Il significato di "A suo tempo tutto capirai" nel Vangelo

Introduzione al concetto di comprensione differita

La frase "A suo tempo tutto capirai" racchiude un profondo significato spirituale, invitando alla fiducia nel disegno divino anche di fronte all'incomprensione del presente. Questo concetto, centrale nel messaggio evangelico, ci viene illustrato attraverso varie figure bibliche e, in modo esemplare, dal gesto della lavanda dei piedi di Gesù.

Era il sogno fatto da don Bosco, che lo capì in una delle sue ultime celebrazioni liturgiche, fermandosi e piangendo ripetutamente nel corso della messa. Il senso vero dello spartito che stiamo suonando, come spesso accade nella vita, lo capiamo solo nell’ultima nota.

Le figure bibliche e la comprensione "dopo"

Il profeta Giona, Giuseppe venduto dai fratelli e il seminatore della parabola evangelica sono tre icone che ci aiutano a riflettere sul percorso della comprensione che si rivela "dopo".

Giona: la fuga e il ritorno alla missione

Il profeta Giona, figlio di Amittai, inizialmente non ascolta la parola del Signore. Si mette in cammino per fuggire a Tarsis, lontano da Dio. Scende a Giaffa, dove trova una nave diretta a Tarsis, e, pagato il prezzo del trasporto, s’imbarca alla volta della meta. Non ci è dato di sapere perché Giona fugge; ci interessa piuttosto il suo ritorno.

Difatti, in mare, mentre sta sulla nave, fa un’esperienza decisiva che lo induce a ritornare sui suoi passi. A seguito di una forte tempesta, la nave sta per affondare. Giona non si accorge della tempesta e dorme, poi dice ai marinai: “Prendetemi e gettatemi in mare, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia”. Chiede di essere gettato in mare, si salva grazie alla balena e ritorna al suo compito.

Giona sente che esiste un misterioso ma reale rapporto tra la sua fuga e il dolore della gente che gli sta intorno. Capisce che è lui la spiegazione del dolore degli altri, esclamando: “Io so”. Forse anche a noi è capitato di dormire sulla nave sbagliata, ma un giorno qualcuno o qualcosa ci sveglia e al risveglio avvertiamo con una certezza interiore che se noi non fossimo saliti su quella nave sbagliata, quel dolore, quel male di vivere avvertito in noi e attorno a noi non ci sarebbero stati. Qualche volta si riesce a ritornare; altre volte invece non si torna, perché è troppo tardi o perché ci lasciamo gettare in mare e la “balena” non arriva a salvarci.

Ogni tanto, come Giona, dopo quel ritorno avvengono autentici miracoli. Le nostre parole convertono e salvano intere città, ma noi non lo sapevamo. Eravamo tornati solo per salvare quella nave che stava affondando per la nostra fuga.

Illustrazione di Giona nella balena o mentre viene gettato in mare

Giuseppe: il dolore incompreso e la provvidenza divina

Quella di Giuseppe, venduto per invidia dai suoi fratelli ai mercanti d’Egitto, è tra le storie bibliche più belle e popolari. Giuseppe è un sognatore e un narratore di sogni. In terra straniera, proprio grazie alla sua vocazione e competenza in materia di sogni, riesce a diventare un’importante personalità politica. Quando i fratelli, anni dopo, durante una grande carestia, si recano in Egitto in cerca di grano e di vita, lì trovano Giuseppe, il fratello venduto, che li salverà.

Il racconto biblico narra: “Io sono Giuseppe! È ancora vivo mio padre? Sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste per l’Egitto” (Gn 45, 3-5). E ancora: “Allora si gettò al collo di Beniamino, suo fratello, e pianse. Anche Beniamino piangeva sul suo collo. Poi baciò tutti i suoi fratelli, e pianse su di loro; dopo di che i suoi fratelli si misero a parlare con lui” (Gn 45, 14-15). Giuseppe stesso affermò: “Non siete stati voi ad avermi mandato qua, ma Dio” (Gn 45, 5-8).

