Il dibattito sulla rinuncia di Benedetto XVI e le analisi di Aldo Maria Valli

La rinuncia di Papa Benedetto XVI, avvenuta l'11 febbraio 2013, ha generato un ampio dibattito e sollevato numerose questioni che, sotto diversi profili, rimangono tutt'oggi aperte. Tra le interpretazioni più discusse vi è quella proposta da Andrea Cionci nel suo libro "Codice Ratzinger", analizzata criticamente anche da figure come Aldo Maria Valli, noto vaticanista e difensore della tradizione cattolica.

Foto di Papa Benedetto XVI durante un'udienza generale

La tesi del "Codice Ratzinger" di Andrea Cionci

Andrea Cionci, giornalista, storico dell'arte e scrittore, è autore del recente "Codice Ratzinger" e da circa due anni interviene sul sito liberoquotidiano.it con una serie di articoli relativi al tema trattato nel libro. La tesi di Cionci, definita da alcuni come una "follia", è fondata sull'idea che Ratzinger avrebbe messo in atto una comunicazione criptica che solo lui, Cionci, è stato in grado di decifrare.

I fondamenti dell'ipotesi

In sintesi, i fondamenti sui quali poggia l'ipotesi sono sostanzialmente tre:

  1. Papa Benedetto XVI, contro ogni apparenza, quell'11 febbraio non avrebbe annunciato la sua volontà di abdicare al soglio pontificio, rinunciando al munus petrinum (cfr. can. 332 § 2 del Codice di diritto canonico, del 1983), bensì avrebbe dichiarato di rinunciare solo e unicamente all'esercizio pratico del suo ministero presso la sede pontificia della Chiesa di Roma (espresso nel termine ministerium). Pertanto, Benedetto XVI, nonostante la data annunciata del termine ultimo, alle ore 20 del 28 febbraio di quell'anno, avrebbe continuato ad essere il Papa in carica pur non potendo più fare il Papa, privato della sede per l'esercizio pratico del suo ministero.
  2. Questa situazione non avrebbe prodotto l'istanza di una «Sede vacante» (termine tecnico per dire che la sede di Roma è senza la figura del Romano Pontefice) bensì di una «Sede impedita», secondo il can. 412 del Codice di Diritto Canonico. Secondo il Can. 412, la sede episcopale si intende impedita se il Vescovo diocesano è totalmente impedito nell'esercizio dell'ufficio pastorale nella diocesi, non essendo in grado di comunicare nemmeno per lettera con i suoi diocesani a motivo di prigionia, confino, esilio o inabilità. Per questo, essendo ancora vivente il Papa in «Sede impedita», Roma non sarebbe stata «Sede vacante» da quel 28 febbraio 2013 e l'elezione del 13 marzo 2013 di Papa Francesco non avrebbe prodotto altro che un'elezione invalida. A governare nell'esercizio pratico (ministerium) ci sarebbe da allora un «antipapa», appunto Francesco.
  3. Il corollario che vorrebbe rendere credibile e plausibile tutto ciò è il terzo pilastro dell'ipotesi in cui il Cionci identifica una sorta di codice particolare, semplice e complesso nello stesso tempo, ma fondato sulla ratio, sul logos. Tale codice viene battezzato dal Cionci e definito "Codice Ratzinger", decriptato dallo stesso autore del libro che porta tale titolo. Secondo questa visione, Papa Benedetto XVI si esprimerebbe con un codice tutto suo per trasmettere messaggi che dicano la resistenza della Chiesa cattolica contro i tentativi di annientamento della stessa, un codice che nessuno prima dell'autore di "Codice Ratzinger" aveva mai decriptato.

Le pagine del libro sono funzionali a corroborare ed esemplificare con una serie di dati tali elementi portanti dell'intero castello teorico, sia in direzione favorevole del «papa emerito» Benedetto XVI - unico e vero Papa - sia in direzione contrastante a svantaggio dell'operato dell'«antipapa» Francesco, in quanto non possono esistere due papi contemporaneamente, il Papa è sempre uno solo.

La critica alla distinzione tra munus e ministerium

L'ipotesi di Cionci è stata sottoposta ad analisi critica. Si osserva che l'autore non ha competenza in merito, non essendo teologo né canonista. La tesi, che Benedetto XVI non avrebbe mai abdicato rispetto al munus petrinum e che la distinzione netta tra munus e ministerium fosse stata voluta da Papa Giovanni Paolo II unitamente all'allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Cardinale Joseph Ratzinger, nel 1983 (in concomitanza con la pubblicazione del rinnovato Codice di Diritto Canonico), non trova riscontro. Nonostante tale affermazione sia ripetuta più volte nel libro, non sono presenti rimandi testuali o documenti ufficiali che la supportino.

