Introduzione al Salmo 92: Il Canto del Sabato
Il Salmo 92, noto anche come il "Salmo del sabato", risuona in modo particolare nelle tradizioni liturgiche. Già nella tradizione ebraica era il salmo dedicato a questo giorno di riposo, e così è rimasto in quella cristiana, recitato più volte nell'arco del settimo giorno. Il titolo stesso del Salmo 92 lo indica come il canto per il giorno del sabato; ancora oggi è cantato dagli Ebrei ogni Venerdì al tramonto, per celebrare l'ingresso dello Shabbat. Secondo l'attestazione del Talmud, era utilizzato nella liturgia del Sabato per la libazione del vino che accompagnava il sacrificio del primo agnello.
È prevalentemente un Salmo di ringraziamento, con motivi innici e sapienziali; una lirica gioiosa, musicale, piena di ottimismo, che annuncia l'amore e la fedeltà di Dio. Il nome del Signore (JAHWH) vi ricorre sette volte, numero simbolico che indica completezza e totalità. L'introduzione, ampia e solenne, si apre con l'aggettivo "buono", tradotto dalla Bibbia CEI con "bello".
In questo Salmo, si toccano emozioni di gioia, ringraziamento, timore del Signore e celebrazione. Nella bellissima poesia vediamo Dio al centro e noi come i suoi figli che godiamo dell'eredità.
La Lode e il Ringraziamento (vv. 2-5)
Il salmista inizia con una forte dichiarazione: "È bello celebrare l'Eterno, e cantare le lodi al tuo nome". Cantare al Signore, celebrare le Sue lodi con il canto, esprime tutta la gioia di essere alla Sua presenza, la gioia della salvezza. L'orante si propone di lodare il Signore, ringraziarlo e cantare per Lui un canto liturgico, accompagnandosi con i tradizionali strumenti musicali: arpa, lira, cetra. È bello/buono per lui rivolgersi all'Altissimo, titolo antico usato spesso nei Salmi per indicare la trascendenza divina, e vuole lodarlo ininterrottamente, annunciando al mattino il suo amore e proclamando lungo la notte la sua fedeltà.
“È bello rendere grazie al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo, annunciare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte, sulle dieci corde e sull’arpa, con arie sulla cetra” (vv. 2-4). Questa è una lode che facciamo da quando ci svegliamo a quando andiamo a letto. Non è un vincolo quando è permesso lodare il Signore. È possibile farlo in qualsiasi momento e in qualsiasi posto.
Sant'Agostino, che abbiamo imparato ad apprezzare come un commentatore acutissimo dei Salmi, scrive che quella del salmista che arpeggia sul salterio, ovvero sullo strumento a dieci corde, è un’immagine poetica - musicale per l’appunto - che rappresenta ogni uomo che con le sue mani compie opere buone. Del resto è attribuita sempre al grande vescovo di Ippona la proverbiale frase che “chi canta prega due volte”.
Il salmista dice che le lodi vengono tutta la giornata. Non dividiamo il nostro tempo in quando lodiamo il Signore e quando no. Certo cantare al mattino, appena alzati, la grandezza della Sua bontà, appare facile, ma cantare alla fine della giornata constatando la fedeltà con cui il Signore ci ha guardato dai pericoli, ci ha guidato sulla via del bene, ha dimostrato tutto il Suo amore, è cosa ancora più grande.
La disposizione d’animo ideale di chi inneggia a Dio, dall’alba al tramonto e pure durante la notte, è quella della lode, della gratitudine gioiosa per i benefici che riconosciamo il Signore elargisce continuamente alla nostra esistenza. L'amore e la fedeltà del Signore devono essere celebrati attraverso il canto liturgico.
