La proposta di sorteggiare i componenti del CSM, al di là del giudizio complessivo sulla riforma della giustizia proposta dal ministro Nordio, ha il merito di aver riportato l’attenzione sulle questioni istituzionali riguardanti il CSM. È fondamentale evidenziare che la scelta del sistema elettorale non è soltanto una questione di osservanza e coerenza con i principi costituzionali, ma è necessario individuare anche le condizioni più idonee a dare attuazione a quei principi, avuto riguardo alle dinamiche su cui la normativa andrà ad incidere.
Contesto delle Riforme del CSM: Dallo Scandalo Palamara alla Riforma Cartabia
Il punto di avvio di qualsiasi riflessione sulla riforma elettorale del CSM non può non trarre l’abbrivio dallo “scandalo Palamara” e da ciò che ha significato per la magistratura. Questo scandalo non può essere confinato al ristretto ambito delle responsabilità di Luca Palamara, dal momento che esso, per come si evince in maniera nitida dalle migliaia di conversazioni cristallizzate nelle chat acquisite, risulta essere il portato di un sistema che ha inciso profondamente sul funzionamento del CSM, trasformandolo in un organo governato dalla lottizzazione degli incarichi, con la sistematica sostituzione del criterio del merito con quello dell’appartenenza alla corrente associativa.
In particolare, la vicenda relativa alla trattativa per la nomina del procuratore della Repubblica di Roma, nota come scandalo dell’“Hotel Champagne”, appare solo quella più eclatante e allarmante, in quanto dimostrativa dell’esistenza di un sistema di interferenze esterne all’organo consiliare, portatore di interessi opachi. Nonostante queste premesse, che hanno spinto il Capo dello Stato Mattarella a parlare di “modestia etica”, la riforma elettorale targata Cartabia, che pure sembrava voler porre fine al sistema correntocratico, non ha posto un argine alla degenerazione correntizia. Nell’attuale CSM, i consiglieri, sebbene eletti formalmente al di fuori delle correnti di appartenenza, nell’esercizio del voto all’interno del CSM continuano a far riferimento, tranne rare eccezioni, agli schieramenti correntizi di appartenenza. Le correnti continuano a spirare ancora con forza.

Per converso, il sistema dell’estrazione a sorte è destinato a spezzare il legame esistente tra i componenti eletti nel CSM e le correnti associative, creando le condizioni oggettive affinché ciascun consigliere possa essere libero di valutare e decidere le pratiche consiliari, applicando i criteri previsti dalla legge, senza essere condizionato dall’appartenenza correntizia. Questo segue la stessa logica con cui ciascun magistrato, dotato di indipendenza, decide le cause sottoposte alla propria cognizione. Nessun pregiudizio subirebbe l’associazionismo giudiziario: l’ANM tornerebbe a svolgere la sua naturale funzione di tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, oltre che di controllo dell’attività del CSM, e le correnti associative ritornerebbero a essere espressione dei diversi orientamenti ideali esistenti all’interno della magistratura associata, secondo la loro originaria vocazione culturale. È necessario che il CSM sia meno governato dalla politica e dalle correnti associative, che spesso strizzano l’occhiolino alla maggioranza governativa di turno, diventando inflessibili con i magistrati scomodi, non allineati e non iscritti ad alcuna corrente, che hanno il solo torto di svolgere la loro funzione in maniera indipendente, preoccupandosi solo di applicare il principio della soggezione alla legge.
Non hanno ragion d’essere le obiezioni sollevate sul sorteggio dei componenti togati del CSM, laddove evidenziano oltre misura alcune criticità, ottenebrando e obliterando con disinvoltura i mali evidenti del sistema correntizio e la perdita totale di autorevolezza e di prestigio che ne è derivata. A coloro che si affannano a esprimere dubbi e perplessità circa il rispetto delle regole democratiche bisogna ricordare che il CSM non è un organo di rappresentanza politica, e che il sorteggio rappresenta la più antica procedura democratica, già in uso nell’Atene del V secolo a.C., e oggi diffusa nelle giurie popolari.
Quanto poi alla capacità dei sorteggiati di rappresentare degnamente il CSM, occorre rammentare che i magistrati, nello svolgimento dell’attività giudiziaria, anche in sede monocratica, possono essere chiamati ad occuparsi di vicende ben più delicate delle pratiche consiliari, vicende che spesso richiedono valutazioni estremamente complesse, e che nel Consiglio possono avvalersi di un apparato di funzionari in possesso di elevate competenze professionali. La risposta più adeguata alle perplessità sollevate in merito alla presunta idoneità dei sorteggiati risiede proprio nella concreta esperienza istituzionale, dal momento che il primo sorteggiato della storia consiliare, il consigliere Andrea Mirenda, ha dimostrato che qualunque magistrato indipendente e autonomo è in grado di affrontare degnamente e fattivamente l’impegno consiliare anche se privo di copertura correntizia.
