La presenza della Chiesa cattolica nell'Italia moderna si è fatta sentire non solo in termini di potere politico, ma anche e soprattutto in termini di conquista delle coscienze. L'obiettivo principale di questo volume è ricostruire le forme e i tempi di affermazione dell’egemonia cattolica in Italia dopo la rottura dell’unità religiosa europea, un fenomeno studiato approfonditamente da Adriano Prosperi nella sua opera "Tribunali della coscienza".
L'Egemonia della Chiesa Cattolica e l'Inquisizione
Il Contesto del Cinquecento e l'Esigenza di un Controllo Centralizzato
All’inizio del Cinquecento si era imposta l’idea secondo cui la repressione di tutte le eresie era di competenza dell’autorità politica. L’eretico, in effetti, era considerato da tutti i prìncipi un sedizioso, cioè un ribelle, che metteva in pericolo la stabilità dello Stato e l’ordine costituito. Tale idea era diffusa anche in Italia, ma le varie autorità dei numerosi Stati della penisola furono convinte dal papato che la lotta contro l’eresia sarebbe stata assai più efficace se condotta da un organismo centralizzato, diretto da Roma.

Il Sant'Uffizio come Potere Centrale in Italia
Per almeno due secoli il tribunale del Sant’Uffizio fu “l’unico potere centrale operante nella penisola italiana”. Di conseguenza, si ritiene che nessuna storia dell’Italia moderna sarebbe completa senza una migliore conoscenza di questo tribunale, del suo modo di operare, del suo radicamento nella società e nelle istituzioni degli stati italiani preunitari. L'autore Adriano Prosperi sostiene che il Sant’Uffizio fu così influente da portare al soglio pontificio ben tre inquisitori: Gian Pietro Carafa (Paolo IV, 1555-1559), Michele Ghislieri (san Pio V, 1566-1572) e Felice Peretti (Sisto V, 1585-1590).
Rapporti tra Inquisizione Romana e Stati Italiani: Il Caso di Venezia
I vari Stati, però, non delegarono al nuovo istituto ogni competenza sugli eretici del proprio territorio. A Venezia, soprattutto, la Repubblica riuscì ad imporre la presenza di propri rappresentanti agli interrogatori e nelle altre fasi dei processi più importanti. Inoltre, spesso, le autorità veneziane commutarono nel carcere a vita sentenze di morte emesse dall’Inquisizione oppure procedettero a esecuzioni discrete e nascoste, là dove il Sant’Uffizio avrebbe invece voluto atti pubblici, diretti ad ammonire e a spaventare le masse.
Dalla Repressione alla Persuasione: Un Nuovo Approccio
Ben presto, tuttavia, ci si rese conto che una severa politica di repressione, da sola, non avrebbe davvero estirpato la piaga della diffusione dell’eresia, ovvero che “in battaglie di religione e di cultura vale più che in altre il principio che non basta vincere se non si sa convincere”. A fianco della repressione, così, si attuò un’ampia e ramificata opera di “persuasione”, che ebbe nel sacramento della confessione e nella missione popolare i propri strumenti privilegiati. La Chiesa non solo ha vinto con la repressione ma soprattutto convinto con la persuasione e il "governo" delle coscienze, riuscendo a stabilire, nei decenni a cavallo tra Cinquecento e Seicento, un'egemonia duratura sulla società italiana.

Il Ruolo della Confessione nel Controllo delle Coscienze
La Confessione come Strumento di Controllo
Il controllo delle coscienze fu particolarmente soffocante nella seconda metà del Cinquecento. Secondo Prosperi, la Chiesa riuscì ad elaborare un modello di governo delle coscienze originale, straordinariamente efficiente e capillare, attraverso la subordinazione della confessione alle esigenze dell'Inquisizione. I confessori vennero obbligati a non assolvere i fedeli che confessassero colpe di competenza degli inquisitori. L'Inquisizione impose ai vescovi la propria competenza sul reato di adescamento in confessione (sollecitatio ad turpia), esercitando così di fatto un controllo anche sui confessori.
Inquisitori e Confessori: Un Modello di Governo Capillare
Nel percorso storico, il trionfo di questo modello di controllo delle coscienze, ancor più che la pur altrettanto efficace repressione del dissenso, permise al Papato di radicare stabilmente la sua alta sovranità sulla società italiana, una alta sovranità ancora visibile sino ai giorni nostri. L'opera di Prosperi esplora la relazione tra inquisitori e confessori attraverso diverse prescrizioni e descrizioni, analizzando la confessione al Concilio di Trento e il ruolo di vescovi e inquisitori per una società cristiana.