“Perché mi dai gioia, Signore, con le tue meraviglie, esulto per l’opera delle tue mani. Come sono grandi le tue opere, Signore, quanto profondi i tuoi pensieri!” (vv. 5-6). L'orante a questo punto esplicita la causa della sua gioia e confessa che è motivata dalla contemplazione delle meraviglie che il Signore continua a compiere: sono le opere delle sue mani, già manifestate nella creazione e nella storia della salvezza del popolo, a costituire per lui motivo di grande esultanza; i pensieri di Dio, insondabili e sempre rivolti al bene, lo lasciano estasiato. Questa lode non è solo un’espressione della voce o delle mani, è una cosa che viene dal cuore, dal suo essere. Quando pensa alle opere del Signore, cioè l’eredità, lo scrittore è pieno di gioia e poi vengono fuori le lodi.
Le opere di Dio sono così grandi che bisogna includere altri strumenti o altri elementi per la lode e non solo la voce. E anche coinvolge in certi tempi gruppi di persone nel cantare insieme. Abbiamo gioia quando abbondiamo nella lode e nel ringraziamento a Dio. Lodare Dio ci dà grande gioia, che riempie il nostro cuore.

Il Contrasto: Giusti e Malvagi (vv. 6-9)
Sopraggiunge poi la parte in cui si pone lo sguardo su chi non è aperto all’azione di Dio e non beneficia, quindi, dello stupore rigenerante che essa suscita. Alle meraviglie di Dio e all’insondabilità dei suoi pensieri, il salmista contrappone la stoltezza dell’uomo che non riconosce il Signore e perciò agisce contro la sua legge; biasima la colpevole ignoranza o disconoscenza, da parte dello stolto, della condotta divina.
“L’uomo insensato non li conosce e lo stolto non li capisce: se i malvagi spuntano come l’erba e fioriscono tutti i malfattori, è solo per la loro eterna rovina”. (vv. 7-8). L'uomo insensato non comprende la grandezza di Dio descritta nel Salmo 92:5. La parola "insensato" (baʿar) è espressiva di comportamento simile a quello animale. Come un animale non mostra percezione o capacità analitica, così lo stolto non ha buon senso.
Qui viene aggiunta una considerazione ulteriore che appartiene da sempre al bagaglio della sapienza biblica: il male non viene dal Signore, ci inganniamo quando pensiamo che esso sia volontà di Dio. In realtà, molto più spesso, dovremmo riconoscere nelle ferite e nelle sofferenze degli uomini le conseguenze non solo del peccato originale, ma anche di quelle “strutture di peccato” - secondo un’espressione coniata da San Paolo VI - a cui tante situazioni sono riconducibili. Anche quando poi il male non è umanamente spiegabile, la lotta spirituale rispetto alle tentazioni di una razionalità tutta immanente dovrebbe indurci ad accettare la realtà, in tutta la sua drammatica dimensione, proprio come Gesù Cristo ha accettato l’abominio e la stoltezza della croce.
Il salmista si attarda a riflettere sulla vanità del successo passeggero dei malfattori, che è breve, vano e passa veloce; anche se sembra perenne, ha la durata effimera dell’erba, che al mattino fiorisce e germoglia, ma alla sera è falciata e dissecca. L'apparente successo dei malvagi è come un pendio piacevole che conduce verso il basso. Il favore di Dio verso l'uomo non deve essere conosciuto dalla prosperità esteriore; né la sua disapprovazione deve essere conosciuta dalle circostanze avverse in cui una persona può trovarsi.
L’eredità non è per tutti. Lo scrittore introduce lo stolto, l’uomo insensato, il malfattore. Lui o lei è una persona che non loda Dio. Magari ha una conoscenza di Dio ma sceglie di vivere per sé stesso/a. Per un tempo la sua vita sembra fiorire, ma la loro fine è la distruzione. La figura dell'empio è delineata con un’immagine vegetale: “se i malvagi spuntano come l’erba e fioriscono tutti i malfattori” (v. 8). Ma questa fioritura è destinata a inaridirsi e scomparire. Alla radice di questo esito catastrofico c’è il male che abita la mente e il cuore del peccatore. Pensando agli imperatori antichi, come quelli di Roma, che hanno conquistato paesi, costruito edifici grandi e avuto potere, vediamo che adesso i loro confini sono cambiati, i loro edifici in rovina, i loro pensieri non ricordati. La loro fine era la distruzione. La distruzione 'per sempre' è una porzione troppo terribile perché la mente possa realizzare.
