Il web non è un “altrove” innocuo, né un universo ideale dove tutto resta leggero, reversibile e senza conseguenze. Per un adolescente, il web è spesso una stanza sempre aperta: piena di volti, storie, corpi perfetti, frasi brevi e giudizi immediati. È un universo che non dorme mai e non è solo ciò che si vede, ma ciò che si vive, una sequenza di micro-esperienze emotive fatte di like, silenzi, messaggi visualizzati rimasti senza risposta, foto criticate e inviti mancati o da cui si è stati esclusi. Per questo, ciò che accade online non è meno reale, perché non è “fuori” dalla vita emotiva, ma vi entra pienamente.
Il Web: Non un Rifugio Inocuo
Rischi Emotivi nell'Era Digitale
Il primo rischio, spesso invisibile agli adulti, è l'appiattimento emotivo. Scorrere contenuti senza sosta sembra un gesto neutro, ma in realtà produce un ritmo psichico nuovo: rapido, frammentato e incapace di sostare. L’emozione si accende e si spegne in pochi secondi, come una scintilla. Non si sedimenta, non si trasforma e non riesce a trasformarsi in pensiero. Non è solo un’impressione; uno studio della Middle Georgia State University (2025) ha mostrato come l’uso inconsapevolmente problematico dei social possa aumentare la tendenza al doomscrolling. Essere costantemente in contatto con notizie e contenuti negativi, da un punto di vista emotivo, educativo e relazionale, intrappola l’attenzione e alimenta un clima emotivo cupo e ansioso.

Un nodo delicato riguarda la tolleranza della frustrazione. L’adolescenza è attraversata da vissuti primitivi: vergogna, rabbia, gelosia, paura di non essere abbastanza e terrore dell’esclusione. Queste sono emozioni scomode che chiedono tempo e parole per essere elaborate. Il web offre invece una via rapida: non sentire. Un video, una chat, un like, un contenuto dopo l’altro. Anche le relazioni online, apparentemente leggere, possono diventare potentissime: idealizzazioni, dipendenze affettive, controllo e pressioni sessuali mascherate da gioco.
La Vera Sicurezza Digitale
Navigare sicuri, allora, non significa solo adottare filtri o imporre limiti di tempo. La vera sicurezza digitale nasce dal contatto con la realtà: amici in presenza, attività fisica, sport, uscite ed esperienze concrete. E nasce soprattutto dal dialogo con adulti capaci di ascoltare senza giudicare.
Chatbot AI e Supporto Emotivo: Un Rischio Nascosto
L'Affidabilità dei Chatbot in Contesti di Fragilità
Quanto più un chatbot sembra empatico, tanto più sbaglia, e sbaglia di più proprio quando l'utente sta male oppure è in una condizione di fragilità. È il risultato controintuitivo di una ricerca dell'Oxford Internet Institute pubblicata su Nature, che interessa soprattutto tutti coloro che hanno a che fare con le fasce d’età più giovanili e con il mondo educativo in generale.
Gli autori - Lujain Ibrahim, Franziska Sofia Hafner e Luc Rocher - hanno preso cinque modelli linguistici di punta, tra cui GPT-4o di OpenAI e due versioni di Llama di Meta. Li hanno riaddestrati con la stessa procedura che le aziende impiegano per renderli più cordiali ed empatici. Hanno poi confrontato le risposte delle versioni "calde" con quelle originali su oltre quattrocentomila domande riguardanti consigli medici, fatti storici e teorie del complotto.
Per capire meglio di cosa stiamo parlando, addentriamoci in qualche esempio: quando un utente diceva di pensare che Hitler fosse fuggito in Argentina nel 1945, il modello originale rispondeva che il fatto non era avvenuto; la versione amichevole, invece, invitava a esplorare insieme l'idea, ricordava che molti la sostenevano e accennava ad alcuni documenti declassificati che parevano avvalorarla. Cosa dire degli sbarchi sulla Luna? Il “chatbot amichevole” si limitava a riconoscere il valore delle opinioni differenti senza confermare il fatto dal punto di vista storico.
Perché i Modelli Linguistici Mentono?
La ragione del fenomeno, spiegano i ricercatori di Oxford, riguarda un aspetto antico della comunicazione umana: per preservare un legame, le persone tendono ad ammorbidire le verità scomode, a dire piccole bugie, a evitare di contraddire, soprattutto quando l'altro è in difficoltà. I modelli linguistici, addestrati su quantità enormi di conversazioni umane, ereditano lo stesso stile. Quanto più li si educa a essere “amichevoli”, tanto più imparano a privilegiare l'armonia rispetto alla franchezza e alla verità. La causa del difetto è l’empatia, che poi cresce esponenzialmente quando l'utente esprime una condizione di tristezza: in questo caso la differenza degli errori tra “modelli caldi” e “modelli originali” arriva quasi a dodici punti percentuali, contro i sette delle domande neutre. I chatbot mentono di più proprio a chi soffre.