Evoluzione della Confessione: Da Strumento Poliziesco a Tribunale della Moralità
Nella realtà storica del Cinque e Seicento, lo schema di controllo subì variazioni di ogni genere. L’Inquisizione, dopo la prima, durissima fase di lotta contro l’eresia, si piegò a tribunale della moralità quotidiana. La confessione, impiegata all’inizio come strumento poliziesco, diventò teatro di sollecitazioni e seduzioni di varia natura, tipici reati di una divisione tutta moderna tra religione e politica, che lasciava alla guida ecclesiastica il controllo della coscienza come tribunale di un sistema di norme morali a carattere individualistico, dominato dalle colpe del sesso. Solo con difficoltà si sarebbe fatta strada, anche attraverso un cambiamento nell’utilizzo dello strumento della confessione, una strategìa persuasiva volta a ottenere una fede meno formale.
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I Missionari e la "Conquista Cattolica delle Campagne"
Le "Indie Interne" e la Nuova Evangelizzazione
Spesso, la figura del confessore e quella del missionario che si rivolgeva alle “Indie interne”, cioè ai territori italiani bisognosi di una vera e propria nuova evangelizzazione cattolica, si sovrapposero una all’altra. Questa è la tematica trattata nella terza parte del libro di Prosperi, dove vengono alla luce diversi aspetti di quella che è stata la conquista cattolica delle campagne attraverso il metodo missionario e i riti di passaggio, come il viaggio del pellegrino e la processione del missionario.
Collegamento tra Persuasione e Repressione
Spettò ai missionari collegare persuasione e repressione, dando così una base di massa all'egemonia cattolica. Dopo aver debellato la minaccia ereticale, l’attenzione si sarebbe concentrata sulla morale, e le missioni popolari divennero un veicolo fondamentale per veicolare le nuove norme comportamentali e i principi della fede cattolica nelle comunità, anche le più remote.

L'Opera di Adriano Prosperi: "Tribunali della Coscienza"
La Tesi Centrale del Libro
L’opera di Adriano Prosperi, docente di storia moderna, si colloca ai vertici della più recente produzione storiografica italiana. Il suo libro "Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari" (pubblicato per la prima volta nel 1996 da Einaudi) ha un obiettivo ambizioso: ricostruire le cause per cui, dopo l’avvento della Riforma, la Chiesa cattolica divenne centrale nel sistema politico italiano.
La tesi di Prosperi è che il Sant’Uffizio fu «per almeno due secoli… l’unico potere centrale operante nella penisola italiana». Ciononostante, il quadro che ne trae, se da un lato supera la “leggenda nera” dell’Inquisizione (in alcuni casi più “tenera” degli stessi vescovi), dall’altro riafferma limpidamente la struttura “poliziesca” e la configurazione repressiva del Sant’Uffizio.
La "Unità Inquisitoriale dell'Italia"
La pubblicazione di "Tribunali della coscienza" alimentò un intenso dibattito storiografico sul ruolo dell'Inquisizione e della Chiesa cattolica nella storia italiana. La tesi centrale dell'opera, che si pone il problema del radicamento della Chiesa cattolica nella società italiana, è che il Papato riuscì a stabilire un'egemonia duratura sull'Italia, grazie soprattutto al tribunale dell'Inquisizione, definito l'unico potere veramente centralizzato ed efficiente che sia mai esistito in Italia, tanto che Prosperi ha parlato di "unità inquisitoriale dell'Italia".
Il Contributo Storiografico e le Tematiche Trattate
Il testo di Prosperi offre tantissimi spunti, trattando di eresie, censure, stregonerie, riti di passaggio, molestie nel confessionale, esecuzioni pubbliche e molti altri aspetti. Benché di mole cospicua, non va considerato solo un ricco repertorio, ma è invece un’opera da leggere dall’inizio alla fine per comprendere come le strategie religiose di intervento sulla società non siano mai casuali. Portate all’estremo, queste strategie sono riuscite anche a creare delle realtà totalitarie ante litteram, come potevano essere la Roma di san Pio V o la Milano di san Carlo Borromeo.
Dibattito Storiografico e Critiche all'Opera di Prosperi
Le Osservazioni di Elena Brambilla
Il lavoro di Prosperi, basato sull’attenta analisi di una strabiliante quantità di documenti, ha generato un ampio dibattito. Elena Brambilla, per esempio, rilevò che Prosperi aveva «implicitamente usato come modello la nuova immagine che della Suprema spagnola ha dato la ricca produzione di studi iberici recenti», i quali «hanno posto in rilievo la sua funzione di tribunale centrale e centralizzatore, unificatore della monarchia e della nazione spagnola; ma hanno messo in ombra, invece, le sue peculiarità di tribunale eccezionale, politico-religioso e totalitario».
