La successione dei testi evangelici proposti dalla liturgia nelle domeniche di Quaresima nell’anno A, va compresa di una prospettiva battesimale che ne diventa anche la chiave di lettura. Il primo passo è stato segnato dal vangelo delle tentazioni di Gesù (Mt 4,1-11), con cui ci è stato indicato come il cammino della conversione, a cui la Quaresima esorta, deve partire dalla consapevolezza che la vita dell’uomo è posta sotto il segno della lotta contro il male. Il passo successivo, che abbiamo compiuto nella II domenica, ci ha portato a comprendere come la conversione deve sì prendere realisticamente in conto la fragilità della condizione umana, ma non si risolve semplicemente in un rifiuto del male, bensì, nella sua pienezza, nell’incontro con il mistero del Figlio di Dio. Che cosa derivi dall’incontro con il mistero di Cristo ci è stato mostrato nelle due successive domeniche rispettivamente dal vangelo della samaritana (Gv 4,5-42) e da quello del cieco nato (Gv 9,1-41). La condizione dell’uomo è segnata dal desiderio, dall’attesa, dall’aspirazione a una pienezza di vita mai compiutamente raggiunta. Ne è simbolo la sete della donna al pozzo di Giacobbe, con la sua vita mai compiuta e con il desiderio di poter mettere fine alla sua ricerca di acqua. La risposta al desiderio è Gesù stesso, l’acqua che disseta ogni nostra aspirazione e, ancor più, diventa in noi «sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14), così da diventare noi stessi dono di vita per gli altri. L’incontro con Gesù non solo è fonte che disseta la nostra sete di vita, ma è anche luce che ci permette di illuminare noi stessi e il mondo intorno a noi, uscendo dalle tenebre dell’incomprensione e dell’errore.
E siamo così giunti alla nostra domenica, in cui ci viene proposto il vangelo della risurrezione di Lazzaro, rivelazione del potere del Figlio di Dio sulla morte e rivelazione pertanto che nel battesimo non solo si adempie il desiderio umano, non solo è donato al credente uno sguardo nuovo, quello della fede, per vedere il mondo nella sua verità, ma la vita stessa dell’uomo viene ricreata e fatta nuova. Questo l'itinerario liturgico, ma ora proviamo a riprendere in mano quest'ultimo vangelo, che, nella lettura liturgica, si estende per larga parte del capitolo 11 del vangelo secondo Giovanni (Gv 11,1-45), molto a lungo quindi, ma, come vedremo, non abbastanza per far cogliere in pienezza il messaggio che l'evangelista vuole comunicarci.
Il Dramma di Betania: Amicizia, Attesa e Mistero
Il racconto che abbiamo ascoltato inizia con alcune frasi che ci fanno entrare, per così dire, nella vita privata di Gesù, nei suoi sentimenti. Gesù aveva degli amici e questi non erano nella cerchia ristretta dei Dodici o nel gruppo appena più ampio che lo seguiva, tra cui un ruolo significativo avevano alcune donne, come riferisce l’evangelista Luca (cfr. Lc 8,2-3), ma erano i componenti di una famiglia di Betania, nella cui casa Gesù probabilmente alloggiava quando andava a Gerusalemme, due sorelle e un fratello: Marta, Maria e Lazzaro. Che li legasse a Gesù un vincolo di amicizia lo dice il vangelo nelle parole messe in bocca alle sorelle nel messaggio che inviano a Gesù per informarlo della malattia di Lazzaro: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato» (Gv 11,3). L’espressione che la nostra traduzione rende con “colui che tu ami” ha dietro di sé un verbo greco che non è agapáō ma philéō, il verbo che esprime l’affetto dell’amicizia. Si sarebbe potuto tradurre anche: “Signore, ecco, il tuo amico è malato”.
