L'espressione "sei la mia realtà trasfigurata" evoca un concetto profondo che affonda le radici sia nel linguaggio comune che nella teologia, in particolare nel contesto della Trasfigurazione di Gesù Cristo. Questo significato si estende dalla trasformazione personale e spirituale all'interpretazione della realtà stessa.
La Trasfigurazione nel Contesto Religioso
Spesso si tende a ridurre il fatto religioso a una mera filosofia, compiendo una contraffazione. Si pensa al cristianesimo cattolico come a un manuale pacificante, per offrire l’altra guancia al perbenismo e lavarsene le mani. In realtà, la storia di Gesù, un uomo inchiodato al legno che perdona tutti ed espia le colpe dell’umanità, viene spesso percepita come un segno beneaugurale e un atto di eroismo concepibile. Il cristianesimo intende la carne come un segno mortale e parziale, dentro cui, come il succo della noce, si cela la sostanza.
La Rivelazione della Morte e dell'Esodo
I tre evangelisti - Marco, Matteo, Luca - ricordano la trasfigurazione come un momento di svolta. Da lì, l’azione di Gesù, che prima è maestro di vita, guaritore e sapiente, ha come obiettivo Gerusalemme, cioè la morte. La città dedita a Dio è la mascella mostruosa in cui il Figlio viene dilaniato. Luca, in particolare, descrive l'episodio della trasfigurazione, sottolineando come le parole siano volto, fatto sfacciato, contraffazione, merito e menzogna, figura e contro-figura. All’episodio accedono i primi discepoli: "prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo" (Lc 9, 28). Tre discepoli ammirano i Tre: Gesù insieme a "due venuti a parlare con lui: erano Mosè ed Elia" (Lc 9, 30). Mosè ed Elia - i morti - "parlavano del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme" (Lc 9, 31). La rivelazione riguarda la morte: Dio sta morendo, Dio morirà; eccola la grande rivelazione.
Il termine "esodo" (exodus) non si riferisce semplicemente a un viaggio o un avvenimento, ma a una "via" (odos) che è "fuori" (ex) dalle vie comuni, un "fuori pista". Per compiere il proprio destino, bisogna uscire fuori di sé. La trasfigurazione accade nei momenti più drastici della missione di Gesù. Poco prima (Lc 9, 23), Gesù ha detto con inedita violenza: "se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, s’incarichi della propria croce". Seguire Gesù è un esodo, è andare al di là del giorno, del regno quotidiano - seguire Gesù significa uscire da sé, dal sé. Cioè: trasfigurarsi. Meglio: trafugarsi.

Il Contrasto tra Sonno e Veglia
L'episodio della trasfigurazione ci insegna molto riguardo all'approccio a Dio. Un esempio è il contrasto tra sonno e veglia: "Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sogno, ma vegliarono e videro la gloria" (Lc 9, 32). Il mondo dei vivi è, in realtà, dei dormienti; l’uomo spirituale veglia, pattuglia la notte, non crede nell’oscurità, è una fiamma. Luca afferma che la trasfigurazione accade durante la preghiera, indicando che ci sono parole in grado di cambiare le fattezze di un viso. Trasfigurare significa, sfacciatamente, smascherarsi; la trasfigurazione è l’opposto della mascherata. Mettendo una maschera si simula l’altro, ma non lo si è; si decide di diventare quell’altro, non l’altro.
L'Altro e l'Essere Trasfigurato
In particolare, Luca scrive: "l’aspetto del suo volto divenne altro" (Lc 9, 29). Luca usa la parola greca èteros per intendere "altro". Il viso di Gesù diventa altro, diventa l’Altro. Tutto lo sforzo del cristianesimo è diventare altro attraverso lo scontro con l’Altro. Trasfigurare significa trapiantarsi in altro. Significa vedere attraverso la forma fissa, che è tale solo per occhi che non sanno vedere. Di ogni uomo, infatti, dovremmo saper vedere l’aspetto trasfigurato; quello solo è atteso, è attestabile. Il resto è il corrotto, ciò che cambia; ma noi di ognuno amiamo l’infallibile, il segno imperituro.
La Trasfigurazione come Rivelazione e Profezia
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.
