Tutto ciò che riguarda la croce di Cristo, dalla sua morfologia alle caratteristiche emblematiche dell’ipotetica iscrizione in relazione alla causa poenae, ha suscitato grande interesse fin dai tempi del primo imperatore cristiano.
La Storia del Titulus Crucis: Tra Leggenda e Ritrovamenti
Le Origini e le Prime Testimonianze
Rufino (Hist. X, 7) e Socrate Scolastico (Hist. Ecc. I, 17) informano di un episodio in cui Elena, la madre di Costantino, scorge tre croci sul Golgota durante un pellegrinaggio a Gerusalemme nel 326 d.C.

Il Ritrovamento della Reliquia di Santa Croce in Gerusalemme
Poco più di un millennio dopo, nel 1492, il rinvenimento a Roma di un particolare manufatto considerato un frammento della croce originaria in cui Cristo fu inchiodato sembrava aver dato forma visiva al titulus crucis. Nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme era stata recuperata, nel corso di lavori di ristrutturazione, una reliquia lignea nella quale si poteva intuire la presenza di tre iscrizioni come riportato nel testo giovanneo, rispettivamente in ebraico, in greco e in latino.
Nonostante dal 2002 - grazie all’analisi 14C - è appurato che la tavoletta risale al periodo medievale (X-XI secolo d.C.), nel momento in cui viene portata alla luce tra i pittori e gli scultori coevi si genera un entusiasmo tale da ispirare le loro produzioni artistiche e da influenzare l’iconografia di Gesù in croce con l’inserzione del titulus trilingue nel cartello affisso sopra il suo capo.

Le Iscrizioni Trilingui e le Loro Rappresentazioni Artistiche
Il Messaggio Evangelico e l'Acronimo INRI
Il focus del presente contributo è quello di leggere il fenomeno artistico che scaturisce dal ritrovamento di questo reperto e le modalità in cui alcuni artisti che hanno rappresentato il momento della crocifissione di Gesù rendono le iscrizioni nelle lingue da loro inserite nel cartello. Prima di questa esplosione di tituli trilingui, infatti, le rappresentazioni pittoriche o scultoree includevano sovente il dettaglio iconografico della scritta in latino o dell’acronimo I.N.R.I., sigla che sta per Iesus Nazarenus Rex Iudæorum, come traduzione latina di Giovanni 19:19.
L’interesse per le iscrizioni greche e latine nelle opere d’arte costituisce un filone di ricerca all’interno del quale collaborano filologi e storici dell’arte, nel quale si inseriscono gli studi di Mauro Lucco e Anna Pontani, oltre a quelli precedenti di Leander de Corrieris, incentrati sull’analisi delle crocifissioni europee dal Medioevo alla prima età moderna.
Variazioni Artistiche nelle Iscrizioni
Una differenza sostanziale riguarda, all’interno delle testimonianze iconografiche, l’ordine delle scritture che risulta essere diverso rispetto a quello menzionato dai testi biblici: prima in ebraico, poi in latino, infine in greco. Diversa è anche la maniera in cui gli artisti presentano le iscrizioni: in alcune sono presenti errori di itacismo, come nel Crocifisso di Santa Maria Novella di Giotto, in altre sovente le parole sono abbreviate, come nella Crocifissione con santi di Beato Angelico, in Luca Signorelli e Bartolomeo Cesi. In altre ancora invece il titulus è parzialmente riportato, come nel crocifisso di Michelangelo.
Esempi di Trascrizioni Artistiche
- Giotto, Crocifisso di Santa Maria Novella (1290-1295, Firenze):
ישוע הנוצרי מלך היהודים, IC Ο ΝΑΖAΡINΟΣ O ΒΑCΙΛΕYC ΤΩΝ IΥΔΑIΩΝ, IHC. NAZAREN. REX. IUD. ORU.

- Beato Angelico, Crocifissione con santi (1441-1442, Firenze):
ישוע הנוצרי מלך היהודים, IC Ο ΝΑΖΩΡΑΙΟ O ΒΑCΙΛΕYC ΤΩΝ IΥΔΑIΩΝ, IESVS NAZARENVS REX IVDEORUM.

- Michelangelo, Crocifisso di Santo Spirito (circa 1493, Firenze):
ישוע הנוצרי מלך היהודים, IΗΣΟΥΣ Ο ΝΑΖΩΡΑΙΟΣ ΒΑΣΙΛΕYΣ ΤΩΝ IΥΔΑIΩΝ, IESVS NAZORÆVS REX IVDÆORVM.