Tutto inizia dunque come un dramma familiare, una nube che viene a offuscare la serenità di affetti consolidati. Il grande e prodigioso segno che in seguito avverrà, il culmine dei segni compiuti da Gesù, che erano cominciati a Cana di Galilea (cfr. Gv 2,1-11), si innesta in un contesto di umana quotidianità, la malattia di un amico; una sofferenza che più volte ci ha toccati tutti da vicino. La reazione di Gesù di fronte all’annuncio della malattia di Lazzaro è stupefacente. Ci si aspetterebbe che egli si precipiti accanto agli amici e, invece, egli indugia per ben due giorni prima di muoversi. Sconcertano, a prima vista, anche le parole che egli pronuncia: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (Gv 11,4). Egli che è la luce, come afferma in seguito, non capisce che la malattia di Lazzaro porterà alla morte dell’amico? Ma Gesù vuole dirci altro, e cioè che nella sofferenza di Lazzaro, che comporta pure la sua morte, si dovrà compiere un mistero in cui si rivelerà il dominio di Gesù sulla morte, il suo potere di vincere la morte e dare la vita.
Che questo sia possibile è spiegato dalla frase che segue immediatamente le parole di Gesù: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro» (Gv 11,5). Questa volta la traduzione è precisa, perché il verbo greco che sta dietro alla parola “amava” è proprio il verbo agapáō, il verbo che indica l’amore che ha la sua sorgente in Dio. Questo amore spinge Gesù a mettere in pericolo sé stesso, a recarsi dove è certo che subirà ostilità, là dove avevano già cercato di lapidarlo. Sono passati due giorni, il tempo perché la malattia evolva nella morte, e Gesù dice: «Andiamo di nuovo in Giudea!» (Gv 11,6). Per un poco il racconto perde di vista Lazzaro e mette in evidenza che la decisione di Gesù possa portare alla sua morte. Certamente egli è cosciente che va a collocarsi in un ambiente che gli è ostile, come lo sono le tenebre, ma Gesù esorta i discepoli a riconoscere in lui la luce in grado di vincere ogni tenebra, e questo può accadere purché la presenza di Gesù prenda posto nel loro cuore. A questo punto torna in gioco la situazione di Lazzaro. Dice Gesù: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Ne nasce un’incomprensione da parte dei discepoli che non capiscono che Gesù, con le parole “dormire” e “svegliare”, intende parlare di morte e risurrezione. Lo stesso era accaduto quando Gesù aveva risuscitato la figlia di Giàiro (cfr. Mc 5,38-42). Infine Gesù svela qual è lo scopo di quanto sta accadendo: la fede dei discepoli. Questo era accaduto all’apertura del libro dei segni, a Cana di Galilea, dove l’acqua era stata mutata in vino perché i discepoli credessero (cfr. Gv 2,11). Lo stesso accade in quest’ultimo segno prima della Passione: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate» (Gv 11,14-15). Il segno che Gesù compirà dovrà suscitare nei discepoli la fede in lui come sorgente di vita.
Incomprensioni e Rivelazioni: Il Dialogo con i Discepoli e Marta
La scena successiva vede il colloquio tra Gesù e Marta, la sorella di Lazzaro. È un colloquio nella fede, ma di una fede che Gesù deve purificare e completare. Marta, infatti, si pone di fronte a Gesù pronta a riconoscere in lui un intermediario potente di fronte a Dio, da cui si può attendere qualche gesto che venga a lenire il dolore degli umani. Marta non sa in che modo questo potrà accadere, dal momento che la morte è già intervenuta a stroncare la vita del fratello, ma può dire a Gesù: «So che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà» (Gv 11,22). Che cosa ci si possa attendere non è chiaro, ma a Gesù, alla sua amicizia, ci si affida. Marta tenta di ricondurre questa parola di Gesù dentro i termini della sua visione di fede, quella comune tra i farisei del tempo come anche tra la gente comune: la fede nella risurrezione dei morti alla fine dei tempi. La troviamo così codificata nella seconda delle Diciotto Benedizioni, la preghiera per eccellenza del giudaismo del I secolo: «Tu, o Signore, sei potente in eterno perché dai la vita ai morti».