In effetti, in nessuno dei canoni dedicati al Romano Pontefice nel CDC (can. 330-335) c'è la pur minima indicazione di tale scissione nei due enti (munus/ministerium). Il termine ministerium non vi compare con il significato inteso da Cionci, ma viene utilizzato sempre e solo munus, da intendersi come «ufficio, incarico, mansione, compito, missione…», ricevuta per legittima elezione, accolta dall’eletto. Dal munus accolto dall'eletto, scaturisce la potestas «ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente» (can. 331). L'unico collegamento che emerge dal dettato del CDC è tra munus e potestas: si tratta di un munus (ufficio, incarico eccetera) che comporta la massima potestà/potere in terra della stessa potestà di Cristo, trasmessa a Pietro e, attraverso la successione apostolica, al Romano Pontefice validamente eletto. Non c'è alcuna traccia della distinzione tra munus e ministerium rispetto all'incarico papale, come invece in modo inequivocabile sostiene Cionci.

L'interpretazione alternativa dei termini nella "Declaratio"

La questione sorge: da dove fa derivare tale ipotesi di distinzione giuridica dei due enti l'autore di "Codice Ratzinger"? La risposta sembra provenire dal tentativo di Cionci di interpretare i due termini utilizzati proprio nella "Declaratio" da Papa Benedetto XVI, quell'11 febbraio 2013, nell'annunciare la sua rinuncia al ministero di Romano Pontefice. Lì effettivamente i due termini compaiono, ma non sono affatto connotati dal senso che l'autore del "Codice Ratzinger" vorrebbe.

Il testo della "Declaratio" di Benedetto XVI recita:

«Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. BENEDICTUS PP.»

Come è facile notare, il termine munus ricorre nel testo latino due volte mentre il vocabolo ministerium ricorre tre volte; la traduzione italiana, come in quasi tutte le altre sette lingue moderne disponibili al sito del Vaticano, traduce con un unico termine i due vocaboli latini, e precisamente dando valore al secondo - «ministero» - come fossero dei sinonimi. Cionci ritiene che le traduzioni siano la causa o l'accomodamento voluto dai responsabili del Vaticano per occultare la vera questione: cioè che munus e ministerium siano due enti scindibili e quindi non trattabili in senso sinonimico.

Da un'analisi approfondita, in confronto con canonisti esperti, emerge una via diversa di derivazione per interpretare il testo della "Declaratio". Non il CDC del 1983, dove non c'è nulla di tutto ciò, bensì quell'unico documento che regola la disciplina dell'elezione del Romano Pontefice: la Constitutio Apostolica Universi Dominici Gregis. La questione, allora, va posta nell'articolazione di non due ma quattro termini presenti nella "Universi Dominici Gregis" e funzionali a qualificare l'identità del successore di Pietro. I termini sono: munus, officium, potestas e ministerium. L'intreccio dei primi tre termini riferiti al Romano Pontefice impedisce una separazione tra di loro, in quanto la potestas specifica del Romano Pontefice è fondata sul munus che, a sua volta, si rende attivo nell'officium; come non si può separare la relazione tra potestas e munus così non lo si può fare con l'officium. Il termine ministerium, invece, assume un valore altissimo e viene semantizzato sistemicamente dal dettato della Costituzione stessa. Esso non indica genericamente l'idea di un servizio, ma va a designare la categoria fondamentale posta in essere nell'incipit dell'esito di elezione valida del successore di Pietro, ovvero il suo inizio nell'assunzione del munus, nell'esercizio della sua potestas e nell'esplicitazione del suo officium. Tutto ciò è contenuto nell'espressione «initio ministerii novi Pontificis». Pertanto, la semantica del termine ministerium, qui, contestualmente, riassume in sé il munus, la potestas e l'officium, appare come un termine inclusivo dei tre tra loro inscindibili.

La sede impedita spiegata a un criceto: tutorial per una cum in difficoltà

Il pontificato di Benedetto XVI: un'analisi retrospettiva

Con la clamorosa decisione di dimettersi, Benedetto XVI ha colto di sorpresa la Chiesa cattolica e il mondo. Eppure, Joseph Ratzinger è stato fin dall'inizio il Papa delle sorprese.

Le "sorprese" di Joseph Ratzinger

Lo è stato già il primo giorno, quando, presentandosi come un «umile lavoratore nella vigna del Signore», ha dato di sé un'immagine ben diversa da quella di truce e inflessibile guardiano della retta dottrina che gli era stata ritagliata addosso. In seguito, nel confronto con la modernità, anziché mettersi sulla difensiva e combattere una guerra di posizione, ha volto la questione in positivo facendo una proposta. Ha infatti chiesto a tutti di allargare lo spazio della ragione fino a comprendere l'ipotesi Dio, e ha sostenuto che eliminare la trascendenza dall'orizzonte della razionalità umana non equivale a un processo di liberazione, bensì a un impoverimento dell'uomo.

