Giovanni Gerolamo Savoldo: Percorso Artistico e Opere

Giovanni Gerolamo Savoldo (Brescia, 1480 circa - Venezia, dopo il 1548) è stato un pittore la cui biografia è caratterizzata da lacune documentarie, rendendo complessa la ricostruzione del suo percorso artistico, specialmente nella fase giovanile. Figlio di Jacopo e nipote di Piero «de Savoldis de Brescia», le sue origini bresciane sono confermate da fonti archivistiche e dagli appellativi «Brixiensis» o «de Brisia» presenti in alcune firme autografe.

Le Origini e la Formazione Giovanile (Fino al 1520)

La data esatta di nascita del pittore non è nota, ma la maggior parte degli studiosi converge intorno al 1480. Alcuni documenti collocano la sua primissima attività pittorica, tra il 1495 e il 1500, con rimandi a Giovanni Bellini, Piero della Francesca, Civerchio e Van der Goes, visibili in opere come figure del polittico (Deposizione) e della sinistra (Madonna col Bambino) della chiesa di Tavernole in Valtrompia. Volti della Madonna e del Bambino, riscoperti in una cappella del SS. Sacramento nell'antica chiesa plebana di Bagnolo Mella, databili intorno al 1505, sono anch'essi considerati opere giovanili.

Primi Spostamenti e Contatti Artistici

Le prime attestazioni documentarie mostrano Savoldo in luoghi eccentrici rispetto a Brescia. Nell'ottobre del 1506, come «magistro», risiedeva a Parma, ospite del pittore Alessandro Araldi, col quale era in stretto contatto. In quell'occasione, pur possedendo un prezioso gioiello, sembra fosse privo di denaro liquido, offrendolo in cambio dell'ospitalità.

Il 2 dicembre 1508 lo troviamo a Firenze, dove si iscrisse all'Arte dei Medici e degli Speziali, una decisione che indicava la volontà di stabilirvi la sua dimora. A questa informazione si collega una lettera scritta a Roma nell'ottobre dello stesso anno da Pietro d'Argenta a Giovansimone Buonarroti, fratello di Michelangelo, in cui si menzionava un «maestro Ieronimo dipintore da Bressa». Michelangelo non aveva dato disposizioni per chiamarlo a Roma, e l'iscrizione all'Arte fiorentina potrebbe essere stata una conseguenza di questa mancata convocazione. A Firenze, Savoldo entrò in contatto con Piero di Cosimo e la pittura fiorentina, che accentuò in lui il tessuto disegnativo e formale, e con l'opera di Ugo Van der Goes, preludio ai futuri rapporti con l'arte fiamminga.

Nel 1515, il 2 febbraio, ricevette un pagamento dalla corte di Ferrara per la vendita di «3 figure» non specificate ad Alfonso I d'Este.

Mappa che mostra i viaggi di Savoldo tra Brescia, Parma, Firenze, Ferrara e Venezia

Difficoltà di Ricostruzione e Prime Attribuzioni

Il quadro frammentario di queste informazioni rende difficile ricostruire la parabola giovanile di Savoldo. L'assenza di opere databili con certezza a questa fase iniziale accentua le difficoltà, con il primo riferimento cronologico sicuro che risale al 1521. Tuttavia, i dati di stile suggeriscono di collocare prima della pala di S. Nicolò un gruppo di dipinti, tra cui il Compianto del Kunsthistorisches Museum di Vienna e il pendant composto dal Profeta Elia della National Gallery of Art di Washington e dai Ss. Paolo e Antonio eremiti delle Gallerie dell'Accademia di Venezia (datata 1520).

Collocabili intorno alla metà del secondo decennio del Cinquecento, queste opere rivelano una cultura figurativa orientata verso l'ambito milanese (Andrea Solario, Giovanni Antonio Boltraffio), ma arricchita da notazioni realistiche di derivazione dureriana. Curiosamente, non si scorgono indizi dei precoci contatti con Parma e Firenze, neanche in altre due opere di poco successive e precedenti il 1521: le Tentazioni di s. Antonio Abate (San Diego, Timken Art Gallery) e la Visione di s. Girolamo (Mosca, Museo Puskhin). Caratterizzate da una regia elaborata e citazioni da Lucas Cranach e Hieronymus Bosch, oltre a un rapporto con il paesaggismo visionario di Joachim Patinier, queste opere confermano la sua predisposizione verso la cultura figurativa nordica.

