La Sardegna, isola ricca di storia e spiritualità, custodisce al suo interno numerosi esempi di altari lignei, testimonianza di una profonda devozione e di un'arte scultorea che ha saputo fondere influenze locali e stili europei. Tra questi, spiccano opere di particolare pregio e siti archeologici che celano storie millenarie.
Altare Rupestre di Santo Stefano a Oschiri: Un Ponte tra Antico e Sacro

Nelle campagne di Oschiri, a metà strada tra Sassari e Olbia, in un contesto campestre di silenzio surreale e natura incantata, si erge un banco di granito lungo circa dieci metri, sul quale sono state scolpite con precisa sequenza una serie di incisioni geometriche. Questa ‘tavola’ di pietra è stata definita ‘altare rupestre’ per la sua posizione frontale rispetto alla chiesa di Santo Stefano, che dà il nome al sito.
Descrizione e Simbologia dell'Altare Rupestre
L'altare rupestre si presenta decorato con una serie di incavi disposti su due registri:
- quello inferiore, che ne riporta dodici triangolari e quadrati;
- e quello superiore, con nove triangolari, quadrati e uno rotondo.
Osservando frontalmente l’altare, sulla destra si può notare una serie di coppelle disposte in cerchio, in numero di dodici circolari, racchiudenti una coppella centrale più grande e sormontate da una tredicesima coppella posta esattamente in corrispondenza del nord. Ancora più a destra una nicchia orizzontale perfettamente rettangolare è coronata da una serie di nove coppelle del diametro di circa 5-10 cm ciascuna.
A sinistra dell'Altare si trova un'altra roccia che riporta due nicchie triangolari e un bancone, che si ritiene sia stato utilizzato per la deposizione di offerte votive o per il rito dell'incubazione. Dietro l'Altare, a destra delle nicchie appena descritte, si trova una teoria di tre coppelle quadrate, disposte a scaletta da sinistra a destra per chi guarda. Tutto intorno il sito è disseminato di incisioni su roccia riportanti figure geometriche, tra le quali losanghe, cerchi e quadrati, molti dei quali "cristianizzati" dalla giustapposizione della croce. In altri casi la croce è da datarsi allo stesso periodo dell'Altare.
La Datazione e gli Studi dell'Altare Rupestre
Per quanto riguarda la datazione dell'altare rupestre, le teorie più disparate ne collocano la realizzazione in un arco di tempo che va dal periodo Neolitico a quello bizantino o comunque successivo alla venuta di Cristo. La presenza di una necropoli ipogeica, con 5 o forse 6 tombe ipogeiche denominate domus de janas, fornisce l'indizio di una frequentazione inquadrabile cronologicamente nel Neolitico recente (cultura di Ozieri, 3500-2700 a.C.) e nell'Età del Rame (III millennio a.C.).
Il sito di Santo Stefano è, sin dai tempi più remoti, un centro di intensa spiritualità, e per questo è semplice ritrovarvi reperti certamente riconducibili ai culti precristiani. Anche all’interno della chiesa, infatti, è possibile trovare un piccolo betilo, riadattato ad acquasantiera.
Sardegna - Altare rupestre di Santo Stefano
La Chiesa di Santo Stefano: Storia e Architettura
La chiesa di Santo Stefano, che dà il nome al sito, si inserisce in un contesto campestre a circa 2 km dal paese. Le facciate della chiesa riportano due volti umani stilizzati in trachite e un'iscrizione datata 1492. La pergamena scoperta durante i lavori di restauro riporta la data di consacrazione, officiata dal vescovo di Castro De Toro, al 1504.
All'interno, la chiesa si presenta in forme estremamente semplici, con un ambiente originariamente mononavato, al quale venne poi affiancata una navatella sul lato sinistro, separata da quella principale tramite tre ampi archi. Di particolare interesse sono i capitelli in stile aragonese, riposizionati in epoca recente e probabilmente provenienti da altro luogo.