- Luca Signorelli, Crocifissione (1494, Urbino):
Qui si riscontrano scambi di lettere e omissioni nelle parti in ebraico e in greco, con quest'ultimo che riporta solo IC ΝΑΖAΡENYC; nel latino invece Iesus è abbreviato con IS ed è possibile scorgere chiaramente le prime due lettere del genitivo plurale di iudæus, ovvero IS...

Il Contesto Politico e Religioso della "Regalità" di Gesù
Di questi fatti, i vangeli rimangono la fonte principale. Il versetto di Giovanni (19:19) riporta: ἔγραψεν δὲ καὶ τίτλον ὁ Πιλᾶτος καὶ ἔθηκεν ἐπὶ τοῦ σταυροῦ· ἦν δὲ γεγραμμένον· Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων. τοῦτον οὖν τὸν τίτλον πολλοὶ ἀνέγνωσαν τῶν Ἰουδαίων, ὅτι ἐγγὺς ἦν ὁ τόπος τῆς πόλεως ὅπου ἐσταυρώθη ὁ Ἰησοῦς· καὶ ἦν γεγραμμένον Ἑβραϊστί, Ῥωμαϊστί, Ἑλληνιστί. ἔλεγον οὖν τῷ Πιλάτῳ οἱ ἀρχιερεῖς τῶν Ἰουδαίων· Μὴ γράφε· Ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων, ἀλλ’ ὅτι ἐκεῖνος εἶπεν Βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων εἰμί.
In questo versetto è usato Ἰσραήλ perché il momento della crocifissione viene descritto da un autore giudeo che si rivolge ad altri giudei che vedono in Gesù l’adempimento delle profezie dei profeti; diversamente, gli scrittori dei canonici riportano Βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων, poiché specificano che tale iscrizione è voluta da Pilato, che in quanto romano ha presente solo gli abitanti della Giudea.
È probabile che prima di essere affisso alla croce, il cartello contenente la causa poenae fosse stato portato al collo da Gesù. Dunque, tale proclamazione di regalità è spinta dal riconoscimento della natura divina del Nazareno oppure dalla volontà di beffeggiarlo.
Così Fu la Fine di Ponzio Pilato Dopo la Resurrezione di Gesù
La Giudea Romana e le Aspettative Messianiche
Gesù nasce durante il periodo dell’impero di Augusto (37 a.C.-14 d.C.), sotto il regno del re idumeo Erode il Grande. Nel 63 a.C. la Palestina viene conquistata dai Romani grazie a Pompeo. Nel 4 a.C. Erode muore e Augusto divide il territorio tra i suoi figli: “le regioni principali del centro-sud, la Giudea, la Samaria e l’Idumea” sono assegnate al primo figlio Archelao con il titolo di etnarca, mentre “la Galilea a nord e la Perea ad est ad Antipa e le regioni del nord-est a Filippo, entrambi con il titolo di tetrarca”. Nel 6 d.C. il popolo della Giudea si ribella ad Archelao, motivo per cui Augusto rende la Giudea e la Samaria due province romane, governate da un prefetto romano che risiede a Cesarea Marittima.
Gesù cresce a Nazareth, in Galilea, perciò è “un suddito di Antipa”. Da Giuseppe Flavio si apprende che in questo territorio c’è un po’ di insofferenza nei confronti del dominio romano e di quello erodiano; inoltre, gran parte della popolazione è composta da contadini e artigiani, afflitta dal problema della povertà. Per quanto concerne la vita religiosa, il popolo galileo è “poco osservante della legge”, caratterizzato da “una religiosità semplice e tradizionale” e “diffidente assai spesso anche del potere religioso, soprattutto di quello dei sommi sacerdoti”, seppur rispettoso “delle autorità spirituali, farisaiche in particolare”. Può darsi che essere un abitante della Galilea poteva costituire un fattore pregiudicante per Gesù. Da questo quadro, si può più facilmente comprendere perché Erode è turbato dinanzi alla richiesta dei magi d’Oriente.