Raffronto tra il Profeta Elia e i Santi Paolo e Antonio eremiti

L'Arrivo a Venezia e la Maturità Artistica (1520-1530)

Nonostante l'incertezza sulla data del suo trasferimento, numerosi indizi suggeriscono che Savoldo si fosse stabilito a Venezia già all'inizio del secondo decennio del secolo. Il periodo veneziano fu il più lungo e continuo della sua vita. Il 27 ottobre 1526, Savoldo redasse il suo testamento a Venezia, nel quale si identificava come "Iovane Jeronimo dipintor da Bressa di Savoldj fijolo che fo de miser Betino di Savoldj", sposato con "Marija fijamenga de Tilandrija", che nominava erede universale. La moglie Maria e la figliastra Elisabetta furono le principali beneficiarie del lascito, e il documento rivela i suoi legami con Brescia e Venezia, menzionando commercianti, artigiani e il pittore Girolamo Baschenis di Averara, delineando un profilo delle sue frequentazioni personali piuttosto riservato.

I Santi eremiti Antonio e Paolo delle Gallerie dell'Accademia di Venezia (1520)

Questo dipinto, firmato "Savoldus de Bresia 1520 faciebat", rappresenta un punto fermo cronologico e stilistico. I Santi Paolo e Antonio eremiti delle Gallerie dell'Accademia di Venezia è uno dei primi dipinti che gli studiosi ritengono siano stati realizzati poco dopo il suo trasferimento a Venezia. L'opera mostra la sua capacità di fondere elementi di diverse tradizioni, rivelando l'influenza della cultura figurativa nordica insieme a una sensibilità proto-veneziana. Questa tavola è emblematica della fase in cui Savoldo inizia a sperimentare una stesura soffusa e atmosferica che diventerà una caratteristica distintiva della sua arte. La data autografa su questa tavola, sebbene di problematica interpretazione in passato, è ora considerata cruciale per la cronologia savoldesca.

Foto ravvicinata dei

La Pala di Treviso (1521) e l'Influenza Tizianesca

Nel 1521, Savoldo fu chiamato a Treviso per completare la pala dell'altare maggiore della chiesa domenicana di San Nicolò, avviata dal pittore fra Marco Pensaben. L'esteso rifacimento da parte di Savoldo della precedente redazione di Pensaben appare impreziosito da una stesura soffusa e atmosferica, di forte ispirazione tizianesca, che segna uno scarto sensibile rispetto alla condotta più lenticolare delle opere anteriori. L'influenza veneziana si manifesta pienamente, rivelando Savoldo come un maestro ormai inserito nel panorama lagunare.

IL RESTAURO DI "SAN MICHELE ARCANGELO" DONA NUOVA LUCE

Commissioni Importanti e Sviluppi Stilistici

Tra il 1524 e il 1525, Savoldo realizzò la monumentale pala d'altare con la Madonna in gloria e quattro santi per la chiesa di S. Domenico a Pesaro (oggi alla Pinacoteca di Brera, Milano), un secondo punto fermo cronologico. Questa opera mostra un'acquisizione di una stesura più asciutta e compatta, in grado di rendere mirabilmente l'ingombro fisico delle figure colossali dei santi. Questi caratteri si ritrovano anche nel contemporaneo Compianto di Cristo con un devoto nel Museum of Art di Cleveland. Un contratto del 15 giugno 1524 per l'impresa pesarese lo definiva "habitatorem Venetiarum".

In questo periodo si collocano anche l'Adorazione del Bambino tra s. Francesco e s. Girolamo della Galleria Sabauda di Torino e una tela identica nelle collezioni reali inglesi. Queste opere rivelano l'influenza della poetica degli affetti di Lorenzo Lotto, rientrato a Venezia nel 1525. La contiguità con Lotto è ancora più marcata nella produzione ritrattistica contemporanea, dove spicca il Suonatore di flauto della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, notevole per la sua sensibilità chiaroscurale e l'intonazione intima e meditativa.

Il Ritratto femminile della Pinacoteca Capitolina a Roma, con la presenza del drago, va letto come un ritratto in figura di santa Margherita, attestando la familiarità di Savoldo con questa particolare tipologia ritrattistica e una committenza privata devota.

I Committenti Veneziani

Le informazioni sui committenti veneziani dell'artista sono significative. Francesco Giglio e Andrea Odoni, entrambi legati alla Scuola di S. Maria della Carità, possedevano dipinti di Savoldo. Gian Paolo Averoldi, nobile bresciano presente a Venezia, commissionò un S. Girolamo nel 1527, pagando un acconto nella casa del pittore. Averoldi, legato a Girolamo Miani e procuratore dell'ospedale degli Incurabili, segnala un ruolo di primo piano nel mondo caritativo.

Ancora più interessanti sono le informazioni relative a Pietro di Gianruggero Contarini, un patrizio veneziano. Il suo testamento del 30 luglio 1527 documenta quattro «telleri» di Savoldo dedicati al tema della fuga in Egitto, già di sua proprietà, destinati a una cappella nella chiesa veneziana dei Ss. Apostoli. Questo soggetto, il riposo durante la fuga in Egitto, è tra i più frequentati da Savoldo, con cinque versioni nel suo catalogo. L'unica che potrebbe collegarsi al testamento del 1527 è la tela della collezione Castelbarco Albani a Milano. Contarini, figura emblematica dell'umanesimo devoto di primo Cinquecento, era stato in rapporto con Angelo Poliziano e proprietario di una collezione di marmi antichi, dedicandosi poi alla stesura di un poema sacro.

