Le Ande sudamericane, con i loro paesaggi mozzafiato e le condizioni climatiche estreme, sono state per decenni il terreno fertile per l'opera di missionari dediti alla causa dei più poveri e dimenticati. Un esempio emblematico di questa dedizione è la comunità di Salinas de Guaranda in Ecuador, dove il tempo può essere impietoso, con mattine soleggiate e calde che cedono il passo a pomeriggi freddi e piogge intense. Questo cambiamento di temperatura, tuttavia, non altera le attività produttive dei suoi abitanti. Con il maestoso vulcano Chimborazo come vicino, questa popolazione di Bolívar è diventata un punto di riferimento per l’imprenditorialità in Ecuador negli ultimi 40 anni, grazie anche al marchio El Salinerito, ambasciatore di questa cittadina situata a 3500 metri sul livello del mare.

Padre Antonio Polo: Il Sognatore di Salinas
Al centro di questa trasformazione vi è padre Antonio Polo, un salesiano veneziano di 83 anni, con una lunga barba bianca e un basco che si toglie solo per dir Messa. Arrivato a Salinas nel 1970 con un incarico inizialmente previsto per quattro mesi, padre Polo continua ancora oggi a fare il parroco e a osservare, dalla scalinata della chiesa, il suo villaggio crescere e diventare una città.
La Vocazione e l'Arrivo in Missione
La vocazione di padre Antonio è nata a Venezia, nella sua città natale, dove l'oratorio salesiano si trovava proprio sotto casa sua. Ricorda di aver confrontato il suo papà, sempre serio e lavoratore, con i salesiani, sempre allegri e giocosi, decidendo così: "Voglio essere un salesiano!".
Il suo desiderio di partire in missione si è concretizzato inaspettatamente. Nel 1970, monsignor Candido Rada, il vescovo salesiano che lo aveva portato lì, aveva affidato a lui, allora un sacerdote salesiano sociologo, il compito di accompagnare per quattro mesi un gruppo di volontari dell’Operazione Mato Grosso (OMG) nella costruzione di una casa comunitaria. L'obiettivo era annunciare, celebrare e costruire il sogno di Gesù: il suo Regno su questa terra.
La festa di inaugurazione della casa fu accompagnata dalle lacrime della popolazione che, temendo un suo allontanamento, chiese: "La casa è bella, è quello di cui abbiamo bisogno. Ma se te ne vai, anche questa apparterrà al ‘capo’: perché non resti, piccolo padre?" Quella domanda fu ciò che padre Antonio si aspettava di sentire, e così decise di rimanere. Sebbene non sapessero da dove cominciare, la casetta divenne un luogo di incontro per pensare e sognare la libertà dalla hacienda, la salute, le scuole, le fonti di lavoro e il pane quotidiano, inteso anche come pane della Parola di Dio e dell'Eucaristia.
A Salinas, e poi via via nelle altre comunità che si andavano formando, l'approccio era sempre lo stesso: la Messa, l'incontro, la minga (lavoro collettivo gratuito), la scuola, la casa comune, la cappella e, in seguito, il caseificio comunitario.
La "Rivoluzione" di Salinas: Dal Confronto all'Integrazione
Negli anni Settanta, Antonio Polo credeva nella rivoluzione, quella del Che, del movimento studentesco e della teologia della liberazione. "La rivoluzione non l’ho fatta, ma l’ho vissuta io", racconta con occhi mai invecchiati. Spiega che si possono vincere i "padroni", oggi le multinazionali, insegnando a un popolo e a se stessi come si passa dall’"io" al "noi".
L'esperienza in Sudamerica, "consigliata" dai suoi superiori e durata molto più dei previsti quattro mesi, gli fece capire che per fare la rivoluzione non serviva il fucile, ma bisognava insegnare agli indios a riscattarsi. Il suo metodo si basò sull'acquisto della terra, approfittando della pressione per la riforma agraria che indeboliva i latifondisti. Questo permise la creazione di comunità in cui i poveri, prima schiavi, divennero padroni delle valli in forma cooperativa.
