La visita di stato del presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (RSFJ) Josip Broz Tito in Italia, avvenuta nel marzo del 1971, fu un evento diplomatico di grande importanza, soprattutto considerando il difficile contesto storico e le profonde ferite lasciate dal secondo conflitto mondiale lungo il confine orientale.

Il Contesto Storico Post-Bellico e le Relazioni Italo-Jugoslave
Terminato il secondo conflitto mondiale, la politica di Belgrado operò inizialmente con cautela, poiché la nuova Jugoslavia non aveva ancora il totale controllo della situazione interna e i necessari riconoscimenti dall’estero. Con l’avvento del regime comunista in Jugoslavia nel 1945, un numero elevato di persone venne arbitrariamente definito “nemico del popolo”. Anche molti membri delle Chiese locali (vescovi, sacerdoti, religiosi e laici) subirono condizionamenti, minacce, provvedimenti disciplinari, processi, internamenti e, in taluni casi, la morte “in odium fidei”. La “fratellanza” dei seguaci del maresciallo Tito, infatti, esigeva capacità di lotta, radicalismo ideologico e nazionale, e fedeltà prioritaria al regime. In realtà, questi cattolici testimoniarono solo il proprio credo religioso, in sintonia con il magistero del Papa, ed espressero resistenza a quanto poteva distruggere un patrimonio di fede e l’italianità di un’origine.
L'Occupazione Jugoslava e le Foibe
Il 1° maggio del 1945, i partigiani del IX Corpus jugoslavo e la IV Armata del gen. Petar Drapšin entrarono a Trieste. Gli occupanti misero in atto una politica del “fatto compiuto”, affidando il comando militare al gen. Josip Cemi (poi sostituito dal gen. Dusan Kveder) e nominando un commissario politico, Franc Štoka, comunista filo-slavo. Imposero un lungo coprifuoco, limitarono la circolazione dei veicoli e disposero il passaggio all’ora legale per uniformare la città al “resto della Jugoslavia”. L’otto maggio proclamarono Trieste “città autonoma” nella “Settima Repubblica federativa di Jugoslavia” e sugli edifici pubblici fecero sventolare la bandiera jugoslava affiancata dal Tricolore con la stella rossa.
In tale periodo si verificarono arresti arbitrari e sparizioni non solo di sospetti fascisti, ma anche di italiani inermi e di resistenti all’espansionismo jugoslavo. I cittadini prelevati e deportati non fecero più ritorno a casa. I loro corpi vennero gettati nelle foibe (fovea = fossa), profonde cavità rocciose naturali a forma di imbuto rovesciato. Le milizie di Belgrado organizzarono anche campi di concentramento, tra cui quello di Borovnica, dove tra il maggio del 1945 e l’agosto del 1946 furono internati migliaia di militari italiani, ex internati militari italiani (IMI) e civili italiani delle terre istriane e dalmate.
La Testimonianza di Monsignor Antonio Santin
Mentre avvenivano queste criticità, il vescovo di Trieste-Capodistria era S.E. Monsignor Antonio Santin, nato a Rovigno. Nelle sue Memorie, egli ricordò i drammi vissuti dai fedeli della diocesi e da quelli delle Chiese locali circostanti. Annotò: “(…) Vivissimo era l’allarme e lo spavento invadeva tutti… In città dominava la violenza contro tutto ciò che era italiano. Tutti i giorni dimostrazioni di Sloveni convogliati in città, bandiere jugoslave e rosse imposte alle finestre. Centinaia e centinaia d’inermi cittadini, Guardie di Finanza e Funzionari civili, prelevati solo perché Italiani, furono precipitati nelle foibe di Basovizza e Opicina. Legati con filo spinato, venivano collocati sull’orlo della foiba e poi uccisi con scariche di mitragliatrice e precipitati nel fondo. Vi fu qualcuno che, colpito, cadde sui corpi giacenti sul fondo e poi, ripresi i sensi per la frescura dell’ambiente, riuscì lentamente di notte ad arrampicarsi aggrappandosi alle sporgenze e ad uscirne.”
