Monsignor Luigi Negri: Riflessioni e Messaggi di Fronte alle Tragedie Contemporanee

Monsignor Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, ha espresso in diverse occasioni il suo profondo disagio e la sua visione critica di fronte alle tragedie che hanno scosso la società, in particolare quelle che hanno coinvolto giovani e famiglie. Le sue omelie e i suoi messaggi hanno spesso richiamato alla responsabilità educativa, alla centralità della fede e alla necessità di riconoscere la presenza del male nel mondo, generando a volte anche dibattiti per le sue posizioni schiette.

Il Dolore per il Duplice Omicidio di Pontelangorino

In risposta al duplice omicidio dei coniugi Salvatore Vincelli e Nunzia Di Gianni a Pontelangorino, uccisi dal figlio sedicenne Riccardo e dal suo amico Manuel di diciassette anni, Monsignor Negri espresse un dolore e un disagio profondi. «Per la prima volta nella mia lunga vita avverto un dolore e un disagio talmente profondi da farmi toccare con mano quanto solo la fede possa impedire la disperazione», fu il messaggio che arrivò dal vescovo di Ferrara.

Egli rifletté su «ciò che è stato premeditato e perpetrato in maniera impietosa», che «ci mette davanti un lembo innegabile di inferno, ovvero la perdita totale del senso della dignità umana e dei valori fondamentali su cui può essere costruita la vita personale e quindi la vita dell’intera società». Questa irruzione così violenta del male «che può ghermire le menti dei giovani e farli diventare assassini», lasciò un senso di «inermi e impotenti».

Foto di Monsignor Luigi Negri durante un'omelia

Di fronte a tale evento, il vescovo si rivolse ai genitori e all'intera comunità, sottolineando che «non è più tempo per trascurare la nostra responsabilità educativa, non possiamo lasciare che i giovani crescano senza nessuna regola, senza nessun ideale, convivendo con i genitori esclusivamente sulla base di interessi e di problemi materiali». Evidenziò anche la necessità per la famiglia e la Chiesa di «riprendersi», riconoscendo che «questi ragazzi, poco o tanto, hanno frequentato le nostre attività parrocchiali e partecipato, almeno sporadicamente, a qualche momento formativo. Evidentemente dobbiamo fare tutti molto di più e molto meglio». Il suo appello era chiaro: «Non lasciamo da soli i giovani, perché possono diventare facile preda di una mentalità assolutamente disumana e anticristiana. Riprendiamo, o ricominciamo, il cammino educativo».

Estendendo il suo messaggio a tutta l'Arcidiocesi, Monsignor Negri invitò alla meditazione, definendo l'accaduto «una ferita inferta al suo cuore».

La Controversa Lettera ai "Figli" di Manchester

Di fronte al grave attentato terroristico che colpì la città di Manchester, Monsignor Negri assunse una posizione inusuale, scrivendo una lettera direttamente alle vittime, che chiamò affettuosamente «figli». «Figli miei, siete morti così, quasi senza ragioni come avevate vissuto», scrisse, esprimendo un profondo coinvolgimento e una «reale passione» per la questione. Si sentiva di chiamarli «così anche se non vi conosco. Ma nelle lunghe ore di insonnia che hanno seguito l'annuncio di questo terribile attentato, in cui molti di voi hanno perso la vita e molti sono rimasti feriti, vi ho sentiti legati a me in un modo speciale».

Nel suo messaggio, Negri criticò aspramente la società moderna e l'educazione contemporanea: «Siete venuti al mondo - continuò Negri - molte volte neanche desiderati, e nessuno vi ha dato delle 'ragioni adeguate per vivere', come chiedeva il grande Bernanos alla generazione dei suoi adulti». Egli evidenziò come i giovani fossero stati «messi nella società con due grandi princìpi: che potete fare quello che volete perché ogni vostro desiderio è un diritto; e l'importanza di avere il maggior numero di beni di consumo». Aggiunse: «Siete cresciuti così, ritenendo ovvio che aveste tutto. E quando avevate qualche problema esistenziale - una volta si diceva così - e lo comunicavate ai vostri genitori, ai vostri adulti, c’era già pronta la seduta psicanalitica per risolvere questo problema. Si sono solo dimenticati di dirvi che c’è il Male. E il Male è una persona, non è una serie di forze o di energie. È una persona. Questa persona s’è acquattata lì durante il vostro concerto».

Il vescovo non risparmiò critiche ai «guru - culturali, politici e religiosi» contemporanei, auspicando che «almeno qualcuno [...] in questa situazione trattenga le parole e non ci investa con i soliti discorsi per dire che 'non è una guerra di religione', che la religione per sua natura è aperta al dialogo e alla comprensione'. Inveve, auspicava «un momento silenzioso di rispetto. Innanzitutto per le vostre vite falciate dall’odio del demonio, ma anche per la verità. Perché gli adulti dovrebbero innanzitutto avere rispetto per la verità». Con un tono provocatorio, affermò: «Non preoccupatevi, non vi hanno aiutato a vivere ma vi faranno un 'ottimo' funerale in cui si esprimerà al massimo questa bolsa retorica laicista con tutte le autorità presenti - purtroppo anche quelle religiose - in piedi, silenziose». Arrivò a dire: «Robespierre riderebbe perché neanche lui è arrivato a questa fantasia. Del resto nelle chiese non si fanno più funerali perché, come dice acutamente il cardinale Sarah, nelle chiese cattoliche ormai si celebrano i funerali di Dio».