Nel lato meridionale della chiesa si apre l'ingresso secondario, reso importante dalla presenza di un architrave di trachite che reca un'incisione ancora oggetto di studi e interpretazione. Le varie teorie spaziano dalla scrittura bizantina a un logudorese tardomedievale, ma in tutti i casi pare assolvere a valore testimoniale per la committenza. La data del 1492, presente nell'iscrizione nella forma M°CCCCLXXXXII, è unanimemente accettata dagli studiosi.
In una conferenza del giugno 2008, svoltasi a Oschiri, l'epigrafista Gigi Sanna interpretò la scritta epigrafica come riferibile a una "donnai Masala", colei che concesse la terra per l'edificazione della chiesa. L'interpretazione di Sanna che associa "donnai" a "mammai" e "babbai" (quest'ultima usata per definire uomini di grande prestigio, specialmente sacerdoti) potrebbe non tenere conto della similitudine con la parola "donnikella" o "donnikellu", estrapolata dai documenti medievali come i condaghes, che era riferibile principalmente alla progenie dei giudici o comunque a figure potenti della nobiltà sarda. Un altro nome che secondo Sanna comparirebbe nell'epigrafe è quello di "Alesio Allodu", ma "Allodu" potrebbe essere la qualifica della persona, riferendosi alla proprietà allodiale, ovvero piena e definitiva, a differenza del feudo.
La Consacrazione della Chiesa e le Controversie Cronologiche
La trascrizione della pergamena di consacrazione riporta l'anno M(illesimo)D(cinquentesimo)IIII.XXV. aprilis, con la dichiarazione "Ego A(ntonius) Dethoro Ep(iscop)o castrensis co(nse)cravi eccle(si)a / et altare hoc in honorem s(anc)ti Stefani. Et reliquias Beatorum martir
Un errore comune riguardo le notizie su questa chiesa è la data di consacrazione: l'Amadu, infatti, riporta in appendice al libro La diocesi medievale di Castro la trascrizione della pergamena, datandola erroneamente al 1503. Dalla lettura dell'originale è però chiaro che la data è 1504. Questa differenza di un anno è importantissima perché dimostra che De Toro, seppur la diocesi fosse formalmente soppressa nel 1503 dalla bolla Aequum Reputamus, ancora esercitava le sue funzioni episcopali.
Inoltre, non è secondaria la questione dello stile di datazione, ovvero la differenza tra il cosiddetto "stile ab incarnatione", osservato a Pisa, e il cosiddetto "stile moderno", detto anche "stile dell’Incarnazione al modo fiorentino", impiegato in molte città dell'Italia medievale. Il primo faceva iniziare l’anno il 25 marzo (festa dell’Annunciazione della Vergine Maria, quindi dell’Incarnazione di Cristo), anticipandone di nove mesi e sette giorni l’inizio rispetto allo “stile moderno” (1 gennaio). Lo stile fiorentino, invece, indicava anch’esso il 25 marzo come primo giorno dell’anno, ma ne posticipava l’inizio di due mesi e ventiquattro giorni rispetto all’uso moderno. Le date espresse secondo lo stile ab incarnatione e quelle secondo lo stile fiorentino, indicate nelle fonti dell'epoca con la formula "anno ab Incarnatione Domini", differivano di un anno esatto.
La Chiesa di Sant'Agostino a Cagliari: Manierismo e Sculture Lignee

A Cagliari, l'attuale chiesa di Sant'Agostino, espressione del gusto manierista purista caro a Filippo II di Spagna, fu costruita intra moenia tra il 1577 e il 1580, insieme al nuovo convento degli Eremitani. Questa edificazione seguì la demolizione dell'originaria chiesa gotico-catalana di Sant’Agostino (eretta tra il 1400 e il 1420) e dell'attiguo convento, avvenuta tra il 1563 e il 1576 per ordine di Filippo II e ad opera degli architetti ticinesi Iacopo e Giorgio Palearo Fratino, nell'ambito dei lavori di rafforzamento e riammodernamento delle mura cittadine. La prima chiesa sorgeva fuori dalle mura della Marina, nel luogo dove si credeva fossero custodite le spoglie mortali del vescovo di Ippona, e aveva tre navate.
