Introduzione: La Versatilità di Takashi Miike nel Jidai-geki
Takashi Miike, un regista abituato a oscillare, senza soluzione di continuità, tra classicismo formale con aperture barocche e barocchismi deliranti senza apparente logica, si avvicina al genere Jidai-geki con lo spirito e i mezzi di uno scrupoloso esegeta del verbo kurosawaiano. La versatilità di Takashi Miike è cosa nota: il regista giapponese è in grado di passare da uno stile folle, ricco di invenzioni pop, a una narrazione più classica. Rispetto a Sukiyaki Western Django, da lui presentato a Venezia qualche anno fa, il suo nuovo lavoro, 13 Assassini, vira decisamente verso la seconda categoria, smussando la trasgressiva poetica del regista nipponico senza edulcorarla né svilirla. L'opera si presenta come un rifacimento dell'originale Jûsan-nin no shikaku di Eiichi Kudo del 1963.
La Trama: Una Missione Suicida contro la Tirannia
Nel Giappone feudale di primo '800, durante gli ultimi stralci dello shogunato Tokugawa (1603-1868), la pace è minacciata dalla violenta ascesa al potere del crudele Lord Naritsugu Matsudaira, fratello minore dell’attuale Shogun. Turbato ed esasperato dai sanguinari eccessi di Naritsugu, l’onorevole Doi, alto ufficiale al servizio dello Shogun, fa segretamente appello al samurai Shinzaemon Shimada per far assassinare il malvagio signore. Lo stimato samurai, indignato dalle vili atrocità commesse da Naritsugu - che compie atrocità disumane in tutto il Giappone, come il caso della donna tronco a cui viene tagliata la lingua, all'origine della vendetta - accetta di buon grado la difficile missione.
Insieme a un gruppo di abili samurai, Shinzaemon progetta un'imboscata per catturare il feudatario, reclutando al suo fianco dodici audaci guerrieri. A questa "sporca dozzina" di samurai se ne aggiunge un tredicesimo, che sarebbe uno scalcinato vagabondo di toshiromifuniana memoria, figure come quella di Koyata.
Naritsugu è protetto da un letale esercito capeggiato dallo spietato Hanbei Kitou, acerrimo nemico di Shinzaemon, e gli impavidi samurai sanno che stanno per avventurarsi in una missione suicida. Shinzaemon e i suoi uomini trasformano un piccolo villaggio di montagna in una trappola mortale, ma all’arrivo di Naritsugu scoprono che il nemico ha una superiorità numerica di quindici a uno (13 contro 200). È giunta l’ora per i 13 assassini di affrontare la morte in un’epica battaglia con esplosioni infuocate, diluvi di frecce e clangore di spade, annunciata dal proclama “massacro totale” scritto col sangue.

Il Contesto Cinematografico: Origini e Influenze
Il film di Miike è un adattamento di Jûsan-nin no shikaku di Eiichi Kudo del 1963. Eiichi Kudo, regista nato nel 1929 e morto nel 2000, è particolarmente ricordato per la cosiddetta "trilogia in bianco e nero": 13 Assassins (1963), The Great Killing (1964) e 11 Samurai (1966). Queste sono tre incursioni nel jidai-geki, termine utilizzato in Giappone per identificare i film intenzionati a ragionare sull’era Tokugawa, noti anche come chambara, ovvero racconti di cappa e spada giapponese.
I tre film di Kudo furono in fretta e furia liquidati come epigoni in chiave minore del capolavoro I sette samurai di Akira Kurosawa (1954), con il quale appena pochi anni prima Kurosawa aveva messo d’accordo critica e pubblico. Il riferimento principale e più evidente per il remake di Miike, oltre al film omonimo di Kudo, è proprio I Sette Samurai, di cui 13 Assassini rappresenta un accorato omaggio che in alcune parti, specialmente nel prologo in cui il capo samurai recluta la sua squadra, sfocia nel quasi-remake. Lo svolgimento è molto simile anche se la missione è di tenore completamente diverso.
In questa pellicola Miike sembra ispirarsi chiaramente anche ad alcuni modelli di successo del cinema occidentale, come Il mucchio selvaggio (1969) di Sam Peckinpah e il western all'italiana, avendo già dedicato il suo precedente e più delirante film, Sukiyaki Western Django (2007), a Sergio Corbucci. Inoltre, le moltissime scene girate in interni sono un chiaro riferimento allo stile dei più classici cineasti giapponesi, come Yasujiro Ozu e Kenji Mizoguchi. Dunque, Miike si diverte a far un po' dell'accademia, ma resta quel giocoliere naturale dell'umorismo e della violenza che ha esibito nella sua già lunga e feconda carriera.