Accordi e Trattati: Da Belgrado a Osimo
In attesa delle decisioni finali in materia di confini, il 9 giugno del 1945 il maresciallo Tito e il generale britannico Harold Alexander firmarono a Belgrado un Accordo. La Zona “A” (esercito inglese e USA) comprendeva Gorizia, Trieste, Sesana, la fascia di confine fino a Tarvisio e l’enclave di Pola. Il 12 giugno 1945, a Trieste e Gorizia, ebbe termine l’occupazione titina e alle milizie di Belgrado subentrarono le forze anglo-americane.
Il Trattato di Parigi del 1947 sancì la perdita di tutte le colonie italiane e la revisione dei confini con Francia e Jugoslavia. La questione triestina rimase pendente, portando alla nascita del Territorio libero di Trieste, diviso in zona A (amministrata da un governo militare alleato) e zona B (amministrata dall’esercito jugoslavo). Questa fu una soluzione provvisoria, come evidenziato dal Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954, che affidava alla Repubblica socialista federativa di Jugoslavia solo l’“amministrazione civile” della Zona “B”, tacendo sulla sovranità. Il governo italiano aveva definito provvisorio tale Memorandum.
Il processo di riavvicinamento fu travagliato. Un punto di disaccordo significativo emerse quando il ministro Moro dichiarò che l’Italia non avrebbe mai rinunciato ai suoi “legittimi interessi nazionali” sulla zona B di Trieste. Belgrado interpretò tale dichiarazione come una rivendicazione, rallentando le trattative diplomatiche.
Il 10 novembre del 1975, i ministri degli affari esteri di Jugoslavia e Italia firmarono a Osimo un Trattato. Con tale atto, il governo italiano rinunciò alla Zona “B”, il cui territorio divenne jugoslavo. Con l’accordo di Osimo, anche se in modo tacito, il governo italiano mise fine a quelle speranze che per un non breve periodo erano state alimentate: l’art. 4 legalizzava infatti tutti gli espropri del regime di Belgrado sui beni degli esuli.
Le Persecuzioni Contro la Chiesa Cattolica
In questo contesto, cominciarono ad essere rese note cronache tragiche (arresti, processi, detenzioni, sparizioni) collegate alle persecuzioni dei fiduciari di Tito a danno della Chiesa cattolica. Diversi religiosi furono costretti a lasciare le località ove svolgevano il proprio impegno ecclesiale, subendo minacce e ultimatum. Non furono poche le consacrate espulse dalla Zona “B”, creando vuoti nei servizi socio-sanitari e socio-pastorali.
- Da Pola dodici Suore della Provvidenza di Udine divennero profughe.
- Da Capodistria dovettero lasciare la città quattro Suore Terziarie Francescane Elisabettine di Padova, la cui presenza durava dal 1888 al 1950. Erano impegnate presso il Convitto diocesano parentino-polese, l’ospedale civico “San Nazario” e l’istituto femminile “Grisoni”.
Il 23 agosto del 1949, il vescovo mons. Santin scrisse una lettera alla superiora generale, madre Costanzina Milani, riportando che le suore del Grisoni avevano ricevuto l’ordine di lasciare l’Istituto il 1° settembre. Santin elogiò la loro fedeltà e coraggio.
Sempre a Capodistria, nove Suore Dimesse Figlie di Maria Immacolata furono costrette a lasciare il proprio lavoro in un collegio, in una scuola elementare, in un asilo e in un laboratorio. A Isola d’Istria, sette Piccole Suore della Sacra Famiglia furono costrette a partire. Gli asili divennero proprietà statale e i conventi subirono attacchi. Quello dei Frati Minori di Capodistria venne utilizzato come prigione, quello dei Frati Minori Cappuccini fu caserma dei Vigili del Fuoco. Il convento del santuario di Strugnano fu trasformato in caserma e prigione. Il seminario di Capodistria venne adattato a caserma (poi depredato e abbandonato). Per il seminario di Pisino era obbligatorio chiedere un permesso annuale per mantenerlo aperto, e dopo il ritiro del direttore, il croato Božo Milanović (1968), fu necessario chiuderlo negli anni Settanta.
