Il Significato dell'Abitare di Gesù nel Vangelo

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». In queste parole del Vangelo è racchiuso il segreto della vita cristiana. Essere cristiani significa, prima di tutto, lasciarsi amare e imparare ad amare Gesù. Gesù chiarisce subito che cosa significhi amare: non si tratta soltanto di un sentimento o di un’emozione. L’amore, nel Vangelo, è concreto e significa osservare la sua parola, vivere secondo ciò che Lui insegna. Amare Gesù vuol dire prendere sul serio il Vangelo, lasciarsi guidare da quella parola nelle scelte quotidiane, nei rapporti e nel modo di affrontare la vita.

A chi vive così viene fatta una promessa immensa: non solo è amato da Dio, ma diventa dimora di Dio. «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». È una realtà che spesso rischiamo di non cogliere fino in fondo. Dio non è soltanto qualcuno che ci guarda dall’alto o che ci accompagna da lontano, ma è qualcuno che vuole abitare dentro di noi, stabilmente. Questo cambia tutto, perché se Dio dimora in noi, allora la nostra vita non è mai vuota, non è mai lasciata a se stessa, ma è abitata da una presenza che sostiene, illumina e motiva. Il Vangelo ci invita a non accontentarci di un cristianesimo superficiale, ma a entrare in una relazione così reale da diventare casa di Dio.

Gesù che indica un cuore, simbolo della dimora interiore di Dio nell'uomo.

Il Verbo "Dimorare" nel Vangelo di Giovanni

Il verbo dimorare, con le sue varianti "rimanere" e "abitare", è molto frequente nel Vangelo di Giovanni.

L'Esperienza dei Primi Discepoli

Il Vangelo si apre con il resoconto dell’esperienza dei primi discepoli che hanno dimorato con Gesù: «E videro dove dimorava e quel giorno dimorarono presso di lui. Era circa l’ora decima» (Gv 1,39). In un altro passaggio chiave, i discepoli chiedono a Gesù: «Rabbì - che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?». Gesù risponde: «Venite e vedrete». Questa domanda e la successiva esperienza di stare con lui sono fondamentali.

La Metafora della Vite e dei Tralci

Il tema è stato approfondito da Giovanni soprattutto nel capitolo XV con la metafora della vite e dei tralci: «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore».

Nella Prima Lettera, Giovanni ribadisce lo stesso principio: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi».

Significato del "Rimanere in Lui"

Tutto si gioca nel rimanere o nel non rimanere legati a Lui, nel dimorare o nel non dimorare in Lui! Ma in che consiste il "rimanere in"? Rimanere in Lui significa assumere la sua stessa mentalità, accettare la sua logica, il suo modo di vedere, di sentire, di percepire e soprattutto di amare. Infatti il discepolo dà prova concreta di essere in Lui se vive il comando dell’amore (cfr. Gv 13,34-35).

Ospitalità e Ascolto: Diventare Dimora

Marta e Maria: L'Esempio dell'Ascolto

Il testo evangelico presenta una scena di ospitalità con Marta e Maria (Lc 10,38-42). Questo episodio si colloca al crocevia di due domande fondamentali rivolte a Gesù: “Chi è il mio prossimo?” e “Insegnaci a pregare”. La pericope liturgica ricorda che l’ascolto è ciò che fa l’unità tra carità e preghiera, azione e contemplazione. Ascoltare è farsi dimora dell’altro, accogliere in sé l’altro. Ascoltare è ospitare.

Marta, che significa "signora" in aramaico, accoglie Gesù nella sua casa e si affanna nei molti servizi. Maria, invece, siede ai piedi del Signore e ascolta la sua parola. Gesù, nel rimprovero dolce a Marta, afferma che la “parte buona” scelta da Maria è l’ascolto. L’ascolto della parola del Signore consente di far avvenire in noi la sua volontà e il suo sentire. È un ascolto che ha di peculiare il fatto di rinnovarsi ogni giorno.

L'Etica dell'Ospitalità come Manifestazione della Dimora Divina

Ospitare è creare uno spazio per l’altro e dare del tempo all’altro, condividere la propria casa e il proprio nutrimento. Più in profondità, ospitare significa fare di sé uno spazio per l’altro attraverso l’ascolto. La tradizione cristiana interpreta il passo di Genesi 18,1-15 (l'ospitalità di Abramo ai tre viandanti) in senso trinitario: la raffigurazione iconografica sottolinea il farsi ospite di Dio che viene accolto da Abramo, ma anche l’ospitalità che Dio offre all’uomo in seno alla propria vita divina. La vita intratrinitaria è un movimento di ospitalità reciproca. Così, l'accoglienza dello straniero diviene theoxenía, accoglienza di Dio stesso (cf. Eb 13,2).

