Le prime due settimane di maggio a Ciminna offrono uno spettacolo che può essere paragonato al finale di un gioco d’artificio. Il verde scuro del grano si mescola al lilla delle spatuliddi (gladiolo selvatico), mentre la fluorescenza color vinaccio della sulla prevale sul verde della pianta. Distese di margherite gialle e rossi papaveri gareggiano per dominare i terreni incolti. Mentre la vista è abbagliata da questi colori, l’udito è assediato dal ronzare di parpagghiuna e catarineddi (insetti e coccinelle), dal gracidare di ciavuli (gazze) e dal suono delle motozappe, con cui i contadini preparano il terreno per la semina degli ortaggi estivi. L’aria è satura di un profumo indescrivibile a parole, arricchito dal sapore di una piccola mandorla appena raccolta. Anche un semplice forestiero, che cerca ristoro bevendo acqua da una fontanella, viene subito rapito dallo spettacolo caotico e ordinato che lo circonda: grandiose luminarie, bandiere gialle e rosse che spuntano dai balconi adorni di petunie, viole, rose, gerani, calle e gigli. Le massaie sono intente a pulire il tratto di marciapiede di loro pertinenza, mentre un gruppo di bambini, con una scatola di cartone "Parmalat" trasformata in fercolo e un’immagine sacra, simulano ciò che avverrà nei giorni a seguire: la festa e la processione del Santissimo Crocifisso.

Le Origini della Devozione: Il Miracolo del 1623
La prima domenica di maggio Ciminna celebra il suo Crocifisso, o come lo chiamano gli abitanti, “u Patri di razzi” (Padre di grazia). Questo appellativo è significativo, poiché per i ciminnesi il Crocifisso è fonte inesauribile di ogni bene. La devozione si rafforzò a partire dal 1623, quando il Santissimo Crocifisso manifestò la sua misericordia e bontà al popolo devoto attraverso una serie di segni e miracoli. La festa del SS. Crocifisso, che si celebra la prima domenica di maggio, commemora la prima processione avvenuta più di trecento anni fa.
Per risalire alle origini di tale devozione, è necessario tornare indietro nel tempo fino al XVII secolo, periodo in cui il Manzoni ambienta i suoi Promessi Sposi. Ciminna era allora una fervente e popolosa cittadina, come testimoniato da una pregevole tela del 1625 e dal diario del ciminnese Don Santo Gigante. Don Santo Gigante, vicario foraneo e dottore in Sacra teologia, non solo fornisce un quadro dell’andamento demografico negli anni 1620-1660, ma è anche un instancabile testimone delle manifestazioni miracolose, che egli documenta nella sua Historia della miracolosa immagine del SS. Crocifisso.
Secondo quanto scrive Don Gigante, nel 1623 un certo Bartolo Caiazza fu assassinato. Il mattino seguente, presso il suo domicilio si raccolsero religiosi, clero e confraternite, inclusa quella di San Giovanni Battista, che aveva come insegna il Crocifisso. Avviato il corteo funebre, il giovane che portava l’immagine non riuscì a sollevarla da terra, né a staccarla dal muro, finché il cadavere non fu seppellito. Da allora, l’immagine venne collocata su un altare della chiesa di San Giovanni Battista.
La Prima Processione Miracolosa del 1651
La devozione verso il Crocifisso continuò a crescere, e il 14 maggio del 1651 si decise di organizzare una processione. Fu proprio in questo giorno che si verificarono numerose manifestazioni miracolose: storpi camminarono, ciechi acquistarono la vista e molte furono le guarigioni da ernie inguinali. Quando si decise di portare in processione per le vie del paese il Crocifisso, persino l’itinerario venne stabilito dalla Sacra Immagine stessa, che in certi tratti sfuggiva dalle mani dei portatori. Il 1651, quindi, rappresenta per questa piccola cittadina una data di rilievo, una pietra miliare nella storia della sua vita religiosa. Da allora, gli elementi essenziali di quella prima processione, con poche varianti, si ripetono costantemente ogni anno, e la devozione dei fedeli diventa sempre più forte, tanto che non si può più immaginare Ciminna senza volgere il pensiero al suo Crocifisso nero.

