Il divieto di incarichi politici per i sacerdoti

La possibilità per i sacerdoti di rivestire cariche politiche è un tema che genera ampio dibattito e diverse interpretazioni, sia all'interno della comunità ecclesiastica che tra i fedeli. Recentemente, la decisione di monsignor Giacomo Morandi, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla e arcivescovo ad personam per nomina papale, ha riacceso la discussione. Il presule ha ampliato una prassi consolidata, vietando l'uso di luoghi di culto e strutture parrocchiali per incontri e dibattiti in vista del voto, ed estendendo il divieto di incarichi politici anche ai candidati.

Discussione tra sacerdoti e laici sulla partecipazione politica

Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha confermato questa posizione in un colloquio con il “Corriere della Sera”, definendola «quasi un atto dovuto, per non coinvolgere la comunità nelle contrapposizioni elettorali. La Chiesa in quanto tale non fa direttamente politica».

La dottrina della Chiesa e l'impegno politico dei laici

È importante notare che la dottrina recente dei Papi non ha nessuna remora, anzi, incoraggia l'attivismo dei laici nell'arena pubblica. Già Pio XI nel 1927, in una citazione spesso ripresa da Paolo VI, affermò che «tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutte le società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null’altro, all’infuori della religione, essere superiore».

Questa spinta alla partecipazione si scontra a volte con la ribadita neutralità delle Chiese locali, creando apparenti contraddizioni. Tuttavia, come precisato dal cardinale Zuppi: «Se interveniamo su una questione, non lo facciamo perché siamo a favore o contro questo o quel governo. La nostra grande libertà è proprio questa, e la difendiamo». Questo significa essere autonomi ma coinvolti, una posizione che, in assenza di un soggetto cattolico unitario, può essere interpretata come schieramento per l'uno o l'altro partito, anche difendendo solo principi e valori.

Il ruolo dei pastori nella formazione della classe dirigente

Nella formazione della classe dirigente italiana, non solo politica, hanno contribuito in modo significativo pastori delle comunità, inclusi preti, vescovi e, in alcuni casi, pontefici. Figure illustri come Giovanni Bosco, Agostino Gemelli, Luigi Sturzo, Angelo Roncalli, Giuseppe Dossetti, Lorenzo Milani, Giuseppe Puglisi, e tanti altri, hanno ispirato e formato molteplici politici, professionisti, responsabili di istituzioni, imprenditori, magistrati, sindacalisti e giornalisti, fornendo loro una solida formazione cristiana e lo sprono ad acquisire le competenze necessarie per operare nel mondo.

Ritratti di personalità ecclesiastiche italiane che hanno influenzato la politica

Questa tradizione, tuttavia, si è interrotta in alcuni periodi, specialmente quando le comunità si sono chiuse in due estremismi: la fuga dal mondo o un eccessivo attivismo sociale e politico. Gran parte della responsabilità di questi modelli ecclesiali estremi è attribuibile alla formazione e all'operato del clero. La storia del movimento cattolico italiano insegna che definire le modalità dell'operato sociopolitico dei pastori non è facile.

Limiti canonici e indicazioni del Magistero

Fatto salvo il divieto di assumere cariche istituzionali e politiche, come stabilito dalla normativa canonica, il compito dei vescovi e dei presbiteri è quello di formare e seguire pastoralmente coloro che sono impegnati in politica, così come in qualsiasi altro ambito del mondo. L'impegno dei pastori cattolici si ferma quindi alla formazione e all'aiuto nel discernimento personale di coloro che intendono candidarsi. Nelle parrocchie, gruppi, movimenti e diocesi, non è ammessa alcuna indicazione di voto, nel rispetto della sensibilità politica di tutti i fedeli.

Il Vaticano II e Paolo VI hanno chiarito diversi punti in merito. Paolo VI nel 1971, sulla scia di Gaudium et Spes, 76, scriveva: «Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi». Questa affermazione conciliare ha posto fine a qualsiasi collateralismo tra comunità cristiana e partiti politici, chiarendo l'autonomia della sfera temporale da quella religiosa e restituendo alla comunità cristiana il suo ruolo di profezia e coscienza critica, nonché il suo servizio evangelico nei confronti dei detentori del potere e dell'intera comunità civile.

L'invito ad impegnarsi in politica, da parte del magistero, non contiene in sé un'indicazione di schieramento e/o di partito. Per questo motivo, il magistero si limita a ricordare le esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili nell'azione politica dei cattolici (Nota sui politici, Dottrina della fede, 2002, testo emanato dall'allora cardinale Ratzinger).

I pericoli della politica per il clero

La politica è un campo minato, dove basta poco per incorrere in pericoli. Privilegi, finanziamenti, campagne e accordi elettorali, deleghe ai partiti sono, a volte, terreno per un proficuo e onesto incontro tra politica e Chiesa cattolica, ma, altre volte, zone rischiose con diverse mine vaganti. Queste "mine" possono assumere la forma di richieste di favori al posto di diritti, deleghe in bianco, prese di posizione poco motivate, scambi di voti con privilegi e di profezia con potere, o compromessi tra ragione di Stato e ragione di Chiesa.

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In casi specifici, come quelli di Maldonado e Rodríguez Martina, i sacerdoti non hanno perso il loro stato sacerdotale, ma si sono visti ritirare la licenza per esercitare il proprio ministero. Il vescovo, monsignor Santiago Olivera, ha espresso dolore e sorpresa per tali decisioni, sottolineando che «un pastore nell'esercizio del suo ministero e a favore del suo popolo può fare molto» attraverso i sacramenti e il perdono dei peccati. Ha inoltre ribadito che «ciò che smette di fare padre Quique non può farlo un laico, ma quello che il sacerdote si accinge a fare lo può fare un laico», evidenziando la distinzione dei ruoli.