Interview with director Takashi Miike 13 Assassins 2010
Analisi Stilistica e Tematica: Demistificazione e Riflessione Politica
Miike costruisce un racconto avvincente scandito in due atti, ulteriormente suddivisibili in due macrosequenze, nel pieno rispetto della tradizione: individuazione del nemico-costituzione dell'orda di samurai e costruzione dello scenario dell'agguato-scontro finale. La prima parte è segnata da una messa in scena geometrica e volutamente statica (quadri nel quadro, frontalità), in cui gli eventi vengono preparati con cura e sapiente lentezza, facendo ricorso a una messa in scena rigorosa e attenta, raffinata e perfettamente in tono con il cinema dal quale sta traendo ispirazione. Senza per questo lasciarsi sopraffare dal potere della messa in scena, evitando dunque di scadere nello sterile calligrafismo.
Nella seconda parte, il film entra progressivamente in un regno retto dall'anti-logica del caos e della violenza, passaggio annunciato dalla comparsa della figura più prossima alle tipologie di personaggio 'folle' incarnate da Toshiro Mifune. Animalesco, selvaggio e invulnerabile, il tredicesimo assassino reclutato è sicuramente il personaggio più emblematico del lavoro di rilettura messo in atto da Miike. La sua inaspettata quanto divertente "resurrezione" fa sorgere il dubbio che Miike abbia voluto inserire nel film la figura di un tanuki, i procioni protagonisti di migliaia di leggende popolari nell’arcipelago nipponico.
Pur rispettando saggiamente le regole del genere e divertendosi a coreografare impeccabilmente la grandiosa danza bellica macchiata di fango e sangue della seconda parte, Miike demitizza la figura del samurai (un assassino, in fin dei conti) e rovescia lo spirito dell'epica celebrativa evidenziando il fondo psicotico che presiede ogni atto di violenza, anche se 'a fin di bene'.
13 Assassini, nel trascinare sul grande schermo l’ennesima storia di tradimenti, cospirazioni e codice d’onore samurai, porta a termine un’operazione fortemente politica, in grado di riflettere sulle radici stesse del pensiero feudale e di rigettarne le basi ideologiche, in un confronto radicale e dai toni fortemente polemici rispetto alla tradizione. La riflessione di Miike sulla natura umana, naturalmente spinta verso l’ingiustizia e la sottomissione dei deboli da parte del più forte, raggiunge il proprio apice concettuale nella seconda metà del film, quasi interamente occupata dalla sanguinosa battaglia nel villaggio di Ochiai. In una caotica babele di corpi mutilati, zampilli di sangue, grida e frenetici scontri corpo a corpo, la follia dell’umano agire si mostra in tutta la sua terribile potenza.
Miike manda al macello i suoi dodici samurai (a loro è aggregato un semplice sbandato) senza il ghigno beffardo e la lampante "ridefinizione della realtà" che attraversano sottotraccia le opere di Quentin Tarantino; si assiste invece all'estasi di una funerea bellezza, epilessia distruttrice e ineluttabile. Uno dei leitmotiv della filmografia di Miike è quella dell'uomo sradicato e a disagio nella società: nel caso di 13 assassini tale ruolo è riservato alla sacra casta dei samurai che, a metà ‘800, si trovava "senza lavoro" a causa del prolungato periodo di pace, visti da tutti come animali preistorici. Il film parla anche della società giapponese moderna, tirando in ballo un senso del dovere che troppo spesso imprigiona le persone, impedendo loro di vivere la loro vita liberamente.
Riguardo la violenza sulla donna, che in Miike è spesso collegata alla misoginia radicata nella cultura nipponica, in 13 assassini questo aspetto è presente in modo più edulcorato e sensato, utile a stigmatizzare la folle brutalità di Naritsugu. Il film ha inoltre un duello finale da antologia, destinato a rimanere nella storia dei chambara (e non solo), impreziosito da un dialogo sapiente sia nei ritmi che nei contenuti.