Il rapporto ancestrale con la terra e la necessità di sottrarsi allo sfruttamento, coltivati con la Parola di Dio, hanno permesso di inculcare negli indios e nei meticci il senso del risparmio, la dignità del lavoro e l'efficacia della cooperazione. A differenza di chi sosteneva la lotta armata, i missionari di Salinas hanno dimostrato che "essere dalla parte dei poveri vuol dire cercare un modo reale per dare loro una vita dignitosa".

Il Modello Salinas e i Tempi Lunghi dello Sviluppo Solidale
Oggi, Salinas è un piccolo modello di sviluppo solidale, un processo che è stato lento ma efficace. Cinquant’anni fa, Salinas era un pugno di capanne di terra e paglia, adagiate in una valletta della provincia di Bolívar, la più povera dell’Ecuador. Mezzo secolo dopo, Salinas è una cittadina ordinata, dove persino gli ecuadoriani vengono a studiare come la cooperazione possa innescare un piccolo miracolo economico.
Sono una quindicina le imprese commerciali e industriali cresciute in questi anni grazie all'impulso dell’Operazione Mato Grosso e ai prestiti del Credito Cooperativo italiano e del Banco Codesarrollo. Questo "miracolo", più educativo che economico, è avvenuto perché i prestiti erogati dal Fondo Ecuadoriano Populorum Progressio (Fepp), promosso dalla Chiesa ecuadoriana, hanno introdotto i campesinos al concetto di risparmio e alla pratica della cooperazione.
La Cooperativa di Salinas: Un Esempio di Progresso
Cesar Chamorro, presidente della Cooperativa di risparmio e credito Salinas, ha illustrato ai delegati del Credito Cooperativo l'impressionante salto culturale e finanziario della comunità. Il linguaggio dei bilanci parla chiaro: crediti erogati per 7,5 milioni di dollari, risparmi raccolti per 5,7 milioni e un patrimonio in costante crescita. Chamorro è uno dei 150 figli di campesinos analfabeti che si sono laureati grazie ai finanziamenti italiani.
Questi numeri hanno cambiato la vita dei cinquemila soci della cooperativa e, tramite l’indotto, ai diecimila abitanti di Salinas. Oggi, non si limitano a mungere qualche vacca o a coltivare mais e fave, ma producono cioccolato, tessuti d’alpaca e formaggi. La produzione di latte è passata da 180 a 4000 litri al giorno, tra le nuvole delle Ande, in un luogo dove le grandi banche non arrivano per via della crescita lenta ma costante.

Altri Missionari e Volontari Sulle Ande
L'opera missionaria nelle Ande non si limita solo a padre Antonio Polo, ma è un mosaico di storie e dedizione di molti altri, tra sacerdoti e laici.
Figure Salesiane di Riferimento
- Padre Pio Baschirotto: Un altro salesiano veneto, dal fisico possente e dal sorriso contagioso, ha condiviso con padre Antonio la missione di conquistare la fiducia degli indios vivendo nelle loro capanne al gelo, fungendo da guida spirituale e sociale per un popolo che ha imparato a diventare proprietario di se stesso.
- Monsignor Candido Rada: Il vescovo salesiano che ha ispirato molti missionari e li ha portati in queste terre, con lo slogan di annunciare, celebrare e costruire il Regno di Gesù.
- Padre Sandro Chiecca: Si è distinto per la sua predilezione verso i più esclusi, gli indigeni, e per la sua costante e amorevole vicinanza agli animatori e ai catechisti di Simiatug.
- Don Matteo e Damiano Panteghini: Questi due fratelli salesiani hanno compiuto un lavoro incredibile, aprendo 180 km di strade sterrate, rendendo accessibili comunità un tempo raggiungibili solo a piedi per giorni e giorni.
Sacerdoti "Fidei Donum" e Volontari dell'Operazione Mato Grosso
Migliaia di indios sono stati strappati a condizioni di vita durissime, migliaia di ettari sono stati acquistati dalle comunità e centinaia di villaggi "liberati" dalla povertà e dall'ignoranza nella Sierra, sopra i tremila metri, dove neanche i conquistadores si spingevano volentieri.