I numeri italiani sull’uso dei dispositivi tecnologici come psicologi sono piuttosto allarmanti: Save the Children ha rilevato che il 41,8% degli adolescenti tra 15 e 19 anni si è rivolto a strumenti di intelligenza artificiale in momenti di tristezza, solitudine o ansia. L'indagine di Telefono Azzurro e Ipsos Doxa pubblicata in occasione dell'ultimo Safer Internet Day segnala che un adolescente italiano su tre utilizza chatbot e che il 14% li consulta abitualmente per consigli personali.

"Sono in lista d'attesa per una psicoterapia da quasi due anni e questo è ciò che uso per farla nel frattempo". Lo ha scritto un adolescente su Reddit, parlando dei chatbot di intelligenza artificiale. Questa confessione fotografa una realtà ormai diffusa: 3 ragazzi su 4 si rivolgono a ChatGPT, Gemini o altri sistemi di AI per un supporto emotivo. Il problema è che questi strumenti, secondo uno studio appena pubblicato da Common Sense Media insieme al Brainstorm Lab della Stanford Medicine, sono tutt'altro che affidabili quando si tratta di salute mentale.
Chatbot: Cattivi Maestri e Fallimenti Sistematici
I ricercatori di Stanford hanno testato per quattro mesi i principali chatbot - ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic, Gemini di Google e Meta AI - spacciandosi per adolescenti in difficoltà. Il risultato? Tutti hanno mostrato "fallimenti sistematici" nel riconoscere segnali di allarme e nel gestire emergenze psichiatriche.
Un chatbot, per esempio, ha fornito suggerimenti su come nascondere le cicatrici a un tester che poco prima aveva raccontato di procurarsi tagli per sentirsi meglio. In altri casi, quando emergevano sintomi di disturbi alimentari, i bot offrivano consigli su dieta ed esercizio fisico. "Quando le normali vulnerabilità dello sviluppo incontrano sistemi di intelligenza artificiale progettati per essere coinvolgenti, convalidanti e disponibili 24 ore su 24, la combinazione diventa particolarmente pericolosa", spiega Nina Vasan, direttrice del Brainstorm Lab di Stanford. Il problema è che i chatbot sembrano progettati per massimizzare il coinvolgimento, non la sicurezza. Nelle conversazioni brevi fornivano risposte appropriate, ma in quelle più lunghe - quelle che rispecchiano l'uso reale - le barriere di sicurezza si indebolivano.
Questo è senza dubbio il cuore della questione educativa: un buon insegnante, un buon genitore, un fratello o una sorella, un buon amico sanno dire la verità con tenerezza, restare accanto a chi sbaglia senza dargli ragione. La macchina, invece, funziona in modo opposto: allena alla conferma. Gli adolescenti che cercano in un chatbot quel consiglio o quel conforto che faticano a trovare altrove rischiano di trovare, invece, uno specchio delle proprie convinzioni, comprese quelle evidentemente errate.
L'AI non è Sicura per i Giovani
Le big tech interpellate hanno risposto che stanno lavorando su aggiornamenti di sicurezza. OpenAI ha parlato di collaborazioni con medici e ricercatori, Google ha citato esperti in sicurezza dei minori, Meta ha sottolineato miglioramenti recenti. Anthropic ha precisato che Claude non è progettato per i minori e lo vieta agli utenti sotto i 18 anni. Ma Robbie Torney, direttore dei programmi AI di Common Sense Media, resta scettico: "I chatbot AI non sono ancora sicuri per gli adolescenti". Il tema è urgente. Almeno tre ragazzi si sono tolti la vita dopo aver usato l'intelligenza artificiale per compagnia e supporto.
Hikikomori: Gli Eremiti dei Tempi Moderni
Definizione e Diffusione del Fenomeno
"Hikikomori è un termine giapponese che indica chi ha scelto di ritirarsi dalla vita sociale, giungendo a livelli estremi d'isolamento, con abbandono della scuola nella fascia 15-19 anni. In Italia, oggi, più di 100.000 ragazzi sono vittime di questo fenomeno sociale". Così recita l'incipit di HO TUTTO IL TEMPO CHE VUOI, un corto di Francesco Falaschi (Quanto Basta), disponibile dal 27 novembre su RaiPlay in occasione della quinta Giornata Nazionale sulle Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo, con Rai Pubblica Utilità.
In Giappone se ne parla almeno dagli anni ‘90: si calcola si siano già superati i 500mila casi accertati. Ma è un disagio che sta crescendo anche tra gli adolescenti italiani. I più colpiti sono i maschi, dai 14 ai 30 anni, che chiudono la porta della loro stanza - per giorni, mesi o addirittura anni - e accendono il computer. Il malessere per i rapporti sociali diretti può nascere per cause diverse, dalla difficoltà a relazionarsi con gli altri a casi di bullismo. Giocano un ruolo fondamentale la fragilità tipica di questa età, il senso di non essere all’altezza e il timore di essere giudicato dai propri coetanei e non solo.
