La chiesa della Santissima Trinità è un imponente edificio sacro situato nel centro di Samarate, costruito tra il 1760 e il 1777 sui resti di un precedente luogo di culto. Si presenta come una grande struttura a croce latina, caratterizzata da un'aula unica, un presbiterio quadrato e un'abside semicircolare. La facciata, con profilo a salienti, è suddivisa in due ordini da uno sporgente cornicione. La sua superficie è scandita da numerose paraste e sfondati che incorniciano i portali e la vetrata artistica. Sul fianco destro della chiesa si innalza la torre campanaria, realizzata nel tardo Ottocento. L’elegante apparato decorativo interno, risalente alla fine del Settecento, si compone di affreschi e stucchi rococò.

Storia della Costruzione e Consacrazione
La posa della prima pietra dell'attuale Parrocchiale avvenne il 20 aprile 1760, per opera del Parroco Giuseppe Antonio Luvini, successore di Giacomo Oggioni. L'edificazione proseguì poi con il Parroco Cristoforo Ramazzotti, subentrato al Luvini nel 1768.
Un'iscrizione, scoperta nel 1999 durante i lavori di rifacimento della copertura e incisa nella viva calce sul muro presso il ferro che sostiene il baldacchino, alla sommità dell'abside, attesta al 24 settembre 1763 l'avanzamento nella realizzazione della struttura. La copertura definitiva con la posa del tetto ebbe luogo nel 1765.
L'insorgere di gravi problemi finanziari rallentò il procedere dei lavori e, nel 1771, previa autorizzazione della Reale Giunta, furono venduti all'asta i beni della chiesa del Luogo Pio Ferrario e del Legato Giovanni Macchio, essendo esaurita la disponibilità del Legato del Parroco Oggioni, come affermato nell'iscrizione relativa a questa donazione. Con il ricavo dell'incanto e le prestazioni del popolo, i debiti furono pagati e i lavori riattivati. Il Libro Cronico menziona che "si incominciò di nuovo a cuocere i mattoni in due fornaci che si costruirono nel territorio verso l'Oratorio di San Protaso". Così si completò la costruzione del tempio con la sagrestia, il sagrato, l'intonacatura interna, gli stucchi, i serramenti e le invetriate ed infine un "paramento intero di seta bianca ricamato in oro". Un'iscrizione, datata 1777, fa riferimento alla sostanziale realizzazione della complessiva struttura della Parrocchiale, nonché delle indispensabili rifiniture e dotazioni.
L'inizio ufficiale del culto, con la benedizione della nuova chiesa da parte del Prevosto di Gallarate, giunto con speciale delegazione, avvenne il 27 giugno 1779. La chiesa fu così dedicata alla Santissima Trinità sotto l'invocazione e il patrocinio di Maria del Rosario e di San Leone. La consacrazione definitiva della chiesa avvenne molto più tardi, il 25 agosto 1932, ad opera del Beato Card. Ildefonso Schuster, come riporta la targa in marmo di Carrara situata all'ingresso della chiesa parrocchiale sulla lesena sinistra successiva al Battistero. L'evento è così ricordato dal Cronico: "La cerimonia di consacrazione preceduta da una veglia santa ebbe inizio verso le tre di notte per protrarsi poi sino alle sei".

L'Altare Maggiore
Il grande presbiterio della chiesa è delimitato da due cantorie con organi e ospita un altare maggiore in marmi policromi, realizzato tra il 1778 e il 1786 dai fratelli Buzzi di Viggiù. Un'iscrizione, modellata sul lato posteriore del basamento dell'Angelo di destra dell'altare maggiore (di dimensioni 9x19,5 cm e inclusa in una finta pergamena), riporta: "Giuseppe Buzzi all'età di 25 anni, progettò e costruì. Anno 1786". Questa semplice e sobria iscrizione ricorda il notevole impegno artistico prodotto dai Buzzi, una famiglia di marmisti e artisti insigni. A Giuseppe Buzzi si deve la progettazione non solo degli angeli ma dell'intero altare maggiore. Il Cronico Parrocchiale commenta l'opera del giovane artista definendola "... lavoro perfettissimo di tutta sicurezza d'arte. Il vecchio stile barocco è ben coordinato dalle linee di una eleganza e simmetria che appagano l'occhio". Il padre Marcantonio Buzzi collaborò alla posa in opera dell'altare maggiore, nonché alla posa delle balaustre (1779) che delimitavano il perimetro dell'altare maggiore, oggi riarticolato.