Di nuovo poi, secondo un andamento che alterna lode a condanna, il salmista inneggia a Dio e proclama la sua giustizia escatologica, quella che quasi mai possiamo scorgere nella limitatezza della nostra storia: “ma tu, o Signore, sei l’eccelso per sempre. Ecco, i tuoi nemici, o Signore, i tuoi nemici, ecco, periranno, saranno dispersi tutti i malfattori” (vv 9-10). In contrasto con la fugacità dell’empio e la sua eterna rovina, l’orante ci fa contemplare Dio nella sua immutabilità eterna e trascendente. Siamo al vertice dell’inno: "Tu sei l’eccelso per sempre, o Signore!"
La Forza e la Protezione del Giusto (vv. 10-12)
Il salmo prosegue rinforzando in chiave ancora più personale la fiducia del credente che butta il suo cuore in Dio e riceve in cambio la sua potenza, scambio che permette di non inorgoglirsi perché consapevoli che la forza non è nostra, ma viene da lui. "Tu mi doni la forza di un bufalo, mi hai cosparso di olio splendente" (v 11).
Un’immagine icastica e di resa evidente. L’immagine del ‘corno’ evoca anche la metafora dell’‘olio,’ poiché l’olio veniva versato da un corno. L’immagine dell’olio, invece, non può non indurci a quello con cui siamo stati segnati nel giorno del nostro Battesimo, il crisma, che, infatti è strumento che serve per sfuggire alla presa del Nemico, proprio come avveniva nella lotta fisica di un tempo e per noi oggi spirituale. Dio stesso lo cosparge di olio splendente per renderlo come un atleta pronto al combattimento.
Origene commenta: “La nostra vecchiaia ha bisogno di olio. Come quando i nostri corpi sono stanchi, non si rinfrancano che ungendoli d’olio, come la fiammella della lucerna si estingue se non vi aggiungi olio: così anche la fiammella della vecchiaia ha bisogno, per crescere, dell’olio della misericordia di Dio. La misericordia di Dio è come olio che rigenera la vita dell’uomo: nella vecchiaia, nelle fatiche, nelle tenebre.
Il salmista ebbe la benedizione aggiuntiva di vedere il suo trionfo sui suoi nemici. Alla fine, Dio è determinato a distruggere coloro che si fanno Suoi nemici. Non è una debolezza permettere al male di continuare la sua opera di distruzione.

La Prosperità Duratura del Giusto (vv. 13-16)
“Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano; piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio. Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi, per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità” (vv 13-16). La figura del giusto è tratteggiata come un dipinto vasto e denso di colori. Anche in questo caso si ricorre a un’immagine vegetale. Non vi è la dimensione effimera, ma la solidità. E, inoltre, il giusto è piantato “nella casa del Signore” (la stabilità del tempio).
In contrasto con la miserevole fine degli empi e dei malfattori, l’orante descrive la floridezza del giusto; ricorre perciò a immagini del mondo vegetale e contrappone alla fioritura effimera degli empi, accennata nel v. 8, la fioritura duratura di chi è unito a Dio. Il giusto è come un albero verdeggiante, carico di frutti. I cedri del Libano erano noti per le loro dimensioni, forza, durata, bellezza e utilità. La palma è l’albero del quale si utilizza tutto; cresce diritto verso il cielo, porta foglie, fiori e frutto che Dio dal cielo può vedere ed apprezzare. In genere la palma vive da cento a duecento anni e porta frutto sino alla vecchiaia.