Architettura e Stile
Il classicismo traspare nella razionalità dei volumi della nuova chiesa; nell'impianto accentrato, con una croce pseudo greca (il braccio est d'ingresso risulta leggermente più lungo degli altri tre); nella cupola del vano centrale sullo spazio cubico all'incrocio dei bracci; nelle volte a botte; nella trabeazione aggettante dentellata; nelle paraste lisce e nei timpani delle nicchie sugli altari. La volta a botte del presbiterio, decorata con cassettoni e rosette, rimanda all'architettura del Bramante, in particolare alla chiesa di Santa Maria presso S. Satiro di Milano (1482). I raccordi a scuffia della cupola emisferica impostata sul vano cubico derivano, più propriamente, dal modello locale della basilica di San Saturno.
Il Declino e le Trasformazioni
Nella metà dell'Ottocento, la chiesa iniziò un lento e inesorabile declino, passando al demanio statale e poi al Comune di Cagliari in seguito alla soppressione degli ordini religiosi decretata dalla Legge Siccardi. Con l'alienazione dei beni ecclesiastici, la chiesa fu chiusa al culto e il convento smantellato per ospitare i Mercati civici edificati nel 1886, poi sostituiti da alcuni edifici bancari nel 1954. Delle vecchie strutture del Mercato rimangono oggi pochi resti, come i capitelli decorati delle colonnine di ghisa e uno degli avancorpi laterali. I locali del convento furono parzialmente utilizzati per ospitare l'Asilo della Marina, mentre la chiesa venne nuovamente chiusa al culto.
Le Sculture Lignee: Testimonianze di Fede e Tecnica
All'interno della chiesa di Sant'Agostino è possibile ammirare numerose statue di legno. Alcune di esse appartengono alla categoria nota come Estofado de oro: una tecnica nata in ambito partenopeo sotto l'influsso degli artisti iberici e diffusa in Sardegna tra il Cinquecento e il Seicento. Le sculture lignee imitano l'aspetto delle stoffe (soprattutto damaschi, broccati e velluti) nell'apparato decorativo delle vesti e di taluni dettagli. Si scolpivano parti singole che venivano successivamente assemblate, lavorate separatamente e montate ad incastro o con chiodi di ferro.
Altari e Opere Lignee Specifiche
- Statua di San Francesco d’Assisi: in legno policromo, risalente al XVIII secolo.
- Statua di Santa Faustina martire: prima metà del XVIII secolo, in legno policromo su trespolo.
- San Nicola da Tolentino: nella prima nicchia a destra, seconda metà del XVIII secolo, di gusto barocco, in legno intagliato e policromato su manichino, attribuita a Giuseppe Antonio Lonis (Senorbì 1720 - Cagliari 1805), considerato il principale scultore sardo del Settecento.
- Busto ligneo del Cristo: nella parete di fondo di una seconda edicola classicista, probabilmente coeva all'impianto cinquecentesco della chiesa. Questa edicola appare fortemente deteriorata a causa dell'umidità.
- Statua di Sant’Agostino: nella terza nicchia a destra, seconda metà del XVIII secolo.
- Statua lignea di Santa Monica: parete di fondo del transetto, inizi del XVII secolo.
- Madonna dormiente: XVIII secolo, policroma con arti e capo lignei uniti da un busto imbottito realizzato in crine, attribuita al Lonis. L'iconografia della dormitio virginis riprende la credenza che la Madonna non sia realmente morta, ma solo caduta in un sonno profondo e, quindi, assunta in cielo.
- Statua di Sant’Agostino: nella zona presbiteriale, prima metà del XVIII secolo, in legno intagliato e policromo Estofado de oro, originariamente collocata nella nicchia centrale dell’altare della testata destra del transetto.
- Statua di San Tommaso di Villanova: XVIII secolo, in legno policromo, su trespolo a cannuga con braccia snodabili, di scuola napoletana.