Gesù non nega questa fede, ma chiede che Marta riconosca in lui la sorgente stessa della vita e la garanzia della vita eterna per chi crede: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26). Ad attirare la nostra attenzione sono anzitutto le prime parole, “Io sono”, cioè il nome con cui Dio si era rivelato a Mosè dal roveto ardente (cfr. Es 3,14). L’essere di Dio, di cui Gesù partecipa in quanto Figlio, viene poi specificato come forza di vittoria sulla morte, “risurrezione”, e come sorgente di “vita” eterna. Gesù ha il potere di dare la vita, e la vita che egli comunica vince ogni morte e proietta l’uomo nell’eternità. Gesù chiede a Marta di condividere questa fede, e lei lo fa con i titoli con cui la Chiesa dei primi tempi esprimerà la sua fede in Gesù: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27). Per suscitare questa fede Gesù si appresta a compiere il gesto che riporterà Lazzaro in vita. È la fede che al termine del vangelo viene riassunta dall’evangelista in una formula in cui i titoli cristologici sono illustrati proprio con il potere di Gesù di dare la vita: «Questi [segni] sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,31).
Le Emozioni di Gesù e il Miracolo al Sepolcro
Il successivo incontro di Gesù, quello con Maria, l’altra sorella di Lazzaro, che gli va incontro con quanti erano andati a consolare le due donne in lutto, non aggiunge nulla dal punto di vista dell’annuncio della fede in Gesù. Apre invece un nuovo spiraglio nei sentimenti di Gesù. Sembra che egli si faccia partecipe del dolore di Maria e di quanti sono con lei: «Si commosse profondamente […], molto turbato» (Gv 11,33). Quel che viene reso in italiano come “commozione profonda”, più esattamente è “collera”, “indignazione”. Gesù non tollera le condizioni in cui il male prende il sopravvento sull’uomo, la morte in modo particolare; la sua è una forte reazione contro ciò che umilia l’uomo fino ad annientarlo. Colui che ha il potere della vita non può accettare il trionfo della morte; per questo, di lì a poco, agirà. Ma, insieme all’indignazione di fronte alla morte, atteggiamento che Gesù riproporrà al momento in cui raggiungerà il sepolcro (cfr. Gv 11,38), egli ci appare anche interiormente “turbato”, partecipe del dolore che lo circonda, al punto che subito dopo condividerà le lacrime di Maria e degli altri, vicino al cuore sofferente degli uomini e alla loro miseria: «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35).
Gesù, dopo quattro giorni dalla morte dell’amico, finalmente giunge al sepolcro di Lazzaro, per compiere il miracolo che lo riporterà in vita. È ancora l’indignazione contro il male, contro il potere della morte, che muove Gesù verso il sepolcro, ma, una volta giunto là e aver ottenuto che venisse rimossa la pietra che lo chiudeva, le parole che egli rivolge al Padre ci offrono il significato del suo agire: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,41-42). Quella di Gesù non è una preghiera con cui rivolge una petizione al Padre perché lo esaudisca. Gesù è una cosa sola con il Padre, egli vive con lui un ascolto reciproco perché non ha altro desiderio che la volontà del Padre. Egli sa che il Padre vuole la vita degli uomini e il gesto che il Figlio sta per compiere su Lazzaro è un segno di questa volontà. Le sue parole non sono quindi per stabilire un legame tra lui e il Padre che c’è sempre, ma servono a rivelare tutto questo a quanti gli sono attorno e, nel miracolo che sta per compiersi, devono riconoscere in lui il Figlio di Dio, inviato dal Padre a portare la vita agli uomini. Altrettanto importanti sono quindi le parole che Gesù dice poco prima a Marta: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40). Solo chi crede in Gesù e ne riconosce il potere di dare la vita coglie la presenza di Dio nel mondo, la rivelazione del suo volto, la sua gloria.