Il Caso di Pola e P. Albino Simpliciano Gomiero
Il 6 novembre del 1947, a Pola (consegnata alla Jugoslavia), ebbe inizio un’azione anti-cattolica. Miliziani comunisti circondarono il convento di Sant’Antonio dei Frati Minori, arrestando quattro frati. Furono accusati di essere nemici del popolo, collaborazionisti dei fascisti e spie. Il principale imputato fu p. Albino Simpliciano Gomiero ofm, che nelle sue memorie raccontò: “(…) Il 6 novembre 1947, in pieno giorno, non ci accorgiamo che agenti dell’OZNA stanno setacciando l’orfanotrofio, convento, teatro parrocchiale. (…) Vengo immediatamente affidato ad un agente della polizia, che impugna un’arma, e condotto, attraverso le vie della città, alla sede dell’OZNA. Qui vengo introdotto con forza in una stanza e spinto davanti a tre uomini seduti a un tavolo. Mi ricevono con un insulto, una bestemmia e cominciano a martellarmi di domande.”
P. Gomiero fu condannato a 16 anni di carcere e lavori forzati per aver trasmesso dati da una radio trasmittente sul trattamento religioso riservato ai cattolici a Pola. Le accuse contro di lui includevano le sue visite nella Zona B per raccogliere notizie e consigliare l’esodo, l'utilizzo delle mense pontificie della Poa come organizzazione di propaganda anticomunista e il convento di Sant’Antonio come rifugio di criminali fascisti. Anche i suoi confratelli subirono sentenze sfavorevoli.
Sacerdoti a Fiume e le Loro Vessazioni
A Fiume, dei sette sacerdoti parroci, tre vennero tradotti nelle carceri, e i rimanenti erano in procinto di essere processati o sospettati dalle autorità popolari. Tra questi: Don Luigi Polano, ricercato dagli slavi e condannato a morte, riuscì a fuggire raggiungendo Trieste e poi San Daniele, dove fu protetto.
- Don Giacomo Cesare, parroco e poi cancelliere di mons. Santin, fu processato e torturato per il ritrovamento di una pistola nel campanile della sua chiesa, subendo una condanna a tre anni di carcere.
- Don Pierluigi Sartorelli, ordinato sacerdote nel 1942, fece parte di un gruppo democristiano che cercò di reagire ai regimi anticattolici. Riuscì a raggiungere l’Italia dopo il 1945.
- Fra Nestore da Treppo ofmcapp, padre guardiano del convento fiumano, fu arrestato e sottoposto ai lavori forzati nei campi di concentramento di Fiume, Maribor e Lubiana.
- Don Girolamo De Martin, salesiano, parroco e direttore dell’Oratorio a Fiume, subì controlli dalle milizie di Tito per i suoi sentimenti italiani e l’aiuto offerto agli esuli. Fu arrestato, inviato in un campo di concentramento e poi segregato in prigione per oltre un anno e mezzo. Liberato con libertà vigilata, riparò a Trieste e poi a Belluno.
Nel 1948, Don De Martin relazionò al Rettor Maggiore dei Salesiani, don Pietro Ricaldone, sulla situazione nelle terre ove aveva operato, affermando che l’Autorità Popolare Jugoslava stava attuando un piano quinquennale impressionante, arrestando parroci e sacerdoti con estrema facilità, accusandoli di sobillazione contro il potere popolare.
La Visita di Tito in Italia nel Marzo 1971
Josip Broz Tito era noto per essere sopravvissuto a diversi attentati e la sua prima visita in Italia dovette attendere il 1971. Fu un passo propedeutico alla stipula del trattato di Osimo quattro anni dopo. Il maresciallo atterrò a Roma il 25 marzo, visitò la Fiat di Torino il 27, soggiornò a Pisa il 28 e incontrò papa Paolo VI in Vaticano il 29 marzo, in quello che passò alla storia come il primo incontro ufficiale tra il Vescovo di Roma e il leader di un paese socialista. Rientrò a Belgrado in aereo il giorno stesso.