Questo evento, "un fiore di luce nel nostro deserto" (Turoldo), appare come il volto ultimo e alto dell’uomo. In principio, in ogni uomo è stato posto non un cuore d’ombra, ma un seme di luce, sepolto in noi come nostro volto segreto. Ogni uomo abita la terra come un’icona di Cristo incompiuta, che viene dipinta progressivamente lungo l’intera esistenza su un fondo d’oro già presente dall’inizio e che è la somiglianza con Dio. Ogni Adamo è una luce custodita in un guscio di fango. Vivere altro non è che la fatica aspra e gioiosa di liberare tutta la luminosità e la bellezza sepolte in noi.
Il Monte della Rivelazione e la Voce del Padre
Gesù prende con sé Pietro e Giovanni e Giacomo, i primi chiamati, e li porta con sé su un alto monte. Li conduce là dove la terra s’innalza nella luce, dove è la nascita delle acque che fecondano ogni vita. Il suo volto brillò come il sole: il volto è come la grafia del cuore, la sua espressione. E le sue vesti divennero bianche come la luce: la gloria è così eccessiva che non si ferma al volto, neppure al corpo intero, ma tracima verso l’esterno e cattura la materia degli abiti e la trasfigura. Se la veste è luminosa sopra ogni possibilità umana, quale sarà la bellezza del corpo?

Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia: Mosè sceso dal Sinai con il volto imbevuto di luce e di vento, Elia rapito in un carro di fuoco e di luce. Allora, Pietro, stordito e sedotto da ciò che vede, balbetta: "È bello per noi essere qui." Stare qui, davanti a questo volto, è l’unico luogo dove possiamo vivere e sostare. Qui siamo di casa, altrove siamo sempre fuori posto. Altrove non è bello, e possiamo solo pellegrinare, non stare. Qui è la nostra identità, abitare anche noi una luce, una luce che è dentro la nostra creta e che è il nostro futuro. Non c’è fede viva e vera che non discenda da uno stupore, da un innamoramento, da un: che bello! Gridato a pieno cuore, come Pietro sul Tabor.
Ma come tutte le cose belle la visione non fu che la freccia di un attimo: e una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Venne una voce: quel Dio che non ha volto, ha invece una voce. Gesù è la Voce diventata Volto. Il Padre prende la parola, ma per scomparire dietro la parola di suo Figlio: ascoltate Lui. Fede fatta d’ascolto: sali sul monte per vedere, e sei rimandato all’ascolto. Scendi dal monte, e ti rimane nella memoria l’eco dell’ultima parola: Ascoltatelo. La visione del volto cede all’ascolto del volto. Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù, così come anche il mistero dell’uomo.
La Trasfigurazione come Anticipazione Escatologica
Ricorre in questa domenica la festa della Trasfigurazione del Signore, particolarmente cara alla tradizione monastica, celebrata in oriente a partire dal IV secolo e in occidente dall'XI. L’evento della trasfigurazione è profetizzato da Gesù, che dopo il primo annuncio della sua passione-morte-resurrezione dice ai discepoli: "Vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo Regno" (Mt 16,28). Gesù è il regno di Dio in persona, come ha ben compreso Origene; Gesù, che ha annunciato la venuta del regno di Dio, ora è rivelato dal Padre come Regno veniente con potenza, e di ciò l’evento della trasfigurazione appare come un’anticipazione.
Sei giorni dopo queste parole, "Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte". Egli compie un’elezione, e dei dodici prende con sé solo tre, tra i primi chiamati alla sequela (cf. Mt 4,18-22). Sono i tre discepoli più vicini a Gesù, già scelti come testimoni della resurrezione della figlia di Giairo (cf. Mc 5,37-43), quelli che saranno poi anche i testimoni della sua de-figurazione nell’orto del Getsemani, alla vigilia della passione (cf. Mt 26,36-46).
La Montagna della Rivelazione di Dio
Presi con sé da Gesù, essi salgono con lui sull’alta montagna, la montagna della rivelazione di Dio che a partire dal II secolo è identificata col Tabor. C’è in questa salita sul monte l’eco di tutti i racconti di teofania, di rivelazione di Dio dell’Antico Testamento: rivelazione sui monti del Sinai e dell’Oreb, che sono un’unica montagna (cf. Es 3,1) salita e discesa da Mosè (cf. Es 19-34) e da Elia (cf. 1Re 19,1-18); rivelazione sulla "montagna della dimora del Signore elevata al di sopra dei monti" (Is 2,2; Mi 4,1)… Dunque questa salita è finalizzata a un evento decisivo, in cui i discepoli beneficeranno di una rivelazione fatta da Dio, di un’epifania che riguarda il loro maestro, confessato poco prima da Pietro come Messia (cf. Mt 16,16).
