L'altare barocco, sebbene onnipresente nelle chiese dell'epoca, è stato sorprendentemente marginale nella storiografia, in particolare in Sicilia, dove è stato di norma trattato come appendice rispetto all'architettura, raramente oggetto di indagini sistematiche. Questo vuoto è stato colmato dal volume "L’altare barocco nella Sicilia iblea. Modelli architettonici, apparati, macchine sceniche", curato da Lucia Trigilia, che si presenta come un tassello risolutivo nella messa a fuoco di questo importante oggetto.
Il libro, inserito nella linea dei “Quaderni dell’Atlante del Barocco”, è nato in seno al progetto PON NEPTIS, coordinato da Lucia Trigilia per l’Università di Catania, in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi sul Barocco in Sicilia.
La Sicilia Iblea: Un Laboratorio Privilegiato
L'area degli Iblei è subito definita come un campo «ricchissimo» e, insieme, poco esplorato. Questo spazio, fortemente segnato dal sisma del 1693, è presentato come un laboratorio privilegiato. La ricostruzione post-sismica, il policentrismo urbano e la sperimentazione formale convergono in una densità eccezionale di altari, apparati, macchine sceniche e marmi policromi. L'area offre per la prima volta lo spaccato di una vasta produzione, disvelando modelli architettonici, materiali, committenti e maestranze attive tra Seicento e Settecento, interessata da eventi sismici che hanno indotto vaste ricostruzioni e per tale ragione predisposta alla sperimentazione di strutture innovative.
L'altare può essere considerato metafora dei grandi temi rappresentativi della stagione barocca, che pone al centro la meraviglia, capace di unificare insieme l'architettura, l'apparato artistico e quello teatrale. Marcello Fagiolo, nella presentazione del volume, sottolinea due punti chiave: da un lato, la concezione dell'altare come “culmine dello spazio chiesastico”, “fondale prospettico” e apice della Gloria religiosa; dall'altro, la sua natura di Gesamtkunstwerk, risultato di un'azione corale che coinvolge architetti, scultori, stuccatori, marmorari, argentieri e indoratori.

L'Altare come "Macchina della Meraviglia" e Scena Teatrale
Il contributo di Lucia Trigilia, intitolato significativamente "Altari della meraviglia", funge da saggio-cornice teorico e metodologico dell’intero volume. L’incipit, giocato sulla citazione di Andrea Nucci, colloca la meraviglia al principio dell’esperienza barocca: un’emozione “confusa”, una vertigine che mette in moto la ricerca, e che diventa la chiave per leggere l’altare come metafora dei grandi temi rappresentativi dell’età barocca.
Trigilia definisce l’altare come macchina liturgica e insieme scena teatrale, in cui architettura, apparato artistico e dispositivo spettacolare si riuniscono «in un unico evento». L’altare non è solo “mensa arcaica della divinità”, ma, nella rielaborazione post-tridentina, un dispositivo capace di raggiungere «cuore, sensi e intelletto» dei fedeli: una risposta visiva e spaziale alle esigenze della dottrina cattolica e, in particolare, degli ordini più attivi nella Controriforma, come i Gesuiti. L’analogia con i “teatri” per l’esposizione del Sacramento a Roma nel Seicento permette a Trigilia di leggere la chiesa barocca come concatenazione di spazi teatrali: platea e palcoscenico, profondità prospettiche, quinte, sipari illusivi.
Particolarmente efficace è la sezione in cui Trigilia intreccia il registro teorico con esempi puntuali: dal “capriccio” d’altare di Andrea Pozzo e dal Baldacchino di San Pietro alle declinazioni siciliane in Giacomo Amato (Palermo, 1643 - 1732), fino alle risonanze maltesi e latino-americane.

