Il percorso di un autodidatta tra creazione e sofferenza
Il mio cammino è iniziato tra i 14 e i 16 anni con una passione spontanea per l’artigianato e la manualità creativa. Sono certamente un autodidatta, ma non per questo mi sono risparmiato disciplina, studio e ricerca. Quello che è sbocciato è stato un appetito creativo insaziabile: dalla falegnameria all'intaglio, dall'intarsio al disegno. Tuttavia, sentivo la mancanza del colore, della LUCE da cui tutto scaturisce magicamente.

Verso i 18-19 anni, pennelli, tele e vernici ad olio sono entrati nella mia vita. Senza una formazione tecnica, mi sono affidato a ciò che avevo di prezioso: la mia curiosità, l'amore per la vita, l'indagine del mio intimo e le mie sofferenze. Anche la preghiera è diventata una fonte incontenibile di energia creativa.
La prova del dolore e il ritorno all’arte
Intorno agli anni 1993-94 ho dovuto smettere di dipingere per ben 15 anni: una rinuncia sofferta, ma necessaria. Dal 2001-2002 il mio corpo ha iniziato a dare segnali importanti, non sempre interpretati con perizia dai medici. Mi sono ritrovato bloccato fisicamente, costretto a fermarmi e a riflettere. Tra il 2009 e il 2010, la situazione degenerò: problemi cardiaci, respiratori e un cedimento della colonna vertebrale che mi immobilizzò.
Proprio nel momento di massima difficoltà, si è rifatta strada la necessità di dipingere. Rispolverando vecchi strumenti e tele avanzate, quella PRESENZA mai assente è tornata a farsi percepire. È stata la santa polacca Suor Faustina a suggerirmi, attraverso i suoi scritti, di collaborare con il Gesù Misericordioso che chiedeva di essere dipinto.
La "passione delle pazienze": l'abbandono alla Provvidenza
La vita ci mette di fronte a una verità profonda: non tutti i martiri sono sanguinosi, ma ogni vita è destinata all'offerta. Esiste una "passione delle pazienze", fatta di quelle briciole quotidiane - un autobus affollato, il telefono che squilla, la salute precaria - che hanno lo scopo di consumarci lentamente per una gloria che non ci appartiene.
Quando ci si abbandona a queste piccole prove senza resistenza, ci si ritrova meravigliosamente liberati da sé stessi. Si galleggia nella Provvidenza come un turacciolo di sughero nell'acqua. Non bisogna fare gli orgogliosi: Dio non affida nulla al caso. Accettare di "essere consumati" nelle piccole cose significa trasformare l'ordinarietà in un evento immenso.

La santità è per tutti: la "gente di strada"
Parlare di santità significa spesso pensare a condizioni speciali o conventi. Eppure, la santità è una vocazione universale. Come sottolineato da Madeleine Delbrêl e confermato dall'insegnamento di Papa Benedetto XVI e Papa Francesco, la santità si gioca nelle pieghe del quotidiano. È la scelta di vivere una vita buona, generosa e sincera nelle relazioni con gli altri.
Essere santi nella porta accanto
- I poveri in spirito sono coloro che condividono gratuitamente ciò che hanno ricevuto.
- I miti e i misericordiosi sanno comprendere gli altri senza puntare il dito.
- Gli operatori di pace cercano di spegnere i contrasti invece di attizzare invidie e gelosie.
Questa è la vera semplicità e grandezza: non lasciare mai una giornata senza un contatto con Dio e seguire gli "indicatori stradali" che Egli ci ha comunicato. In tutto questo, anche il segno della Croce non manca, ma viene affrontato con l'armatura di Cristo.
Conclusione: un cammino aperto
Il mio percorso, fatto di arte, dolore e ricerca spirituale, mi ha insegnato che la santità non è per il "dopo", ma per una vita buona già adesso. Nonostante le mie ridotte capacità fisiche, continuo a cercare nuove soluzioni per esprimermi, sapendo che l'ultima parola non è ancora stata scritta. Il mio lavoro, la mia famiglia e i miei figli rimangono il capolavoro più bello di questo cammino guidato dalla Provvidenza.