L'Adorazione Eucaristica può assumere molteplici forme e tematiche, e una di queste si concentra sulla riconciliazione, trovando profonda ispirazione nell'ascolto della parola di Dio, in particolare dai testi di Osea (Os 2,16-25) e Efesini (Ef 2, 4 ss), arricchita da riflessioni tratte dal magistero. Questo approccio mette in luce la figura di Dio come Sposo e il ruolo centrale della famiglia nel cuore della Chiesa, offrendo una proposta di preghiera e adorazione vocazionale.
Tali sussidi sono indicati sia per la lectio personalis che per gruppi parrocchiali di diverse età (giovanissimi, giovani, giovani adulti, adulti, terza età). Attraverso una o più catechesi vocazionali, è possibile partire dall’articolazione tripartita dei testimoni e ripercorrerne alcuni motivi. In questo contesto, si prega anche per le vocazioni alla vita contemplativa, riconoscendo che Dio è gioia infinita.

Osea e Gomer: Il Dramma Personale come Metafora dell'Amore Divino
Il libro di Osea inizia con la storia del profeta dell’VIII secolo a.C., originario del regno del Nord. Fin da subito si evidenzia la concomitanza dell’inizio della missione profetica e dell’avvio del dramma personale dell’uomo-Osea, cui viene impartito dal Signore un comando reciso: “Va, prenditi in moglie una donna di prostituzione e abbi figli di prostituzione” (Os 1,2).
La donna scelta dall’obbediente Osea si chiama Gomer, figlia di Diblaim. Sulla sua reale identità si sono scatenate molte discussioni da parte degli interpreti, recalcitranti ad ammettere che un comando del genere potesse provenire da Yhwh. Un’ipotesi suggeriva che Gomer avesse svelato la sua indole solo dopo il matrimonio e che l’espressione ‘figli di prostituzione’ indicasse solo che la madre poteva trasmettere ai figli la sua perversa natura; ma restava comunque il comando, proveniente dall’onniscienza divina. Altri pensavano che Osea avesse preso in moglie una ierodula, cioè una prostituta ‘sacra’, tra quelle che animavano i culti cananei della fertilità, ormai molto diffusi anche in Israele.
Siamo di fronte a uno dei misteriosi e categorici comandi di Yhwh, cui non si può non ubbidire, un’esperienza condivisa da tutti i profeti. Ma a questo punto interviene un elemento che trasforma la situazione in un dramma personale e universale: Osea si innamora della discussa donna, scelta per semplice obbedienza. Tradito e umiliato, egli non può tuttavia rinunciare alla donna amata. Quella che si sviluppa tra Osea e Gomer è una vera e propria storia d’amore, con relativa descrizione di stati d’animo, delusioni e amarezze.
Non vi è nulla in Osea del marito inesorabile che, tradito, si appella alla legge mosaica per ottenere la lapidazione dell’adultera. Nel momento del disinganno e dell’amarezza, il profeta si abbandona a minacce nei confronti della moglie dalla quale ha divorziato, sembrando voler mettere i figli contro di lei. “Nessuno la toglierà dalle mie mani” (Os 2,12), sembra preludere a chissà quale vendetta. Ma subito dopo, con un ribaltamento sorprendente, Osea afferma: “Ecco l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16); “canterà come nei giorni della sua giovinezza” (Os 2,17).
Il ‘deserto’ sta ad indicare semplicemente il pentimento e la purificazione, il divenire ‘povera nello spirito’ che condurrà la donna a voltare le spalle agli allettamenti del lusso facile e dei piaceri proibiti, per aprirsi alla rinnovata seduzione dell’uomo. Nell’impeto di un amore molto più consapevole, non lo chiamerà più padrone, ma sposo, marito, ponendo l’accento non più sulla subordinazione, ma sull’intimità di un autentico rapporto d’amore. Alcune espressioni sono intensamente poetiche: “parlerò al suo cuore”, e il successivo “ti farò mia sposa per sempre”, traduzione del verbo che nella Bibbia è usato solo nei confronti della vergine. Questa è la storia d’amore di Osea e Gomer.
L'Amore di Dio per Israele: Tenero e Ricco di Misericordia
Coinvolto così profondamente nel suo dramma personale - il cui lieto fine, per la verità, è sognato da Osea, immaginato e sperato, ma non si sa sino a che punto effettivamente realizzato - il profeta giunge ad una piena comprensione di ciò che avviene tra Yhwh e Israele “dimentico del suo autore”. Egli diventa la voce della tenerezza di Dio.
Il Dio del libro di Osea sembra in alcuni tratti anticipare l’“Abbà” del Vangelo: “Quando Israele era fanciullo, io l’amavo [...] Addestravo Efraim a camminare, lo portavo sulle mie braccia” (Os 11,1.3) e “fui per lui come chi alza un bambino fin contro la propria guancia; poi si abbassa fino a lui per farlo mangiare” (Os 11,4). Osea aggiunge un connotato al disegno di Dio di cui Amos parlava ancora in termini politico-sociali, secondo la categoria sinaitica dell’Alleanza; in lui l’amore umano diventa il mezzo espressivo dell’amore di Dio per l’uomo e dell’uomo per Dio. Se in preda allo sdegno e all’amarezza per l’ingratitudine Dio colpisce per mezzo dei profeti e uccide con le parole della Sua bocca, subito dopo afferma: “Io voglio l’amore”.