Il Miracolo e le sue Conseguenze Immediate
E si giunge al miracolo, al ritorno alla vita dell’amico Lazzaro, tutto descritto con brevità, perché nulla ci distolga dal significato: «Detto questo, [Gesù] gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberàtelo e lasciàtelo andare”» (Gv 11,43-44). Il fatto - un morto riportato in vita - parla da sé; non ha bisogno di essere avvalorato da troppi particolari. Ora però dobbiamo andare ai versetti che seguono la lettura liturgica per comprendere le conseguenze di questa fede. Ne sono ben consapevoli i membri del sinedrio che, avvertiti di quanto è accaduto a Betania, si riuniscono per prendere le contromisure: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione» (Gv 11,47-48). L’interesse egoistico degli uomini del potere si nasconde dietro al bene della religione e della nazione, ma essi comprendono che se la fede in Gesù si diffonde essa mette in pericolo tutti gli equilibri umani, perché offre la possibilità di vincere la morte e quindi di rendere veramente libero l’uomo. Quanto sia eversiva questa prospettiva lo capiscono bene i sinedriti e non possono che convenire con la soluzione proposta dal sommo sacerdote Caifa: «Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!» (Gv 11,50). Con ironia, l’evangelista qualifica queste parole come profezia «che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,51-52). L’ultima lettura teologica di quanto è accaduto a Betania la offre chi si oppone a Gesù: egli deve morire, così che si ricomponga l’unità della famiglia dei figli di Dio. Tutto si conclude con il proposito del sinedrio: «Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Gv 11,53). Una decisione che capovolge l’orizzonte su cui si è mosso tutto il racconto: colui che dona la vita viene condannato alla morte. Ma, come inconsapevolmente profetizza Caifa, sarà la sua morte a portare la vita al mondo.
La Peculiarità del Racconto di Giovanni: Il Silenzio dei Vangeli Sinottici
La risurrezione di Lazzaro è un segno posto da Gesù e narrato dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 11), uno dei sette segni narrati dal quarto evangelista. È sorprendente infatti il silenzio dei sinottici su un miracolo tanto strepitoso e determinante per la sorte di Gesù. Pochissimi sono i dati tramandatici nel Nuovo Testamento circa Lazzaro. Anzitutto, bisogna ricordare che solo Giovanni si è adoperato in tal senso (nei capitoli 11 e 12). Luca parla di Maria e di Marta, sorelle di Lazzaro, ma non di lui (cfr. Lc 10:38-42). È noto infatti il silenzio dei sinottici sulla risurrezione di Lazzaro: il che ha fatto dubitare, da parte di alcuni critici, della storicità del fatto. Questo ultimo segno, la risurrezione di Lazzaro, costituisce l’apice dell’attività di Cristo, sì da essere collocato come cerniera tra la prima e la seconda parte del libro di Giovanni. La duplice menzione della "gloria" (Gv 11,4; 11,40), oltre a costituire un'inclusione all'interno della pericope, ricollega questo segno al primo, le nozze di Cana (cfr. Gv 2,1-11). I capitoli 11 e 12 di Giovanni costituiscono una sezione che fa da ponte tra la rivelazione pubblica di Gesù a Israele e l'ultima tappa della sua vita, con la glorificazione alla destra del Padre. Sta per giungere l'ora di Gesù, che svelerà, nella sua morte e risurrezione, il mistero della sua persona davanti al mondo intero.
In diretta col prof: la resurrezione di Lazzaro
La Figura di Lazzaro: Il Testimone Silenzioso
Il nome “Lazzaro” era assai diffuso all’epoca di Gesù. Esso (abbreviazione di “Eleazar”) equivale, in ebraico, alla frase: “Dio ha aiutato”. Da Giovanni provengono alcune informazioni taciute da Luca: ad esempio, che egli era il fratello di Maria e di Marta, che tutti e tre potevano vantare un’amicizia con Gesù (Gv 11:5,11,36), il quale si ritirava presso la loro casa di Betania, villaggio a circa 3 km da Gerusalemme. Il perno di Giovanni 11 non è costituito tanto dalla risurrezione di Lazzaro in sé e per sé (Giovanni non si sofferma sui particolari del miracolo, né tantomeno sulle reazioni di Lazzaro o delle sorelle Maria e Marta o della folla numerosa: il fatto viene riassunto in soli due versi, 43-44), quanto piuttosto dal discorso di Gesù con Marta (vv. 21-27). È dunque possibile pensare che Marta (e non Lazzaro) sia la figura centrale di Giovanni 11. Il povero Lazzaro, strumento della gloria di Dio, sembrerebbe poco importante per Giovanni, che non riporta neppure una sola parola da lui proferita.