Giuseppe Flavio, nel corso della stesura del Bellum Iudaicum, menziona varie presunte figure messianiche che calpestano varie parti della Palestina fra il I e il I secolo d.C., poste a capo di movimenti che aspirano alla liberazione da Roma e che provocano conflitti armati. Questi individui mirano a diventare βασιλεῖς e alla costruzione di una βασιλεία “che rivendica l’autonomia politico-religiosa giudaica e disdegna ogni tipo di sottomissione romana”. Giuseppe definisce τύραννοι coloro che guidano tali movimenti sovversivi; dunque, all’interno dell’opera di Giuseppe τύραννος va inteso nel senso di “capobanda che organizza una massa di fuorilegge, ricorre a tecniche di combattimento irregolari e punta spesso (…) alla creazione di un dominio territoriale alternativo al potere romano”. Quindi, è un bandito che, a differenza di altri, aspira alla regalità, al trono.
Esempi di Aspiranti Re
- Simon Bar Kochba: Schiavo di Erode, provocò un tumulto in Perea. La sua bramosia di potere lo spinse fino alla distruzione del palazzo di Gerico e all’attacco di residenze regali. Viene menzionato anche da Tacito, che sottolinea come si fosse proclamato rex senza attendere l’approvazione dell’imperatore. La sua vita si concluse con la sua cattura e decapitazione.
- Giuda il Galileo: Operante dopo la morte di Erode, dichiarò di agire per volere di Dio, desiderando diventare re, tanto da distruggere i suoi rivali e imporre ai suoi seguaci di non pagare il tributo a Cesare.
- Atrogeo: Nel 4 a.C. riuscì a creare per sé e per i suoi fratelli un esercito, con il quale organizzò diversi assalti.
- Gesù Ben Ananus: Giunto a Gerusalemme nel 62 a.C., fu catturato e picchiato a motivo delle profezie negative che pronunciava pubblicamente. Dopo essere stato flagellato dal procuratore romano Albino, fu lasciato andare.
La Provocazione di Pilato e la Regalità Spirituale di Gesù
Gesù il Galileo appare come una minaccia agli occhi dei religiosi del tempo, preoccupati dal suo stile di vita non del tutto consono ai modelli comportamentali della società a cui appartiene e dal fatto che attira il consenso di gran parte del popolo. Accusare Gesù di Nazareth di essersi proclamato re d’Israele soddisfa il bisogno del popolo giudeo di punire colui che offende la santità di YHWH e pone il prefetto romano davanti alla necessità di fermare un individuo che minaccia “la sicurezza del populus romano, nonché la maestà dell’imperatore”.
Una derisione analoga a quella subita da Gesù è raccontata da Filone d’Alessandria (In Flaccum VI, 36-39), il quale riporta che nel 41 d.C. il popolo d’Alessandria, per umiliare il sovrano ebreo Agrippa I, fece vestire un uomo di nome Karaba (che mostrava segni di squilibrio mentale) con una stuoia, in capo una corona fatta di rami e fiori e in mano una canna di papiro; in seguito, gli venne rivolto un atto di riverenza chiamandolo ‘Signore’ con ironia. Un papiro egiziano documenta un episodio simile durante la sollevazione ebraica ad Alessandria (115-117 d.C.), e una situazione analoga si presentò durante una festa persiana, dove un condannato a morte venne acclamato re con intenti derisori.
È stato ipotizzato che la richiesta dei Giudei di modificare il titulus, scaturisse dal fatto che la scritta ebraica conteneva in sé il tetragramma con cui gli ebrei indicano il nome di Dio: Yeshua Ha-notsri [U]melekh Ha-yehudim; se la prima lettera di ciascuna parola viene unita alle altre si ottiene il tetragramma YHWH (tenendo presente che l’ebraico si legge da destra verso sinistra).
Ma il figlio di Giuseppe e Maria era interessato a diventare re? Avrebbe potuto costruire un regno nella Giudea? Gesù, dal suo canto, si autodefinisce βασιλεὺς in due occasioni, ma parla ai discepoli del giudizio futuro ("τότε ἐρεῖ ὁ βασιλεὺς τοῖς ἐκ δεξιῶν αὐτοῦ· Δεῦτε, οἱ εὐλογημένοι τοῦ πατρός μου, κληρονομήσατε τὴν ἡτοιμασμένην ὑμῖν βασιλείαν ἀπὸ καταβολῆς κόσμου...") e riconosce la sua regalità in un contesto non terreno ("Σὺ λέγεις ὅτι βασιλεύς εἰμι"). Il termine βασιλεία ricorre nei vangeli canonici novantasei volte ed è utilizzato novantuno volte per designare la βασιλεία τῶν οὐρανῶν/τοῦ θεοῦ, l’unica a cui Gesù aspira, che non prende in considerazione i meccanismi del potere terreno. Il trinomio מלך-rex-βασιλεὺς, perciò, non conferisce regalità al Messia, ma lo canzona e lo mette piuttosto al pari di coloro che a differenza sua avevano preteso il titolo regale. Non poteva essere diversamente, dal momento che per un romano il titolo di rex è tale solo se è riconosciuto dalle autorità romane. I capi delle tribù potevano definirsi reges poiché Augusto aveva loro riconosciuto il titulus regalis.
