A Scuola di Preghiera con Gesù: Spiegazione e Significato

La preghiera è, per sua essenza, un profondo orientamento dell'anima verso Dio. Come ben espresso nel Salmo 24, essa è un'elevazione dell'anima a Dio: «A Te, Signore, elevo l’anima mia». Questa elevazione non è un monologo, ma un dialogo di fede e amore con un Dio che è Padre. Un dialogo autentico richiede di essere se stessi, con i propri dubbi, debolezze e oscurità, ma anche con le proprie speranze e gioie, come nel colloquio tra Gesù e Pietro dopo la resurrezione: «Mi ami tu più di costoro?…Mi ami tu?… Mi ami tu?…» (Gv 21,15-17).

Gesù, Maestro e Modello di Preghiera

La Vita di Preghiera di Gesù

Gesù stesso era "tutto preghiera", una costante adorazione al Padre. Il suo gesto di pregare era quello di alzare gli occhi al cielo. La sua preghiera attraversa tutta la sua vita, come un canale segreto che irriga l'esistenza, le relazioni, i gesti e lo guida, con progressiva fermezza, al dono totale di sé, secondo il progetto di amore di Dio Padre. Gesù è il maestro delle nostre preghiere e il sostegno attivo e fraterno di ogni nostro rivolgerci al Padre.

La Preghiera di Gesù al Battesimo

Un momento esemplare è la preghiera di Gesù che segue il suo battesimo nel fiume Giordano. L'evangelista Luca narra: «Mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo» (Lc 3,21-22).

La domanda sorge spontanea: perché Gesù si sottopone volontariamente a questo battesimo di penitenza e di conversione, non avendo peccato? Persino Giovanni Battista si chiede: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (Mt 3,14). La risposta di Gesù è illuminante: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (v. 15).

Nel mondo biblico, il senso della parola "giustizia" è accettare pienamente la volontà di Dio. Gesù, senza peccato, discendendo nel Giordano, rende visibile la sua solidarietà con coloro che riconoscono i propri peccati e scelgono di cambiare vita. Con questo gesto, egli anticipa la croce, dà inizio alla sua attività prendendo il posto dei peccatori, assumendo sulle sue spalle il peso della colpa dell’intera umanità e adempiendo la volontà del Padre.

Gesù in preghiera dopo il battesimo nel fiume Giordano, con lo Spirito Santo che discende e il cielo che si apre

Raccogliendosi in preghiera, Gesù mostra il suo intimo legame con il Padre, sperimentando la sua paternità e cogliendo la bellezza esigente del suo amore. Nel colloquio con il Padre, riceve la conferma della sua missione. Il Padre risponde immediatamente: «Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te mi sono compiaciuto» (Lc 3,22), richiamando Isacco, il figlio amatissimo che Abramo era disposto a sacrificare. Gesù è il Figlio unigenito, l’amato, che Dio Padre dona per la salvezza del mondo.

Questa scena è profondamente trinitaria. Nel momento in cui Gesù vive in profondità la propria figliolanza e l’esperienza della paternità di Dio attraverso la preghiera, discende lo Spirito Santo, che lo guida nella sua missione e che Egli effonderà dopo essere stato innalzato sulla croce, per illuminare l’opera della Chiesa.

Continuità e Novità nella Preghiera di Gesù

L'intera esistenza di Gesù è stata vissuta in una famiglia profondamente legata alla tradizione religiosa del popolo di Israele, come dimostrano la sua circoncisione, la presentazione al tempio e l'educazione a Nazaret. Questi "circa trent’anni" di vita nascosta e feriale includevano la partecipazione a momenti di espressione religiosa comunitaria, come i pellegrinaggi a Gerusalemme.

L'episodio di Gesù dodicenne nel tempio, seduto in mezzo ai maestri (cfr. Lc 2,42-52), lascia intravedere come Gesù, che prega dopo il battesimo al Giordano, abbia una lunga abitudine di orazione intima con Dio Padre, radicata nelle tradizioni e nello stile della sua famiglia. Uscito dalle acque del Giordano, Gesù non inaugura la sua preghiera, ma continua il suo rapporto costante e abituale con il Padre; ed è in questa unione intima con Lui che compie il passaggio dalla vita nascosta al ministero pubblico.

L’insegnamento di Gesù sulla preghiera deriva dal suo modo di pregare acquisito in famiglia, ma ha la sua origine profonda ed essenziale nel suo essere il Figlio di Dio, nel suo rapporto unico con Dio Padre. Come recita il "Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica": "Gesù, secondo il suo cuore di uomo, ha imparato a pregare da sua Madre e dalla tradizione ebraica. Ma la sua preghiera sgorga da una sorgente più segreta, poiché è il Figlio eterno di Dio che, nella sua santa umanità, rivolge a suo Padre la preghiera filiale perfetta" (541).