Schema: La visione di Mons. Negri su Male e Società

Le Reazioni e le Critiche alla Prospettiva di Negri

La lettera di Monsignor Negri suscitò diverse perplessità e critiche. La Comunità islamica di Bologna, pur condannando le atrocità terroristiche, ribadì: «Non ci stancheremo mai di condannare le atrocità commesse per mano di questi terroristi; ancora una volta strage di innocenti in Europa e nel mondo. Manchester entra in una lista lunga ormai di città colpite dai portatori dell'ideologia del terrore. Nessuna religione potrà mai giustificare queste barbarie».

Molti si interrogarono sulla giustezza di alcune affermazioni del vescovo. L'attacco del testo, definito «del tutto disarmante», poneva interrogativi come: «come può un Vescovo dire alle vittime di un attentato terroristico di essere “venute al mondo molte volte neanche desiderate?” e di non aver ricevuto dagli adulti le “ragioni per vivere”? Che ne sa, lei? La colpevolizzazione delle vittime è un fatto gravissimo». Si evidenziò come tale approccio sembrasse smentire la tradizione cristiana di «distinguere l’errore dall’errante».

Le critiche si concentrarono anche sulla lettura della società: «Ciò in cui i padri delle vittime sarebbero peccatori Lei lo riassume in due principi: ogni desiderio è diritto e poter avere il maggior numero possibile di beni. Questo è un modo classico di parlare della “dittatura del relativismo”». Tuttavia, si fece notare che tali aspetti hanno anche «profondamente cambiato la cultura civile ed economica del nostro tempo» non solo in peggio. L'accusa di voler «gettare addosso alle vittime una ricostruzione caricaturale e ideologica della loro forma di vita» fu considerata «molto grave», e si mise in discussione se questo non fosse un «modo grossolano e violento con cui ci si permette di giudicare delle persone sulla base di una idealizzazione aggressiva di un “mondo diverso”». Si paventò il rischio che un vescovo, «scivolando sui propri pregiudizi, finisca per giudicare le povere vittime con la stessa logica dei loro carnefici».

Ancora più problematico apparve affermare che le vittime «siete morti senza ragione così come avete vissuto», un giudizio definito «disumano» e «assolutamente inaccettabile». Si ritenne che definire «vite sprecate» le vite stroncate dal terrorismo fosse «un’ultima, gravissima, affermazione. Senza rispetto e senza fede. Perché proprio la fede ci permette di riconoscere in ogni vita una luce, una forza, una verità». Le reazioni sottolinearono la gravità che un vescovo, «sotto l’effetto di un comprensibile sdegno per l’irrompere della morte nel mondo, reagisca con parole così poco cristiane», un «errore quasi imperdonabile» che rasentava la «perdita di lucidità e di controtestimonianza cristiana». Come monito finale: «Non solo il sonno della ragione, ma anche il sonno della fede, genera mostri. In tutte le tradizioni».

La Visione di Monsignor Negri su Male, Fede e Società

Monsignor Negri ha sempre sostenuto una visione profonda della fede e del ruolo del cristianesimo nel mondo. Per lui, il mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio, celebrato nel Natale, ha guidato la sua intera vita, come quella del suo maestro e amico don Luigi Giussani, con cui iniziò «un’avventura cristiana», come ebbe a dire nell’omelia del suo ingresso a Ferrara, nel marzo del 1957.

Nelle sue riflessioni, l'Arcivescovo ha spesso richiamato la Passione di Gesù: «Il Dio che si incarna, viene ad abitare in mezzo a noi, ha una missione [...] quella di essere, usando le parole del Battista, ‘l’agnello di Dio’, quella di dare la sua vita per la vita del mondo». Ha sottolineato che giustizia e amore nell’esperienza cristiana «camminano insieme e sono l’abito della vita cristiana».

Negri percepiva la società contemporanea come un luogo dove il male è «potenissimo e pervasivo», capace di toccare «l’intelligenza e il cuore». La «vita della nostra società sembra essere il trionfo della morte», un esempio lampante essendo «la morte di un ragazzo massacrato da altri due ragazzi che, avendo avuto tutto dalla vita, volevano riservarsi il desiderio di vedere cosa si prova quando si ammazza un essere umano». Ha ricordato che credere in questo è «una cosa impegnativa». A differenza delle generazioni passate, in cui l'incontro con la fede era facilitato, oggi «viviamo in un mondo che ha detto di no a Cristo, ha fatto apostasia da Cristo, come più volte ha richiamato Benedetto XVI. Avendo fatto però apostasia da Cristo finisce per fare apostasia da sé stesso».

