agli Ebrei ci troviamo cronologicamente prima dell’anno 70, forse tra il 66 (anno d’inizio della I guerra giudaica) ed il 70 (anno della distruzione del tempio).

Contesto Storico: Le Rivolte Giudaiche e l'Anno 70 d.C.
La rivolta che portò alla distruzione di Gerusalemme non fu un evento isolato. Abbiamo, infatti, notizia di altri sette tentativi di rivolta che avvennero negli anni subito prima e subito dopo l’anno della nascita di Cristo. È Flavio Giuseppe a raccontarci questi sette conati di rivolta.
Abbiamo la certezza che tre di questi rivoltosi si autoproclamarono ‘messia’. Da questo capiamo che c’era un’attesa messianica; non c’è niente di strano dal punto di vista storico nel fatto che Gesù si sia proposto e sia stato compreso come Cristo e come Messia perché questa attesa era presente in quegli anni. Il problema storico e teologico relativamente alla messianicità di Gesù è piuttosto che egli fu l’unico a vivere una messianicità non trionfalistica, ma che passava per la croce.
Alcuni di questi sette rivoltosi sono citati anche negli Atti degli Apostoli. Di Tèuda, ad esempio, ci parlano sia Flavio Giuseppe, sia gli Atti, che dicono (At 5,36): «Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s'erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla.»
Flavio Giuseppe così ci descrive, invece, lo stesso episodio: «Durante il periodo in cui Fado era procuratore della Giudea, un certo sobillatore di nome Teuda persuase la maggior parte della folla a prendere le proprie sostanze e a seguirlo fino al fiume Giordano. Affermava di essere un profeta al cui comando il fiume si sarebbe diviso aprendo loro un facile transito. Con questa affermazione ingannò molti. Fado però non permise loro di raccogliere il frutto della loro follia e inviò contro di essi uno squadrone di cavalleria che piombò inaspettatamente contro di essi uccidendone molti e facendone altri prigionieri; lo stesso Teuda fu catturato, gli mozzarono la testa e la portarono a Gerusalemme.»
Tutti questi tentativi di ribellione si concretizzano nel 66 nella grande rivolta che dette inizio alla I guerra giudaica, alla quale i cristiani non vollero partecipare. Furono gli zeloti a guidare la rivolta, mentre i cristiani fuggirono a Pella, oggi in Giordania, facendo capire che la loro visione della purità, del culto, del sacerdozio, di Dio non aveva nulla a che fare con quella lotta politica, perché da Gesù avevano imparato che quella rivolta non era secondo il disegno di Dio.
Al momento del trionfo sugli ebrei Tito non era ancora imperatore. Fu suo padre Vespasiano ad iniziare la guerra giudaica nel 66 come generale dell'imperatore Nerone, quando gli zeloti scatenarono la rivolta contro il procuratore romano Gessio Floro. Nel 69, un anno dopo la morte di Nerone, Vespasiano fu acclamato imperatore dalle truppe e si recò a Roma, lasciando il figlio Tito a portare a termine la I guerra giudaica.
Nel 70 Tito prese Gerusalemme e distrusse il Tempio. Solo nel 73 (o nel 74) fu infine domata l'ultima resistenza degli zeloti a Masada. A Masada, infatti, si raccolsero i rivoltosi; Flavio Giuseppe racconta, nella sua Guerra Giudaica, che si siano suicidati in massa per non cadere vivi nelle mani dei romani. Gli studi moderni mettono in discussione su questo punto il suo resoconto.