L'Italia degli "Anni di Piombo" e i Tentativi di Destabilizzazione
L’Italia di quegli anni era entrata nel lungo e sanguinoso tunnel degli “anni di piombo”, segnati da stragi, terrorismo e tentativi di destabilizzazione. Il 12 dicembre 1969, la strage neofascista di piazza Fontana a Milano causò diciassette morti e ottantotto feriti. Tra il luglio del 1970 e l’ottobre del 1972 si contarono almeno quarantaquattro attentati dinamitardi contro le infrastrutture ferroviarie. Alla vigilia dell’arrivo di Tito, l’Italia era investita da una delle crisi istituzionali più gravi, culminata con la notizia del “golpe Borghese”, un tentativo di colpo di stato guidato da Junio Valerio Borghese.
Attentati e Speculazioni sulla Sicurezza di Tito
Il 24 marzo 1971, il giorno precedente l'arrivo di Tito, si verificarono svariati attentati in tutta Italia. A Milano, un ordigno venne scagliato nel giardino del consolato jugoslavo, senza feriti, ma mandando in frantumi i vetri del palazzo. Nello stesso giorno, tra le stazioni di Latisana e Palazzolo della Stella, lungo la linea Venezia-Trieste, una delle due rotaie del binario dispari saltò in aria. Uno dei presunti responsabili, Vincenzo Vinciguerra, militante del movimento politico neofascista Ordine Nuovo, in seguito dichiarò: “Si diceva che Tito doveva arrivare in Italia in treno.” Un secondo attentato avvenne lungo la linea ferroviaria Venezia-Vienna, tra Basiliano e Campoformido. In entrambi i casi, le autorità furono allertate prima del passaggio di un convoglio.

L'Incidente Ferroviario di Grumolo delle Abbadesse: Verità e Memoria
A Vicenza, alle 03:30 del 29 marzo 1971, si verificò un incidente sulla linea ferroviaria in prossimità di Grumolo delle Abbadesse. Il macchinista avvertì immediatamente i colleghi, segnalando che sul binario pari mancavano 72 centimetri della rotaia di sinistra e il binario dispari risultava incurvato di trenta centimetri dalla violenza di un'esplosione. Teresa Ambrosini, all'epoca undicenne e residente a cento metri dalla ferrovia, ricorda il boato e la luce dell'esplosione che svegliarono suo fratello. La mattina seguente, il paese fu invaso da stampa e televisione, e si vociferava che il treno non fosse deragliato solo grazie alla sua velocità.
Nonostante la vivida memoria locale e le speculazioni giornalistiche, non vi è alcuna evidenza del passaggio di Tito lungo la linea ferroviaria Vicenza-Padova durante la sua visita ufficiale. I giornali dell’epoca collegarono alcuni degli attentati alla visita del presidente jugoslavo, asserendo che gli esecutori avrebbero potuto essere legati a elementi contrari al riavvicinamento tra l’Italia e la Jugoslavia per ragioni politiche o storiche. Dichiarazioni spontanee, confessioni, inchieste e processi degli anni seguenti hanno illuminato la matrice neofascista di diversi attentati di quel periodo. Gli esecutori dell’attentato a Grumolo delle Abbadesse furono con ogni probabilità il triestino Francesco Neami e il veneto Delfo Zorzi, militanti di Ordine Nuovo. Il loro obiettivo era creare disordine e sabotare le trattative diplomatiche.
Come le Guerre Jugoslave hanno distrutto i Balcani
L'Accoglienza Ufficiale a Tito
Josip Broz Tito atterrò all’aeroporto di Ciampino alle 10:30 del 25 marzo 1971. La sua discesa dall'aereo fu accolta da un picchetto d'onore schierato sulla pista. Le autorità italiane attendevano il suo arrivo, e Tito strinse la mano agli uomini politici italiani, tra cui il presidente Giuseppe Saragat, e parlò ai microfoni accanto a Pertini.
Il 27 marzo Tito visitò lo stabilimento Fiat Mirafiori a Torino, dove ebbe un incontro con il presidente Gianni Agnelli, dal quale scaturì una conferenza stampa congiunta. La Fiat era già presente nell’impianto jugoslavo Crvena Zastava di Kragujevac, dove venivano assemblate le Zastava, ispirate ai modelli Fiat.