Le ambientazioni della preghiera di Gesù, come "il luogo deserto" (cfr. Mc 1,35), "il monte" (cfr. Lc 6,12), "la notte" (cfr. Mc 1,35), richiamano momenti della rivelazione di Dio nell’Antico Testamento, indicando la continuità del suo progetto salvifico. Ma al tempo stesso, segnano momenti di particolare importanza per Gesù, che consapevolmente si inserisce in questo piano, fedele pienamente alla volontà del Padre.

Il Padre Nostro: La Preghiera Insegnata da Gesù

Alla richiesta dei discepoli «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1), Gesù risponde con una proposta di preghiera semplice e lineare: il Padre Nostro. Questo modello di preghiera è un lungo elenco di atti di amore, incentrato sulla volontà di Dio: «non la mia, ma la tua volontà».

Le condizioni per essere ascoltati sono chiare:

  • Il destinatario è il "Padre", a cui dobbiamo rivolgerci con fiducia e amore filiale.
  • L'atteggiamento è di servizio, non di pretesa: «sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno».
  • Ciò che si chiede è una vita sobria: «dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano».
  • La preghiera deve essere sempre al "noi": «dacci», «perdona a noi», «non abbandonarci». Il segno della sincerità del "noi" è il perdono reciproco: «perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore».

Gesù assicura che saremo ascoltati: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto». E soprattutto, il Padre darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono. Lo Spirito ci fa capire che Dio ci esaudisce non come un distributore automatico, ma come un Padre che ci conosce e sa di cosa abbiamo bisogno più di noi stessi.

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La Presenza di Dio nella Preghiera: Un Incontro Interiore

Dio Parla nel Silenzio

Dio è dentro di noi. È lì che ci dà appuntamento e ci attende durante la giornata. Dio dentro di noi non è un Dio silenzioso: egli parla. Ma per ascoltarlo bisogna far silenzio. «Il Padre dice la Parola. È il suo Verbo, il suo Figlio. Siamo inabitati da Dio».

Il teologo Karl Rahner sosteneva che la religiosità di domani o sarà mistica o non esisterà più. Bisogna insistere sulla presenza di Dio, indispensabile perché il rapporto personale si stabilisce tra due che si incontrano. L'orazione inizia e si sviluppa solo se ci si mette e si sta alla presenza di Dio presente. La consapevolezza di questa presenza è, per la preghiera, come l'aria senza la quale non si vive. Se si inizia la preghiera senza questa attenzione a Dio presente, si rischia di non ascoltare o parlare con nessuno, rendendo la preghiera un fatto estraneo alla vita, puro formalismo o elucubrazione.

È meglio passare tutto il tempo a sforzarsi di credere che Dio ci è presente e ci guarda con amore, piuttosto che moltiplicare parole vuote. Si tratta di una presenza misteriosa, percepibile solo attraverso un atto di fede, che, come diceva Paolo VI, è oscura. Siamo come un cieco in una stanza buia che sa di avere davanti a sé una persona che osserva, ascolta, ama.

La prima reazione nell'essere alla sua presenza dovrebbe essere la gioia di saperlo accanto, il desiderio di sentirlo parlare e di ascoltarne la voce. Non si tratta di immaginarlo, ma di convincersi e avere la certezza che c'è davvero e che vuole comunicare con noi. Non dobbiamo pensare che il Signore sia lontano o distratto; è Lui che ci cerca e ci chiama, la nostra è solo una risposta. «Lui non mi dimentica, Lui mi riconosce sempre, Lui sta sempre lì a guardarmi, a invitarmi, a farmi compagnia, a istruirmi. Non posso dubitare che Egli mi ama, che in questo momento mi sta amando».

Il Mistero dell'Inabitazione Trinitaria

Ciò che spesso rende difficile l'atto di fede è il pensiero che Gesù sia lontano, in Cielo. Dobbiamo correggere tale concezione. Dopo la sua resurrezione gloriosa, Gesù vive un'esistenza spirituale e si può far presente in ogni anima, unendosi a ciascuno di noi. La presenza spirituale non ha relazione con lo spazio e col tempo; è una presenza reale. Non è che Gesù è presente solo perché lo pensiamo o lo amiamo; noi siamo sempre presenti a Lui, anche se non ci pensiamo, anche se non lo amiamo.