L'Ottavario: Nove Giorni di Devozione
I festeggiamenti hanno inizio il primo maggio con l’apertura dell’ottavario, un periodo di otto giorni di culto dedicato al Santissimo Crocifisso. Ogni giorno vengono celebrate due Messe: una al mattino e una solenne la sera. Quest’ultima è solitamente presieduta da un predicatore invitato appositamente per l’occasione, che nelle sue omelie medita sul sacrificio del Calvario o su temi affini. La chiusura dell’ottavario avviene l’otto maggio.
Il "Viaggiu" delle Donne
Già dalle prime luci dell’alba del primo giorno dell'ottavario, si possono notare gruppi di donne che, partendo dalla chiesa di San Giovanni, compiono “u viaggiu”. Spesso a piedi scalzi, con in mano la corona del rosario e nell’altra una lunga candela accesa detta torcia, percorrono il medesimo tragitto della processione, pregando. Questo “viaggiu”, essendo soprattutto “cose di donne”, è meglio compreso attraverso le parole di un’anziana signora: «U viaggiu u fannu i fimmini e raramenti l’omini. Veni fattu pì prummisioni oppure sulu pi divuzioni. A prummisioni po essiri o picchi cci fici a razia o picchi l’aspetta. A secunnu i casi u viaggiu u po’ fari pi tutti ottu iorna o pi tutta a vita». Si accompagnano queste preghiere con canti come: «E decimila voti aruramu lu Redenturi (ventimila, trenta mila, fino a cinquantamila o centomila)».

Durante i giorni dell’ottavario, la chiesa rimane aperta al pubblico da mattina a sera ed è meta di continui pellegrinaggi, chiamati anch’essi “viaggiu”. Fino a qualche anno fa, l’Immagine era nascosta alla vista dei fedeli per tutto l’anno e concessa alla devozione solo per questa occasione e per altre rare circostanze, per cui era in uso tra il popolo dire “u Signuri è apertu”.
Il Giorno della Festa: Sabato e Domenica
L’approssimarsi della festa è annunciato alla vigilia dal giro dei tamburi con lo stendardo per le vie del paese. La festa vera e propria ha inizio il sabato pomeriggio con lo sparo dei mortaretti, chiamato "Entrata" perché segna, appunto, l’ingresso nel momento festivo. Terminati gli spari, inizia dalla piazza Umberto I il giro del corpo bandistico locale “Giuseppe Verdi” per le vie del paese.
L’indomani, il giorno di festa è annunciato dallo sparo di fuochi d’artificio che prende il nome di "Alborata". Sin dal primo mattino è già allestita la fiera, dove numerosi commercianti sono pronti a vendere la propria mercanzia: attrezzi per il lavoro agricolo, utensili vari, ma anche animali come galline, tacchini e un tempo anche muli, cavalli, pecore e capre.

La Messa Solenne e la Traslazione del Crocifisso
Uno dei momenti più attesi dalla popolazione è la Messa Solenne celebrata alle ore 11:00 nella chiesa di San Giovanni. È un momento particolarmente sentito perché, da una decina d’anni a questa parte, alla traslazione del Crocifisso dalla croce di legno alla croce d’argento da porre sul fercolo possono partecipare tutti, mentre prima tale prassi si svolgeva in una stanza angusta e di capienza limitata. Subito dopo la messa, la chiesa, invece di svuotarsi, si riempie all’inverosimile per assistere all’evento: le tre navate diventano un tappeto di teste, i giovani si arrampicano sulle colonne e molti salgono sui gradini degli altari laterali.
Allora il sacrista, il parroco e altri sacerdoti salgono, servendosi di una scaletta posta dietro l’altare maggiore, nella nicchia che custodisce la preziosa immagine. Giunti là, chiudono la grande cancellata di ferro. Dopo pochi minuti, il tempo di staccare il Crocifisso dalla parete, il cancello si spalanca e immediatamente si ode un boato simile a un tuono: applausi, suono di campane interne ed esterne alla chiesa, fuochi d’artificio, gente che grida invocazioni e il coro che canta.
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"A Furriata ri Torci": La Sfilata dei Cavalieri
La gente torna a casa per il pranzo, mentre gli organizzatori si preparano per “A furriata ri torci”, ossia il giro delle torce. Questa consiste in una sfilata per le vie principali del paese che ha come traguardo lo spiazzale antistante la chiesa di San Giovanni. A questo corteo partecipano, montando i rispettivi animali, tutte le persone che possiedono cavalli o pony. La sfilata ha come punto di partenza a Pircalora, la piazza Alcide De Gasperi, da cui i partecipanti cominciano a marciare già a partire dal primo pomeriggio. Il corteo è aperto dai pony, poi dai cavalli, seguiti dalle Retine. Durante il percorso, la banda musicale si unisce alla sfilata, trovando collocazione alla fine del corteo, mentre lo stendardo con i tamburi lo apre.