Il vocabolo greco êthos, da cui proviene il termine “etica”, ha anche il senso di “dimora”, “abitazione”. Ospitare è fare spazio, dare una casa. O meglio, è anzitutto un essere casa per altri: ospitare è dare ascolto, dare tempo, dare parola, dare presenza. In questo senso, ospitare è generare, dare vita. La scena dell’ospitalità accordata da Abramo ai tre viandanti mostra come lo straordinario si manifesti nelle pieghe più ordinarie del quotidiano. La gratuità dell’ospitalità fa abitare il divino tra gli umani, fa scendere il cielo sulla terra. Questo gesto di compassione e umanità diviene un sacramento che manifesta la presenza di Dio. La santità cristiana si declina come comunione e carità, cioè come assiduità con il volto del Signore fino a partecipare alla sua vita e luminosità, e come comunione con tutti gli uomini.

Icona della Trinità di Rublev che rappresenta l'ospitalità di Abramo.

La Dimora di Gesù: Un Luogo e un Modus Vivendi

"Dove Abiti?": La Ricerca della Dimora di Gesù

Nel Vangelo di Giovanni, la domanda dei primi discepoli a Gesù: «Dove abiti?» (Gv 1,38) è significativa. Non gli chiedono “chi sei” o “che possiamo fare”, ma proprio della sua dimora. Gesù risponde: «Venite e vedrete». Il Verbo, infatti, «si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi e noi abbiamo contemplato la sua gloria» (Gv 1,14). Questo è il versetto architrave che indica la vera novità cristologica: non è più l'uomo che cerca una casa per Dio, ma Dio stesso che "piantò la sua tenda in mezzo a noi".

Gesù abita ovunque ci sia qualcuno da amare, da soccorrere, da guidare al bene. La casa di Gesù riflette il suo stile di vita: non è un fortino con porte sbarrate, ma una sorta di casa-mobile, capace di impiantarsi su ogni terreno. Se c’è un posto dove Gesù fa fatica a fissare la sua casa è dove c’è un terreno tutto occupato, diviso e organizzato a tal punto da non aver più possibilità di spazio. Anche noi siamo chiamati a fare altrettanto se vogliamo conoscere e amare Gesù. Questo ci invita a rivedere le nostre abitazioni: sono aperte a chi ha bisogno?

Nazareth: Abitare Profondamente la Realtà Umana

Il Vangelo ci dice che Gesù visse grandissima parte, perlomeno due terzi della sua vita, a Nazareth. Che ha fatto Gesù a Nazareth in tutti questi anni della sua vita? Ha vissuto profondamente la sua realtà di uomo ed è stato immerso profondamente nell'ambiente e nella terra. Lì ha sentito parlare delle piccole storie del mondo povero, del mondo in cui viveva; ha vissuto profondamente il contatto, la vicinanza, la prossimità con la natura. Questa consanguineità di Gesù con la natura ritorna nel Vangelo, nelle sue immagini, come quando si ferma stupito a guardare la primavera: «Vedete come Dio veste i gigli del campo, come veste l'erba».

Le beatitudini, in fondo, non sono altro che il suo sguardo posato su quel pubblico che conosce, su quelle famiglie in mezzo alle quali Lui è vissuto, gente che vive nella sofferenza, nella difficoltà, che lotta per il quotidiano. Su questa folla si posa lo sguardo amoroso di Gesù, che è lo sguardo della tenerezza di Dio. Gesù è venuto per manifestare questa tenerezza, per travolgere tutti gli ostacoli e le opposizioni a essa, per dire quello che ci hanno detto i profeti: Dio ci ama profondamente. Questa tenerezza di Dio non è passiva, non è unicamente contemplativa, ma suscita in noi una risposta di amore, rendendo l'amore di Dio pratico, concreto e creativo.

Abitare il Presente e il Quotidiano

La Promessa di una Dimora Futura e la Via Presente

Gesù vuole assicurare il nostro cuore, spesso impaurito dal futuro: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». In questo futuro c’è un luogo dove dimorare: «vado a prepararvi un posto». Non solo noi abbiamo nostalgia di Dio e della sua dimora, ma anche Dio ha nostalgia di noi e ci vuole con sé nella sua dimora: «…ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io». E il “dove è Lui” diventa il “dove siamo noi”. Gesù dice che noi conosciamo la via: «Io sono la via, la verità e la vita».

