Il Valore della Narrazione, la Figura di Isaia e il Mistero della Croce

La fede cristiana, fin dalle sue origini, è intrinsecamente legata alla narrazione. Il teologo Johann Baptist Metz (1928-2019), nel 1973, con la sua Breve apologia del narrare, ha reso manifesto, in ambito cattolico, il concetto di teologia narrativa. In essa, Metz invoca Blaise Pascal, il quale nel suo Mémorial (1654) esclamava: «Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti». Di fronte al «Dio della ragione puramente argomentativa, il Dio dei filosofi», Johann Baptist Metz intende, come Pascal, rendere giustizia al «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio narrato». Anche da parte protestante, Karl Barth ha sostenuto la narrazione come luogo imprescindibile della teologia, affermando che «Chi è e che cos’è Gesù Cristo, può essere solo raccontato e non colto e definito come sistema».

Recentemente, Papa Francesco, nel suo intervento del 24 gennaio scorso in occasione della giornata mondiale delle comunicazioni sociali, si è inserito in questa tradizione, portandola ulteriormente avanti. Il titolo dell’intervento papale, La vita si fa storia, evidenzia la dimensione esistenziale e vitale del rapporto con il racconto. Un sottotitolo, «Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria» (Esodo 10, 2), conferisce a questa prospettiva orizzonti biblici. Così Dio dice a Mosè quando lo invia a compiere segni prodigiosi davanti al Faraone. Quei segni, oltre a dover convincere il re d’Egitto, erano destinati alla memoria narrativa del popolo: «Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e del figlio di tuo figlio i segni che ho compiuti: così saprete che io sono il Signore!». Papa Francesco ha commentato che «L’esperienza dell’Esodo ci insegna che la conoscenza di Dio si trasmette soprattutto raccontando, di generazione in generazione, come Egli continua a farsi presente».

illustrazione di una famiglia che si racconta storie, con sfumature bibliche

Il rapporto tra vita e racconto si manifesta anche nel Nuovo Testamento, sia nella macro-narrazione dei Vangeli che nelle loro micro-narrazioni. «Gesù stesso parlava di Dio non con discorsi astratti, ma con le parabole, brevi narrazioni, tratte dalla vita di tutti i giorni». Il riflesso narrativo dell’uomo, come spiega Papa Francesco, affonda le sue radici in profonde antropologiche: «L’uomo è un essere narrante (…) I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo».

Tuttavia, non tutte le storie contribuiscono all’edificazione dell’umanità. Il medium della narrazione può essere utilizzato anche a fini perversi. Papa Francesco sottolinea la necessità di discernimento, citando la Genesi 3, dove il serpente usa un «scenario ingannevole»: «Se mangerai, diventerai come Dio». Di fronte a queste «storie distruttive e provocatorie, che logorano e spezzano i fili fragili della convivenza», occorre saggezza: «Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano».

Il Potere Salvifico delle Storie

Nel suo saggio, Johann Baptist Metz illustra il potere salvifico delle storie attraverso un racconto chassidico: «A un rabbino il cui nonno era stato un discepolo di Baal-Shem, fu chiesto di raccontare una storia. “Una storia - raccontò il rabbino - va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto”. E raccontò: “Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baal-Shem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento guarì». Questo si verifica, in modo del tutto singolare, nei racconti evangelici. «Mentre ci informano su Gesù - scrive il Papa - ci “performano” a Gesù, ci conformano a Lui: il Vangelo chiede al lettore di partecipare alla stessa fede per condividere la stessa vita». Benedetto XVI nella sua enciclica Spe salvi (n. 2) conferma: «Il messaggio cristiano non era solo informativo, ma performativo».

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Le storie ben raccontate, e in particolare quelle bibliche, sono spesso scandite da parole-chiave. L’intervento di Papa Francesco utilizza la metafora del “tessere”. Partendo dall’etimologia del termine “testo”, il Papa enuncia la pertinenza del verbo “tessere” quando si riferisce a storie raccontate: «L’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità (vedi Genesi 3, 21), ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti». Basandosi sulle parole del Salmo 139, «mi hai tessuto nel seno di mia madre», il Papa aggiunge che questa tessitura si prolunga nel corso della vita: «Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”». E questo accade grazie alle storie che ci attraversano e che ritessiamo incessantemente, «quando tessiamo di misericordia le trame dei nostri giorni».