L'amore di Dio (Osea 6)
È certo sconcertante parlare di ‘dramma’ riferendosi a Dio, a un Dio trascendente come quello della Bibbia, il Dio impassibile, che non può soffrire perché è Dio. Ma Dio non soffre perché gli è venuto a mancare qualcosa, bensì perché è Padre e non soffre la propria (impossibile) sofferenza, ma, acutamente, la sofferenza dei figli (e certo quella futura del Figlio).
Il Popolo come Sposa Infedele, Chiamato alla Conversione
Il profeta Osea racconta la sua tragica esperienza di un matrimonio sempre all’orlo di una rottura definitiva. La moglie Gomer, immagine di Israele infedele, nonostante gli avesse dato tre figli era insoddisfatta e cercava la felicità fuori dal recinto. All’ennesimo tradimento, Osea accoglie la donna in modo nuovo, invitandola ad andare nel deserto per intraprendere assieme un nuovo viaggio di nozze. In quel luogo Gomer si sentirà capita e amata. Il cambiamento di qualità avverrà più in Osea che in Gomer. Il profeta si relazionerà con la sua sposa non più da marito-padrone, ma da marito-sposo-amato della sua amata.
La parola profetica risuona forte: “Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà, in quel giorno - oracolo del Signore - mi chiamerai: “Marito mio”, e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”. Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal e non saranno più chiamati per nome. In quel tempo farò per loro un’alleanza con gli animali selvatici e gli uccelli del cielo e i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese, e li farò riposare tranquilli.”
Queste parole sono dirette a tutto il popolo, che appare sotto l’immagine di una donna infedele, rimessa alla prova con l’ardore del primo fidanzamento e ricolmata di beni. Ma molti santi nella storia di Israele e della Chiesa hanno letto queste parole come rivolte a se stessi e al proprio cammino di persone singole, e hanno fatto ciò legittimamente. Così è possibile viceversa applicare al cammino del popolo appelli che sembrano anzitutto rivolti a una persona singola.
È il caso di tanti salmi che sembrano parlare a un solo fedele o esprimere le suppliche di un individuo a partire dal suo caso particolare, ma possono anche essere letti come oracolo per il popolo e suppliche di tutto il popolo. È tipico a questo proposito il Miserere che, da salmo di penitenza individuale «pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia», diviene invocazione per tutto il popolo «nel tuo amore fa’ grazia a Sion, rialza le mura di Gerusalemme».
Dio educa il suo popolo, Dio è educatore di ciascuno di noi, di ogni uomo e donna che vengono in questo mondo, ma sempre nel quadro di un cammino di popolo, di una comunità di credenti; Dio educa un popolo nel suo insieme, con attenzione privilegiata verso il cammino di ciascuno. In questo contesto, risuonano le parole di Gesù alla donna samaritana: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». La donna risponde: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito»» - un dialogo che svela la verità di un cuore in cerca di un autentico sposo.
Riflessioni per l'Adorazione Eucaristica
Nella nostra tendenza innata a resistere a Dio, noi deformiamo la sua immagine, ci rifiutiamo di lasciare che Dio sia come vuole essere. Dio ci chiama alla conversione, ci corregge e ci tratta come figli perché desidera vederci nel numero di coloro che si salvano. L’esempio di Gesù che dona la sua vita fino alla fine sta davanti al discepolo come indicazione chiara per comprendere che cosa l’immagine della porta stretta indichi.
Il padre della Chiesa san Gregorio di Nissa, nel suo commento al Cantico dei cantici, afferma che Dio è un infinito, perché in Dio non si possono concepire limiti, perciò Dio è il bene infinito. Chi impara a conoscere il bene desidera sempre più esserne partecipe. Ma se questo bene è infinito, significa che anche il desiderio di chi lo cerca è infinito, è un desiderio senza riposo. Questa è la logica dell’amore che non si stanca.

Nell'Adorazione Eucaristica, possiamo fare nostre le parole di preghiera:
- Mi sveglio perché il Signore mi sostiene.
- Fin dal mattino t’invoco e sto in attesa.
- Non sostengo il tuo sguardo.
- Il Signore accoglie la mia preghiera.
- Al suo orecchio pervenne il mio grido.
- Io grido: abbi pietà di me!
- Il tuo volto, Signore, io cerco.
- Con il mio canto gli rendo grazie.
Questa domenica possiamo partire dal sentito rimprovero di san Paolo: “Chi vi ha incantati?”. Sì: perché è così difficile seguire il Signore? Eppure, abbiamo ricevuto lo Spirito, anche noi come i Galati, e abbiamo spesso “ascoltato la parola della fede”! Possiamo usare i versetti di Osea su cui Orazio Antoniazzi ci ha fatto riflettere, riconoscendo che il nostro amore per Dio è spesso fragile, ma Egli continua a sedurci e a parlarci al cuore.
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