Le spoglie di San Leone, ritrovate nelle catacombe di San Callisto a Roma, furono traslate nel 1779 dalla chiesa di San Rocco dai "Confratelli della buona morte" e collocate nella nicchia. L'altare è in marmo con un paliotto del XIX secolo in lastra di rame sbalzato e cesellato, che presenta un medaglione centrale effigiante San Leone Martire. Sopra la nicchia si trova la pala rappresentante il "Sacro Cuore", opera di Pierino Rossini, collocata nel maggio 1938. Nel dipinto si distinguono al centro la chiesa di Samarate, a sinistra il parroco, lo stesso pittore e alcuni suoi congiunti. Sotto la pala è presente la scritta "COR IESU SACRATISSIMUM MISERERE NOBIS" (Cuore Sacratissimo di Gesù abbi pietà di noi). La tela è racchiusa tra due colonne di marmo sormontate da un frontone. Sul lato destro, un affresco di autore ignoto della fine del XVIII secolo rappresenta "San Leone Martire in prigione tentato dalle cortigiane"; sopra l’affresco è riportata la scritta "HIS SUNT OPES ECCLESIAE" (Queste sono le ricchezze della Chiesa). Sul lato sinistro, un altro affresco di autore ignoto della fine del XVIII secolo rappresenta "San Leone Martire davanti all’imperatore".