Ed ecco che, mentre Gesù era in preghiera, "fu trasfigurato" (passivo divino), subì un mutamento di forma nei vestiti e nel corpo. Luca, temendo che i lettori comprendano questo evento come un mito, preferisce usare un’espressione più neutra: "L’aspetto del suo volto divenne altro" (Lc 9,29). Invece del corpo e del volto umano, quotidiano di Gesù come lo conoscevano i discepoli, il mutamento fornisce la visione di un volto altro, luminoso, trasfigurato da un’azione che poteva solo essere divina. Se Paolo nell’inno della Lettera ai Filippesi confessava: "Colui che era nella forma di Dio … prese la forma di schiavo" (cf. Fil 2,6-7), nella trasfigurazione colui che aveva la forma di schiavo riprende la sua forma di Dio e risplende di luce divina.
Mosè ed Elia: Legge e Profeti
Qualcosa della gloria, della luce di Dio risplende in Gesù, per quanto è possibile vedere ai discepoli: Gesù appare nella forma di uno dei "giusti splendenti come il sole nel Regno del Padre loro" (cf. Mt 13,43), come lui stesso aveva rivelato; appare come uno dei santi sapienti "splendenti nel firmamento come stelle per sempre" (Dn 12,3). In quel momento "si aprono i cieli" (cf. Mt 3,16) e appaiono Mosè ed Elia in dialogo con Gesù. Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti che sintetizzano tutte le Scritture di Israele, l’Antico Testamento, sono accanto a Gesù come testimoni e interpreti.
Anzi, in quel loro "parlare insieme" a Gesù mostrano un’autentica interpretazione spirituale in atto: Gesù è l’ermeneuta della Legge e dei Profeti che sempre, "cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiega in tutte le Scritture ciò che si riferisce a lui" (cf. Lc 24,27); e Mosè ed Elia, definiti da Luca "due uomini", sono coloro che, presenti accanto alla tomba vuota, interpreteranno le parole dette da Gesù nella sua vita e lo proclameranno Crocifisso-Risorto (cf. Lc 24,4-7). Proprio in quest’ottica, Luca specifica che Mosè ed Elia "parlavano con Gesù del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme" (Lc 9,31). Dunque la Legge e i Profeti testificano la necessitas passionis di Gesù, lo indicano come il Servo del Signore che deve passare attraverso l’abbassamento e l’innalzamento, e così mostrano la continuità della fede tra Antica e Nuova Alleanza.
Il segreto di Gesù. Riflessione sulla Trasfigurazione.- Don Luigi Maria Epicoco
La Nube Luminosa e la Shekinah
Nella straordinarietà del momento, Pietro dice a Gesù: "Signore (Kýrios), è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia". Crede forse che sia giunta la fine dei tempi? Pensa alle tende della festa delle Capanne, carica di senso escatologico? Pensa di erigere per Gesù, Mosè ed Elia la tenda dell’incontro fatta da Mosè per incontrare Dio (cf. Es 33,7-11)? Mentre Pietro sta parlando, ecco arrivare "una nube luminosa che li copre con la sua ombra". Sullo sfondo vi è sempre il racconto della teofania rivolta sul Sinai a Mosè: sull’alta montagna c’era una nube che la copriva (cf. Es 19,16; 20,21; 24,15; ecc.), simbolo della Presenza di Dio, segno del Dio che è sceso, e tuttavia resta nascosto, Santo, separato dal mondo.
Questa nube che sul monte indicava la Dimora di Dio passò sul tabernacolo costruito da Mosè nel deserto (cf. Es 40,34-35) e, nell’ora della dedicazione del tempio, riempì il Santo (cf. 1Re 8,10-12). Questa nube è dunque la Shekinah, la Presenza di Dio, letta dalla tradizione rabbinica come Presenza attraverso lo Spirito santo. L’introito della messa latina giustamente dice: "Lo Spirito santo apparve nella nube luminosa e la voce del Padre risuonò"… Questa è dunque la risposta alle parole di Pietro: non tre tende fatte da mano d’uomo, ma una nube, la Shekinah di Dio. E dalla nube della Presenza di Dio ecco venire la voce del Padre, la parola di Dio: "Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!".