Non è raro che siano i sogni più grandi, quelli eccedenti le mura di casa, a farci uscire, a creare incomprensioni, talvolta a farci espellere. Come per Giuseppe, non si capisce il senso di tanto dolore, il perché di tanta cattiveria, finché un giorno se ne scopre il senso. Si esce per salvare noi stessi, e infine scopriamo che quell’uscita è stata provvidenziale per noi e anche per coloro che ci avevano costretto a uscire. Sono questi esiti paradossali che rendono la vita umana qualcosa di poco “inferiore agli angeli”.

Dipinto biblico di Giuseppe che si rivela ai suoi fratelli in Egitto

Il Seminatore: fiducia nell'azione divina

La parabola del seminatore, contenuta nel Vangelo di Matteo (Mt 13, 1-9), è una delle più belle e profonde. “Un giorno, il seminatore uscì per seminare”. Un quadro di Vincent Van Gogh illustra più di tante parole il significato profondo della parabola, con il sole al centro della parte alta del dipinto e il terreno arato in quella bassa. Tra le due parti, una siepe di grano maturo e, in mezzo, il seminatore. Tra cielo e terra c’è uno scambio di colore. Il seminatore con la mano sinistra tiene sul cuore il sacco del seme che ha lo stesso colore del cielo. Lo sguardo è fiducioso e deciso, il passo forte e proteso in avanti. Egli procede a testa alta, incrollabile.

Il seminatore non è al centro del quadro, che è occupato dal sole quasi accecante. L’andamento delle pennellate simula i raggi, e anche il campo ha uno sviluppo tondeggiante, come se dall’astro si sprigionasse una forza benefica, vivificante, che coinvolge tutto. Siamo invitati a fare nostro lo stile di Dio e far risuonare nei gesti e nelle parole la grazia, la delicatezza e la bellezza della sua gestualità larga, generosa e gratuita. La vera realtà va ben oltre i dati sensoriali.

Anche Montale, con la sua mentalità laica, aiuta a scoprire questo insondabile mistero che avvolge la nostra esistenza, quando afferma che la realtà non è quella che si vede: “… E ora che ne sarà / del mio viaggio? / Troppo accuratamente l’ho studiato / senza saperne nulla. Un imprevisto / è la sola speranza.”

Foto o riproduzione del dipinto

La Lavanda dei Piedi: il gesto paradigmatico di Gesù

Il culmine di questa riflessione sulla comprensione che viene "dopo" si trova nell'episodio della lavanda dei piedi, narrato nel Vangelo di Giovanni, un gesto che Gesù compie prima della sua passione.

Il contesto dell'Ultima Cena e l'ora di Gesù

Il Vangelo di Giovanni (Gv 13,1-15) descrive così questo momento cruciale:

«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».

Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri.»

La prossimità della festa di Pasqua, memoria del passaggio del popolo d’Israele dalla schiavitù alla libertà, diviene per Gesù coscienza del suo imminente passaggio “da questo mondo al Padre”. Gesù vive la sua ora insieme ai suoi discepoli, in un ambiente domestico e riservato, come se il mondo esterno ne fosse escluso. L’evangelista Giovanni ci introduce nella consapevolezza intima e profonda di Gesù: la sua coscienza di fede, il suo sapere che è giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre, lo porta a una decisione radicale: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”. Questo amore perseverante si manifesta anche di fronte al tradimento e all'incomprensione dei discepoli.

Pietro e l'incomprensione iniziale

Il gesto di Gesù di lavare i piedi ai discepoli è sorprendente e scandaloso. Vedere il Maestro chinarsi dinanzi a loro come un umile schiavo contrasta fortemente con l’immagine del Messia che essi avevano. Non hanno ancora capito. È Pietro che si fa portavoce di questo disagio, chiedendo: “Signore, tu lavi i piedi a me?” (Gv 13,6).

Gesù comprende l’imbarazzo di Pietro e lo rassicura, dicendo: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo” (Gv 13,7). Non gli chiede di capire subito, ma di fidarsi. Quante volte anche noi facciamo la stessa esperienza: la pretesa di capire impedisce di confidare in Dio. Pietro prova a resistere: “Tu non mi laverai mai i piedi in eterno!” (Gv 13,8), non potendo accettare che il Signore, Colui che viene a compiere le promesse dei profeti, sia in ginocchio dinanzi a lui.