Il Contenzioso Giudiziario tra Alberto Iannuzzi e Rosario Baglioni
Il Consiglio di Stato ha confermato oggi la sentenza con la quale, nel gennaio dello scorso anno, il Tribunale amministrativo regionale del Lazio annullò - su ricorso del magistrato Alberto Iannuzzi, oggi consigliere della sezione civile della Corte di appello di Potenza - la delibera di nomina di Rosario Baglioni a Presidente della sezione penale del Tribunale di Potenza da parte del Consiglio Superiore della Magistratura. Per la definizione della vicenda sarà necessario attendere un’altra decisione del Tar del Lazio, perché Iannuzzi ha impugnato un’altra delibera del Consiglio Superiore della Magistratura che, lo scorso settembre, confermò la nomina di Baglioni. Il CSM dovette riesaminare la sua decisione di nominare Baglioni proprio in conseguenza dell’accoglimento, da parte del Tar del Lazio, del ricorso di Iannuzzi. Baglioni fu nominato all’unanimità dal CSM il 15 settembre 2016 e si insediò circa due mesi dopo.
Il 6 febbraio sarà il Consiglio di Stato ad affrontare la contesa nata per il posto di presidente della sezione penale del Tribunale di Potenza. La vicenda inizia nel 2016, quando a fare domanda per quell’ufficio è Alberto Iannuzzi: è il gip di Potenza che ha firmato i provvedimenti sui gruppi di potere scoperti dal pm Henry John Woodcock e che incrociavano affari, massoneria e politica. Iannuzzi, dopo altre esperienze giudiziarie, fece domanda per diventare presidente del Tribunale di Potenza. Il CSM lo boccia, scegliendo all’unanimità Rosario Baglioni, proveniente dal Tribunale di Benevento e appartenente alla corrente di Magistratura indipendente. Iannuzzi era allora un “cane sciolto”, non faceva parte di alcuna delle correnti della magistratura associata (oggi ha aderito ad Autonomia e indipendenza fondata da Piercamillo Davigo). Fece ricorso al Tar contro la bocciatura del CSM. Il Tribunale amministrativo del Lazio gli dà ragione, rilevando un difetto di motivazione nella nomina del CSM, che non aveva preso in considerazione le sue esperienze professionali. Il CSM, il ministero della Giustizia e il giudice Baglioni ricorsero allora al Consiglio di Stato, che diede loro torto. Iannuzzi aveva vinto.
Ma intanto, il CSM di Palamara, ormai in scadenza, a fine 2018 riesaminò la vicenda e scelse di nuovo Baglioni, con una nuova delibera in gran parte simile alla precedente. Iannuzzi e Woodcock, a differenza di molti loro colleghi, non si scagliarono contro De Magistris e Iannuzzi sostenne le sue idee nei suoi provvedimenti e in qualche dichiarazione pubblica. Il CSM segnalò quel vecchio procedimento disciplinare, aggiungendo però che era irrilevante. Ma la conclusione fu la fotocopia della prima delibera: nominiamo Baglioni. Iannuzzi si rivolse allora di nuovo al Tar, contro la seconda delibera del CSM che lo escludeva. Questa volta il Tar gli diede torto.

La Sentenza Capristo e il Ruolo del Presidente Rosario Baglioni
Con l'accusa di tentata induzione indebita e falso ideologico, l'ex procuratore capo di Trani e Taranto, Carlo Maria Capristo, è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione (pena sospesa) e al pagamento delle spese processuali, dalla sezione penale del Tribunale di Potenza, presieduta da Rosario Baglioni. Per un’altra serie di ipotesi accusatorie relative al reato di falso ideologico, invece, Capristo è stato assolto “perché il fatto non sussiste”. È questa la sentenza che ha definito il primo grado del processo a carico del magistrato coinvolto in una vicenda che riguardava un suo presunto tentativo di induzione verso la pm Silvia Curione per agevolare tre imprenditori di Bitonto, Giuseppe, Cosimo e Gaetano Mancazzo, attraverso il suo autista (poi uscito dal processo con patteggiamento e condanna a due anni).
L’indagine era partita dalla denuncia di Curione: Antonino Di Maio, il procuratore che era subentrato a Capristo (nel frattempo trasferito a Taranto) e che in questa vicenda è stato indagato (e poi archiviato) per abuso d’ufficio e favoreggiamento personale, aveva chiesto l’archiviazione, rigettata dal gip di Trani. Il fascicolo venne avocato dall’allora pg di Bari, Annamaria Tosto, e trasferito a Potenza. Il pubblico ministero, Anna Gloria Piccininni, e il procuratore capo, Francesco Curcio, lo scorso 18 ottobre avevano chiesto al Tribunale la condanna di Capristo a sei anni di reclusione. La sentenza odierna è giunta in seguito. L'avvocato Angela Pignatari, legale di Capristo, ha commentato che la sentenza "sarà riformata" poiché sono convinti che sarà data una lettura diversa degli atti oggetto del processo, ritenendo Capristo una persona onesta e che non ha commesso i fatti come inquadrati dal tribunale.