I discepoli si sono limitati a pensare a uno spostamento da luogo a luogo, ma Gesù si propone non solo come via, ma anche come meta, come traguardo, come dimora. Abitare la vita di Gesù significa accorgersi che se le parti deboli della società sono trascurate nella comunità, là non c’è vita di Dio. Dobbiamo smettere di rimandare ciò che è importante perché tutto ciò che dobbiamo fare è prendere sul serio il presente, ciò che c’è ora. Gesù ci educa ad abitare il presente e a prenderlo sul serio, perché riguarda la nostra conversione. Ragionare secondo il Vangelo significa credere che Dio ci ama e che Egli ha il potere di ricondurre tutto al centro e al bene. Questo non ci risparmia il dolore ma ci salva dal cadere nel buio.

L'Ecologia del Tempo e la Santità del Quotidiano

Abbiamo bisogno di ritrovare un rapporto di amicizia con il tempo, affinché quel tempo che ci sfugge ci venga restituito nella sua dimensione di dimora, di casa in cui abitiamo. Abbiamo bisogno di un’ecologia del tempo, non solo dello spazio. La Trasfigurazione non è letta come cambiamento della realtà di Cristo, ma come mutamento della capacità visiva umana: gli apostoli “da ciechi divennero vedenti”. L'esperienza della Trasfigurazione ci rimanda al primato dell’ascolto nella vita del cristiano: “Ascoltate lui!” dice la voce dall’alto. Dietro il visibile c’è l’invisibile della parola. Vedere l’invisibile è ascoltare e discernere la parola, l’intenzionalità, la volontà che c’è dietro ogni cosa, ogni persona, ogni evento.

Il quotidiano è il luogo in cui noi realizziamo la nostra umanità, discerniamo e viviamo la nostra vocazione, ci costruiamo come persone e costruiamo le relazioni che danno senso e sapore al nostro vivere. È il luogo del culto esistenziale, la realtà di ciò che si celebra nel rito. Per il cristiano, il feriale, il quotidiano, è «lo spazio della fede, la scuola della sobrietà, l’esercizio della pazienza, il salutare smascheramento delle parole pesanti e degli ideali fittizi, l’occasione silenziosa per amare ed essere fedeli in modo autentico, la prova dell’obiettività, che è il seme della sapienza più alta». È nel quotidiano che costruiamo la nostra realizzazione umana e spirituale. La santità “della porta accanto”, di cui parla Papa Francesco, si manifesta nei genitori che crescono i figli con amore, negli uomini e nelle donne che lavorano, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere, in questa costanza di andare avanti giorno dopo giorno.

Ecologia e Ambiente. Lezione semplice

Conoscere Dio Attraverso l'Abitare

Il Dualismo tra Spirituale e Materiale

Il messaggio autentico di Gesù è stato in parte offuscato dal dualismo, dalla separazione dello spirituale dal materiale, del corpo dall'anima, della storia dalla metastoria, del tempo dall'eternità. Queste divisioni, categorie della filosofia greca, sono state assimilate dal cristianesimo, portando a una visione schizofrenica e separatista. Nella profezia e nella Bibbia, invece, non si separa mai la conoscenza dalla prassi, dalla pratica della vita: operare nella luce di Dio e nella luce dello Spirito vuol dire nello stesso tempo conoscere.

La Vera Conoscenza di Dio: Giustizia e Misericordia

Il profeta Geremia (capitolo 22) e Gesù nel discorso delle beatitudini ci ricordano che la vera conoscenza di Dio si manifesta nella pratica del diritto e della giustizia, nel tutelare la causa del povero e del misero. Noi abbiamo dimenticato questo, cercando un cammino più facile, intellettuale, riempiendo biblioteche della conoscenza di Dio e allontanandoci sempre di più. Abbiamo pensato che l'aiuto e l'assistenza al povero fossero una conseguenza, ma è proprio il contrario: è a partire dalla conoscenza e dall'aiuto effettivo, concreto del povero che possiamo conoscere Dio. Gesù è stato fedelissimo a questo principio fino all'ultimo: «Ebbi fame e mi avete dato da mangiare, ero nudo e mi avete vestito, non avevo casa e voi mi avete accolto nella vostra casa». Pensiamo di conoscere Dio, ma non ne abbiamo l'esperienza se non viviamo concretamente questo amore.

La vera conversione riguarda innanzitutto il modo di ragionare. Credere che Dio ci ama significa affrontare tutto sapendo che Egli ha il potere di ricondurre tutto al centro e al bene. L'alterità e la responsabilità verso il prossimo, soprattutto il "ferito lungo la strada", sono la base per una nuova forma di pensiero e di vivere la nostra vita religiosa. Non è la povertà in astratto che ci interpella, ma il volto del povero, il volto del fratello oppresso. È la cucina disordinata, con la sua testimonianza di vita vissuta, che immette nell'affetto di una famiglia, non il salotto buono con il nylon sulle poltrone.

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