Scheda Tecnica e Cast
- Titolo originale: Jūsannin no Shikaku
- Altri titoli: Thirteen Assassins, 13-nin no shikaku
- Paese/Anno: Giappone | 2010
- Durata: 126'
- Colore: C
- Genere: Azione, Drammatico, Jidai-geki
- Regia: Takashi Miike
- Soggetto: Kaneo Ikegami (sceneggiatura del 1963)
- Sceneggiatura: Daisuke Tengan, Kaneo Ikegami
- Fotografia: Nobuyasu Kita
- Musiche: Kôji Endô
- Montaggio: Kenji Yamashita
- Scenografia: Yûji Hayashida
- Arredamento: Akira Sakamoto, Osamu Kubota
- Costumi: Kazuhiro Sawataishi
- Effetti: Misako Saka
- Specifiche tecniche: ARRICAM, 2K, SUPER 35 STAMPATO A 35 MM (1:2.35)
- Produzione: TV Asahi Corporation, Toho Co., Asahi Broadcasting Corporation (ABC), Asahi Shimbun, Dentsu, Higashinippon Broadcasting Co., Hiroshima Home TV, Hokkaido Television Broadcasting Co. (HTB), Kyushu Asahi Broadcasting Co., Nagoya Broadcasting Network (NBN), Recorded Picture Company, Sedic International, Shizuoka Asahi Television Co. (SATV), Shogakukan, Tsutaya Group, Yahoo Japan
- Distribuzione: Bim Distribuzione
- Data di uscita: 24/06/2011
- In concorso: alla 67. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2010)
Attori principali:
- Kôji Yakusho - Shinzaemon Shimada
- Takayuki Yamada - Shinrouko
- Yûsuke Iseya - Koyata (il "tredicesimo assassino")
- Gorô Inagaki - Lord Naritsugu Matsudaira
- Masachika Ichimura - Hanbei Kitou
- Mikijirô Hira - Sir Doi
- Hiroki Matsukata - Kuranaga
- Tsuyoshi Ihara - Hirayama
L'Accoglienza della Critica Italiana
13 Assassini è stato accolto dalla critica italiana come "l'opera più accessibile di Takashi Miike, perché smussa la trasgressiva poetica del regista nipponico senza edulcorarla né svilirla" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano'). Pontiggia ha sottolineato come Miike rifaccia l'omonimo di Eichi Kudo con fedeltà, guardando a I sette samurai di Akira Kurosawa con "rispettosa cinefilia", e lodando la battaglia come "meravigliosamente coreografata e montata". Maurizio Porro ('Il Corriere della Sera') ha criticato il film come un "esempio di manierismo che non riesce nonostante gli sforzi a diventare 'classico'".
Mariuccia Ciotta ('Il Manifesto') ha evidenziato come Miike, pur non forzando la forma con sciabolate espressioniste, si divertisse come "giocoliere naturale dell'umorismo e della violenza", creando "la più ossessiva e delirante carneficina mai vista". Ha anche concluso che "il mito non è immortale, e neanche il tiranno". Gian Luigi Rondi ('Il Tempo cronaca di Roma') ha riconosciuto a Miike un grande mestiere, privilegiando le pagine corali e approdando a uno spettacolo che coinvolge lo spettatore occidentale con i suoi ritmi affannati, violenze e sangue, e un linguaggio che "decolorando le immagini, si propone con i segni di uno stile". Dario Zonta ('L'Unità') ha affermato che "la scena finale, la grande battaglia, è di una lunghezza epica e vale da sola l'intero film", notando il rispetto di Miike per i maestri a cui si riferisce.
Molti hanno accostato Miike a Quentin Tarantino per la sua furia iconoclasta e la onnipresenza di una macabra ironia nelle sue storie, sebbene parte della critica abbia ritenuto questa relazione fuorviante per il film in questione. La pellicola è stata considerata un'interessante operazione di attualizzazione di un genere che ormai vagava da tempo in una statica consolidazione estetica, con un taglio squisitamente contemporaneo e un'acuta riflessione sulla fine dei valori collegati al mondo dei samurai. 13 Assassini ha riconsegnato un Takashi Miike in forma smagliante, epurato da quasi tutti gli eccessi del suo stile e capace di corroborare la lezione di antichi maestri, firmando un ennesimo capolavoro in cui mescola con grazia e furore i temi ricorrenti della propria poetica espressiva.
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