Mons. Luigi Negri - Chiesa, famiglia, società

Per Monsignor Negri, la Pasqua e la Risurrezione di Cristo rappresentano la vittoria definitiva di Dio sul male: «La nostra fede è la vittoria di Dio sul mondo». Egli esortava ad abbracciare il Signore per ricevere «questa novità di vita che già abbiamo ricevuto misteriosamente ma realmente nel nostro battesimo». Ha ribadito che «il male non lo si deve servire mai, ma non si può sperare che la forza contro il male siano le bombe». Invitava i fedeli a vivere «dignitosamente la vocazione a cui lo hai chiamato», chiedendo al Signore «di saper vivere con dignità questa vita nuova che Lui ci ha comunicato». Incoraggiava a farsi abbracciare dalla presenza del Signore risorto «in modo che nasca dentro il vostro cuore un sentimento nuovo di voi stessi e degli altri», esortando a «Siate lieti perché Dio vive e questa letizia, che cambia la nostra esistenza, portiamola dentro il nostro cuore in modo tale che diventi il nostro compito nel mondo: ‘Mi sarete testimoni fino agli estremi confini del mondo’».

La Figura di Monsignor Luigi Negri: Una Vita al Servizio della Chiesa

Monsignor Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, è stato una figura di spicco nella Chiesa italiana, noto per la sua chiarezza di giudizio e la sua incondizionata dedizione. Nato nel 1941, incontrò in giovane età don Luigi Giussani, che divenne suo amico e ispiratore, e dal quale fu conquistato al movimento di Comunione e Liberazione, di cui Negri fu prima allievo e segretario. Fu nominato Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa nell'ambito delle ultime nomine del beato Giovanni Paolo II.

Monsignor Negri ha sempre sostenuto e accompagnato opere, come "La Bussola Quotidiana", fin dall’origine e fino a quando la salute glielo ha permesso. Le sue riflessioni «sulla Chiesa e sulla società hanno segnato il cammino del nostro giornale», guidando a «riconoscere la Provvidenza all’opera nella storia, a leggere la cronaca nella prospettiva della vita eterna, a ricentrare il compito della Chiesa nel momento della massima confusione dei pastori e disorientamento dei fedeli». I suoi giudizi, contenuti nei suoi articoli, sono ancora oggi attuali, un «faro in questa nebbia che è calata sulla Chiesa e sulla società» e «uno strumento che ci aiuta a permanere saldi nella Verità in un momento in cui sembra ovunque trionfare la menzogna».

Monsignor Negri è deceduto il 31 dicembre, all'età di 80 anni. I funerali si sono svolti il 5 gennaio, con celebrazioni a Ferrara e a Milano, in rito ambrosiano, come da sua scelta. Nell’omelia delle esequie, l’arcivescovo di Bologna, card. Matteo Maria Zuppi, ha sottolineato il suo amore per Cristo e la Chiesa: «La ricchezza e la pluralità sono un dono dello Spirito che impegna, però, direi proporzionalmente al crescere nella comunione». Ha definito il cristianesimo come «‘vieni e vedi’, oggi, è vivere la centralità e la sequela a Cristo, che entra nella nostra povera storia e la rende grande perché amata». Il cardinale Zuppi ha concluso la sua omelia per Negri dicendo: «Luigi, vai e vedi! I tuoi occhi si aprano alla luce».

Anche il card. Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano, ha testimoniato la sua profonda amicizia con don Luigi, durata «da una vita», ricordando come «l’impegno missionario è per noi la naturale conseguenza del dono della fede a cui ci ha conquistato, fin da ragazzi, il Servo di Dio monsignor Luigi Giussani. L’impegno episcopale è stato per Don Luigi l’occasione per testimoniare l’amabilità della Chiesa». Mons. Mario Delpini, arcivescovo ambrosiano, ha evidenziato come Negri abbia «scelto, approfondito, vissuto la sua appartenenza» alla Chiesa ambrosiana e al carisma di don Giussani. Delpini ha anche espresso gratitudine per «tutti coloro che negli ultimi tempi della malattia hanno accompagnato e sostenuto don Luigi che si è sentito figlio di questa terra e responsabile di una parola da dire qui a Milano, a San Marino-Montefeltro (diocesi di cui era stato vescovo), a Ferrara e nella Conferenza Episcopale Italiana».

Monsignor Negri viene ricordato come un uomo che «viveva con un cuore di fanciullo che non si arrendeva alla realtà, ma provava a cambiarla, con sorriso e ironia graffiante, con il gusto libero della provocazione, consapevole delle sue crociate, dei suoi combattimenti, dei propri oltranzismi, generoso anche negli errori, sempre contrario alla tentazione intellettualistica e spiritualistica, perché il Vangelo è fatto ed esperienza».

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