Padre Giuseppe Messetti
Nato a Caprino Veronese nel 1952, Giuseppe Messetti fu ordinato sacerdote diocesano nel 1978. Il suo spirito inquieto lo portò a scoprire la sua vocazione missionaria, arrivando in Perù nel 1984. La sua prima destinazione fu Cerro de Pasco, una città a 4.300 metri di altitudine sulle Ande, dove si guadagnò il rispetto e l'affetto della comunità. Dopo un temporaneo ritorno in Italia, rientrò in Perù nel 1993, rimanendovi fino alla fine dei suoi giorni. I fedeli lo ricordano per il suo instancabile lavoro sociale, il calore e la saggezza. Padre Giuseppe era un instancabile camminatore delle Ande, visitando luoghi inospitali e percorrendo sentieri ripidi per portare la parola di Dio e, soprattutto, per ascoltare le persone, comprendere le loro lotte e offrire guida spirituale. La sua vita e opera si sono concluse tragicamente il 31 agosto 2024, quando il suo corpo fu ritrovato dopo essere scomparso durante un'escursione.
Don Giovanni Gualdi
Conosciuto negli anni Sessanta e Settanta come don Giovanni Gualdi, aveva frequentato il PIME a Milano. Dopo 25 anni di servizio missionario in Perù come "Fidei donum" della sua diocesi, Città di Castello, dove ha lavorato in parrocchie ad altissima quota imparando lingue sconosciute e diventando esperto di patate, si è trasferito in Bangladesh. Lì ha imparato la lingua quel tanto che bastava per celebrare la Messa e tenere piccole omelie, rimanendo poco più di tre anni prima di tornare a Città di Castello.
Volontari Laici dell'Operazione Mato Grosso (OMG)
L'Operazione Mato Grosso ha visto la partecipazione di numerosi giovani che hanno dedicato la loro vita alla missione. Una donna, dopo aver conosciuto l'OMG a 17 anni e fatto un'esperienza di missione di quattro mesi a Uco (Perù) nel 2002, è tornata in Italia per laurearsi in ostetricia, per poi ripartire per Uco dove è rimasta fino al 2016. Nel 2017, padre Ugo De Censi le ha proposto di seguire l'orfanotrofio "Casa del niño" a Chuquibambilla, nel sud del Perù.
Emanuele Dal Pozzo, originario di Padova, dopo anni di lavoro all'estero, ha maturato un'inquietudine che lo ha portato a incontrare i ragazzi dell'OMG, licenziarsi e partire per la missione di Totora per sei mesi. Anna Marzorati, di Arese, ha partecipato alle attività dell'OMG fin da giovane, trascorrendo sei mesi nella missione di Piscobamba, in Perù, prima di trasferirsi a Padova. Nel 2016, Anna ed Emanuele si sono sposati, vivendo nella canonica parrocchiale di Boccon di Vò (PD) per coinvolgere i ragazzi locali e far conoscere loro la realtà dell'OMG. Nel 2019, sono partiti per due anni per la missione di Totora.
Anche Leonardo e Arianna hanno iniziato a frequentare l'Operazione Mato Grosso da giovani. Leonardo è partito per periodi di sei mesi e poi due anni per Vilcabamba, in Perù, mentre Arianna è partita per sei mesi a Mamara. Sposatisi nel 2019, hanno inizialmente deciso di rimanere in Italia, ma nel 2021 hanno ricevuto la proposta di andare in parrocchia a Mamara per seguire le varie attività con i ragazzi, gli operai e la gente del paese.
Soddisfazioni del Lavoro Missionario
Padre Antonio Polo esprime grande felicità per il premio ricevuto, considerandolo un riconoscimento a un popolo di contadini, indigeni e meticci che sono riusciti a superare la povertà e lo sfruttamento alla luce del Vangelo, e alla comunità salesiana che li ha accompagnati per più di mezzo secolo, condividendo sogni, sacrifici e gioie. Le sue più grandi soddisfazioni includono:
- Le Messe domenicali nel villaggio e nelle comunità.
- La riflessione settimanale nelle associazioni.
- I bambini che si muovono liberamente e lo abbracciano con gioia.