Gesù è indissolubilmente unito al Padre nello Spirito. Questo ci porta al contenuto centrale della nostra vita di grazia, che è il sublime mistero dell'Inabitazione, cioè della presenza della Trinità nell'anima dei giusti. Con la giustificazione, Dio viene nel cuore dell'uomo e vi pone la sua dimora, prendendone amoroso possesso per intrecciare un rapporto vitale fatto di conoscenza e di amore. Qui sta l'inizio e il fondamento della vita cristiana, dell'ascesi e della santità.

Quando parliamo di Trinità presente in noi, vogliamo riferirci al fatto che Dio vive in noi la sua vita, una vita di comunione piena tra il Padre e il Figlio in un atto perfetto di infinito ed eterno Amore. Questa presenza dinamica della Trinità in noi significa che lo Spirito Santo ci inserisce in questo dialogo nel quale noi, uniti e insieme al Figlio, siamo messi in grado di dire con Lui: «Padre». Come afferma l'Apostolo, lo Spirito del Figlio grida in noi: «Abbà, Padre». Questa Parola eterna esprime tutti i sentimenti del Figlio verso il Padre, e noi ora siamo resi capaci di ripeterla insieme a Lui, per essere la continuazione della sua voce nella storia.

La preghiera è un dono che ci ritroviamo dentro. Nel fondo della nostra anima di battezzati è vivo il dialogo del Padre con il Figlio nello Spirito Santo. Questo dialogo di amore è la preghiera primordiale, perfetta, assoluta. Essa ci inabita. La nostra preghiera consiste nello scoprire, ascoltare, lasciarci coinvolgere in questa "preghiera" dei Tre nel fondo di noi stessi. Ecco perché è lo Spirito, Comunione del Padre e del Figlio, che ci rende capaci di dire: «Padre!».

Tutto l'insegnamento teresiano sulla preghiera tende a portare l'orante all'incontro con Dio nell'intimo del suo cuore. Il simbolismo del castello interiore, del palazzo o del diamante purissimo di cristallo, al cui centro si trova il re della gloria, ha un unico significato: l'anima è dimora di Dio. Vivere il mistero dell'inabitazione è vivere ritirati nell'eremo interiore dell'amore di Dio. Questo eremo può essere il deserto, la cella, la clausura, ma può essere anche la vita ordinaria, nella misura in cui si riesce a coltivare il senso della presenza di Dio.

Illustrazione allegorica del castello interiore dell'anima come dimora di Dio, ispirata a Santa Teresa d'Avila

La Preghiera è Amare e Agire

Pregare è amare. Tutto quello che non è amare è contorno, preparazione, conseguenza della preghiera, ma non è preghiera in sé. Il Padre Nostro, con i suoi sette atti d'amore, insegna che non si ama a parole, ma a fatti. «Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre...».

Questo significa che pregare non è girare intorno a se stessi, ma affrontare se stessi, esaminare il proprio agire. Se non si cerca incessantemente ciò che il Signore vuole, si è fuori dalla preghiera. La preghiera è riflessione davanti a Dio. L'azione che non parte dalla riflessione rischia di insabbiarsi nell'egoismo, nella superficialità o nell'esteriorismo. La preghiera autentica costruisce un impegno sociale profondo e duraturo, e l'esperienza mostra che quando si smette di pregare, l'entusiasmo e il servizio scemano.

La Preghiera nella Vita Quotidiana

La vita quotidiana è una scuola di preghiera. Il teologo Karl Rahner descrive la spiritualità della vita quotidiana come la chiave per accedere alla vita, nonostante le sue difficoltà, la monotonia e le fatiche. Essa è una benedizione che ci insegna a rivolgere la nostra attenzione verso i fatti normali della vita, perché questi sono il mondo in cui incontriamo Dio stesso. Il nostro rapporto con Dio si decide nel nostro rapporto con il mondo. «La nostra esistenza mondana ha un significato spirituale e, viceversa, la nostra esistenza spirituale ha un significato mondano. L’inevitabile riferimento reciproco che Dio e mondo hanno nella nostra vita costituiscono il mistero assoluto. È il mistero di Dio nell’anonimità della nostra vita quotidiana».

Il mondo della quotidianità è un luogo dell’incarnazione. Dio fa il suo ingresso nel mondo dell’uomo, assume la sua quotidianità e sopporta il peso dell’estraniazione che inevitabilmente fa parte di tale mondo. «Dio diventa uomo affinché l’uomo nella vita quotidiana delle nostalgie amare e delle speranze consumate divenga un uomo che rispetti sé e gli altri, che sappia perdonare loro, ma che s’impegni anche per essi, rendendo tangibile nelle sue parole e nelle sue azioni che egli è fatto ad immagine di Dio».