L'Altare Maggiore e altri Altari Lignei
Nella parete di fondo del presbiterio si trova il bellissimo altare maggiore ligneo, dorato e in finto marmo, suddiviso in tre ordini. Quello inferiore è costituito da un basamento decorato da riquadri rettangolari e da quattro gradini dorati e in finto marmo verde; sull’ultimo gradino si imposta la parte centrale suddivisa in tre specchi da quattro colonnine tortili dorate sormontate da capitelli corinzi. In ogni specchio si apre una nicchia cassettonata. L’ordine superiore poggia su un architrave modanato e centinato, decorato con dentelli, cornici e girali vegetali; al centro si apre una finestra circolare raggiata con angeli laterali. I lavori di restauro hanno interessato anche le statue policrome di S. Leonardo e S. Lucia.
Sempre nella zona presbiteriale, sulla sinistra, si trova la statua della Madonna del Buonconsiglio (XVIII secolo), policroma su trespolo a cannuga, realizzata ad intaglio. Si compone di testa, busto comprese braccia e avambracci; le braccia sono dotate di antichi sistemi di rotazione che ne consentono il movimento.
La statua di San Matteo (XVIII secolo) è costruita su trespolo a cannuga con gesso e colla animale con braccia snodabili. Attribuita al Lonis, rappresenta il santo in età senile e con i suoi emblemi: una penna e il suo Vangelo.
Nella parete di fondo del transetto, a sinistra, si trova l'altare ligneo policromo dell'Immacolata (prima metà del XVIII secolo). Restaurato e rimontato negli anni '80 del Novecento, è rimasto smontato per altri vent'anni a causa di alcuni errori nel riassemblaggio e attualmente versa in condizioni precarie di conservazione. Cinque elementi lignei del paliotto sono stati recuperati e sono da integrare nelle parti mancanti, secondo il modello degli altri paliotti della chiesa.
Proseguendo lungo il braccio sinistro del transetto troviamo la statua del Cristo deposto (XVIII secolo). Verso l'ingresso, nella terza nicchia della parete sinistra del braccio principale, campeggia l'altare della Consolazione (o della cintura), con la statua di Santa Monica (inizi XVII secolo), madre di Agostino, con la sua cintura di cuoio, in legno policromo, di autore sardo. L'appellativo di Madonna della Cintura compare spesso accanto a quello di Vergine della Consolazione.
Tuili e la Chiesa di Sant'Antonio Abate: Un Tesoro Barocco

Tuili è un piccolo borgo ai piedi dell'Altopiano della Giara e tra le colline della Marmilla, la cui economia è di tipo prevalentemente agricolo. Il centro storico, caratterizzato da abitazioni tipicamente contadine in "ladiri" (mattoni di fango e paglia) con le bellissime "lollas" (ampi loggiati), offre anche eleganti edifici neoclassici come villa Pitzalis e villa Asquer, quest'ultima ospitante i musei dell'olivo e dell'olio e degli strumenti musicali sardi.
La Chiesa di Sant'Antonio Abate
La chiesa di Sant'Antonio Abate viene fatta erigere da fra Lorenzo da villa Vincenzio, vescovo di Ales, nel 1582, data di fondazione dell'antico convento dei Frati Minori Osservanti. La chiesa, costruita in stile rustico sardo con l'austerità dell'Ordine Francescano e di perfetta pianta a croce latina, è stata ampliata nel tempo anche grazie ai numerosi lasciti di Feudatari di Tuili, devoti al Santo. Al suo interno custodisce un prezioso altare ligneo di stile barocco, placcato in oro zecchino, con quattro colonne.
Anticamente erano presenti le Cumbessias, alcune delle quali ancora visibili, che, durante la festa dedicata al Santo, venivano utilizzate come ricovero per i numerosi pellegrini e ospitavano un fiorente mercato.