Evoluzione e Materialità dell'Altare Siciliano
Il Contesto Pre-Barocco e i Corredi Liturgici
Con il saggio di Alexandra Ieni - «memoriale iogalium ecclesiae Civitatis Noti». Arredi liturgici e paramenti degli altari delle chiese di Noto nella metà del Cinquecento - il volume mostra con particolare evidenza la sua natura di laboratorio a più tempi e a più voci. L’uso sistematico della Visita pastorale del 1542 di Girolamo Beccadelli, integrata con atti notarili e documenti della Curia vicariale, sposta il baricentro dall’altare come Gesamtkunstwerk pienamente dispiegato all’altare come nodo di arredi, tessuti, altaretti e tabernacoli, letti nella loro funzione liturgica e nella loro semantica terminologica.
Gli Altari del "Secolo d'Oro" e la Ricostruzione Post-Sismica
Il saggio di Francesca Gringeri Pantano, dedicato agli altari del “secolo d’oro” della nuova Noto, amplia in modo convincente questo quadro, spostando l’attenzione sugli altari come nodo di pratiche devozionali, arredi e tessuti liturgici più che come sole “macchine” figurative. L’uso sistematico delle visite pastorali e della documentazione d’archivio restituisce con finezza la densità materiale degli apparati sacri, offrendo una ricostruzione puntuale delle tipologie d’altare e delle terminologie d’uso, chiarendo ambiguità (come quelle intorno alla categoria di altaretto) e gettando le premesse indispensabili per comprendere, nella lunga durata, la portata del salto barocco che i saggi successivi mettono a fuoco.
Il saggio assume come spartiacque il terremoto del 1693, inteso non solo come cesura distruttiva ma come incipit di una “grande esperienza culturale” tardobarocca che si dispiega per l’intero secolo fino alla soglia del Neoclassicismo. In questo quadro, l’area della Contea di Modica viene letta come laboratorio privilegiato per osservare la ricostruzione post-sismica attraverso la lente degli altari, intesi sia come dispositivi liturgici sia come termometri sensibili delle oscillazioni stilistiche e delle strategie devozionali e rappresentative delle élites locali.
L’impianto argomentativo si fonda su una scansione cronologico-tipologica in tre fasi, verificata sul terreno attraverso una rete fitta di esempi da San Giorgio a Modica agli altari in marmo di Ragusa, Vittoria, Ispica, Comiso, fino ai casi più tardi di Acate e Monterosso. Uno dei punti di forza del contributo risiede nell’intreccio serrato fra fonti d’archivio, analisi formale e storia dei materiali (percorsi dei marmi, costi, logistica dei trasporti, organizzazione delle botteghe), che restituisce agli altari la dimensione di “opera corale” e dialoga con il quadro generale sull’altare come Gesamtkunstwerk.
Tipologie e Maestranze tra Seicento e Settecento
Il contributo di Simona Gatto, "Altari e apparati tra Seicento e Settecento a Siracusa e nei centri degli Iblei orientali", costruisce un quadro ampio e informato, intrecciando tipologie, maestranze e dinamiche contrattuali in una vera storia materiale dei cantieri d’altare. L’asse portante è la catalogazione analitica di quarantuno altari, organizzata per tipologie (a tosello/parete, a tronetto, a triangolo ascendente, sovrapposizioni), con un uso sistematico degli atti notarili che consente di precisare materiali, tempi, costi e modalità di esecuzione, restituendo al notaio e ai capitolati il ruolo di dispositivi strutturanti del cantiere sacro.
Particolarmente riuscita è la sezione sulle “macchinette cappuccine” e sui grandi altari marmorei del Settecento, dove la ricostruzione dei percorsi di marmorai e architetti mostra con chiarezza la rete di circolazione di marmi, modelli e competenze tra Siracusa, Catania, Palermo, Napoli e Roma.
Splendori del Barocco Siciliano
Studi Morfologici, Geometrici e Contesto Storico
Geometria e Proporzioni dell'Altare Barocco
Il saggio di Sebastiano Giuliano, "Studi morfologici e geometrici sull’altare barocco del Val di Noto", porta al centro della riflessione sugli altari iblei la dimensione geometrica e proporzionale, verificata attraverso rilievo laser-scanner e restituzione grafica di dettaglio. La triplice tipologia individuata (altari a tosello, a tronetto, a triangolo ascendente) è messa in relazione stringente con i modelli “canonici” romani e catanesi e, soprattutto, con la trattatistica di Vignola e Pozzo, mostrando come gli altari del Val di Noto traducano regole classiche in dispositivi dinamici fondati su rettangoli aurei, circonferenze, ellissi e assi di fuga attentamente costruiti.