Il Giudizio di Jean-Pierre Dedieu e René Millar Carvacho
Più sfumato, con elogi misti a critiche simili a quelle avanzate da altri studiosi, è stato il giudizio formulato da Jean-Pierre Dedieu e René Millar Carvacho in una rassegna pubblicata nel 2002 sulla prestigiosa rivista Annales. Histoire, Sciences sociales. In essa si dichiarava che l'opera di Prosperi costituiva «il tentativo più spinto e più compiuto mai intrapreso per integrare il fenomeno inquisitoriale in una storia globale». Essi proseguivano affermando che il libro «rende ben conto di quel che noi sospettavamo al momento della sua pubblicazione. Fondata su studi di singoli casi ben condotti, l'esistenza dei fenomeni che descrive è innegabile. Resta il fatto che la loro estensione deve essere verificata dalla moltiplicazione degli studi locali e da un esame più preciso dei meccanismi di decisione presso la Curia». I due studiosi notavano anche progressi significativi in lavori che, nel movimento suscitato dalle teorie di Prosperi, si interessavano alla pratica del sacramento della confessione fuori da ogni quadro delittuale.
Dedieu e Millar Carvacho non mancavano, tra l'altro, di rimarcare la delicatezza dei temi inquisitoriali e mettere in guardia da usi e ricezioni strumentali a cui lavori come quello di Prosperi potevano prestarsi: «Lo abbiamo detto, lavorare sull'Inquisizione presenta un rischio. La sua storia, per natura, mobilita l'uomo tutto intero. Trattarne equivale a parlare di sé. La fascinazione che esercita A. Prosperi, al di là del suo valore scientifico, viene da una passione alla quale il lettore non può restare insensibile.»
Le Critiche di Massimo Firpo e la Risposta di Prosperi
Nel libro Vittore Soranzo vescovo ed eretico. Riforma della Chiesa e Inquisizione nell'Italia del Cinquecento (2006), Massimo Firpo riprese alcune sue vecchie critiche a "Tribunali della coscienza" (miste ad elogi verso un libro definito comunque "importante"), rimproverando a Prosperi di aver attribuito un carattere troppo decisivo all'affermazione dei tribunali inquisitoriali e di averne sopravvalutato il peso nella storia italiana. Firpo argomentava: "Il fascino del potere che emana da quei tribunali, la constatazione della loro pervasiva capacità di ritrovare "in ogni crisi storica del paese Italia antiche e nuove ragioni di egemonia", di adattarsi al mutare delle cose e dei tempi e di trovare sempre nuovi spazi di azione, hanno indotto Prosperi a ritenere fuori dubbio il fatto che "la Chiesa abbia vinto" (…) Il sottrarsi a quel fascino, tuttavia (…) costituisce il presupposto indispensabile per capire il prezzo di quella vittoria e recuperare anche nel presente le tradizioni intellettuali e civili che nel passato cercarono di contrastare quell'egemonia e le sue categorie fondanti, talora all'interno stesso dell'istituzione ecclesiastica, per indicare la strada verso acquisizioni irrinunciabili della nostra civiltà, quali la libertà del sapere, il primato della coscienza, la separazione tra Chiesa e Stato, il diritto al dissenso, la creazione di uno spazio pubblico di discussione e confronto".
Prosperi dal canto suo, recensendo il volume di Firpo sul Sole 24 Ore del 3 dicembre 2006, liquidò l'interpretazione di quest'ultimo come una riproposizione del vecchio paradigma della "mancata Riforma" in Italia, chiosando: "Si capirà dunque lo stupore provato dallo scrivente quando si è trovato indicato come succube di una fascinazione dell'Inquisizione che non crede di avere mai avvertito. La verifica è facile: il libro a cui Firpo si riferisce - Tribunali della coscienza (Einaudi 1996) - cerca di analizzare e di capire le ragioni che permisero alla Chiesa cattolica del Cinquecento di vincere ma anche di convincere e di radicarsi stabilmente nella società italiana; un esito che la sola forza di un tribunale e di una polizia non poteva ottenere."
Biografia di Adriano Prosperi
Adriano Prosperi, nato nel 1939, si è formato presso l'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore, dove, negli stessi anni di Carlo Ginzburg e di Adriano Sofri, è stato allievo di Armando Saitta e Delio Cantimori. Ha insegnato Storia moderna presso l'Università della Calabria, l'Università di Bologna, l'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore, dove attualmente è professore emerito di Storia moderna. È membro dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Tra le sue opere principali nel catalogo Einaudi figurano oltre a "Tribunali della coscienza": La figura del vescovo fra Quattro e Cinquecento: persistenze, disagi e novità (1986); Penitenza e Riforma (1995); Incontri rituali: il papa e gli ebrei (1996); Il concilio di Trento: una introduzione storica (2001); Dare l’anima (2005) e Giustizia bendata (2008).

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