Eugenio Scalfari e il dibattito su Papa Benedetto XVI

L’elezione di un Papa interessa in varia misura non solo la Chiesa cattolica e i suoi fedeli, ma anche i credenti in altre religioni e i non credenti. Eugenio Scalfari, fondatore di «Repubblica» e non credente dichiarato, ha espresso il suo punto di vista sul ruolo della Chiesa e dei suoi leader, generando dibattiti accesi, in particolare in relazione al pontificato di Benedetto XVI. La sua interazione con la figura di Joseph Ratzinger si è manifestata principalmente attraverso articoli e commenti pubblici, piuttosto che in incontri personali, distinguendosi nettamente dai successivi dialoghi con Papa Francesco.

Ritratto di Eugenio Scalfari

Il Contesto: Eugenio Scalfari, Giornalista e Intellettuale

Eugenio Scalfari, laureato in Giurisprudenza, è stato una figura di spicco nel giornalismo e nella politica italiana. Dal 1950 ha collaborato con «Il Mondo» di Mario Pannunzio e poi con «L’Europeo» di Arrigo Benedetti. Nel 1955 ha partecipato alla fondazione del Partito Radicale, lasciandolo dopo le scissioni interne del 1962 per passare l’anno successivo al Partito Socialista. Nello stesso anno è diventato Direttore de «L’Espresso» e nel 1968 è stato condannato, insieme al giornalista Lino Jannuzzi, a 15 mesi di reclusione per aver pubblicato un’inchiesta sul SIFAR relativa al piano Solo. Scalfari evitò il carcere grazie all’offerta del PSI che gli offrì l’immunità parlamentare, facendolo eleggere come deputato nelle elezioni del 1968. Nel 1976 ha fondato «La Repubblica» che in breve tempo è diventato il quotidiano più venduto in Italia. Nel 1996, dopo vent’anni, ha abbandonato il posto di Direttore del suo giornale, assumendo il ruolo di editorialista. Tra le innumerevoli onorificenze, Scalfari è stato Cavaliere di Gran Croce e Cavaliere della Legion d’Onore, rendendolo una delle voci più influenti nel panorama culturale e mediatico italiano.

Le Critiche di Scalfari a Papa Benedetto XVI

Fin dall'inizio del pontificato di Benedetto XVI, Scalfari ha espresso riserve e critiche profonde. Su «L’espresso», ha definito il Papa un «modesto teologo che fa rimpiangere i suoi predecessori». Per il fondatore di «Repubblica», Joseph Ratzinger non sembrava all’altezza del soglio pontificio, e sceglieva di colpirlo non sul piano pastorale, o sul suo insegnamento o sui suoi comportamenti, ma sul livello teologico. La sua «modestia» in scienza divina, secondo Scalfari, gli impediva l’accesso al club ristretto dei grandi Papi, quelli che «combattevano guerre e non soltanto di religione, ma di potere».

Con Benedetto XVI, secondo Scalfari, nella Chiesa italiana si respirava una «aura untuosa». Questa critica era parte di una visione più ampia che descriveva Papa Ratzinger come «un’inconsistenza politica e culturale», un Papa che «da Ratisbona in qua si comporta come un allievo di questo o quel dignitario della sua corte spostando la barra del timone secondo i suggerimenti che gli vengono da chi di volta in volta lo consiglia».

La Statura Teologica di Joseph Ratzinger: La Contro-narrativa

Le accuse di «modestia teologica» rivolte a Joseph Ratzinger da Scalfari sono state vigorosamente contestate da numerosi osservatori. I fondamenti del suo pensiero sono principalmente affidati a due testi significativi: il primo è la dichiarazione “Dominus Jesus”, da lui diffusa il 6 agosto del 2000, nel giorno della Trasfigurazione del Signore; il secondo è l’omelia pronunciata nel momento stesso dell’inizio del Conclave, dopo la quale si sono chiuse le porte della Sistina e i Cardinali hanno cominciato il loro lavoro de eligendo pontifice.