Cuore della manifestazione è la Retina. La Retina è una sequenza di sette muli, legati uno all’altro, e guidata da un uomo che cavalca il primo animale. Quest’uomo, oltre a guidare la serie di animali percorrendo le vie del paese, lancia alla persone posizionate davanti ai loro usci o sui balconi dei “cuppiteddi” (sacchetti contenenti confetti, caramelle, cioccolatini). I Retini solitamente sono due, una detta “patronale” e l’altra detta del “comitato”. La differenza sta nel fatto che quella “patronale” è interamente finanziata da un privato, mentre quella del “comitato” è pagata dal comitato organizzatore della festa, e la persona che monta la Retina ha solo il compito di “inchiri i cuppitedda”, riempire i coppettini (ossia, si fa carico di preparare e distribuire i doni). In quella “patronale”, inoltre, la persona doveva cercare i “robbi”: capistu, campani, cianciani e mantellina per addobbare i muli.
La retina è formata da sette muli, di cui il primo è occupato dal “guidatore”. Dal secondo al quarto i muli sono carichi di frumento, il quinto di avena, mentre il sesto e il settimo di crusca. Gli ultimi due sono carichi di crusca perché, essendo questa molto leggera, permetteva alle ultime bestie, che dovevano girare più dei “colleghi”, una maggiore agevolezza e una minore fatica. Fino a qualche decina di anni fa chi faceva la Retina era a volte fautore di una serie di acrobazie.

Il Corteo Antico e il Valore del Frumento
Ben diverso era anticamente il corteo che si svolgeva prima di arrivare in piazza San Giovanni. La parata era inaugurata sempre dallo stendardo accompagnato dai tamburi, ma a questi si univa la “Bifaredda”, uno strumento a fiato simile al flauto, dal suono acuto, che accompagnava il rullare degli strumenti a percussione. Per questa ricorrenza i suonatori erano soliti eseguire una performance musicale che serviva da accompagnamento al ballo dello stendardo. Il corteo poi, era composto da due file di muli poste ai bordi delle strade. I muli, carichi di frumento, erano montati dai loro rispettivi padroni che per devozione tenevano in mano una torcia, ossia una composizione cilindrica di fiori di carta o freschi, dalla cui estremità pendevano nastri colorati e alla quale raramente poteva essere attaccata della carta moneta che sostituiva il grano. A cavalcare il mulo erano uomini che chiedevano una grazia o scioglievano una “prummisioni” (promessa): per la partenza di una persona cara, la nascita di un figlio, per cui si era in uso dire “ci â fari a torcia”.
La presenza del frumento è giustificata dal baratto ancora in uso all'epoca, per cui il possesso di questo prezioso cereale era motivo di ricchezza ma soprattutto dava la possibilità di sfamarsi, in un’epoca in cui il pane e la pasta erano elementi base ed essenziali del sostentamento e la loro mancanza motivo di difficoltà e disperazione per interi nuclei familiari. Tenuta presente questa considerazione, è facile decifrare l’espressione dialettale “a festa si facia cu furmentu”. Si può immaginare l’emozione del capofamiglia che preparava e montava la bestia per questo pellegrinaggio, i suoi occhi gonfi, la sua mente e il suo cuore carichi dei desideri suoi e di tutta la cerchia familiare: di trepidazione e speranza se la torcia era di richiesta, di sollievo se la precedente richiesta e invocazione era stata accordata. Un uomo con la forza e la fierezza di un padre che sta andando a parlare con un Padre che, si è certi, capirà e comp-patirà ogni cosa.
Oggi la scomparsa dei muli a Ciminna ha portato alla trasformazione di tutto questo. I “robbi”, cioè la bardatura, montata sui muli era di proprietà delle famiglie, realizzata di proposito, utilizzata solo per quest’occasione e tramandata di generazione in generazione, come avviene nella comunità per altro vestiario di carattere religioso. A seguire prendevano posto le Retine, diverse per numero e allestite anche per “prummisioni”. La scelta dei muli per la composizione della sequenza era occasione di un lungo preparativo. I muli venivano scelti e prenotati tra le migliori bestie del paese e provati se necessario per vedere come procedevano, mentre per il proprietario che vedeva il proprio animale all’interno della Retina era occasione di vanto e di orgoglio. Anche le bardature venivano scelte e accoppiate tra le più belle in possesso dalle famiglie, e la richiesta del loro prestito avveniva con largo anticipo. I “cuppiteddi”, un tempo realizzati in stoffa, contenevano meno varietà di prodotti anche se non meno costosi e preziosi: mandorle e ceci caliati (tostati), vivilla (cannellina), e qualche confetto. L’offerente poteva donare, oltre ai doni lanciati al popolo, l’intero carico dei muli.