Le Cappelle Laterali
Nella cupola sopra il presbiterio è affrescata la Santissima Trinità, mentre nella volta della cappella del Crocifisso è rappresentata la Sacra Sindone.
Cappella di San Giuseppe
Nel 1790 la cappella fu dipinta dal pittore Beretta di Legnano e dedicata a San Giuseppe. L'altare è una donazione della famiglia Silva di Milano, proveniente dalla chiesa di "San Carlo e Teresa" abbattuta nel 1804. Della stessa donazione fanno parte la statua di San Giuseppe in marmo di Carrara, posta nella nicchia, e il paliotto ad alto rilievo collocato sotto l’altare, rappresentante "La Natività", opera di ignoto datata XVIII secolo e restaurata nel 2010 per ridargli l’antico splendore. Sopra la nicchia è presente la scritta "ITE AD JOSEPH" e un medaglione con angeli, opere del pittore Pierino Rossini eseguite nel 1936.
Sul lato destro si trovano un dipinto ad olio su tela raffigurante "San Giuseppe svegliato dall'angelo" di autore ignoto del XVII secolo, e l'originale del quadro "Madonna della seggiola", dono della famiglia Garbini, messo su tela da Giovanni Malinverni nel 1930. Sul lato sinistro è esposta la tela "Riposo durante la fuga in Egitto", opera di Biagio Bellotti del XVIII secolo, restaurata nel 2000. Il soffitto è affrescato con angeli, opera di Pierino Rossini del 1936. Questa cappella è rimasta inutilizzata sino al 1933 poiché la sua destinazione originaria era quella per l’accesso al campanile.
Il dipinto di Biagio Bellotti, "Riposo durante la fuga in Egitto", non è un'opera secondaria tra i numerosi pittori del Settecento lombardo. Sebbene l'ambiente ristretto di Busto Arsizio, suo borgo natale, non gli giovasse, l'artista seppe distaccarsene al momento opportuno, scegliendo di lavorare a Milano, dove poté ammirare le opere del veneziano Giovanni Battista Tiepolo e di altri artisti aggiornati, e dove è ancora possibile ammirare la sua luminosa decorazione della cappella dell’Annunciata nella Certosa di Garegnano. Oltre che nella collegiata di San Giovanni Battista, in cui era canonico, e in altre chiese di Busto Arsizio (San Gregorio, San Michele, la Madonna in Prato), Bellotti lasciò buone prove del suo talento in numerosi paesi dell’Alto Milanese, tra cui San Giorgio su Legnano, Montonate, Gallarate e Cardano al Campo. Samarate, località vicina a Busto Grande, sembrava fosse stata trascurata dal canonico finché una visita nella Parrocchiale da parte del restauratore Michele Barbaduomo non ha permesso di recuperare un’opera sicuramente sua, finora sfuggita agli studiosi e agli estimatori di Bellotti. Si tratta di una grande tela raffigurante il "Riposo durante la fuga in Egitto", ritornata recentemente nella chiesa della Trinità dopo un accurato restauro svolto presso il "Laboratorio San Gregorio" di Busto Arsizio sotto la direzione di Andrea Spiriti della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Milano. Il dipinto samaratese, a cui si deve collegare un disegno in collezione privata che si differenzia dall’opera compiuta solo per minime varianti, presenta forti corrispondenze, soprattutto nelle figure del Bambino Gesù, dei putti e dell’angelo intento a trattenere l’asinello, con gli affreschi del presbiterio e del catino absidale di San Giovanni Battista a Busto Arsizio, realizzati da Bellotti fra il 1754 e il 1759. Anche l’ambientazione in un ampio scenario naturalistico e il modo di trattare la vegetazione sono mutuati dal "Battesimo di Cristo nelle acque del Giordano" dell’abside della collegiata bustese. La figura slanciata e aggraziata della Vergine, dal volto ovale e appena rosato, e quella intensa di San Giuseppe si ritrovano invece, con inconfondibili somiglianze, nelle scene dei "Misteri del Rosario" della cappella dell’Annunciata a Garegnano, scene datate al settimo decennio del Settecento. Tra le date dell’attività nel San Giovanni bustese e nella Certosa milanese è da collocare anche il "Riposo durante la fuga in Egitto", una tela dalla squisita intonazione cromatica, tutta giocata su tinte delicate e sfumate, ancora rococò, come del resto l’atmosfera della scena.

Cappella della Madonna del Rosario
Nel 1779, la statua della Vergine, proveniente dalla chiesa di San Salvatore e portata dai Confratelli del Santissimo Sacramento, venne collocata nella nicchia. L'altare fu realizzato in marmo da Gabriele Buzzi nel 1793. Il paliotto in rame sbalzato e cesellato, con al centro il monogramma della Vergine, è del XIX secolo. La nicchia è affiancata da due colonne in marmo con frontone spezzato, ai cui lati siedono le statue della "Fede" e della "Carità". Nella parte centrale si trova la "Colomba dello Spirito Santo". La statua della "Vergine con Gesù bambino" è una scultura lignea dorata e dipinta di autore ignoto della prima metà del XVII secolo.
Sul lato destro si trova un dipinto ad olio su tela "L’incoronazione della Vergine con Gesù Cristo, l’Eterno Padre e lo Spirito Santo" di autore ignoto del XVII secolo. Sul lato sinistro è esposta la tela che rappresenta la "Vergine con Sant'Anna e Gesù bambino", anch'essa di autore ignoto del XVII secolo. Sul soffitto un medaglione affrescato con angeli che sorreggono una corona, opera di Pierino Rossini eseguito nel 1936. Sotto il medaglione è visibile la scritta "REGINA SACRATISSIMI ROSARII" (Regina del Santissimo Rosario).