Fede, ragione e la "persecuzione interna"

Un'altra sorpresa è venuta durante i mesi, terribili per lui e per l'intera Chiesa cattolica, degli scandali emersi per i casi di abusi sessuali commessi da uomini consacrati. È stato allora che Benedetto XVI, anziché rivestire il ruolo di vittima e accusare il mondo, ha parlato di «persecuzione interna», sostenendo che questa, proveniente dalle fila della stessa Chiesa a causa della mancanza di fedeltà al Vangelo, costituisce la vera forma di oppressione e il vero pericolo che i cattolici devono affrontare con coraggio per eliminare il male alla radice.

È stato, quello di Benedetto XVI, un pontificato pieno di spine, di momenti difficili, di incomprensioni. Tipico il caso della lectio magistralis di Ratisbona. Da molti considerata un passo falso a causa della dotta citazione, apparentemente anti-islamica, tratta dalle parole di un antico imperatore bizantino, fu invece il tentativo di enunciare una tesi centrale nel suo insegnamento, e cioè che tra la fede religiosa e la razionalità non c'è opposizione e che la fede, quando è autentica e quindi rivolta veramente a Dio, è in realtà espressione della razionalità umana. Non è la fede religiosa in quanto tale a essere nemica della razionalità, ma la fede fanatica, la fede incoerente, la fede messa al servizio della violenza. Ripercorrere il pontificato di Benedetto XVI fa bene alla mente e permette di capire meglio i nodi culturali e spirituali del nostro tempo.

Mappa concettuale del rapporto tra fede e ragione secondo Benedetto XVI

Aldo Maria Valli e la difesa della tradizione cattolica

Aldo Maria Valli, giornalista e scrittore, è da anni un affermato vaticanista. Nel suo blog "Duc in altum", tra i più frequentati e autorevoli, è impegnato da tempo a difesa della tradizione cattolica, della retta dottrina e della corretta liturgia, contro le ambiguità di un magistero segnato dal neo-modernismo e da cedimenti alla mentalità del mondo. Tra i suoi libri più diffusi figurano "266. Jorge Mario Bergoglio Franciscus PP", "Come la Chiesa finì" e "Il caso Viganò". Per Chorabooks ha già pubblicato "Uno sguardo nella notte. Ripensando Benedetto XVI" e "Sradicati" (con Aurelio Porfiri).

"Claustrofobia" e la vita contemplativa

In "Claustrofobia. La vita contemplativa e le sue (d)istruzioni", Aldo Maria Valli descrive e mette in luce i contenuti più letali per la fede e la Chiesa stessa, in merito alla vita di preghiera. La vita di preghiera, nella contemplazione del mistero divino e per la riparazione dei peccati del mondo, è un grande tesoro, conservato in monasteri dalla vita millenaria, ma ora questo tesoro sarebbe in pericolo non per un attacco dall'esterno, ma per iniziativa della stessa gerarchia cattolica. L'attacco arriva, secondo Valli, dalla costituzione apostolica "Vultum Dei quaerere" e dall'istruzione applicativa "Cor orans", un apparato normativo che minaccia l'autonomia dei monasteri, indebolisce la loro indipendenza e, con la scusa dell'aggiornamento e della formazione, mette in discussione l'idea stessa di isolamento e di vita di clausura. Dietro a questa "claustrofobia" da parte della Chiesa, Valli intravede un'idea di spiritualità tutta orizzontale, tutta giocata nel sociale, incapace di scorgere la bellezza e la grandezza di una relazione esclusiva con Dio.

La critica al ridimensionamento dell'evangelizzazione

Secondo alcune riflessioni riprese da Valli, il mondo, sapendo di essere "già salvo senza Vangelo", tenderebbe ad abbandonare il Vangelo per tornare al mondo, del quale "già da molto tempo non se ne conservava più che un’ombra". Non si avrebbe difficoltà a giurare al mondo di non desiderare affatto di conquistarlo alla Chiesa, ma soltanto di aiutarlo a prendere coscienza dei valori soprannaturali che esso già possiede, anche se per un'antica abitudine si dovesse ancora parlare di “missione”. Qualora il mondo ridesse a tale ridicola offerta, non si farebbe che annunziargli, come il solo messaggio che la Chiesa ha ancora per lui, la vuota consolazione con la quale ci si giustificava della scarsa inclinazione che si sentiva per evangelizzarlo, dopo aver reso impossibile ogni evangelizzazione atrofizzando il vangelo per usarlo ai propri fini.

