La storia narra di un evento leggendario che ha segnato l'immaginario collettivo e l'iconografia cristiana: l'incontro tra Papa Leone Magno e Attila, re degli Unni, nel 452 d.C. Secondo la leggenda, la miracolosa apparizione di San Pietro e di San Paolo armati di spada durante questo incontro fece desistere il "Flagello di Dio" dal desiderio di invadere l'Italia e marciare su Roma.
Attila, il "Flagello di Dio" e l'Invasione dell'Italia
Gli Unni, un "ramo della schiatta mongolica, gente di bassa statura e d’aspetto deforme", si cibavano di erbe selvatiche e carne cruda, vagabondando con i loro carri e veloci corrieri. In principio del V secolo, sbucarono dall’Asia centrale e, traghettato il Volga, si inoltrarono verso le regioni del Danubio, spingendo avanti i Goti. Nel 446, capitanati dal fratricida Attila, si scagliarono contro l’Impero d’Oriente, bruciando Sirmio, Sardica e altre 70 città, lasciando i paesi del Danubio "sparsi di teschi e ossami".
Nel 451, gli Unni si rovesciarono nelle Gallie con un'accozzaglia di 700.000 barbari, in una minaccia all'Europa mai vista dai tempi di Serse. L’anno successivo, il 452, Attila si rovesciò sull’Italia, bruciando città come Aquileia, Concordia, Altino, Padova, Verona e Bergamo. Le prime tre città non si ripresero mai più. Le popolazioni fuggivano atterrite e "dall’Adriatico all’Adda fumavano gli incendi".

La Figura di Papa Leone I (Magno)
Nel 440, la Gallia fu scossa da una guerra civile tra il generale Ezio e il prefetto del pretorio Albino. Per pacificarli, il potere imperiale inviò un uomo di Chiesa: il diacono romano Leone. La sua intermediazione risultò determinante, portando alla loro riconciliazione. Dopo la morte di Papa Sisto III, nel 440, Leone venne eletto al soglio di Pietro, e il suo pontificato durò 21 anni, fino al 461.
Leone Magno fu il papa che riuscì ad ottenere la "superiorità certificata" del vescovo di Roma sugli altri vescovi cristiani, sancita dall'imperatore Valentiniano III. Questo riconoscimento, tuttavia, incontrò resistenze, specialmente tra i vescovi d’Oriente e in seguito dagli arcivescovi di Ravenna. Il suo pontificato, uno dei più lunghi della storia della Chiesa, fu il crocevia di vicende ecclesiali e politiche drammatiche e decisive, testimoniate dalle sue 173 lettere e dai suoi 98 (o 96) sermoni di straordinario spessore teologico e storico.
Francesco Di Capua osservò che "nessun personaggio, forse, del V secolo ebbe, come Leone, piena consapevolezza che la potenza politica e militare della Roma imperiale volgeva inesorabilmente al tramonto, ma nello stesso tempo nessuno ebbe come questo Papa incrollabile la fiducia e netta la visione che la nuova Roma sorgeva, il cui impero sarebbe stato molto più vasto e glorioso di quello antico. La nuova Roma cristiana, fondata sugli apostoli Pietro e Paolo, prendeva per volere divino il posto dell’antica Roma pagana, fondata su Romolo e Remo". Per questo, gli interpreti della figura di Leone Magno ne hanno disegnato un ritratto maestoso ma complesso. Adalbert F. Hamman lo definì l’"ultimo testimone dell’età patristica e della Chiesa antica", mentre Pierre Batiffol lo considerò "un Papa del vecchio mondo". Basil Studer, tuttavia, volle superare questa concezione, vedendolo come colui che muove i primi passi lungo un nuovo versante che si allarga sino all’Oriente, con una "pace cristiana e romana" che ha le sue radici nella collaborazione tra sacerdotium e imperium.