- La natura, un tempo distrutta e ora rigogliosa.
- Le visite quotidiane di contadini e studenti in cerca di speranza.
- Aver assicurato l’istruzione e il pane quotidiano, attraverso il lavoro comunitario, a migliaia di famiglie.
- Aver diffuso, con la parola e l’esempio concreto, la pratica di dare valore aggiunto alle materie prime ricche dell’Ecuador.
Sfide e Bisogni Urgente
Nonostante i successi, il lavoro missionario affronta continue sfide e bisogni urgenti, riassunti da padre Antonio con l'espressione "strada facendo si aggiusta il carico".
Personale
- Rafforzare le équipe pastorali in ogni comunità, cercando l’aiuto di volontari pastorali laici Fidei donum.
- La presenza di un nuovo sacerdote locale (ordinato a Simiatug il 31 gennaio 2024) è una risorsa preziosa, ma le comunità sono numerose e l’età dei sacerdoti locali è avanzata.
- È fondamentale il supporto dei volontari salesiani e dei catechisti locali, ma la messe è abbondante e mancano gli operai. Si lancia un appello per le vocazioni pastorali laicali.
- Nel campo sociale, si deve molto al volontariato internazionale (per formaggi, cioccolato, salumi, essenze, filatura, artigianato), ma l'urgenza è rivitalizzare l’esperienza cristiana del lavoro comunitario.
Infrastrutture e Ambiente Educativo
- In tre comunità manca ancora una buona cappella e si sogna di attrezzare tutti i centri per ricevere le celebrazioni a distanza.
- In ambito educativo, si vorrebbero sostenere le spese di alloggio dei giovani nelle residenze.
- Creare nuove opportunità per i giovani, puntando a un nuovo stile di evangelizzazione, valorizzando figure come un giovane salesiano indigeno, appassionato di musica e social media.
- Il progetto "Salinas Yuyay" (la memoria di Salinas) è sulla strada giusta per offrire ai giovani che cercano lavoro ciò che è legato alla natura e alla cultura locale.
- La Casa della Gioventù “S.D. Savio” sarà potenziata.
- Una sfida è accogliere, in sinergia con il Progetto Salesiano Don Bosco per i giovani in difficoltà, i ragazzi minacciati dalle bande nelle città della costa, offrendo pace, studio e formazione.
Finanze
- Qualsiasi aiuto per creare fonti di lavoro è ben accetto, poiché spesso le idee superano le risorse e non sempre gli inizi possono essere sostenuti rischiando il credito.
- Senza lavoro, i giovani emigrano verso le città e persino altri Paesi.
- Si intende ampliare la produzione di sale (un prodotto ancestrale caduto in disuso), avere un mulino per utilizzare i mangimi nell'allevamento, rendere operativo il centro sperimentale per le innovazioni alimentari, sfruttare fonti di acqua minerale e realizzare orti familiari e comunitari per i bambini malnutriti.
Il Futuro della Congregazione Salesiana in Ecuador
La visione per il futuro della Congregazione salesiana in Ecuador si concentra su diversi pilastri:
- Rafforzare il volontariato salesiano, puntando anche a renderlo sempre più fonte di vocazioni.
- Rafforzare le "missioni andine", estendendo l'impatto positivo del modello Salinas.
- Rafforzare il Progetto Don Bosco per i giovani a rischio.
- Promuovere la sinergia tra i due campi d’azione: quello andino e quello dei giovani a rischio nelle città.
Padre Antonio, cinquant’anni dopo, ammette candidamente: "Non abbiamo fatto ciò che abbiamo fatto perché eravamo spinti da un’ideologia: abbiamo capito che in quel momento il bene del popolo era cooperare, li abbiamo accompagnati a negoziare, a riunirsi, a imparare tante cose. Abbiamo lavorato sodo con loro, animati dalla volontà di fare ciò che era scritto nel Vangelo. Tante cose le abbiamo capite anche noi dopo, vedendo cosa sa fare Dio". Ribadisce di non voler inseguire "modelli", ma di cercare sempre un percorso verso il bene, ricordando che nessuno è perfetto e che i tempi cambiano.
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