Un esempio eloquente della statura intellettuale di Ratzinger è il suo memorabile dialogo del 2004 con Jürgen Habermas all’Accademia Cattolica di Monaco di Baviera. Habermas, ultimo rappresentante della Scuola di Francoforte e uno dei maggiori filosofi razionalisti laici e atei del nostro tempo, rispose all’appello del cardinal Ratzinger per un confronto sull’attacco laicista alla Chiesa. Nel libro «Etica, religione e Stato liberale», pubblicato su quel confronto, Ratzinger e Habermas sono presentati come i campioni l’uno del pensiero cattolico e l’altro del pensiero laico, un innegabile riconoscimento del livello teologico del futuro Papa.

Joseph Ratzinger durante un confronto intellettuale o conferenza

Le Reazioni del Mondo Cattolico alle Critiche di Scalfari

Le affermazioni di Scalfari hanno provocato una forte reazione nel mondo cattolico. Il «paparatzingerblog» ha scritto: «Si può criticare Benedetto XVI, ma non si può assolutamente affermare che Joseph Ratzinger è un modesto teologo». Il quotidiano dei vescovi, «Avvenire», ha titolato un breve pezzo: «Ci sono giornalisti che sono e sanno tutto», per ironizzare sul fatto che da quel pulpito Benedetto XVI potesse essere raccontato ai comuni mortali come un «modesto teologo». La «lezione» di Scalfari, per il quotidiano dei vescovi, è stata definita «viziata dagli eccessi di chi ha un ego smisurato», una «tirata sentenziosa e smisurata», «scritta con l’acido della supponenza e l’approssimazione biliosa del sussiego».

Il «paparatzingerblog», sito cattolico che monitora quotidianamente quanto viene scritto su Benedetto XVI, ha aperto una pagina illustrata con l’immagine di San Sebastiano trafitto dai dardi, consigliando a Scalfari di leggere lo «straordinario discorso sui fondamenti della cultura» rivolto l’anno precedente da Benedetto XVI agli Accademici di Francia.

Inesattezze Fattuali e Interpretazioni Liturgiche di Scalfari

Nelle sue critiche, Scalfari è incorso in diverse inesattezze fattuali e interpretazioni liturgiche. In un’intervista rilasciata a Garimberti, affermò che «nel Concilio Vaticano II il vescovo Ratzinger aveva sostenuto le tesi conciliari». Sebbene il sostegno alle tesi conciliari fosse corretto, Scalfari erroneamente asserì che Ratzinger fosse già vescovo al tempo del Concilio. In realtà, Joseph Ratzinger aveva appena 35 anni all’inizio del Concilio (1962) ed era un giovane professore, partecipando come consulente teologico del cardinale di Colonia Joseph Frings, e poi come perito del Concilio. Divenne vescovo solo 15 anni dopo, il 28 maggio 1977.

Altri errori includono l’affermazione che Lefebvre, il vescovo tradizionalista, fosse un cardinale (cosa mai avvenuta) e la critica al Papa per aver «osato celebrare una messa di rito antico in lingua latina nella cappella Sistina alla vigilia della sua visita alla “Sapienza” di Roma». In realtà, Benedetto XVI ha semplicemente celebrato la Messa riformata da Paolo VI, quindi in italiano, seppur rivolto verso l’altare (o, più precisamente, rivolto verso Cristo), o, come comunemente si dice, «con le spalle» ai fedeli. Scalfari interpretò questa postura come un’affermazione del sacerdote come unico mediatore tra Dio e i fedeli: «Voi fedeli per parlare con Dio dovete passare attraverso di me. Ecco, questo è!». Questa interpretazione è stata contestata, evidenziando che nella liturgia pre-conciliare, l’essere rivolti tutti verso il Signore, compreso il sacerdote, sottolineava l’incontro comune con Cristo, e non una mediazione esclusiva, poiché tutti i fedeli, compreso il sacerdote, sono chiamati ad andare incontro al Signore che si presenta realmente nelle sacre specie eucaristiche.