La Parrocchia e il suo Patrimonio Artistico
Nella Parrocchia è possibile ammirare un altare marmoreo barocco del XIX secolo, il settecentesco fonte battesimale sorretto da un angelo e chiuso da un prezioso cancello in ferro battuto, gli affreschi realizzati tra il 1944 e il 1946 nella navata. Conserva inoltre al suo interno un antico organo diatonico del Mancini del 1753.
Monte d'Accoddi: L'Altare Pre-Nuragico

Il sito archeologico sardo di Monte d'Accoddi è un monumento unico nel Mediterraneo, un esempio di architettura prenuragica che ricorda le ziqqurat mesopotamiche del III millennio a.C. Si trova in una pianura a poca distanza dal mare, in un contesto che necessita di essere rivisto e reinterpretato alla luce delle nuove conoscenze sulla preistoria della regione.
Struttura e Funzione
La sua struttura è composta da una forma tronco-piramidale con un'ampia rampa di accesso. Originariamente il luogo ospitava il "Tempio Rosso", caratterizzato da un sacello rettangolare di ocra rossa, del quale si preservano ancora le tracce del pavimento e di parte del muro perimetrale. Tale edificio fu eretto nell'area in cui si era sviluppato, nella seconda metà del IV millennio a.C., un villaggio connesso ad un sito megalitico. L'Altare di Monte d'Accoddi era un luogo sacro dove le comunità prenuragiche si riunivano per compiere riti legati alla fecondità.
Scavi Archeologici e Interpretazioni
Il sito ha subito diverse campagne di scavi. Fu indagato per la prima volta negli anni '50 del secolo scorso da Ercole Contu, al quale si deve il paragone con le ziqqurat vicino-orientali. La situazione rimase invariata fino al 1979, quando Contu e Santo Tinè decisero di riprendere gli scavi al fine di acquisire dati stratigrafici più dettagliati. Gli scavi condotti da Tinè, protrattisi in diverse campagne fino al 1986, misero in luce diversi elementi, accertando che un edificio rettangolare sorgeva sulla piattaforma, alta quasi sei metri. Tinè confermò l'opinione di Contu riguardo al monumento, pur ammettendo la necessità di scavi più approfonditi.
Dopo queste campagne non vennero più effettuati scavi archeologici nel sito, ma la ricerca continua con la scoperta e lo studio di altri siti con metodi più accurati, che potrebbero condurre a modificare ciò che sappiamo del contesto in cui il sito era inserito. Per Monte d'Accoddi sembra opportuno parlare di abitato e non semplicemente di un santuario, perché le strutture e gli oggetti dell'antichità non sono mai isolati dal proprio contesto. La ziqqurat di Monte d'Accoddi rappresenta il luogo di culto di un grande villaggio composto da case quadrangolari, tipiche del periodo.
Cronologia degli Insediamenti
Il primo insediamento umano di Monte d'Accoddi risale al Neolitico medio (4500 a.C.), a cui appartengono alcune capanne circolari ritrovate nei pressi dell'altare. Successivamente, in un periodo riferibile alla cultura di Ozieri, l'abitato si ingrandì e le case divennero a pianta quadrangolare, poggianti su uno zoccolo di pietrame e con i muri in legno. A questo periodo risale anche la definizione di una zona sacra. Sopra una parte di queste strutture fu poi edificata una prima terrazza con rampa d'accesso e un edificio sulla sommità. Secondo i dati di scavo, un incendio distrusse quest'area sacra intorno al 2900 a.C. Dopo questo evento l'area non fu abbandonata, anzi, sopra la precedente terrazza ne venne riedificata un'altra più ampia.
Considerazioni Archeoastronomiche
Nel caso di Monte d'Accoddi, è stato proposto che la ziqqurat fosse allineata con la Croce del Sud o con Orione. In realtà, è importante considerare che questi nomi si riferiscono a costellazioni fissate in epoca classica. Il sito risale al passaggio tra il Neolitico e l'Età del Rame, e in assenza di fonti scritte, non è possibile sapere se queste popolazioni riconoscessero nel cielo le stesse costellazioni.