La metafora della tessitura è preziosa e ci riconduce al senso biblico della parola. Nelle Scritture, la parola non è la traduzione di un concetto, ma si dispiega come un tessuto, capace di accogliere situazioni e destinatari sempre nuovi. L’estensibilità della parola biblica è particolarmente evidente nel contesto narrativo. Il finale del Vangelo di Matteo è eloquente: il Risorto dà ai discepoli un ordine significativo: «Fate discepoli tutte le nazioni» (Matteo 28, 19). Questo imperativo spinge i futuri destinatari del Vangelo a immedesimarsi nei discepoli, percorrendo con loro l'iniziazione evangelica. Il racconto evangelico rivela così una dinamica sia centripeta, riconducendo alla sequela di Gesù, sia centrifuga, proiettandosi «fino alla fine del mondo» (Matteo 28, 20).

Il Profeta Isaia e il Suo Messaggio

Il nome ebraico di Isaia è יְשַׁעְיָהוּ Yeshayahu, che significa «YHWH è salvezza» o «il Signore ha salvato». Isaia visse a Gerusalemme, capitale del Regno di Giuda, nel VIII secolo a.C. È uno dei grandi profeti ebraici, noto per il suo lungo e influente ministero. Il primo capitolo del libro di Isaia narra la sua chiamata divina a diventare profeta.

Struttura e Temi del Libro di Isaia

Il Libro di Isaia è generalmente datato tra l’VIII e il VI secolo a.C. e si articola in tre parti principali:

  • Parte 1: Isaia 1-39: Questa sezione è comunemente attribuita al profeta Isaia stesso ed è ambientata nel periodo precedente all’Esilio babilonese (VIII sec. a.C.).
  • Parte 2: Isaia 40-55 (Deutero-Isaia): Attribuita a un autore sconosciuto vissuto durante l’Esilio babilonese (VII sec. a.C.), questa sezione è caratterizzata da un tono di speranza e consolazione.
  • Parte 3: Isaia 56-66 (Trito-Isaia): Anche questa parte è attribuita a un autore sconosciuto e si concentra sulla fase successiva all’esilio babilonese (VI sec. a.C.).

Tra i principali temi del Libro di Isaia spiccano la promessa di redenzione e la restaurazione di Israele. Un altro tema importante è la giustizia sociale: Isaia critica aspramente l’ingiustizia, la corruzione e l’oppressione dei poveri e degli oppressi. La venuta del Messia è un altro tema chiave, con numerose profezie che preannunciano la figura del Salvatore.

Isaia nell'Arte

Il Libro di Isaia, con le sue potenti immagini e messaggi profetici, ha ispirato numerosi artisti nel corso dei secoli. Alcuni esempi includono:

  • Michelangelo Buonarroti - Profezia di Isaia: Questo affresco nella Cappella Sistina a Roma.
  • Marc Chagall - Serie di Illustrazioni per il Libro di Isaia: Dipinti e illustrazioni ispirati al profeta.
  • Duccio di Buoninsegna - L’Incoronazione della Vergine: Rappresenta Isaia tra i profeti.
  • William Blake - Illustrazioni per il Libro di Isaia: Incisioni dell'artista inglese.
  • Fra Angelico - Profezia di Isaia: Dipinto rinascimentale.

Dio sulla Croce e il Significato dell'"Amen"

La fede cristiana contempla un mistero profondo: il Dio onnipotente, creatore dei cieli e della terra, si manifesta sulla croce. Agli occhi divini, le nazioni sono come una goccia, eppure Gesù ha scelto di incarnarsi, condividendo pienamente l'umanità sofferente. Non è stato un supereroe o un semidio, ma si è fatto uomo per incontrare l'umanità nella sua debolezza e fragilità. Questo è lo straordinario mistero della fede, che si rivela nella vulnerabilità della croce.

