Nel libro di Isaia, in particolare nei capitoli 58 e 59, si trovano elementi tipici del TritoIsaia che evidenziano una forte continuità con il suo predecessore. Questi elementi, di grande importanza, avranno una notevole influenza sia nel Nuovo Testamento sia nell’evoluzione della spiritualità. Gli eventi salvifici fondanti dell'esperienza di fede di Israele, a poco a poco, si trasformano in costituenti della sua identità o in veri e propri schemi esistenziali. La meditazione su questi passaggi ci porta al paradigma del cosiddetto esodo-sul-posto.
Il Paradigma dell'Esodo-Sul-Posto e il Vero Digiuno
Come già il DeuteroIsaia, anche il TritoIsaia presenta la tematica di un nuovo esodo. Egli si rivolge contemporaneamente sia agli esiliati che devono tornare da Babilonia, sia a quelli che sono già nel loro paese, avendo a cuore la sorte di Gerusalemme e dei suoi abitanti. L'esperienza spirituale giudeocristiana, la vita e il mistero stesso di Gesù Cristo, è scandita da tre momenti fondamentali: uscire (dall’Egitto, dal peccato, dal servaggio, dalla malattia, da se stessi), passare (per il deserto, per la conversione, per la guarigione, per la riconciliazione), e entrare (nella patria, ossia nel volere e nella comunione del Padre). Di questo esodo-sul-posto, l'oracolo sul vero digiuno in Isaia 58:1-7 offre un esempio significativo.
I giorni di digiuno all’epoca dell’esilio riguardavano gli anniversari relativi all’assedio e alla caduta di Gerusalemme, e alla distruzione del Santuario. Alla fine dell’esilio, il profeta pone una domanda cruciale: possono avere ancora un senso questi giorni di digiuno, e quale? Il profeta suggerisce che potrebbe non essere più il tempo del digiuno formale. Il vero problema, secondo lui, risiede nel conflitto di due volontà o "desideri" (hepes): gli uomini affermano di "ricercare Dio, desiderano conoscere le sue vie, desiderano la vicinanza di Dio", ma nel giorno di digiuno curano i propri desideri. In altre parole, il popolo presenta aspirazioni religiose che tendono a tacitare la loro coscienza rispetto al desiderio profondo di Dio, a ciò che Egli veramente sceglie, ovvero un esodo che allontani dall’ingiustizia.

La Critica all'Ipocrisia e il Digiuno Apparente (Isaia 58:1-5)
Il profeta Isaia, fin dai primi versetti del capitolo 58, evidenzia la contraddizione tra le pratiche religiose esteriori e la reale condizione spirituale del popolo. Dio stesso, attraverso Isaia, mette in luce l'impegno apparente del popolo: "Mi cercano ogni giorno e desiderano conoscere le mie vie, come una nazione che pratichi la giustizia e non abbandoni la legge del suo DIO, mi chiedono dei giudizi giusti e desiderano avvicinarsi a DIO" (Is 58:2). Nonostante questo zelo, il popolo si lamenta: "Perché abbiamo digiunato, e tu non l’hai visto? Perché abbiamo afflitto le nostre anime, e tu non l’hai notato?" (Is 58:3). Questo mostra una convinzione errata di meritare le benedizioni divine basandosi su sacrifici esteriori.
Dio rimprovera la loro ipocrisia, sottolineando che "nel giorno del vostro digiuno voi fate ciò che vi piace e costringete a un duro lavoro i vostri operai. Ecco, voi digiunate per liti e dispute, e per percuotere empiamente col pugno. Digiunando come fate oggi, non fate udire la vostra voce in alto" (Is 58:3b-4). Il digiuno che Dio chiede non è un mero atto di afflizione esteriore ("Piegare la testa come un giunco e distendersi su un letto di sacco e di cenere?" Is 58:5), ma una vita di fede vissuta nella giustizia.
Il Vero Digiuno Gradito a Dio: Giustizia e Carità (Isaia 58:6-7)
Il cuore del messaggio di Isaia 58 risiede nei versetti 6 e 7, che definiscono il "vero digiuno". Questi versetti descrivono azioni che non sono presupposti per essere accettati da Dio, ma piuttosto il frutto di un cuore umile e di una fede genuina. "Il digiuno di cui mi compiaccio non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?" (Is 58:6). Questo elenco di comportamenti riguarda quasi interamente le relazioni con gli altri, evidenziando che un rapporto giusto con Dio si manifesta attraverso un trattamento giusto e compassionevole verso il prossimo.
- Spezzare le catene della malvagità: Significa smettere di agire con malvagità in qualsiasi forma.
- Sciogliere i legami del giogo: Riguarda l'oppressione dei più poveri o deboli da parte dei più forti. Dio richiede un cuore che si preoccupi per queste persone.
- Rimandare liberi gli oppressi: Si riferisce a coloro che sono oppressi da varie situazioni, inclusa la povertà spirituale o l'emarginazione sociale.
- Spezzare ogni giogo: Può significare liberarsi dai gioghi delle false religioni, delle tradizioni che sostituiscono la verità di Dio, della superstizione o della paura dovuta alla non conoscenza di Dio.