L'Evoluzione Linguistica del Termine "Crocifisso"
Il Battesimo significa e produce un'incorporazione mistica ma reale al corpo crocifisso e glorioso di Gesù. Etenim baptismus significat incorporationem eamque efficit, mysticam sane sed realem, in crucifixum corpus et gloriosum Iesu. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto. Hoc scimus, Christum cruci affixum et resuscitatum contuentes.
Dal Latino "Crucifixus" all'Italiano Volgare
Già nel latino tardo il verbo crucifigere, pur rinviando al supplizio atroce e infamante inflitto agli schiavi ribelli o ai traditori lasciati morire sulla croce, registra le attestazioni più numerose nei testi della letteratura cristiana, con riferimento alla condanna subita da Cristo. Il participio crucifixus, inoltre, acquista negli scritti dei cristiani valore di sostantivo e si identifica con il Signore, rientrando così tra i cosiddetti “cristianismi”, tra quei neologismi, cioè, che nel latino dei cristiani erano rappresentati o da prestiti dal greco e, più raramente, dall’ebraico e dall’aramaico, o, come nel caso di crucifixus, da estensioni semantiche di parole latine già esistenti.
Da qui deriva l’italiano crocifisso, che ha la sua prima attestazione nella Rettorica di Brunetto Latini, volgarizzamento tratto dal ciceroniano De inventione intorno al 1260. Nel testo di Brunetto la parola ha funzione di sostantivo e rinvia all’immagine dipinta o scolpita di Cristo; nelle tante testimonianze successive, però, può identificarsi con la persona stessa di Gesù o, molto più raramente, con il supplizio della croce e con chiunque lo abbia subito.
L'Alternanza tra "Crocifisso" e "Crocefisso"
La forma in -i- è dunque la più antica e la più vicina al latino, ma l’evoluzione popolare in -e, crocefisso, è solo di pochissimo posteriore e nasce, quasi sicuramente, per influenza del sostantivo croce, presente in volgare fin dal X secolo. In base a quanto ricaviamo dal Corpus OVI dell’italiano antico, la prima attestazione di crocefisso sembra collocarsi tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo e, a giudicare dalle testimonianze che la riproducono, non è motivata da influenze regionali: le sue occorrenze, infatti, pur prevalendo in Toscana e nell’Italia centrale, sono rintracciabili in più aree della penisola.
Crocefisso si incontra anche nelle Esposizioni sopra la Comedia di Dante composte da Giovanni Boccaccio, che nel Decameron, però, preferisce la forma in -i-:
- “gli fu tagliata la testa, e non fu, come san Piero, crocefisso” (Esposizioni sopra la Comedia di Dante)
- “Perché questo cruccio, messere? ho io crocifisso Cristo?” (Decameron)
- “...e in su l’ora della compieta andare in questo luogo e quivi avere una tavola molto larga ordinata in guisa che, stando tu in piè, vi possi [...] distender le braccia a guisa di crocifisso” (Decameron)
Le due forme risultano dunque equivalenti fin dalla loro prima apparizione, nonostante sia indubbio che, almeno fino alla metà del XIV secolo, le attestazioni di crocifisso (anche con grafia crocifixo) sono molto più numerose: nel Corpus OVI superano di gran lunga il numero di 500 contro le circa 48 occorrenze di crocefisso (crocefixo). Lungo i secoli il divario si accorcia ma non si annulla: tramite la ricerca avanzata di Google libri, infatti, rileviamo, tra il 1600 e il 2000, circa 255 testi che ricorrono alla forma in -e-, contro i 287 che si servono di crocifisso.
L’oscillazione tra le due forme risulta indipendente dai contenuti e dalle finalità delle varie opere e riguarda anche l’alternanza tra crocifiggere/crocefiggere e crocifissione/crocefissione, per le quali, però, non è facile stabilire quando si sia affermata la seconda forma. La costante preferenza per le forme latineggianti potrebbe anche spiegarsi con una sovrapposizione della conservazione della -i- latina (di quantità lunga in crucifīgĕre e crucīfixus) al fenomeno fiorentino, trasmessosi all’italiano, della chiusura in i di ĕ e ĭ brevi latine che precedono la vocale accentata (secondo il tipo dĕcembrem > dicembre, mĭnorem > minore).
Per quanto riguarda i repertori lessicografici, il Vocabolario degli Accademici della Crusca, dall’impressione del 1612 fino alla quinta incompiuta edizione dell’Otto-Novecento, lemmatizza soltanto crocifisso, mentre il GDLI Grande dizionario della lingua italiana (così come precedentemente il Tommaseo-Bellini) alla voce crocifisso segnala, tra parentesi e senza alcuna notazione, la variante crocefisso.
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