Gesù in croce, con una rappresentazione della creazione divina

Il Segno di Croce è l'espressione della fede nella Santa Trinità che caratterizza i Cristiani. Si compie invocando: Alla fronte: "Al Nome del Padre", Al petto: "e del Figlio", Alla spalla: "e del Santo Spirito", All'altra spalla: "Amen".

Il Credo e l'ultimo libro della Sacra Scrittura terminano con la parola ebraica Amen, spesso presente alla fine delle preghiere del Nuovo Testamento e della Chiesa. In ebraico, "Amen" deriva dalla stessa radice della parola "credere", esprimendo solidità, affidabilità e fedeltà. Per questo, l'"Amen" può indicare sia la fedeltà di Dio verso di noi, sia la nostra fiducia in Lui. Nel profeta Isaia si trova l'espressione «Dio di verità», letteralmente «Dio dell'Amen», cioè il Dio fedele alle sue promesse: «Chi vorrà essere benedetto nel paese, vorrà esserlo per il Dio fedele» (Is 65,16). Nostro Signore usa spesso il termine Amen, talvolta in forma doppia, per sottolineare l'affidabilità del suo insegnamento e la sua autorità fondata sulla verità di Dio. L'"Amen" finale del Credo riprende e conferma le parole iniziali "Io credo". Credere significa dire "Amen" alle parole, promesse e comandamenti di Dio, fidandosi totalmente di Colui che è l'"Amen" d'infinito amore e perfetta fedeltà. La vita cristiana di ogni giorno sarà quindi l'"Amen" all'"Io credo" della professione di fede del Battesimo, poiché Gesù Cristo stesso è l'"Amen" (Ap 3,14), facendo in tutto la volontà del Padre. Il cristiano inizia la giornata, le preghiere e le azioni con il segno della croce, "nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen", consacrando la giornata alla gloria di Dio e invocando la grazia del Salvatore per agire nello Spirito come figlio del Padre. Il segno della croce fortifica nelle tentazioni e nelle difficoltà (Catechismo 2157).

Fede, Vocazione e la Via verso la Croce

La fedeltà alla vocazione è fatta di infiniti, quotidiani ritorni. La riflessione sulla fatica della fedeltà ci porta a riconoscere che «il giusto pecca sette volte in un giorno e che lasciamo sovente di cercare il nostro Dio, come bambini che non sanno stare al gioco». Siamo chiamati alla scuola dell’Evangelo affinché il Maestro, raccontandoci gli incontri da Lui avuti, ci mostri quante volte ha dovuto ripetere ai suoi "seguimi". Ascoltare l'Evangelo significa anche ricercarne le radici, ricordando che mai, nelle Scritture ebraiche, si parla di conversione al di fuori del contesto di alleanza. L’invito di Dio è rivolto al suo popolo, a cui si è legato con patto d’amore, chiedendogli di tornare all’amore degli inizi.

L'iniziativa per riannodare i fili del rapporto di fede-alleanza appartiene sempre a Dio. Come proclamava Geremia: «Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni» (Ger 3,22). L’assoluta e gratuita priorità dell’iniziativa divina esige una risposta, un «tornare indietro, un volgersi» più teologico che fisico, a Colui che chiama. L’Antico Testamento descrive tale atteggiamento con il verbo ebraico shub. L’uso di questo termine nel capitolo 6 di Isaia ci offre un nesso fortissimo tra vocazione e conversione. Dopo che il Signore ha purificato con il fuoco le labbra del suo profeta, gli consegna un messaggio altrettanto incandescente: «Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchi e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi, né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito» (Is 6,10). La santità di Dio, rivelatasi nel tempio, aveva avvolto di timore e tremore l’uomo Isaia, facendogli percepire l’infinita distanza dal Santo. I suoi occhi che hanno visto diverranno testimoni per quegli occhi che non potranno vedere. È una vocazione a lasciarsi convertire, col fuoco, affinché Colui che è fuoco divorante possa purificare tutto il popolo.

illustrazione del profeta Isaia con le labbra purificate dal carbone ardente

Il shub, tradotto dalla versione greca dei 70 con epistrepho (volgersi), è interessante nell'uso che ne fa Giovanni nel capitolo 20, quando il mattino della risurrezione, Maria, chiamata per nome, «si voltò e vide». Questo volgersi è di infinita gratuità, scaturisce non dalla debole fede di Maria, ma dalla libera e gratuita azione del Risorto. Gli occhi di Maria vedono perché il Signore si offre gratuitamente a lei.