Infine, un altro momento molto atteso dalla popolazione, un tempo, era la corsa dei cavalli, gareggiata nei giorni da sabato a domenica.
La Processione della Domenica Sera
Terminata “A furriata ri torci”, la gente ha giusto il tempo di fare una passeggiata nel corso principale e dopo una frettolosa cena corre per partecipare alla processione. Questa pratica devozionale, considerata il momento più bello della festa, ha inizio verso le 21:00. Un buon ciminnese, infatti, non può mancare alla “nisciuta” (uscita del fercolo dalla chiesa).
La processione è aperta dallo stendardo e dai tamburi, cui seguono centinaia di uomini, ma soprattutto donne, con un cero in mano e a piedi scalzi: “fannu u viaggiu”. Di seguito, avanti al clero, viene portata in processione la statua di San Giovanni Battista. I portatori del Santo sono solitamente degli adolescenti che ogni tanto, oltre a gridare le invocazioni, modificando dove dovuto il nome del Cristo con quello di San Giovanni, gridano un’intercessione del genere: «e cu sta niscennu chiddu cchiù nicu o chiddu cchiù granni», rispondono gli altri: «viva san Giuvanni». Dietro il simulacro del “Precursore di Cristo”, segue poi il clero e il gagliardetto. Il simulacro del Cristo è portato a spalla dai portatori vestiti di bianco con una cinta rossa ed è preceduto da un uomo con una coppa d’argento contenente l’incenso fumante.
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La Chiesa di San Giovanni Battista: Custode della Fede
La chiesa di San Giovanni Battista dà il nome al quartiere dove sorge. La sua storia è legata a quella del Santissimo Crocifisso custodito al suo interno. Anticamente era una piccola chiesa con un piccolo oratorio annesso dedicato a San Giovanni Battista. L’attuale chiesa, di stile tardo barocco, ha una magnifica facciata con tre porte d’ingresso, con un portale a colonne tortili e altri elementi stilistici che la fanno attribuire per tradizione a Paolo Amato, architetto del Senato palermitano, nato a Ciminna il 24 gennaio 1634 e morto a Palermo il 3 luglio 1714. La chiesa si presenta a pianta basilicale a tre navate divisa da due file di cinque colonne. Il presbiterio contiene un vano che ospita il Santissimo Crocifisso. All’interno sono presenti opere dal XV al XVIII secolo, in particolare il citato Crocifisso ligneo, databile attorno alla metà del XV secolo, di autore ignoto.

La Processione di Ritorno
La sera del lunedì ha luogo la processione di ritorno, che sosta davanti all’edicola votiva costruita nel luogo del primo miracolo avvenuto nel 1623.
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