Ricostruzione storica della Venezia del '500, focalizzata su quartieri artistici

Gli Anni Trenta: Ricerca Luministica e Nuove Attribuzioni

Nel 1527, la tela l'Adorazione del Bambino (oggi ad Hampton Court) fu firmata "Savoldus de Bresia 1527 faciebat". Documenti successivi confermano la presenza di Savoldo in prestigiose collezioni private veneziane, marcando il periodo della sua piena maturità, in cui le diverse componenti del suo stile si fondono straordinariamente. Tra le opere di questo periodo, spesso databili solo su basi stilistiche, figurano l'Adorazione dei pastori di Torino, la Madonna e due santi sempre di Torino, il Flautista e il Pastore col flauto.

Nel 1526 Savoldo ricevette la sua prima commissione pubblica veneziana per la decorazione della cappella di Antonio Caresini nella chiesa di S. Domenico di Castello. A questa vanno ricollegate l'Annunciazione (oggi alle Gallerie dell'Accademia di Venezia) e le due tele con i Ss. Domenico e Antonio abate e i Ss. Vincenzo Ferrer e Veneranda (della collezione PKB Privatbank di Ginevra, una datata 1530). È presumibile che l'Annunciazione sia stata realizzata dopo il 1538, anno della morte di Antonio Massa, per la cui cappella era destinata. L'Annunciazione descrive l'incontro tra l'Angelo Gabriele e la Vergine in uno spazio intimo con elementi domestici. Il restauro di questo dipinto, rinvenuto nel 1983 nella chiesa parrocchiale di Ghirano, ha permesso di identificare con maggiore facilità la mano di Savoldo, rivelando anche che era stato ridotto di dimensioni.

IL RESTAURO DI "SAN MICHELE ARCANGELO" DONA NUOVA LUCE

Sviluppo del Luminismo e i "Quadri di Notte"

Nel 1533, Savoldo realizzò la pala con la Madonna in gloria e quattro santi per la chiesa di S. Maria in Organo a Verona. Negli anni Trenta, le ricerche luministiche del pittore trovarono la loro più compiuta espressione, come testimonia l'approfondimento degli studi dei riflessi sulle vesti, motivo dominante delle quattro celebri variazioni sul tema della Maddalena al sepolcro, collocabili verosimilmente entro il quarto decennio del Cinquecento.

Nel 1534, Savoldo fu chiamato a Milano per lavorare alla corte di Francesco II Sforza, come attestato da una lettera del duca del 9 giugno. Questa convocazione non ebbe le ricadute sperate a causa della prematura scomparsa di Sforza nel 1535. Probabilmente a questa esperienza milanese si collegano i «quattro quadri di notte e di fuochi, molti belli» segnalati da Giorgio Vasari presso la Zecca di Milano, eseguiti su commissione di Bernardo Scaccabarozzi. Negli anni Trenta, Savoldo maturò una vera e propria specializzazione nel campo del notturno e degli studi di luce locale.

Esempio di tecnica chiaroscurale nei

Gli Ultimi Impegni e l'Attribuizione della Pala Da Varano

Gli ultimi impegni cronologicamente accertabili dell'attività di Savoldo includono la pala con il Compianto di Cristo destinata alla chiesa delle monache di S. Croce a Brescia, identificata nella tela di analogo soggetto andata distrutta a Berlino, e due Adorazioni dei pastori.

Una recente mostra sul Cinquecento a Ferrara ha riportato all'attenzione la Madonna e Bambino in gloria, Angeli musicanti e Santi Paolo, Matteo, Caterina d'Alessandria e Pietro, nota come Pala Da Varano, un tempo attribuita a Dosso Dossi. La mostra rafforza la possibilità di un'attribuzione a Savoldo. La pala presenta una composizione verticalmente bipartita, con la Vergine e il Bambino circondati da un concerto angelico nella fascia superiore, e i cinque santi (Paolo, Matteo, Pietro e le due donne tra le loro spalle) nella fascia inferiore, in un'analogia con l'Estasi di Santa Cecilia di Raffaello e la Madonna e Bambino in gloria e Angeli dell'Ortolano. La tela, esposta come opera "già attribuita a Giovanni Luteri noto come Dosso" ed eseguita tra il 1515 e il 1519, è nel catalogo della mostra tra le opere di Savoldo, dimostrando la perdurante difficoltà nell'attribuzione, riprendendo una notazione settecentesca di Cesare Cittadella che l'identificava come una delle prime opere di Luteri, ripresa nel 1981 da Carlo Volpe.

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