Il Policentrismo Urbano e le Dinamiche Economiche
Il saggio di Giuseppe Barone, "Tra crisi e crescita. Il policentrismo urbano nella Sicilia sud-orientale (secoli XVI-XVIII)", fornisce il quadro storico di lunga durata entro cui altari e apparati iblei acquistano pieno spessore, ricostruendo tra XVI e XVIII secolo la trasformazione dell’area sud-orientale da “isola-fortezza” a spazio policentrico economicamente dinamico. L’analisi tiene insieme tre piani: la Sicilia militare e mediterranea (fortificazioni, sistema delle torri, intreccio con Malta), la costruzione della contea di Modica come territorio organizzato e multiculturale (enfiteusi, rottura del latifondo, patriziati urbani, reti associative), e la grande stagione delle “città nuove” e della ricostruzione post-1693, letta come occasione per ridisegnare gerarchie urbane, vocazioni produttive e riconquista del mare.
Esempi Notabili di Altari Barocchi Iblei
Gli Altari della Chiesa dei SS. Angeli Custodi
All'interno della Chiesa dei SS. Angeli Custodi, gli altari sono rivestiti di vetro dipinto ad imitazione del marmo e sono sormontati da grandi tele di Tommaso Pollace e Giuseppe Crestadoro, raffiguranti La Trinità, San Mauro, San Benedetto e Santa Gertrude.
L'Altare Maggiore della Cattedrale S. Giovanni Battista
Nella Cattedrale S. Giovanni Battista, l’altare maggiore è caratterizzato da un baldacchino dell’800 in velluto rosso e rifinito in oro.
Gli Altari della Chiesa S. Maria dell'Itria
Ai lati dell’abside della Chiesa S. Maria dell'Itria, nella cappella che chiude la navata di sinistra, è situato l’altare in stile barocco, con colonne a tortiglioni, che ospita un quadro seicentesco di notevole pregio in cui si raffigura San Giuliano e San Giovanni Battista. Sull’altare che chiude la navata destra è collocato un Crocifisso di scuola spagnola. All’esterno, sulla destra della chiesa, è presente una cappella dedicata all’Addolorata, con altare di marmo e l’urna lignea con il Cristo Morto.
Gli Altari della Chiesa di S. Filippo Neri
Nella Chiesa di S. Filippo Neri, ai lati della navata, sui quattro altari minori in finto marmo, si collocano delle tele raffiguranti: S. Agostino, S. Michele Arcangelo, l’Adorazione dei Magi e un crocifisso in cartapesta. Sull’altare maggiore vi è un dipinto del XVI secolo che ha per oggetto la Lavanda dei piedi. Nel 1867, venne innalzato un altare provvisorio per accogliere la statua dell’Addolorata venerata nella chiesa.

La Rilevanza dell'Altare Barocco Ibleo come Dispositivo di Lettura del Territorio
L’apparato finale curato da Andrea La Rosa costituisce un repertorio documentario densissimo, che rende “trasparenti” le basi d’archivio su cui poggiano molti saggi del volume. Nel suo insieme, il libro riesce così a fare dell’altare barocco ibleo non solo un oggetto di storia dell’arte, ma un vero dispositivo di lettura del territorio: incrocio di liturgie e politiche urbane, di economie dei materiali e circolazioni mediterranee, di saperi geometrici e culture devozionali.
Per lo più studiato come elemento indipendente dal contesto, l'altare manifesta, se osservato nello spazio in cui è collocato, le capacità scenografiche, teatrali e illusionistiche degli artisti chiamati a definirne la struttura, banco di prova di un'azione corale che coinvolge le varie arti sotto la regia dell'architetto.