Di fronte al rifiuto di Pietro, Gesù risponde con fermezza: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13,8). Su questo punto non c’è discussione, perché in gioco c’è l’identità stessa di Dio e la missione della Chiesa. Pietro capirà che il “dopo” annunciato da Gesù, quel “capirai dopo”, durerà per lui tutta la vita. Potrà comprendere appieno solo quando avrà scoperto che la morte di Gesù sulla croce, la morte di uno schiavo, è stata un compimento, un’apertura, un passaggio, una Pasqua, una Risurrezione, l’ultimo gesto dell’amore di Gesù.

Illustrazione o foto di una scultura che rappresenta Gesù che lava i piedi a Pietro

Il significato profondo del gesto

Il gesto della lavanda dei piedi va ben oltre una semplice lezione di umiltà. Gesù manifesta la sua signoria non comportandosi da padrone, ma facendosi servo. Questo atto è compiuto nella piena consapevolezza che “l’ora sua non era ancora venuta”, ma ora era giunta, e si realizza all’ombra della croce.

L’umiliazione inflitta da Gesù a se stesso lavando i piedi ai suoi discepoli simboleggiava la propria umiliazione nell’accettare di morire sulla croce perché essi fossero lavati dal peccato. I discepoli dovevano imparare che per essere veramente discepoli di Gesù dovevano accettare il sacrificio umiliante, imbarazzante, e apparentemente "folle" di Gesù Cristo.

Pietro era già purificato per aver accettato la parola di Gesù ed era purificato a causa di ciò che Gesù stava per compiere sulla croce. Non aveva quindi bisogno di altra purificazione completa, ma solo di lavare i "piedi", ovvero di confrontarsi quotidianamente con le impurità della vita. Molti di noi, come Pietro, cercano altri modi di purificarsi agli occhi di Cristo con opere buone, promesse, o finta umiltà, quando in realtà il sangue di Cristo ci ha già purificati una volta per sempre. Non basta frequentare una chiesa o leggere la Bibbia; Giuda era a tavola con Gesù e lo aveva accompagnato per anni, ma non bastò.

Simbologia della Lavanda dei piedi di Giotto - I Simboli nell'Arte

L'insegnamento di Gesù per i discepoli: il servizio reciproco

Gesù, dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli, chiarisce il significato del suo gesto: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io».

Diventare ciò che si è, essere una benedizione per gli altri, tornare ad essere seminatori di speranza, accoglienza, paternità, maternità, salvezza: questa è la rotta per fare della propria vita una missione. Non basta amare gli altri, occorre che sentano anche di essere amati. Questo era l’invito che don Bosco rivolgeva ai suoi salesiani, valido sempre, in ogni luogo e in ogni tempo. Il servire gli altri anche nelle cose più semplici ci fa comprendere un po’ di più il gesto di Gesù; ci vuole tutta la vita per imparare ad amare.

L’episodio si allinea bene con la visione di Simon Sinek, autore ed esperto di comunicazione e leadership, che nel suo libro “Leaders eat last” sostiene che il compito principale di un leader è creare un “cerchio della sicurezza”, occupandosi di far sentire al sicuro e proteggere le proprie persone. Ma Cristo va oltre: alla base del nostro sacrificio c’è il suo sacrificio. In quanto discepoli, dobbiamo guidare gli altri sapendo di essere suoi messaggeri, suoi ambasciatori, suoi rappresentanti in un mondo che attraverso di noi ascolta le sue parole e sperimenta il suo amore. Dobbiamo farlo sapendo che non possiamo prendere il posto di Gesù, ma che siamo subordinati a Lui.

Il Signore insegna a essere servi, ad assumere con libertà e amore l’attitudine dello schiavo, di colui a cui spettava quel gesto. Abolire la mentalità padronale e assumere la condizione di servo: questo è il testamento che Gesù lascia alla sua comunità. Gesù si fa servo non solo lavando i piedi ai discepoli, ma in modo più articolato e complesso. Egli sa che è giunta la sua ora, sa chi lo tradisce, eppure non reagisce opponendosi o espellendo, ma sottomettendosi e quasi agevolando il tradimento, dicendo a Giuda: “Quel che vuoi fare, fallo presto” (Gv 13,37).

