La figura di Suor Iride Conti emerge come un intelletto poliedrico, un osservatore attento della politica e della società, un politico meridionalista e uno studioso con una profonda connessione con il pensiero italiano, europeo e americano. Questo profilo si delinea attraverso le riflessioni dell'autore, che, pur non vantando un titolo accademico per discorrere di lei, offre un contributo basato sulla "contiguità toponomastica" e sull'osservazione diretta del contesto in cui Conti ha operato.
L'autore stesso riconosce la potenziale inattendibilità del suo scritto, data la sua vicinanza a temi come "Terracarne", "Terramossa" e "Terrascritta". Tuttavia, il suo intento non è quello di analizzare la studiosa in sé, ma piuttosto "la cosa studiata", ovvero i luoghi e i contesti che hanno plasmato il pensiero di Manlio Rossi-Doria, figura a cui l'autore dichiara di non essere uno studioso, ma con cui condivide una certa affinità di interessi e frequentazioni.
L'autore narra di aver visto Rossi-Doria alcune volte all'osteria del padre, giunto in tarda serata dopo comizi nella zona. Queste occasioni, durante le quali si discuteva animatamente di politica, sono ricordate con piacere. Rossi-Doria, accompagnato dai socialisti locali, rappresentava una figura di spicco nel dibattito politico del tempo. Sebbene l'autore non ricordi frasi specifiche o la voce di Rossi-Doria, il suo impatto si avverte nel tempo, influenzando le prime letture politiche dell'autore.
Il pensiero di Rossi-Doria: terra, Mezzogiorno e riforme
Il pensiero di Rossi-Doria è caratterizzato da concetti chiave come "terra dell'osso", una formulazione pensata per le zone interne del Mezzogiorno, in contrapposizione a quelle costiere definite della "polpa". L'autore suggerisce che questa distinzione, così come quella pronunciata nel 1944 tra "Mezzogiorno nudo" e "Mezzogiorno alberato", meriterebbe di essere riscoperta. Quest'ultima distinzione, in particolare, assume per l'autore anche un interesse estetico, paragonando il "Mezzogiorno nudo" al West cinematografico americano.
La figura di Rossi-Doria si lega indissolubilmente a quella di Carlo Scotellaro. L'autore esprime la sua impressione nel leggere della morte improvvisa di Scotellaro a soli trent'anni, per infarto, mentre lavorava a Portici su invito di Rossi-Doria. Questo legame porta l'autore a riflettere sulla propria paura dell'infarto, creando un triangolo emotivo e intellettuale fatto di "poesia, terra, infarto".
Le riflessioni si spostano sulla disperazione dei contadini, un tema che l'autore ha avuto modo di osservare anche recentemente in Calabria. Si interroga sulla natura della rabbia contadina, se sia maggiore per chi ha "pittato la luna" o per chi ha "sbarrato i portoni". L'autore si identifica con un desiderio di lavoro serio, animato da una "ribellione al conformismo del tempo", una ribellione "fredda; senza fumi, alimentata da un lavoro cocciuto e paziente".
Il ritiro dalla politica attiva è motivato dalla necessità di un "lavoro lento e lungo", una "politica del mestiere". L'autore sottolinea la difficoltà di cambiare la "dannata condizione umana dei contadini", che richiede uno sforzo ben maggiore di pochi anni o miliardi. La lezione fondamentale è che il lavoro deve essere fatto "coi contadini", e la "maledizione" di una riforma mal concepita risiede nel volerla attuare "senza i contadini".
Il lavoro, secondo Rossi-Doria, non è principalmente sovvertimento, ma costruzione, educazione, selezione, differenziazione, creazione di individui e varietà, individuazione di problemi e ricerca di soluzioni diverse, unione degli uomini nel rispetto della loro individualità.

