La parola "pace" nel linguaggio comune evoca l'assenza di guerra o di conflitti. Tuttavia, nella prospettiva della fede cristiana, essa assume un significato molto più profondo, diventando un dono interiore e spirituale offerto agli uomini dal Signore Gesù risorto.

La Pace di Cristo: Origine e Profondità Teologica
Il concetto cristiano di pace affonda le sue radici nel Vangelo, in particolare nella testimonianza dei discepoli della Risurrezione. Come riferisce il Vangelo di Giovanni (20,19-20), «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo mostrò loro le mani ed il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore».
Questa "pace" non è una semplice assenza di turbamento, ma un dono racchiuso nel saluto di Gesù risorto che opera una profonda trasformazione interiore. Sostituisce la paura, l’incertezza, il turbamento, la preoccupazione e il disagio con la serenità interiore e una tranquillità che non è incoscienza. È la presenza del Cristo risorto che permette una visione della realtà che, pur nella sua drammaticità, non schiaccia la persona, e un vivere che nella fatica non coltiva il senso del fallimento. La pace, secondo la fede cristiana, è il frutto della vita nuova inaugurata dalla resurrezione di Gesù e si identifica come una "novità" immessa nella storia umana dalla Pasqua di Cristo, nascendo da un profondo rinnovamento del cuore dell’uomo.
Gesù stesso promise ai suoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27), parole che infondono la gioiosa certezza della sua permanente presenza. La pace di Cristo è quella che «custodisce i tuoi pensieri, il tuo cuore, cioè la tua volontà in Cristo Gesù» (Fil 4,7). Il dono della pace ha come uno dei suoi frutti più significativi quello della gioia, non quella chiassosa o superficiale, ma una gioia interiore che illumina la vita e diventa serenità.

Il Segno della Pace nella Liturgia Romana
Nella tradizione liturgica romana, lo scambio della pace è un rito collocato strategicamente prima della Comunione, con un significato teologico specifico. Esso si presenta come il "bacio pasquale" di Cristo risorto, presente sull’altare, e si inserisce tra il Padre Nostro - a cui si unisce mediante l’embolismo che prepara al gesto della pace - e la frazione del pane, durante la quale si implora l’Agnello di Dio perché doni la sua pace. I riti che preparano alla comunione costituiscono un insieme articolato, in cui ogni elemento contribuisce al senso globale della sequenza rituale che converge verso la partecipazione sacramentale al mistero celebrato.
Significato e Finalità Liturgica
L'Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR) chiarisce che il Rito della Pace è il momento in cui la Chiesa chiede la pace e l'unità per sé e per l'intera famiglia umana, e i fedeli esprimono reciprocamente la loro comunione ecclesiale e la mutua carità prima di comunicare al Sacramento dell'Eucaristia. Questa parte della Messa è dunque un gesto di unità, comunione e carità reciproca, che deve avvenire prima di ricevere Gesù nell'Eucaristia.
Il Signore ci chiede di assicurare che i nostri cuori siano in pace e liberi dal rancore prima di accostarci all'altare. Come afferma Gesù nel Vangelo di Matteo (5,23-24): «Se dunque presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare. Va' prima a riconciliarti con loro; poi torna e offri il tuo dono». Il rito della pace è, pertanto, un momento di riconciliazione che precede e prepara alla piena partecipazione eucaristica.
Lo storico liturgico cattolico Joseph Jungmann suggerisce che il segno della pace si sia probabilmente sviluppato come "illustrazione" dell'espressione "sicut et nos dimittimus" del Padre Nostro. Scambiando la pace con chi ci sta davanti, stiamo simbolicamente facendo pace con qualsiasi persona con cui dobbiamo riconciliarci, chiedendo a Gesù di portare la sua pace in ogni parte del nostro cuore in cui essa è assente.
Evoluzione Storica del Gesto
Nelle prime comunità cristiane, il modo di scambiare la pace era l'osculo o "bacio santo". San Giustino martire, nel II secolo d.C., testimonia che, dopo le preghiere, i fedeli «si salutiamo l’un l’altro con un bacio». Questo gesto è menzionato anche nelle lettere di San Paolo (Rm 16,16; 1 Cor 16,20; 2 Cor 13,12; 1 Ts 5,26) e nella prima lettera di Pietro (5,14). La Tradizione Apostolica precisava che il bacio fosse scambiato tra uomini e donne separatamente ("Gli uomini tra loro, le donne tra loro"), escludendo i catecumeni.