Invece, si potrebbe pensare che Giovanni voglia porre in rilievo il silenzio di Lazzaro, silenzio che è davvero la chiave per capire la personalità dignitosa di un uomo partecipe di un’esperienza eccezionale: la risurrezione. Quell’uomo di Betania fu «il silenzioso testimone dei segreti della morte». Lazzaro era diventato famoso; e, pertanto, avrebbe potuto speculare sulla propria situazione. Eppure, a quanto pare, non lo fece, né lo fecero gli autori del Nuovo Testamento, che pure dovettero conoscere la sua storia. Certo è che un silenzio così pieno dimostra l’intelligenza, la disposizione e il rispetto di quest’uomo verso le cose di Dio. Lazzaro si sarà affaticato per difendersi dalla morbosa curiosità degli astanti, degli scansafatiche, accorsi per vederlo, toccarlo, per vivere l’eccitazione di un momento, che subito lascia il posto alla consuetudine e al peccato di sempre. Egli capì tutto del Cristo, del suo amico, giacché volle che soltanto Gesù parlasse dei segreti della vita e della morte. Lazzaro, a ben guardare, ebbe la benedizione di vivere un’esperienza del genere nel suo tempo: se essa fosse accaduta oggi sarebbe divenuto il dio dei mezzi d’informazione, l’idolo di miliardi di persone non interessate a Dio. Qualcuno avrebbe erroneamente potuto elevarlo al rango di “divinità”, grado che non gli spetta, in quanto la risurrezione di Lazzaro fu momentanea e in vista della gloria di Dio e di Gesù: non si trattò di una risurrezione uguale a quella del Signore. Anche Lazzaro, come ogni altro essere vivente, alla fine morì, portando definitivamente con sé la diretta conoscenza dei segreti dell’aldilà.
La Morte e la Vita nella Prospettiva Cristiana
Ogni generalizzazione arbitraria è da condannare. Eppure, si può dire che, fin dall’origine del genere umano, il tema della morte ha rappresentato il problema principale della vita di ciascuna creatura umana, che si chiude con la morte. La morte fisica, fatta eccezione per il caso di Gesù, si è estesa ad ogni creatura. Che cos’è la morte? Perché si muore? Esiste una vita dopo la morte? Se sì, allora di quale tipo di vita si tratta? e così via: queste sono soltanto alcune delle domande che l’uomo, si pone, da sempre, intorno alla morte. Pare legittimo porsi queste domande, poiché se si vuole morire occorre anche saper vivere nella maniera giusta. Ma vivere con l’angoscia della morte significa essere già morti. Il cristiano, che ha accolto la rivelazione scritta di Dio, cioè la Bibbia, conosce molto bene ciò che egli volle renderci noto in modo definitivo, autoritario e chiaro circa la morte. Il cristiano non teme più la morte (Eb 2:14-15).
Tuttavia, bisogna ammetterlo, ciò che il Signore ci ha rivelato non è tanto quanto basta a soddisfare la curiosità umana, che è inesauribile. Di per sé l’uomo non può giungere alla conoscenza dei segreti dell’aldilà (cfr. Gb 38:17): per farlo dovrebbe morire e poi tornare a questa vita per spiegarli. Forse, non è ciò che il ricco, oppresso nei tormenti dell’Ades, voleva che Lazzaro (solo omonimo del Nostro) facesse per avvertire i propri familiari di evitare la sua orribile sorte (Lc 16:19-31)? Questo brano è fondamentale per capire certe realtà della vita e della morte. La risposta di Abramo è significativa: i suoi familiari hanno la rivelazione di Dio (Mosè e i profeti); li ascoltino e vivano conseguentemente. Al che il tormentato (ben conscio dell’indole dei suoi) replica: «No, padre Abramo; ma se uno va a loro dai morti, si ravvedranno». Abramo a lui: «Se non ascoltano Mosé e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse». Quindi, è perfettamente inutile richiamare alla vita i morti e subissarli di domande, quasi che dopo si sia disposti a cambiare vita … Per cambiare vita non occorrono le rivelazioni né dei risuscitati né dei negromanti, bensì la conoscenza e l’applicazione della volontà di Dio, rivelata all’uomo da Cristo nel Nuovo Testamento.