L'Incontro sul Mincio: Diplomazia e Prodigio
Nel mese di agosto del 452, durante il secondo attacco di Attila contro l’Occidente, dopo aver devastato il Nord Italia, Attila si preparava a varcare il Mincio. È qui che, come riferisce L. Todisco, "gli comparve davanti Papa Leone con due ambasciatori inviati da Valentiniano e dal Senato". Daniel Rops descrive la scena con maggiore dettaglio: "in una nube di polvere dorata, vide avanzare verso di sé uno strano corteo: sacerdoti cristiani in dalmatica, monaci vestiti di bigello, patrizi a cavallo, una folla di diaconi e di cantori, recanti croci e bandiere, sollevando degli ostensori il cui oro scintillava al sole, marciava lentamente incontro a lui. In mezzo a tutti cavalcava pregando un vecchio dalla barba bianca."
L'Unno galoppò verso il fiume e si fermò su un isolotto di sabbia, mentre la delegazione attendeva sull’altra riva. "Qual è il tuo nome?" Gridò Attila al vegliardo. "Leone, Papa". Dopo un colloquio col pontefice, Attila promise pace e ripassò le Alpi, un "fatto che parve prodigio". Nessuno saprà mai quale fu il dialogo tra i due uomini, ma, tornando dalla sua missione, Leone disse all'imperatore Valentiniano: “Ringraziamo Dio perché siamo stati salvati da un grande pericolo”.
Il biografo contemporaneo di Leone, Prospero di Aquitania, nel suo Chronicon, presentò l'incontro così: «Leone intraprese quella missione confidando nell’aiuto di Dio, sapendo che egli non viene mai meno nelle difficoltà dei suoi fedeli. La sua fede non fu smentita. Attila ricevette la legazione con grande dignità e si rallegrò talmente della presenza del Sommo Pontefice da decidersi a rinunciare alla guerra e a ritirarsi al di là del Danubio, dopo aver promesso la pace».
L'Intervento Divino: I Santi Pietro e Paolo con la Spada
L'elemento più straordinario e leggendario dell'incontro riguarda l'intervento divino. Secondo Daniel Rops, "per spiegare l’improvvisa ritirata degli Unni, si assicurò che c’era stato un intervento soprannaturale. Mentre il Papa parlava ad Attila, questi aveva visto, dietro al suo interlocutore, un personaggio bianco vestito parato come un sacerdote che si dirigeva verso di lui con una spada minacciosa. Secondo l’una o l’altra versione, questo personaggio era un angelo, o San Pietro, o San Paolo".
Anche il beato Jacopo da Varagine, in maniera più stringata, aggiunge particolari: “In quel tempo Attila devastava l’Italia onde San Leone, dopo aver pregato per tre giorni e tre notti nella chiesa degli apostoli disse: “Chi vuol seguirmi mi segua!”. Quando Leone si trovò alla presenza di Attila questi discese da cavallo, gli si prostrò ai piedi e gli chiese di domandargli qualsiasi cosa volesse."
Questa scena è solennemente evocata anche nell'opera verdiana "Attila", dove un incubo notturno attraversa l’anima di Attila, vedendo "un vecchio ieratico che gli sbarra il passo". Emerge poi un corteo guidato da Papa Leone Magno, "e dietro a lui si profilano due giganti, gli apostoli Pietro e Paolo, che scortano il pontefice e i cristiani. Il «Flagello di Dio» atterrito si prostra nella polvere davanti a quel vecchio, lasciando attoniti gli Unni."

Le Interpretazioni del Ritiro di Attila
La leggenda sull'incontro di Leone Magno con Attila si "sdoppia, si triplica, si quadruplica". Alcune versioni narrano che Attila vide dietro il papa gli apostoli Pietro e Paolo, un'apparizione divina che lo spaventò a morte, facendolo tornare sui suoi passi. Altri sostengono che alle spalle del papa fiammeggiava la spada del Dio degli eserciti. I meno inclini al sovrannaturale scrissero che Leone si presentò con dei carri colmi di oggetti preziosi. La verità storica resta incerta, ma il fatto è che Attila si ritirò.
Daniel Rops osserva che "questo episodio ebbe un’importanza enorme. Esso costituiva una trionfale replica alle critiche dei pagani che si accanivano a dire che l’abbandono dei culti antichi era la vera causa delle disfatte dell’impero". Sebbene la propaganda cristiana abbia trasformato l'episodio in un miracolo con l'apparizione celeste, ragioni strategiche realistiche potrebbero aver influito sulla decisione di Attila di abbandonare il suo grandioso progetto militare e politico, come suggerisce anche Prospero di Aquitania.
L'Affresco di Raffaello: "Incontro di Leone Magno con Attila"
L'episodio leggendario è immortalato nell'affresco "Incontro di Leone Magno con Attila" realizzato da Raffaello Sanzio. L'opera, di 750 centimetri di base e risalente al 1514, è custodita nella Stanza di Eliodoro dei Palazzi Vaticani, nella Città del Vaticano. L'affresco fu l'ultimo eseguito in questa sala e venne terminato dopo la morte di Giulio II, durante il pontificato del suo successore Leone X, il quale compare due volte nella scena, ritratto sia nelle spoglie di Papa Leone Magno che come cardinale.
Raffaello ritrae l’episodio collocandolo nei pressi di Roma, come si evince dallo sfondo, dove appaiono il Colosseo, un acquedotto, una basilica e un obelisco. Dal cielo appaiono i santi Pietro e Paolo armati di spada, mentre Attila e il suo esercito sono atterriti. Sulla sinistra, Papa Leone I è rappresentato seduto su un cavallo bianco, con la mano in alto che benedice. Per eseguire l'opera, Raffaello dovette distruggere una serie di Condottieri del Bramantino. Non è certo se questo affresco sia stato dipinto prima o dopo la Liberazione di San Pietro, e quindi se sia il terzo o l'ultimo degli affreschi compiuti nella stanza.

Il Ruolo di Leone Magno di Fronte ai Vandali
Tre anni dopo il celebre incontro con Attila, il 3 maggio del 455, una vicenda simile si ripresentò, questa volta con protagonisti diversi. La flotta di Genserico, il condottiero dei Vandali, attraccò al porto di Ostia, giungendo senza opposizione significativa alle porte di Roma. Leone, circondato dal clero, decise ancora una volta di ergersi contro l’invasore con la sola forza della sua autorità morale.
Genserico incontrò il Papa alla porta Portuense, ma a differenza di Attila, promise solo di non incendiare la città e di risparmiare gli abitanti, non volendo però fermare il saccheggio di Roma da parte delle sue truppe. Tuttavia, grazie all'intercessione di Leone, furono salvate le basiliche di San Pietro, San Paolo e San Giovanni in Laterano, dove numerosi romani trovarono riparo durante le due settimane di saccheggio. Sarà ancora Leone ad incoraggiare la ripresa della città e il ripristino dei monumenti e delle chiese devastate, compreso il rinnovamento della basilica di San Paolo, colpita da un fulmine e dal relativo incendio. Questa scena, sebbene dall'esito differente, sottolinea la costante dedizione di Leone alla protezione della sua città e della sua fede.