Papa Benedetto XVI durante una celebrazione liturgica rivolto verso l'altare

La Visione Filosofica di Scalfari e il Ruolo della Chiesa nella Modernità

Alla base delle critiche di Scalfari alla Chiesa e a Benedetto XVI vi era una visione filosofica laica molto definita. Scalfari affermava: «Io non metto affatto l’uomo al centro dell’Universo, anzi il contrario. L’uomo è una forma della natura come la mosca. Non c’è differenza qualitativa. [...] Nel pensiero che io ho Dio non c’è. La mia forma non prevede Dio». Questa prospettiva lo portava a interpretare la posizione della Chiesa su questioni come il diritto e la morale in modo critico.

Riferendosi all'affermazione del Papa secondo cui «Il diritto crea la morale o una forma di morale, perché la gente normale comunemente ritiene che quanto afferma il diritto sia anche moralmente lecito», Scalfari la giudicava «molto importante» e «molto grave». Per lui, essa implicava che la Chiesa considerasse la «gente normale» debole, sprovveduta e irresponsabile, costruendo la propria morale sulla base d’una legge e dunque di quanto statuisce il potere politico. Questo, a sua volta, suggeriva che la Chiesa potesse utilizzare il diritto e gli strumenti per «manipolare le coscienze» e guadagnarne l’adesione, il che non era più «questione interna alla Chiesa, ma chiama in causa credenti e non credenti nella stessa misura».

Scalfari criticava la pretesa della Chiesa di reclamare uno «spazio pubblico» per le sue esternazioni. Non soltanto la diffusione della sua dottrina e morale, ma la garanzia che ciò avvenisse «nella scuola pubblica, nelle leggi dello Stato, nella gestione dettagliata delle consultazioni referendarie quando esse vertano su controverse questioni di bioetica». Vedeva in questo l’obiettivo di controllare la formazione delle norme e degli strumenti che le trasformano in manipolazione delle coscienze, e la diffusione dell’idea che il relativismo altro non sia che abbandonare la coscienza individuale al vento delle mode. Secondo Scalfari, per portare avanti un simile confronto con la modernità, non giovava usare consapevolmente le «tecniche della manipolazione».

Contrasto con Altri Pontificati e Dialoghi

Scalfari ha riconosciuto in Papa Wojtyla un’«autenticità e spontaneità» nelle sue movenze, così poco teologiche e radicate nel vissuto della sua esperienza, che lo riscattavano agli occhi dei non credenti, nonostante un «concetto arcaico della religione». Dopo di lui, si è detto, ci voleva un Papa dottrinario, teologico, capace di confrontarsi con la miscredenza moderna, ma Scalfari non credeva che per portare avanti un simile confronto giovasse usare consapevolmente le tecniche della manipolazione.

Nel corso della sua vita, Scalfari ha intrattenuto dialoghi di diversa intensità con figure eminenti della Chiesa. Due grandi porporati ebbero infatti con lui un dialogo di intensità diversa: Carlo Maria Martini e Camillo Ruini. Il cardinale Martini «metteva i non credenti in cattedra» per far risuonare la loro spiritualità, mentre il cardinale Ruini cercava in Scalfari un interlocutore «teologico», lasciandosi volentieri interpellare sui dogmi della fede e facendo sfoggio dei suoi studi tomisti. Tuttavia, questi dialoghi non lo scuotevano nel profondo.

La vera svolta è arrivata con Papa Francesco. Il rapporto con Bergoglio, nato per iniziativa del Pontefice, ha rappresentato una scoperta per Scalfari: un cristianesimo inteso come un dono e non come un «randello», una relazione viva e vitale con Gesù. Questo dialogo, fatto di risposte scritte e incontri a quattr’occhi, ha modificato il linguaggio e i ritmi di scrittura di Scalfari, portandolo a definire il Papa «Sua Santità» con un’intensità non protocollare e a dedicargli molte riflessioni. Francesco stesso avrebbe confidato a Scalfari di aver bisogno di un ateo con cui parlare, evidenziando la natura unica di quel confronto, molto diversa dal dibattito a distanza con Benedetto XVI.

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