Si è assistito a un progressivo ridimensionamento negli ultimi trent'anni in tema di evangelizzazione. L'Azione Cattolica degli anni trenta voleva precisamente “la conquista”, quella del dopoguerra aveva già ripiegato sulla “testimonianza”, con i preti operai si è voluta “la presenza”. Presenza che oggi è "così impaziente di farsi dimenticare e di immergersi in tutti i flussi e riflussi del mondo, che non si vede ormai più quello che ancora la distingue dall’assenza". Una volta rinunciato a convertire il mondo, e avendo perso il desiderio di convertirsi essi stessi al Vangelo, non vi è da meravigliarsi se i cattolici, andando verso il mondo, si facciano irretire "puramente e semplicemente come degli allocchi".

La fede come peso o dono: riflessioni ratzingeriane

Un collega più anziano, cui stava molto a cuore la situazione dell’essere cristiano nel nostro tempo, espresse l’opinione che bisognava davvero esser grati a Dio per aver concesso a così tanti uomini di poter essere non credenti in buona coscienza. Infatti, se si fossero loro aperti gli occhi e fossero divenuti credenti, non sarebbero stati in grado, in un mondo come il nostro, di portare il peso della fede e dei doveri morali che ne derivano. Ora invece, dal momento che percorrono un’altra strada in buona coscienza, possono non di meno raggiungere la salvezza. Questa affermazione sbalordì non tanto per l'idea di una coscienza erronea concessa da Dio stesso, ma per la concezione che la fede sia un peso difficile da portare e che sia adatto solo a nature particolarmente forti, quasi una forma di punizione. La fede, anziché rendere la salvezza più accessibile, la renderebbe più difficile.

Dovrebbe essere felice, pertanto, proprio colui cui non viene addossato l’onere di dover credere e di doversi sottomettere a quel giogo morale che la fede della Chiesa cattolica comporta. La coscienza erronea, che consente di vivere una vita più facile e indica una via più umana, sarebbe dunque la vera grazia, la via normale di salvezza. La non verità, il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità. Non sarebbe la verità a liberarlo, anzi egli dovrebbe piuttosto esserne liberato. L’uomo sarebbe a casa propria più nelle tenebre che nella luce, la fede non sarebbe un bel dono del buon Dio, ma piuttosto una maledizione. Stando così le cose, come dalla fede potrebbe venire gioia? Chi potrebbe avere addirittura il coraggio di trasmettere la fede ad altri? Non sarebbe meglio risparmiare loro questo peso o anche tenerli lontano da esso? Negli ultimi decenni concezioni di questo tipo hanno visibilmente paralizzato lo slancio dell’evangelizzazione. Chi intende la fede come un carico pesante, come un’imposizione di esigenze morali, non può invitare gli altri a credere; egli preferisce piuttosto lasciarli nella presunta libertà della loro buona fede.

La risposta a ciò è che "Portare Cristo agli uomini e portare gli uomini a Cristo": questo è ciò che anima ogni opera evangelizzatrice. Voi lo realizzate in un cammino che aiuta a far riscoprire a chi ha già ricevuto il Battesimo la bellezza della vita di fede, la gioia di essere cristiani. Il “seguire Cristo” esige l’avventura personale della ricerca di Lui, dell’andare con Lui, ma comporta sempre anche uscire dalla chiusura dell’io, spezzare l’individualismo che spesso caratterizza la società del nostro tempo, per sostituire l’egoismo con la comunità dell’uomo nuovo in Gesù Cristo. È un impegno non sempre facile. A volte si è presenti in luoghi in cui vi è bisogno di un primo annuncio del Vangelo, la missio ad gentes; spesso, invece, in aree che, pur avendo conosciuto Cristo, sono diventate indifferenti alla fede: il secolarismo vi ha eclissato il senso di Dio e oscurato i valori cristiani. Qui l'impegno e la testimonianza siano come il lievito che, con pazienza, rispettando i tempi, con sensus Ecclesiae, fa crescere tutta la massa. La Chiesa ringrazia le famiglie; ha bisogno di voi per la nuova evangelizzazione. La famiglia è una cellula importante per la comunità ecclesiale, dove ci si forma alla vita umana e cristiana. Con grande gioia si vedono i vostri figli, tanti bambini che guardano ai genitori, al loro esempio. Un centinaio di famiglie sono in partenza per dodici missioni ad gentes. Si invita a non avere timore: chi porta il Vangelo non è mai solo. Un saluto speciale è rivolto ai sacerdoti e ai seminaristi, invitandoli ad amare Cristo e la Chiesa, a comunicare la gioia di averLo incontrato e la bellezza di aver donato a Lui tutto, così come agli itineranti, ai responsabili e a tutte le comunità del Cammino.

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