La vicenda è iniziata nel 2018, quando Capristo e gli altri 4 indagati (all’epoca finirono tutti ai domiciliari) secondo l’accusa cercarono di convincere il magistrato della Procura di Trani a chiudere le indagini per usura e avviare il processo contro un imprenditore, senza che ce ne fossero i presupposti e solo perché gli interessati avevano un obiettivo ben preciso: ottenere indebitamente i vantaggi economici e i benefici di legge conseguiti dallo status di vittime di usura. Motivo per cui avevano già provveduto a denunciare il malcapitato imprenditore. La pm Silvia Curione, però, si è ribellata. Ha detto no a quell’invito - arrivato per bocca di un poliziotto inviato dal procuratore capo di Taranto - e ha svelato una trappola in cui sarebbe dovuto cadere un innocente calunniato. Nell’ordinanza di custodia cautelare che nel 2018 dispose i domiciliari per gli indagati venne riportata integralmente la relazione riservata redatta dal sostituto procuratore Silvia Curione e inviata al suo capo ufficio, Di Maio, per raccontargli dell’accaduto. Capristo cercò di convincere Curione a “perseguire ingiustamente” l’imprenditore denunciato dai Mancazzo facendo temere al magistrato ritorsioni sul marito, il pm Lanfranco Marazia, suo sostituto alla Procura jonica e tenuto in grande considerazione fino a un certo momento. Il magistrato, sentito a verbale, ha dichiarato che a un certo punto Capristo - che pur lo aveva applicato alla Dda di Lecce - cominciò a ignorarlo. Marazia, nel gennaio 2018, aveva segnalato una fuga di notizie sull’indagine relativa alla Cementir di Taranto, Enel di Brindisi e Ilva. Non solo: il giorno dopo l’audizione di Marazia a Potenza, di cui nessuno sapeva nulla e relativa all’indagine, Capristo non solo non lo salutò ma girò il volto dall’altra parte.
L'Appello per la Candidatura Politica di Alberto Iannuzzi in Basilicata
In vista delle elezioni regionali del 21 e 22 aprile in Basilicata, un gruppo di liberi cittadini ha sottoscritto un appello alle forze politiche del centrosinistra affinché si trovi convergenza su un unico nome da sostenere. Questa iniziativa “dal basso” mira ad aiutare i vertici politici a trovare convergenza sul nome più indicato da candidare alla presidenza della Regione. Le elezioni in Basilicata si avvicinano, dopo cinque anni di amministrazione di una coalizione di centrodestra, che ha portato ad un aggravamento dei tanti problemi che affliggono questa regione. Nonostante ciò, si fa ancora fatica a costruire un’alternativa credibile e una prospettiva politica che sia un motivo di speranza per i cittadini. Quello che è stato fatto in Sardegna non deve, però, creare l’illusione che bastino un’alleanza o accordi politici per essere credibili.
In questi mesi in Basilicata le forze politiche del centro-sinistra non sono riuscite a trovare un’intesa né programmatica né sul nome del candidato presidente. Nei prossimi giorni è prevista una direzione del Pd e probabilmente un tavolo di confronto tra le forze progressiste, attraverso i quali si tenterà di dare un’indicazione su un candidato o una candidata, intorno a cui costruire un’alleanza e un progetto per il futuro della Basilicata. Non servono le belle parole e neanche i bei programmi, serve la credibilità, perché si possa davvero credere che questa regione possa affrancarsi dallo sfruttamento e camminare sulle proprie gambe, confidando sulle proprie risorse, umane e ambientali.

Tra i nomi in discussione, spicca quello di Alberto Iannuzzi, attuale presidente della Corte di Appello di Potenza. Si tratta di un magistrato dalla storia professionale e personale fatta di autonomia, coraggio e libertà. Una persona di grande equilibrio, caratterizzata anche da un impegno civile nel mondo dell’associazionismo. Tutti i lucani sanno che Alberto Iannuzzi, nella sua attività di giudice, è sempre stato indipendente e libero nel valutare i fatti su cui ha fondato le sue decisioni, senza mai lasciarsi condizionare da alcun tipo di vincolo di appartenenza né tanto meno di simpatia politica. Inoltre, Alberto Iannuzzi si è sempre contraddistinto per una particolare attenzione ai ragazzi, quegli stessi ragazzi che, a centinaia, ogni anno lasciano la Basilicata, un fenomeno che si pensava circoscritto all’immediato dopoguerra.
I cittadini impegnati nel lavoro, nelle associazioni, nella sanità, nel settore privato, nella scuola e nelle università, ritengono che un nome come quello di Alberto Iannuzzi susciterebbe un’ondata di entusiasmo, una voglia di impegno e di riscatto, il tornare a credere nella politica. Si confida che questo sogno non si spezzi sul nascere in Basilicata, dato che troppo grandi sono state le delusioni del passato per pensare a una soluzione di compromesso. Si riconosce che certi poteri, chi ha ancora interesse a tenere questa regione sotto il giogo dello sfruttamento, non apprezzerebbero la candidatura di Alberto Iannuzzi. Proprio per questo l'appello sottolinea che è il tempo del coraggio e della visione, e in questo tempo ciascuno ha il dovere di fare la propria parte.