L'Attualità del Messaggio: La Resurrezione nel Cuore Umano
Siamo ormai a circa tre quarti del cammino quaresimale ed è giunto il momento di chiedersi: a che punto sto? Come va con quei propositi che mi ero fatto il Mercoledì delle Ceneri? Mi stanno veramente facendo innamorare di più del Signore o la vita spirituale è diventata pesante e difficile? Personalmente reputo fondamentale purificare l’immagine falsa che molte volte ci siamo costruiti su Dio. Il vangelo di oggi ci permette di mettere in luce diversi aspetti della nostra vita e del rapporto con Cristo che ci possono aiutare a ri-orientare la nostra rotta verso la Meta. Ognuno di noi, se venisse a sapere che il suo migliore amico è malato, la prima cosa che farebbe sarebbe correre da lui, stargli vicino e confortarlo, ma Gesù non lo fa. Perché? Perché rimane «nel luogo dove si trovava» per due giorni invece di affrettarsi da lui? Perché non si preoccupa del suo migliore amico? E visto che è Dio perché non corre da lui per fargli un miracolo?
Sappiamo, però, con certezza di fede che quando non si comprendono delle frasi della Bibbia o alcuni atteggiamenti di Gesù nei Vangeli non dobbiamo giudicarli o sminuirli. Ciò che stiamo meditando infatti, è frutto di una sapienza divina, paterna. Il punto è che la morte di Lazzaro sarà necessaria per poter vivere un’esperienza di amicizia autentica con Gesù che, per sua stessa natura, è Dio! Lazzaro deve morire affinché Gesù possa manifestargli il suo vero amore; un amore che scardina le leggi della natura vincendo la morte. Magari a te sembra che il Signore ti stia tutt’altro che vicino, come se si fosse dimenticato di te (come con Lazzaro) perché nella sofferenza che stai portando, più di una volta gli hai chiesto una guarigione che neanche lontanamente si è fatta vedere. Ma se questa sofferenza fosse proprio il luogo in cui Dio ti sta aspettando per vivere un’avventura autentica di Risurrezione? Forse non è così lontano Gesù, anzi, magari sta soltanto aspettando che tu ti apra a Lui. Prima che la parola pronunciata da Gesù facesse risorgere Lazzaro, è stato necessario l’ordine di togliere la pietra. Non è un dettaglio che Giovanni mette a caso. Perché Gesù dice di togliere la pietra? E perché lo dice prima di operare il miracolo? Ecco, tanti esegeti affermano che la tomba dove Lazzaro era sepolto rappresenta la parte intima che ognuno di noi ha, ossia la profondità del nostro cuore. Dio, per poter risuscitare i tanti “lazzaro” (dunque le morti che portiamo dentro al nostro cuore), ha bisogno che qualcuno tolga la pietra che teniamo davanti.
«Gesù non è venuto ad alterare il ciclo normale della vita fisica, liberando l’uomo dalla morte biologica, ma a dare a questa un nuovo significato». «Lazzaro fu il silenzioso testimone dei segreti della morte». La risurrezione di Lazzaro è un preludio di ciò che è annunciato da Gesù: “è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” (Gv 5, 25). Gesù ha potere sulla morte perché lo ha anche sul peccato, che ne è la causa. Per questo, in qualche modo, le bende che legano e avvolgono Lazzaro rappresentano non soltanto i legami dello sheol, ma anche quelli del peccato. Papa Francesco dava questa spiegazione: “Il gesto di Gesù che risuscita Lazzaro mostra fin dove può arrivare la forza della Grazia di Dio, e dunque fin dove può arrivare la nostra conversione, il nostro cambiamento [...]. Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti! [...] Il Signore è sempre pronto a sollevare la pietra tombale dei nostri peccati, che ci separa da Lui, la luce dei viventi”.