Il Cammino del Discepolato verso la Croce

Convertirsi, credere, seguire: questa sequenza costituisce il portale d’ingresso dell’Evangelo di Marco e accompagna l’intero itinerario di sequela fino alla croce, fino a quel «veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Marco 15,39). Il passaggio tra questi verbi-atteggiamenti è tutt’altro che semplice. L’Evangelo di Marco testimonia la fatica di seguire Gesù, che si autorivela in modo sconvolgente (Marco 8,31-33; 9,30-32; 10,32-34). L’inizio del discepolato è cecità, che solo progressivamente si lascia sanare, poiché, per seguire Gesù, bisogna vedere-credere con gli occhi che Egli concede. L'esperienza paolina chiarisce: «la vita che vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi amò» (cfr. Gal 2,20).

Alla domanda «Voi chi dite che io sia?» (Marco 8,29), cuore dell’Evangelo e del discepolato, non si risponde senza aver fissato gli occhi sulla croce. Non si segue senza aver indugiato a lungo sul Volto di Colui che chiama, riconoscendone i tratti anche nei chiaroscuri. «Prese a seguirlo»: così termina il miracolo di Bartimeo, cieco di Gerico, ma il suo vedere si apre subito su Gerusalemme, la città dell’estremo amore. Lì devono fissarsi gli occhi di ogni chiamato. Forse è per questo che il giovane ricco non si è fatto discepolo: il brillio degli occhi del Maestro non fugò la sua paura, la vera nemica della conversione-vocazione.

Il Vangelo di Marco termina in modo ambiguo, con le donne davanti al sepolcro vuoto: «E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura» (Marco 16,8). Questa ambivalenza lascia al lettore tutto il peso dello sforzo di capire. Le donne sono chiamate a decidere: lasciare che la paura impedisca di obbedire al comando dell’angelo di annunciare la risurrezione, o superarla e proclamare il Vangelo. È probabile che abbiano optato per la seconda soluzione, ma Marco non lo dice.

Chi è il Cardinale Pietro Parolin? Vita, fede e diplomazia di un protagonista della Chiesa

La Debolezza di Pietro e il Richiamo Costante

L’esperienza di Pietro mostra la costitutiva debolezza del chiamato, che deve essere continuamente richiamato dal proprio Maestro. Nel momento centrale del suo Vangelo, Marco usa il verbo epistrafeis per indicare il repentino volgersi di Gesù verso Pietro. Sembra quasi che il Signore debba convertirsi nuovamente a quella vocazione da cui il discepolo cercava di distoglierlo. Pietro sprofonda nella propria fragilità e paura, non riuscendo a portare a compimento il cammino dietro a Gesù, come nell'episodio del cammino sulle acque (Matteo 14,28-31). Matteo contrappone i due nomi di Pietro, Cefa e scandalo: «Tu sei Pietro» (Mt 16,18); «Tu mi sei di scandalo» (Mt 16,23). Un nesso profondo tra la missione di Pietro e la sua debolezza è evidente in Luca e Giovanni. L’invito del Signore a Pietro, durante la Cena, a confermare i fratelli dopo essersi ravveduto (Luca 22), il pianto di Pietro dopo il rinnegamento (Luca 24), e la tristezza che segue la triplice domanda del Risorto «mi ami tu?», confermano l’ipotesi che «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Marco 2,17) è affermazione da attribuirsi alla vocazione ad essere discepoli. La differenza tra chi accetta di farsi discepolo e chi no è quella tra il giovane ricco, che non piange di fronte al proprio rifiuto, e il pianto amaro di Pietro. Il giovane resta prigioniero della tristezza, mentre Pietro si lascia guardare dal Maestro e si lascia sanare. La sua tristezza diviene pianto: «beati coloro che piangono!».

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