L'Identità di Gesù come Figlio Amato e Servo del Signore
Gesù aveva già ascoltato questa parola nel battesimo, nell’immersione ricevuta da Giovanni il Battista; allora i cieli si erano aperti e la voce aveva dichiarato a Gesù solo: "Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te mi sono compiaciuto" (Mt 3,17). Di fatto la voce del Padre allora aveva ripetuto le parole dette sul Servo: "Ecco il mio Servo che io sostengo, in cui si compiace la mia anima" (Is 42,1), attestando che il Figlio di Dio è il Servo del Signore. Ora questo viene annunciato ai tre discepoli: colui che i discepoli avevano seguito, coinvolti nella sua vita, colui che avevano ascoltato e visto agire come Maestro, Profeta, Messia, è rivelato dal Padre come "Figlio amato" e "Servo del Signore". Sì, attraverso la rivelazione del Padre Gesù appare insieme come il Messia intronizzato del Salmo 2 ("Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato": Sal 2,7) e come il Servo che Dio stesso presenta a Israele tramite il profeta Isaia.
Vi è qui l’incrociarsi delle diverse attese messianiche di Israele: quella di un Messia regale, di un Messia profetico e di un Messia escatologico. Per questo ormai può risuonare l’invito: "Ascoltatelo!", che è l’eco della parola di Dio sul profeta escatologico (cf. Dt 18,15) ed è anche l’eco dello Shema‘: "Ascolta, Israele…" (Dt 6,4). Ormai l’ascolto di Dio stesso è ascolto di Gesù, del Figlio, Parola vivente di Dio! Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, cedono il posto a Gesù dopo avergli reso testimonianza, perché ormai è lui l’esegesi del Padre. Ma la visione svanisce, e Gesù è di nuovo contemplato "solo" nella quotidianità umile della natura umana. Poi, mentre scendono dall’alta montagna, Gesù ordina ai discepoli: "Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti".
Significati Profondi della Trasfigurazione per la Fede Cristiana
Contemplare la trasfigurazione significa comprendere in profondità l’evento del battesimo di Gesù. La parola di Dio rivela l’identità di Gesù: egli è il Figlio di Dio che deve fare esodo, cioè patire-morire-risorgere. Nello stesso tempo l’evento della trasfigurazione annuncia ciò che accadrà a Gerusalemme, quando nell’ora della croce il centurione confesserà: "Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!" (Mt 27,54). La trasfigurazione è anche mistero di luce, che illumina tutto il corpo (Israele e la chiesa; Mosè, Elia e i discepoli) insieme al Capo. E infine la trasfigurazione è mistero di trasformazione: il nostro corpo e questa creazione sono chiamati alla trasfigurazione, a diventare "altro"; il nostro corpo di miseria diventerà un corpo di gloria (cf. Fil 3,21), e "la creazione che geme e soffre nelle doglie del parto" (cf. Rm 8,22) conoscerà il mutamento in "cielo nuovo e terra nuova" (Ap 21,1). Ciò che è avvenuto sul monte Tabor in Gesù avverrà per tutti i credenti e per il cosmo intero alla fine della storia… Nell’attesa di quel giorno a noi non resta che contemplare, per quanto ne siamo capaci, "il volto di Cristo su cui risplende la gloria di Dio" (cf. 2Cor 4,6): così, "riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasfigurati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, attraverso l’azione dello Spirito santo" (cf. 2Cor 3,18). Così nella tua luce vedremo la luce, Signore.
Gli apostoli che Gesù invita a salire con sé sul monte, sei giorni dopo l’annuncio di una prossima misteriosa manifestazione del Figlio dell’uomo (cf. Mt 17,1), portavano con sé le domande sempre più gravi che venivano emergendo nel loro cuore. Stando con Gesù e imparando a confrontare la loro precedente visione della vita e della storia con quanto egli veniva operando e insegnando, si chiedevano: in che modo questo Maestro, che esercita un così grande fascino, corrisponde alle promesse di Dio per la salvezza del suo popolo? Come può un uomo così buono e mite mettere ordine in un mondo così cattivo? E che cosa significa il destino di sconfitta e di morte di cui ci sta parlando? C'è uno scoraggiamento che tenta un po’ tutti di fronte alla banalità del quotidiano, alle tante forme di bruttezza del vivere, con l’incapacità a leggervi un richiamo a qualcosa di più grande, per cui valga la pena spendersi. È quindi urgente ascoltare la parola della vicinanza e della consolazione di Dio, rivelata a Pasqua: è lì che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio unigenito (cf. Gv 3,16); è lì che il Padre si rivela come amore nel gesto supremo del sacrificio di Gesù (cf. 1Gv 4,8ss). È davanti a questo amore che ognuno di noi può far sue le parole di Pietro sul monte dinanzi alla rivelazione della Trinità: "È bello per noi stare qui".