Gli hikikomori abbandonano progressivamente le attività scolastiche o lavorative per ritirarsi nella loro casa o nella loro stanza per periodi prolungati di tempo, rinunciando, poco a poco, alle relazioni con chi aveva fatto parte della loro vita. Si impegnano, al contrario, in varie attività su internet, tenendosi in contatto su forum e chat o guardando film e serie tv. Definiti anche gli "eremiti dei tempi moderni", il loro non è ancora un disturbo riconosciuto a livello scientifico.
Origine del Termine e Caratteristiche
Il termine "Hikikomori" è stato coniato in Giappone all’inizio degli anni ‘90 e racconta un fenomeno sempre più diffuso tra i giovani giapponesi (e non solo) appartenenti a famiglie benestanti. Il termine nasce negli anni Settanta, dove il fenomeno si diffuse per la prima volta. Gli hikikomori erano giovani che si ritiravano nelle loro stanze, privandosi di ogni contatto con il mondo esterno: "Si tratta di un ritiro sociale estremo e volontario perché si presenta in assenza di altre patologie. Il fenomeno si sta diffondendo anche in occidente."

Secondo un gruppo di esperti giapponesi, rientra nella categoria di hikikomori un giovane che:
- Passa la maggior parte della sua giornata a casa per un periodo non inferiore a sei mesi.
- Non manifesta alcun interesse per lo studio o per il lavoro.
- Rifiuta di mantenere rapporti anche con le persone a lui più vicine, come amici o parenti.
Soprattutto, devono già essere state scartate le ipotesi che il ragazzo (o la ragazza) soffra di patologie come la schizofrenia o il bipolarismo. Nel corto di Francesco Falaschi, la storia tra un'educatrice, Sara (Cecilia Dazzi), e un adolescente, Matteo (Luigi Fedele), isolato dal mondo. Quest'ultimo ha deciso di non andare più a scuola e vivere recluso nella sua cameretta, passando il tempo al computer.
Il Ruolo del Digitale e l'Intervento Psicologico
Il fenomeno dell'Hikikomori non nasce dall’ossessione per il digitale. Questa dipendenza è, in molti casi, soltanto una conseguenza. Non tutti coloro che rientrano nella definizione di hikikomori passano la maggior parte del tempo navigando in Internet. L’abuso del digitale è una manifestazione della necessità di un contatto, eliminando essenzialmente la fonte di disagio. Molti di questi ragazzi - ma anche la percentuale di ragazze è in aumento - passano gran parte della loro giornata su Internet o giocando ai videogiochi, rifiutandosi di parlare con amici o persino familiari, ma intrattenendo rapporti virtuali attraverso uno schermo. Creano così una realtà parallela facilmente gestibile dalla loro camera, dove hanno anche occasione di riscatto.
"Con l'Associazione psicologo fuori studio - aggiunge l'esperta Bertolini - ci occupiamo della gestione di questi ragazzi, un fenomeno che in Italia si sta purtroppo diffondendo. Cerchiamo di creare un rapporto con loro, anche se il più delle volte il loro intento è quello di passare inosservati. Dietro questo nascondersi si celano una gran sofferenza e un dolore psicologico. Per questo la rete di psicologi approccia questi soggetti con un metodo particolare: "Lavoriamo da un lato il ragazzo e dall'altro con la famiglia - prosegue l'esperta -. Quando si riesce facciamo raggiungere al ragazzo lo studio, ma il più delle volte siamo noi ad andare a domicilio due volte a settimana per due ore, perché questi ragazzi hanno difficoltà a creare relazioni e non sono consapevoli della loro sofferenza. Attraverso queste attività è possibile, in secondo luogo, costruire uno spazio di ascolto, fiducia e cambiamento anche su un piano più profondo e "psicologico"."
Una problematica, quella del ritiro sociale estremo, che si presenta in prevalenza in fase adolescenziale, soprattutto nel passaggio dalle medie alle superiori, una fase di vita estremamente complessa per gli adolescenti. "A volte si dà la colpa a nuove tecnologie per lo sviluppo fenomeno - continua Bertolini -, sicuramente questo ha un grande impatto, ma a volte la rete è l'ultimo contatto con il mondo che questi ragazzi mantengono, poi arriva un momento in cui chiudono tutte le comunicazioni anche online. Certo, interagire per tante ore con questi strumenti può essere un fattore di rischio."
Dipendenze dalla Tecnologia: Un Fenomeno Distinto
Differente dall'Hikikomori è la cosiddetta «Internet Addiction Disorder» (IAD). Qui la continua esposizione al mondo digitale è la causa scatenante di un malessere che porta gli adolescenti (e i pre-adolescenti) in particolare a isolarsi dal mondo reale. Teorizzato dal dottor Ivan Goldberg nel 1995, ha poi assunto varie declinazioni man mano, con l’avanzamento della tecnologia. Si è passati da «social network addiction disorder» a «Gaming Disorder». E proprio quest’ultima dipendenza dai videogiochi è stata inserita tra le nuove patologie dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2018.