Il profeta continua: "Non consiste forse nel rompere il tuo pane con chi ha fame, nel portare a casa tua i poveri senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza trascurare quelli della tua stessa carne?" (Is 58:7). Queste azioni vanno oltre la mera elemosina, richiedendo un coinvolgimento personale e una vera cura per i bisognosi:
- Rompere il tuo pane con chi ha fame: Aiutare i poveri materialmente, ma anche condividere la propria vita con loro.
- Portare a casa tua i poveri senza tetto: Richiede l'apertura della propria casa e del proprio cuore, superando il semplice donare denaro o tempo.
- Vestire chi è nudo: Riconoscere e provvedere ai bisogni fondamentali.
- Non trascurare quelli della tua stessa carne: Un principio cruciale che sottolinea l'importanza di adempiere a tutti i comandamenti di Dio. L'aiuto ai poveri non deve escludere la cura della propria famiglia, poiché i comandamenti divini non si contraddicono mai. Un ipocrita, agendo per essere visto, potrebbe trascurare la propria famiglia, la cui cura è meno visibile agli occhi degli altri.

Le Benedizioni del Vero Digiuno (Isaia 58:8-12)
Quando si cammina umilmente davanti a Dio, per fede, portando il frutto di queste azioni giuste, si conosceranno le benedizioni divine. "Allora la tua luce irromperà come l’aurora e la tua guarigione germoglierà prontamente, la tua giustizia ti precederà e la gloria dell’Eterno sarà la tua retroguardia. Allora chiamerai e l’Eterno ti risponderà, griderai ed egli dirà: Eccomi!" (Is 58:8-9).
Questa "cura" di Dio è onnicomprensiva, non solo fisica o materiale, ma soprattutto spirituale, includendo corpo e anima. Essa può anche comprendere prove necessarie per conformare il credente all'immagine di Gesù Cristo. La perfetta cura di Dio non significa assenza di difficoltà, ma la gestione divina di ogni situazione per portare grandi benedizioni eterne. "La tua giustizia ci precederà e la gloria dell'Eterno sarà la tua retroguardia" significa che Dio protegge e guida chi cammina umilmente per fede.
Le benedizioni continuano: "Se tu togli di mezzo a te il giogo, il puntare il dito e il parlare iniquo, se provvedi ai bisogni dell’affamato e sazi l’anima afflitta, allora la tua luce sorgerà nelle tenebre e la tua oscurità sarà come il mezzogiorno" (Is 58:9b-10). Rimuovere il giogo significa smettere di controllare gli altri per i propri interessi. Il puntare il dito e il parlare iniquo si riferiscono a critiche, attacchi e prepotenze. Provvedere all'affamato e saziare l'anima afflitta va oltre l'elemosina, implica prendere a cuore la persona e dedicarvisi pienamente. Un cuore concentrato su Dio porterà a una luce che sorgerà nelle tenebre, rendendo l'oscurità come il mezzogiorno.
"L’Eterno ti guiderà del continuo sazierà la tua anima nei luoghi aridi e darà vigore alle tue ossa, tu sarai come un giardino annaffiato e come una sorgente d’acqua le cui acque non vengono meno. I tuoi riedificheranno le antiche rovine, e tu rialzerai le fondamenta di molte generazioni passate; così sarai chiamato il riparatore di brecce, il restauratore dei sentieri per abitare nel paese" (Is 58:11-12). Queste sono potenti immagini di benedizione: la persona fedele sarà ristorata, fortificata, e diventerà fonte di vita e di rinnovamento per la comunità. Gran parte di questo passo riguarda Israele in senso materiale, ma è anche un tipo di ciò che riguarda i credenti a livello spirituale, come "pietre viventi" che Dio sta edificando in un tempio vivente.
Il Significato del Sabato (Isaia 58:13-14)
Il testo di Isaia 58 prosegue con la considerazione del sabato, che nel contesto dell'esodo-sul-posto assume un significato profondo. "Se tu trattieni il tuo piede dal violare il sabato e dal fare i tuoi comodi nel mio giorno santo, se chiami il sabato una delizia, il giorno sacro all’Eterno un giorno glorioso, se lo onori astenendoti dal seguire le tue vie, dal fare i tuoi comodi e dal pronunciare vane parole, allora troverai la tua delizia nell’Eterno" (Is 58:13-14). Sebbene l'osservanza del sabato fosse un comandamento centrale per i Giudei, Isaia ne amplia la portata, mostrandola come un'opportunità per l'uomo di uscire da sé stesso, rinunciando ai propri desideri e trovando il proprio diletto nell'Eterno.
L'osservanza esteriore del sabato rifletteva la condizione del cuore. Durante l'esilio, il sabato aveva acquisito grande importanza attraverso la frequentazione della sinagoga e la lettura della Torah, segnando un tempo gratuito interamente dedicato a Dio. Sebbene oggi non siamo più sotto la legge del sabato come comandamento, i principi di fondo rimangono validi: ogni giorno appartiene al Signore. Il comandamento di cercare per primo il regno e la giustizia di Dio implica che si pensi alla sua gloria prima dei propri affari o problemi. Trovare il diletto nell'Eterno significa amare Dio con tutto il cuore, l'anima, la mente e la forza, portando gioia e una meravigliosa eredità celeste.