Quelli che sono piantati nella casa del Signore fioriranno nei cortili del nostro Dio. La casa di Dio, il luogo della Sua presenza, è il luogo dove i credenti sono sia piantati sia dove vivono continuamente e fioriscono. Porteranno ancora frutto nella vecchiaia. Non è la verdezza della giovinezza perpetua, ma la freschezza dell’età senza sterilità.
Il frutto non è abbondanza materiale, avere tanti soldi o una bella vita su questa terra. Il frutto è spirituale. Il frutto è essere usati da Dio per aiutare altri a conoscere Cristo di più. Per annunciare quanto è retto il Signore. Questo è il motivo per cui il popolo di Dio vive in un modo benedetto che dà onore e attenzione a Dio (portare frutto).
La preghiera si conclude con una sorta di incoraggiante profezia o semplice visione: quella di chi arriva alla vecchiaia con l’umile e sana consapevolezza che la roccia della sua vita è stato il Signore e che solo lasciando a lui la guida del cammino si è potuto “restituire” frutti di bene offerto e ricevuto. La salvezza non è una cosa da tenere solo per noi. Non è una cosa che rimane dentro questa sala. È una cosa da portare fuori. Egli è la mia roccia, e non c'è ingiustizia in Lui.

L'Eredità Divina: Inizio e Compimento
In questo salmo, lo scrittore canta dell’eredità di Dio, cioè le opere delle Sue mani. Nella lode scopriamo questa eredità di Dio. Ma questa eredità non è per tutti. L’eredità è riservata ai figli di Dio.
L'Eredità si Scopre nella Lode (vv. 1-5)
Il salmo comincia subito con le lodi al Signore. È un atteggiamento di cui lo scrittore non può fare a meno. La lode è il modo di scoprire l’eredità da Dio, le grandi opere del Signore. Queste opere riflettono il Suo carattere e la Sua grandezza. In questi primi cinque versetti, possiamo seguire la guida dello scrittore. "Il mattino e la notte" (vv. 2) indicano che le lodi vengono tutta la giornata. "Lira e dieci corde, sulla cetra, l’arpa" (vv. 3) mostrano che le opere di Dio sono così grandi che bisogna includere altri strumenti o altri elementi per la lode e non solo la voce. "Rallegrato con tutto il cuore" (vv. 4) esprime un rapporto molto personale e intimo con Dio. La lode non è solo un’espressione della voce o delle mani, è una cosa che viene dal cuore, dal suo essere. Questo ci porta la gioia e rallegra il cuore. Nella lode scopriamo questa eredità di Dio.
L'Eredità non è per Tutti (vv. 6-9)
Nella seconda sezione, dal versetto 6, lo scrittore introduce un altro personaggio, lo stolto, l’uomo insensato, il malfattore. Lui o lei è una persona che non loda Dio. Magari ha una conoscenza di Dio ma sceglie di vivere per sé stesso/a. Per un tempo la sua vita sembra fiorire, ma la loro fine è la distruzione. Lo scrittore usa la metafora dell’erba, che cresce bene nella primavera germogliando subito ma nel caldo dell’estate, muore immediatamente. Fratelli e sorelle, c’è anche un avvertimento qui: anche se non siamo stolti - siamo figli di Dio, sicuri in Cristo -- c’è ancora la tentazione di vivere come loro. C’è la trappola di non lodare Dio e invece cercare il “10 e lode” per noi. È anche buono per noi ricordare la fine degli stolti, la fine degli empi.