La Trinità e l'Ascolto di Gesù
Siamo dunque saliti sul monte in compagnia dei tre discepoli accanto a Gesù, portando con noi le loro e le nostre domande. Che cosa ci risponderà ora il Signore? Il monte è nella Bibbia il luogo della rivelazione, novello Sinai dove Dio parla al Suo popolo. Gesù è la Legge in persona, la Torah fatta carne, che si manifesta nello splendore della luce divina: è la Verità vivente, attestata dai due testimoni per eccellenza, Mosè ed Elia, figure della Legge e dei Profeti. Questa esperienza appare ai discepoli non solo vera e buona, ma anche bella: è il fascino della Verità e del Bene, è la bellezza di Dio che si offre a loro.
Tale Bellezza è collegata nel racconto alla misteriosa rivelazione della Trinità: "Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: ‘Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!’". La nube e l’ombra sono figura dello Spirito di Dio. La voce è quella del Padre e Gesù è indicato come il Figlio, l’Amato: è dunque la Trinità che si sta comunicando ai discepoli. Nel racconto di Luca viene indicato espressamente dove la piena rivelazione della Trinità si compirà: nell’evento pasquale. "Parlavano della sua dipartita, che avrebbe portato a compimento in Gerusalemme" (Lc 9,31).
"Trasfigurare" nel Linguaggio Comune
Il verbo "trasfigurare" (dal latino transfigurare, composto di trans- "trans-" e figurare "foggiare, dare forma") ha diverse accezioni nel linguaggio comune:
- Far cambiare di figura, d’aspetto, o anche solo di espressione (come effetto, per es., di una intensa emozione): le privazioni e i patimenti della prigionia lo avevano trasfigurato; forse che la malinconia e il lungo dolore ... m’ha sì trasfigurato, che ella non mi riconosce (Boccaccio); l’esecuzione al piano della musica di Mozart aveva il potere di trasfigurarlo (con questa accezione è più com. l’intr. pron. e il part. pass.). Con altro sign., letter., trasformare, far apparire diverso, e, insieme, nobilitare: l’arte riesce a t. la realtà.
-
- a. rifl., non com. Mutare volontariamente aspetto, mascherandosi o alterando altrimenti la propria figura: se n’andò a casa della donna, e in quella entrato, con sue frasche [= cianfrusaglie o altro] che portate aveva, in agnolo si trasfigurò (Boccaccio).
- b. intr. pron. Assumere un aspetto diverso da quello normale e consueto, per lo più illuminandosi in viso, come effetto di una emozione intensa o di uno stato estatico (meno spesso, al contrario, abbuiandosi o alterandosi quasi bestialmente): trasfigurarsi per la gioia; il suo volto si andava trasfigurando; trasfigurarsi nella contemplazione dell’arte; e invece, meno com., trasfigurarsi per la rabbia. Non com., riferito a luoghi o ambienti, con sign. generico: le stanze, illuminate dal sole, assumevano durante il giorno aspetto gaio. Ma la sera, dopo il tramonto, sembrava si trasfigurassero (Capuana).
L'Esperienza Personale di Trasfigurazione
Nel contesto personale, l'espressione "sei la mia realtà trasfigurata" può riferirsi a come un amore o un'esperienza profonda possa cambiare radicalmente la percezione della realtà di una persona. Ad esempio, un artista che partecipa a un festival musicale con una canzone che "racconta il viaggio emotivo di una donna dall’infanzia all’età adulta, tra le prime scoperte dell’amore, le ferite, la stanchezza e il desiderio di pace" può esprimere come le esperienze d'amore l'abbiano "sempre trasfigurata". Questo significa che l'amore, anche se non sempre idilliaco, ha la capacità di trasformare la propria identità e visione del mondo. La consapevolezza di "essere in grado di darsi tutto" può portare a un senso di completezza e autonomia, dove il "principe azzurro" diventa la persona stessa.
Il desiderio di "sicurezza, la chiarezza, il fatto di potersi sentire tranquilla in una situazione" si riflette nel desiderio di "foto nitide" nella vita adulta, in contrasto con le "foto mosse" delle difficoltà passate. Questo suggerisce che attraverso il "tanto lavoro su noi stessi" si può "sistemare l’obiettivo" per far sì che la propria realtà diventi più chiara e definita, ovvero trasfigurata in una forma migliore e più consapevole.
tags: #sei #la #mia #realta #trasfigurata