Gesù vive l’amore unilaterale, che non cerca reciprocità e che narra la fedeltà radicale di Dio al peccatore. Ciò che potrebbe sembrare debolezza, timidezza o passività è invece forza e gloria del Signore: la gloria di amare, la gloria di chi è pienamente cosciente che nulla può impedirgli di amare. Che ogni occasione, anche la più dolorosa e tragica, può essere vissuta nell’amore, fino a donare la vita.

Servire non significa aspettare che qualcuno prima o poi farà. Il servizio gioca di anticipo, agisce prontamente, più col cuore che con la testa. Chi serve è umile, ma chi si lascia servire lo è ancora di più. Il servizio non è nostalgico, non idealizza. Chi serve è umile, e solo una comunità fondata sull'umiltà potrà essere credibile ed evangelizzare.

La Messa come cammino di comprensione dell'amore

C’è qualcosa che può aiutarci in modo speciale in questo cammino progressivo di comprensione dell’amore: la celebrazione eucaristica, la Messa. L’evangelista Giovanni, pur non presentando il racconto dell’Eucaristia, lo sostituisce con l’episodio della lavanda dei piedi, spiegando così il significato profondo dell’Eucaristia come amore che si fa servizio.

Lo si può capire proprio celebrando la Messa, che non è un racconto o un gesto simbolico, ma è ciò che ci dona realmente la Parola di Gesù, che scende nel nostro cuore, e ancora di più ci fa entrare in comunione piena con Lui, cibandoci di Lui. È quella Parola, quel Corpo e Sangue che ci sono donati, ciò che ci può far capire a poco a poco l’amore di Gesù nella nostra vita.

Ecco che per noi quel “dopo” di cui Gesù parla a Pietro, diventa l’“adesso” dell’Eucaristia, che deve poi diventare l’“adesso” della vita di ogni giorno vissuta per amore, prima di diventare quella vita che non avrà più giorni e dove, speriamo, di essere per sempre con il Signore, riempiti dal suo amore.

Nello stesso cenacolo si intrecciano mistero e servizio, slancio verso il cielo e inchini alla terra. L'Eucarestia condensa in un sol atto tutto il Triduo pasquale, perché già oggi annunciamo la morte di Gesù e proclamiamo la sua Risurrezione. In essa c'è tutto: il dono, la vita, la morte, la Risurrezione, la vita eterna. Oggi, in ogni assemblea, la Lavanda dei Piedi si vive all'interno dell'Eucarestia affinché nelle comunità ci si lavi i piedi gli uni gli altri. Brocca, catino e asciugatoio devono diventare arredi da sistemare al centro della nostra esperienza di fraternità, con la speranza che non rimangano suppellettili semplicemente ornamentali. Non ci sarà Eucarestia piena se non sapremo lavarci i piedi gli uni gli altri.

Rappresentazione di una comunità che celebra l'Eucaristia e/o la lavanda dei piedi

La perseveranza nell'amore e la Pasqua esistenziale

Gesù, avendo amato i suoi discepoli prima e durante il suo ministero pubblico, ora che si prospetta la fine della sua vita terrena, decide di amare ancora. Con la perseveranza nell’amare, Gesù tende un filo rosso nella sua vita, dando continuità e senso alla sua esistenza, ponendola tutta sotto il segno dell’amore.

Avendo amato, amò fino alla fine, o meglio, fino a un compimento, a un télos, a un senso, a una pienezza. Più che una fine dunque, quel télos è un compimento che rimanda all’ultima parola di Gesù sulla croce: “È compiuto” (Gv 19,30). Ecco la perseveranza veramente vitale: continuare ad amare, a cercare di amare.

Questa è la Pasqua esistenziale che Gesù vive, il suo “passare” che non evoca solo il passaggio da questo mondo al Padre, ma riguarda il qui e ora, il suo passare facendo il bene e guarendo, il passare servendo, il passare lavando i piedi. Il passaggio dalla morte alla vita avviene già ora grazie all’amore, come Giovanni dirà nella sua prima lettera: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,15). È un amore che ha i connotati dell’estrema concretezza e che si sottomette al bisogno dell’altro, alla sua peculiare sporcizia; è un amore che si spende nel quotidiano e che prende forma nel fare ciò che all’epoca facevano i servi.

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