L'Eredità Inizia Oggi e si Completa Domani (vv. 10-15)
Nella terza sezione, lo scrittore descrive come inizia l’eredità -- in abbondanza e con stabilità. La frase, “mi dai la forza del bufalo (vv. 10)” parla non solo dell’abbondante energia di fare cose per Dio ma anche dell’onore di far parte della famiglia di Dio. L’essere cosparso con olio dà l’immagine della ricchezza della terra. L’eredità di Dio inizia in modo abbondante. Questa sezione parla anche di come l’eredità inizia con la sicurezza. Quando è scritto che siamo come piante che sono piantate nella casa di Dio significa che Dio si prende cura di noi. Siamo suoi. E le sue opere continueranno a nostro beneficio. L’eredità inizia oggi con l’abbondanza e la sicurezza e l’eredità si completa domani. È cominciato da Dio e Dio lo porterà ad un buon fine. In un senso, è un già ma non ancora. È già benedetto ma il meglio deve ancora arrivare. Oggi forse non c’è frutto sulla palma ma domani ci sarà. Oggi, il cedro è piccolo ma domani diventerà grande. Ci vuole tempo. Ancora non vediamo la fine, ma ci fidiamo che Dio completerà l’eredità. Lo scrittore riconosce questo fatto quando usa parole come “bontà” del Signore e “fedeltà” del Signore (vv. 2). La bontà del Signore è il far parte della Sua eredità. La fedeltà del Signore è il rimanere nella Sua bontà.
Le due piante menzionate: la palma e il cedro. Queste sono piante che sono sempre verdi nonostante la stagione - caldo, freddo, pioggia, siccità ma anche dall’inizio fino alla maturità - sempre verdi, sempre crescenti. Sono l’opposto dell’erba menzionata prima. Il “non ancora” viene quando la palma fiorisce e quando il cedro cresce. Dio non ci ha abbandonati-no -- infatti è l’opposto, ci fa crescere. Abbiamo iniziato con l’abbondanza e la sicurezza di Dio e Dio porterà a termine quanto ha iniziato.
Riflessioni Liturgiche e Teologiche
Nel titolo, il Salmo 92 è indicato come il canto del Sabato; in effetti, ancora oggi è cantato dagli Ebrei ogni Venerdì al tramonto, per celebrare l’ingresso dello Shabbat. È un filone di preghiera che sembra non interrompersi mai. L’amore di Dio deve essere esaltato al mattino, quando inizia la giornata, ma anche durante il giorno e lungo lo scorrere delle ore notturne: “annunciare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte” (v. 3).
Al centro del salmo si erge solenne e grandiosa la figura del Dio altissimo ed eccelso (i due termini usati per identificare il volto di Dio). Attorno a Dio si delinea un mondo armonico e pacificato. Davanti a lui è collocata la persona del giusto che, secondo una concezione cara all’Antico Testamento, viene colmato di benessere e di gioia come conseguenza della sua vita onesta. Tutto il salmo è costituito da un intenso appello alla lode, al gioioso canto di ringraziamento, alla festosità della musica, scandita dalle dieci corde, dall’arpa e dalla cetra. L’amore e la fedeltà del Signore devono essere celebrati attraverso il canto liturgico.
Il Signore ci viene presentato come un re potente, il cui trono è saldo «da sempre»: «Dall’eternità tu sei». Esso ci ricorda le parole dell’angelo Gabriele a Maria, nell’annuncio della venuta del Messia. Il salmista loda il Signore per la maestà manifestata nella creazione: «Alzarono i fiumi la loro voce, alzarono i fiumi il loro fragore». Ma la potenza di Dio supera anche quella di ciò che ha creato: «Più potente dei flutti del mare… è il Signore». E Gesù adempì questa parola quando calmò la tempesta nel mare. Nello stesso modo egli può calmare ogni nostra tempesta interiore, se abbiamo fede in lui. Infatti il salmo conclude esortandoci a confidare nelle parole del Signore, perché «degni di fede» sono i suoi insegnamenti.
Questa è una buona abitudine da avere, di aprire e chiudere la giornata pensando a Dio e lodandolo. Al mattino, quando ci alziamo, è buono fermarci a meditare e lodare Dio per la sua benignità. Pensiamo anche all’opera più bella, l’opera redentiva quando Gesù è venuto sulla terra - non per vivere ma per morire poi risorgere. Nel nostro peccato, abbiamo offeso Dio e si è allontanato. Ma nella Sua grazia, ha provveduto un modo per la riconciliazione. Questo ci porta la gioia.