Nel IV secolo, Cirillo, vescovo di Gerusalemme, spiegava che questo bacio non era un saluto mondano, ma «un gesto che esprime la volontà di conciliare le anime con il proposito di dimenticare le vicendevoli offese: un segno di unione dei cuori e della estinzione di ogni inimicizia». Papa Innocenzo I, nel 416, attestava che tale bacio era considerato la premessa del momento della comunione nella Chiesa romana.
Col tempo, il gesto si stilizzò e la pace iniziò a partire dal celebrante per trasmettersi secondo l'ordine gerarchico. Nel IX secolo, il celebrante baciava l’altare e poi la trasmetteva al diacono e agli altri membri del clero. Il bacio sulla bocca si alternò con il bacio sulla spalla e sulla guancia. Nel XIV secolo, fu introdotto l'«osculatorio», uno strumento apposito per lo scambio della pace, istituzionalizzato nel Messale di San Pio V (1570).
Il Nuovo Messale: lo scambio di pace.
Norme Attuali e Importanza della Sobrietà
L'Editio typica tertia del Messale Romano (2008) lascia libero il modo di scambiarsi la pace, delegando alle Conferenze Episcopali la facoltà di stabilire «il modo di compiere questo gesto di pace secondo le usanze dei popoli». Tuttavia, si raccomanda che «ciascuno dia la pace soltanto a chi gli sta più vicino, in modo sobrio» (OGMR n. 82). Il Papa Benedetto XVI, nell'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis (n. 49), ribadiva che «non tolga nulla all’alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, limitando lo scambio della pace a chi sta più vicino».
La "sobrietà" non è sinonimo di freddezza o ostilità, ma invita a un comportamento discreto e riverente, consapevole del momento solenne in cui ci si trova durante la Messa. Il segno della pace avviene dopo che il pane e il vino sono diventati Corpo e Sangue di Cristo, e il sacrificio di Gesù sulla Croce è reso presente sull'altare. Mantenere un atteggiamento di concentrazione e preghiera consente di essere pienamente presenti al miracolo dell'Eucaristia che si sta svolgendo, preparandoci ad accogliere Gesù in noi stessi con la giusta disposizione di solenne riverenza.
È importante chiarire che il rito della pace possiede già un profondo significato di preghiera e offerta di pace nel contesto dell’Eucaristia. Pertanto, l'invito a scambiarsi il segno della pace non è un atto "meccanico". Se si prevede che non si svolgerà adeguatamente a causa di circostanze concrete (come durante una pandemia) o si ritiene pedagogicamente sensato non realizzarlo, può essere omesso e, talora, deve essere omesso.
Le Conferenze Episcopali sono invitate a preparare catechesi liturgiche sul significato del rito della pace nella liturgia romana e sul suo corretto svolgimento nella celebrazione della Santa Messa, per una fruttuosa partecipazione dei fedeli.
La Pace di Cristo e il Discepolato
La pace di Dio è quella che custodisce i nostri cuori e i nostri pensieri in Cristo. È la pace di Cristo, l’Agnello immolato e vincitore, risorto con i segni della passione, che dona la sua pace. Questa pace è intrinsecamente legata al discepolato e alla croce.
Quando Gesù pone la condizione al discepolato, «Se qualcuno vuole essere mio discepolo, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua», egli non parla di un avvenimento drammatico futuro, ma di una realtà presente. La "nostra croce" è quel luogo di impossibilità particolare, dove, anche se ci si impegna al massimo, non si riesce da soli. Ma la croce di Gesù ha un potere attrattivo: se ci si attacca a essa con la propria croce, si sente meno il peso e si diventa come magnetici, pieni di speranza, voglia di vivere, di amare, di perdonare. È la propria croce, quella ferita, che permette a Cristo di "acchiapparci".
Questa comprensione profonda della pace si alimenta anche di una preghiera incessante. Gesù stesso ha detto che è necessario "pregare sempre e senza stancarsi". La preghiera costante rallegra il cuore e permette di accogliere le vere ispirazioni di Dio, che sono sempre dolci e pacifiche, portando a confidenza e unità nel cuore.