Posizioni specifiche: il caso del cardinale Caffarra

Un esempio di questa rigorosa interpretazione si è avuto a Bologna, dove l'arcivescovo, il cardinale Carlo Caffarra, ha inviato una missiva a tutti i sacerdoti della diocesi, vietando loro di schierarsi con l'uno o l'altro candidato in vista delle elezioni comunali e delle primarie interne ai partiti. Ha affermato che i sacerdoti «devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall’impegno politico pre-elettorale, astenendosi assolutamente dall’appoggiare qualsiasi partito o schieramento politico o candidato sindaco. Questa esigenza è fondata sulla natura stessa del nostro ministero».

Il cardinale Caffarra ha esteso il suo veto anche all'uso dei locali parrocchiali e di altri enti ecclesiastici da parte di rappresentanti di qualsiasi partito, anche per incontri che rispettino la par condicio. Ha proibito volantini elettorali, affissione di manifesti e ogni altra forma di propaganda all'interno delle parrocchie, inclusa l'utilizzo a fini elettorali di qualsiasi mezzo di comunicazione religioso, compresi i bollettini parrocchiali.

Questa posizione, che ha suscitato stupore in una città come Bologna dove le istituzioni (Comune, Chiesa e Rettorato) hanno sempre dialogato pur mantenendo una ragionevole distanza e rispetto dei confini, ha un valore simbolicamente storico. Molti l'hanno letta come una presa di posizione, tra le righe, contro possibili appoggi a candidati specifici, come Amelia Frascaroli, stimata in alcuni ambienti della Chiesa ma appoggiata anche da partiti di sinistra.

Il cardinale Caffarra aveva già mostrato la sua fermezza in passato, ad esempio, quando si oppose all'affitto di una sala parrocchiale a un coro dichiaratamente gay, citando una lettera della Congregazione del 1986 firmata da Ratzinger sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Questi episodi evidenziano come i "confini" tra Chiesa e politica, un tempo tacitamente stabiliti, possano essere ridefiniti in modo più esplicito.

Diritto canonico e diritto italiano a confronto

Quando si parla della possibilità per i sacerdoti di candidarsi, è necessario considerare sia il diritto italiano che quello canonico. Non sempre i due ordinamenti coincidono; ciò che è consentito dall'uno potrebbe non esserlo dall'altro, come dimostrano i casi del divorzio o dell'annullamento del matrimonio.

Il diritto costituzionale italiano

In base al diritto costituzionale italiano, anche gli ecclesiastici possono candidarsi al parlamento. Non esiste, infatti, alcuna norma che lo escluda espressamente. Le cause di ineleggibilità e incompatibilità con la carica di deputato o senatore riguardano altre figure professionali e istituzionali, ma non contemplano i preti o le suore.

In particolare, non sono eleggibili:

  • Deputati o consiglieri regionali, presidenti delle Giunte provinciali;
  • Sindaci di Comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti;
  • Capi e vice capi della polizia, ispettori generali di pubblica sicurezza;
  • Capi di Gabinetto dei Ministri;
  • Rappresentanti del Governo in Regioni autonome o Commissari di Stato;
  • Prefetti e loro vicari;
  • Viceprefetti e funzionari di pubblica sicurezza;
  • Ufficiali generali, ammiragli e ufficiali superiori delle Forze armate dello Stato, nella circoscrizione del loro comando territoriale.

Non sono eleggibili inoltre coloro che, in proprio o come rappresentanti legali di società o imprese private, sono vincolati con lo Stato per contratti di opere o somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica. Rientrano in questa categoria anche i rappresentanti, amministratori e dirigenti di società e imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato con sovvenzioni continuative, e i consulenti legali e amministrativi che prestano in modo permanente la loro opera a tali soggetti.

Il diritto costituzionale italiano, quindi, tratta i preti alla pari di tutti gli altri cittadini italiani ai fini della candidatura alle elezioni. Pertanto, per la legge italiana, un parroco può candidarsi nelle liste di un partito ed essere anche eletto.

Il codice del diritto canonico

In base alle norme della Chiesa cattolica, è espressamente vietato a un sacerdote svolgere attività politica partitica e, di conseguenza, candidarsi alle elezioni [1]. Tuttavia, ciò non significa che un'eventuale candidatura o elezione sarebbe nulla. L'unica conseguenza è che il parroco verrebbe sospeso, ovvero non potrebbe più esercitare il suo ministero. Non sarebbe "radiato" per sempre, ma potrebbe riprendere a svolgere la sua funzione sacerdotale una volta cessata l'attività politica. Si applica il principio: "date a Dio quel che è di Dio, e a Cesare quel che è di Cesare".

Il fatto che preti e suore non possano candidarsi non implica però che non possano schierarsi politicamente o suggerire ai propri fedeli un candidato piuttosto che un altro. Questa attività è considerata pienamente libera e non comporta alcuna sospensione dalla carica.

Note

  1. Can. 287 - §1. I chierici favoriscano sempre in sommo grado il mantenimento, fra gli uomini, della pace e della concordia fondate sulla giustizia.§2. I chierici non partecipino ai partiti politici e alla direzione di associazioni sindacali, a meno che, a giudizio della competente autorità ecclesiastica, lo richiedano la tutela dei diritti della Chiesa o la promozione del bene comune.

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