Contesto e influenze culturali
L'autore rivela la sua ignoranza iniziale sull'origine romana di Rossi-Doria, autore de "la terra dell'osso", così come sull'origine valtellinese di Pasquale Saraceno e triestina di Danilo Dolci. L'unica certezza era l'origine torinese di Carlo Levi. In questo contesto, l'interesse primario dell'autore è "capir dentro a questo oscuro processo che vedo in atto nelle campagne", una frenesia di girare, vedere e prendere contatto con la terra, con il desiderio di tornare nel Mezzogiorno e visitare ogni paese.
Con questo frammento di una lettera all'irpino Guido Dorso, l'autore associa Rossi-Doria alla "paesologia". Vengono menzionate le cariche ricoperte da Rossi-Doria: consigliere di amministrazione dello Svimez, consigliere della Cassa di Mezzogiorno, senatore nel Partito Socialista italiano, testimonianza rara di onestà in posizioni importanti. Si sottolinea come il centro di specializzazione ricerche economico-agrarie di Portici da solo sarebbe valso la nomina a ministro dell'agricoltura, mai avvenuta.
Esperienze dirette e riflessioni
L'autore descrive la sua partecipazione a un evento, forse un "palio del grano", preceduto da una settimana di alfabetizzazione rurale. Arrivato il venerdì, ha parlato in un anfiteatro improvvisato con balle di fieno. Inizialmente scettico, pensando fosse una delle tante manifestazioni estive paesane, si è trovato invece immerso in una "festa contadina semplice e possente, un piccolo miracolo rurale".
Pur riconoscendo che l'idea di mettere persone a falciare il grano, pratica ormai in disuso, potesse sembrare una versione "alla buona di giochi senza frontiere", l'autore percepisce un senso profondo nell'evento. L'esperienza del "palio del grano" viene vista come un'eccezione alla "paesanologia", un mondo in fuga da se stesso. Rossi-Doria, lavorando "contromano" negli ultimi trent'anni della sua vita, si è dedicato a "frenare la rottamazione del mondo contadino".
L'autore ha assistito a Caselle in Pittari, nel Cilento, a qualcosa di "importante": i giovani organizzatori hanno assegnato un piccolo pezzo di terra a ciascun partecipante al corso. Nonostante molti dei presenti fossero tornati alle loro case, forse consegnati alla "tristezza dell'autismo di massa", "qualcosa è accaduto".
La conclusione è che "le persone quando stanno in una cerimonia che ha senso danno il meglio di loro stesse: l’ardore dei mietitori era commovente". Forse il disincanto e il cinismo sono solo una "polvere", e sotto di essi "c’è ancora qualcosa che luccica". L'autore propone di "aggiornare l’agenda del nostro nichilismo", suggerendo che potremmo essere "meglio di quello che pensiamo", più vicini a Rossi-Doria che a Craxi.

L'eredità di Rossi-Doria e la sua attualità
Viene ricordato l'arresto e il confino di Rossi-Doria a San Fele, non lontano dal paese dell'autore, accostandolo metaforicamente a Baudrillard. La passione di Rossi-Doria per il lavoro e la sua lontananza da un Sud "accidioso e amorale" sono elementi che colpiscono l'autore. Si riflette su chi lavora veramente in Italia oggi: la gente del mercato nero, le prostitute, i contadini, i preti e coloro che difendono posizioni acquisite.
Nonostante le precarie condizioni di salute, nel 1980 Rossi-Doria si recò in Irpinia e Basilicata per elaborare un piano di ricostruzione post-terremoto, un piano che non venne ascoltato. La sua "politica del mestiere" mirava a coniugare sviluppo economico, coesione sociale, salvaguardia ambientale e produttività, ma si è assistito invece a "acciaierie killer e spopolamento delle campagne". L'autore osserva che le idee migliori germogliano spesso quando chi le ha prodotte non c'è più.
Viene citato l'invito di Vandana Shiva: "I governi hanno fallito nel loro ruolo, la terra è l’unica salvezza, e va messa in mano a chi la coltiva. Invito i giovani a occupare la terra così come stanno occupando le piazze". Questo invito viene visto come un "seme gettato nel solco lungamente arato da Rossi-Doria", sottolineando la perdurante attualità del suo pensiero.