Vivere il mistero dell'inabitazione è vivere ritirati nell'eremo interiore dell'amore di Dio, e questo non isola dagli altri, né estranea dalle vicende del mondo. Anzi, chi vive questa comunione intima con Dio porta nel cuore il peso del mondo, poiché «il cuore di Dio è fatto così; ed è solo dal suo cuore che ogni preghiera scaturisce».

Entrare in rapporto con Dio-comunione significa acquisire la capacità di costruire la comunione nella comunità e nella Chiesa, desiderando ardentemente che tutti gli uomini, anche i più lontani, arrivino a farne parte. Un desiderio attivo, fatto di fede, benevolenza, perdono, spirito di sacrificio e grande speranza.

La Scuola di Preghiera Oggi: Sfide e Proposte

L'Urgenza di Imparare a Pregare

Papa Benedetto XVI, con l'udienza del 30 novembre, ha ripreso la sua «scuola della preghiera», sottolineando che non bisogna dare per scontato che i cattolici di oggi sappiano pregare. La preghiera è un'arte che si impara praticandola con costanza. È un dono che chiede di essere accolto, opera di Dio che esige impegno e continuità da parte nostra.

Oggi, i cristiani sono chiamati a essere testimoni di preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all'orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. «Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, attraverso la nostra preghiera fedele e costante, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio».

La preghiera è il tentativo che Gesù fa di insegnarci il "Padre". La vera preghiera non è qualcosa che facciamo noi, ma qualcosa che permettiamo che Cristo faccia in noi. Senza l’esperienza dell’amore, tutto diventa ingiustizia, problema, pretesa. Un cristianesimo che non riparte dalla preghiera, cioè dal Padre, rischia di essere solo un’insopportabile morale.

Un Esempio Concreto: L'Esperienza della Comunità di P. Gasparino

Una "scuola di preghiera" può nascere dall'esperienza vissuta, come nel caso della comunità missionaria di P. Gasparino. Nata nel dopoguerra per accogliere orfani, si è evoluta in una comunità di servizio, scoprendo una vocazione profonda nel Vangelo letto nello spirito di P. De Foucauld. Questa comunità ha sviluppato principi fondamentali:

  • Valorizzazione dei doni: si sfruttano pienamente i doni di Dio, senza parassitismo, credendo che chi riceve di più è chi dà di più, e che «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» è un imperativo.
  • Distacco dal denaro: si evita ogni compromesso col denaro, rifuggendo iniziative di lucro e pubblicità per arruolare membri, rispettando la libertà altrui nel dare.
  • Lavoro e ingegno: attraverso il duro lavoro e l'auto-sufficienza (costruendo case, imparando vari mestieri), l'ingegno si acuisce e si genera una profonda cura per ciò che si crea con sacrificio.
  • Regola del provvisorio: la regola di vita è in costante cammino, sempre in rinnovamento, senza considerarsi mai "arrivati".

Questa comunità ha visto la sua "città dei ragazzi" trasformarsi in un "centro missionario" meta di gruppi giovanili che cercano di riscoprire la preghiera nel silenzio, nel lavoro e nella solitudine. L'esperienza di questa "scuola di preghiera" si basa su uno spirito, un clima e un atteggiamento interiore, che include l'adorazione, la riflessione comunitaria e la celebrazione dell'Eucaristia. Questi momenti, vissuti in un ambiente raccolto e semplice, creano uno stato di attesa nei giovani. È un "non-scuola" che non finisce mai, poiché «per imparare a vivere bisogna vivere», e per imparare a pregare, bisogna amare.

Preghiera Personale e Comunitaria

È necessario partire dalla preghiera individuale per giungere a quella comunitaria e valorizzarla al massimo. Se non si è capaci di interiorizzare una preghiera personale, difficilmente si riuscirà a interiorizzare la liturgia. La liturgia dovrebbe essere la fiamma e la preghiera individuale il candelabro. La "scuola di preghiera" tenta di salvare questo ritmo: prima la preghiera personale, poi quella comunitaria.

Si comincia dall'adorazione, che ha lo scopo di interiorizzare la Parola di Dio meditata, di ascoltare la sua voce, di ripensare con tranquillità alla propria vita. Si conclude con la celebrazione eucaristica, alla quale si fa confluire la preghiera personale, rendendola intensamente vissuta perché "preparata".

La verifica della verità della propria preghiera è la vita stessa, le azioni che si compiono "dopo". La preghiera non è solo riflessione prima e dopo l'azione; l'azione che parte dalla preghiera è di altra natura: è riflessione davanti a Dio. La preghiera è il mezzo attraverso cui si fa una selezione naturale tra il giovane superficiale e quello che vuole costruire qualcosa di serio. I giovani che pregano «salvano» anche il loro prete e l'animatore del loro gruppo.

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