Il Peccato e la Necessità della Conversione (Isaia 59)
L'attacco del capitolo 59 riporta ad un oracolo del DeuteroIsaia (50,2): la salvezza promessa tarda perché le realizzazioni del ritorno dall'esilio sono modeste. Molti esiliati preferirono rimanere in Babilonia, e a Gerusalemme rifiorivano idolatria e sincretismo. La delusione era grande, e Dio sembrava lontano. Il profeta indica chiaramente nei peccati del popolo la causa che lo "separa" (Is 59:2) dal Signore e nasconde il suo volto. La responsabilità umana nella relazione con Dio è centrale. Il peccato impedisce l'accesso al Tempio e la capacità di accogliere la luce divina, diventando trasparenza e testimonianza di un modo di vivere ordinario e quotidiano, non una mistica esperienza distante.
La seduzione al peccato secondo la Bibbia #bibbia #peccato
L'elenco dei peccati (Is 59:3-4 e 6b-7) sfocia in uno sviamento generale, un'anarchia morale (Is 59:8). Il male commesso è fecondo, producendo "uova velenose", ed è produttivo come un artigiano che tesse "ragnatele" anziché indumenti utili (Is 59:5-6). Il male è inutile, fragile, ma soprattutto un veleno mortale che colpisce chi lo compie e si diffonde. Di fronte alla requisitoria profetica, il popolo prende la parola confessando il proprio peccato (Is 59:9ss), riconoscendo che senza la giustizia divina, fonte di luce, si è nelle tenebre, ciechi e inciampanti. L'accostamento bizzarro di orsi e colombe in Isaia 59:11 suggerisce una disumanizzazione, ma il popolo riconosce il proprio peccato, di fronte al quale una conversione individuale non basta. Il "corno" (shofar), menzionato all'inizio del cap. 58, chiama a raccolta per qualcosa di più vasto, come nel giorno dell'espiazione o nell'anno giubilare.
L'Intervento Divino e la Nuova Alleanza (Isaia 59:15b-21)
Il testo si conclude con un oracolo salvifico (Is 59:15b-21) che annuncia l'intervento divino risolutivo, orientato alla salvezza pur comportando un giudizio. Dio constata che non c'è più un uomo retto sulla terra, né giustizia o qualcuno che difenda la sua causa (Is 59:16). Egli interviene allora come un eroe abbigliato e armato secondo il suo rango. Questi "abiti" avranno grande successo letterario, ricorrendo nel corpus Paolino per indicare le virtù di cui il cristiano deve rivestirsi. Si delineano due scuole interpretative nel giudaismo: la conversione come presupposto per la venuta di Dio o come effetto della redenzione. Il v. 21 presenta un universo rinnovato, dove, rimosso il peccato, si stabilisce un'alleanza convalidata da due elementi: lo Spirito e le Parole. Lo Spirito divino è la garanzia, e le parole rendono attuale l'alleanza per ogni generazione.
Il Credente come Sale della Terra e Luce del Mondo
La visione di Isaia sul vero digiuno e sulla giustizia trova eco nel Nuovo Testamento, in particolare nelle parole di Gesù ai suoi discepoli: "Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo" (Matteo 5:13-14). Questa immagine della luce è un richiamo diretto al messaggio di Isaia 58: "Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto" (Is 58:8). La luce che scaturisce da un'esistenza trasfigurata dalla giustizia di Dio è la partecipazione alla sua gloria, un irradiamento visibile nel mondo attraverso le opere buone.
La domanda "Che cosa comporta questa «luce», in cosa consiste?" trova risposta in Isaia stesso: "Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore" (Is 58:9b-10). Essere "sale della terra" significa dare sapore alla vita, essere custodi di un'alleanza, impedire la diffusione del male e rendere fecondo il mondo. Essere "luce del mondo" significa compiere opere buone - l'elemosina, la carità, l'ospitalità, l'educazione degli orfani, il riscatto dei prigionieri, la cura dei defunti, la protezione degli stranieri - senza ostentazione, ma per rendere gloria a Dio.
Il vero culto, il vero digiuno, la vera conoscenza di Dio passano attraverso il riconoscimento del prossimo: un prossimo oppresso, incatenato, affamato, infelice e senza casa. Dio è una realtà relazionale che chiama all'obbedienza, manifestandosi nell'agire, non solo nel pensiero o nella pietà religiosa. Non si tratta di sostituire un vecchio culto con uno nuovo, ma di comprendere che "non si può dare per carità quel che deve essere dato per giustizia". Come ha detto don Oreste Benzi, gli affamati "hanno fame di relazioni, non di un piatto". L'impegno per il bene di tutti è essenziale, poiché "nessuno si salva da solo". La fede non è adesione a una dottrina, ma l'incontro con una persona vivente, Gesù Cristo, che si rivela nella debolezza e nell'amore per il prossimo.