Cappella del Crocifisso e Sant'Agata
Nel 1790 la cappella fu dipinta dal pittore Beretta di Legnano e dedicata a Sant'Agata. Nel 1830 la cappella venne riordinata e, perse le pitture originarie, fu eretto l’altare. Nella nicchia sovrastante venne collocato per devozione popolare il Crocifisso eseguito da un intagliatore di Intra nel 1735, proveniente dalla chiesa di San Rocco. Sopra la croce è particolare il cartello con scritte in ebraico, greco e latino. L'altare è realizzato in marmo bianco con caratteristiche neoclassiche e le colonne presentano capitelli corinzi. A lato è posta la statua della Madonna Addolorata di autore ignoto del XVII secolo, restaurata nel 2006.
Sul lato destro si trova la pala "Apparizione della Madonna con bambino e San Pietro a Sant'Agata in carcere", opera di Melchiorre Gherardini, detto il Ceranino (XVII secolo), restaurata nel 1998/1999. Sul lato sinistro è esposta la pala "La Resurrezione di Cristo" (XVII secolo), attribuita a Camillo Procaccini e restaurata nel 2006. Sul soffitto, l'opera "Angeli che sorreggono la Sindone" è di Pierino Rossini (1936).

Restauro e Iconografia della Madonna Addolorata e di Sant'Agata
La statua in legno policroma dell’Addolorata era posizionata prima in oratorio e poi in Sacrestia; ora, dopo il restauro da parte del Laboratorio San Gregorio di Busto Arsizio, diretto e seguito dall’ispettrice della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Milano Isabella Marchi, è posta ai piedi del Santissimo Crocifisso. Lo stato di conservazione dell'opera, databile XVII/XVIII secolo e di buona fattura, era apparso nel complesso buono. La statua, ricavata da un unico blocco di legno massiccio, possiede comunque un peso gravoso nonostante lo svuotamento parziale della polpa lignea dal basamento. Il supporto ligneo e lo strato preparatorio non presentavano gravi problemi di perdita di coesione, né grosse fessurazioni e attacchi xilofagi. Tuttavia, erano presenti sollevamenti e mancanze di pellicola pittorica, dovute per la maggior parte a colpi ricevuti durante i vari spostamenti della statua. Questi danni, in corso di restauro, sono stati consolidati mediante iniezioni di resine acriliche e opportunamente fatti riaderire al supporto ligneo. L’opera, inoltre, risultava coperta da uno spesso deposito di sporco grasso e polveri, aggravata dall'ossidazione della vernice protettiva ingiallita, che ne alterava la cromia originale. Le operazioni di pulitura durante il restauro, mediante azione diversificata a seconda del tipo di problematiche presenti sulla superficie dipinta, hanno consentito di recuperare i reali valori cromatici e di liberare la materia originale dalle sovrammissioni, se pur limitati al manto blu della Vergine.
Secondo una tradizione di notevole antichità, la vergine Agata, condannata a morte perché cristiana, avrebbe subito una crudele mastectomia per poi essere posta in carcere in attesa dell'esecuzione. Lì le sarebbe apparso San Pietro - o, secondo una versione più ricca, l’apostolo insieme alla Vergine col Bambino - che l'avrebbe guarita miracolosamente: il giorno dopo, Agata avrebbe subito il martirio. Il tema iconografico conobbe nelle diocesi di Milano un notevole impulso alla fine del '500 e nei primi anni del '600, soprattutto per volontà del cardinale Federico Borromeo (1595-1631), devoto alla Santa. Il caso più celebre di questa diffusione era presentato dalla pala del Duomo, opera di Federico Zuccari realizzata dal 1597 al 1600. Tale opera, ben presto divenuta un vero e proprio modello, è però molto diversa dal dipinto di Samarate: la mutilazione è lasciata appena intuire, la Madonna e il Bambino non compaiono. Il dipinto di Samarate si distingue invece per il violento realismo e per l'enfasi posta sulla componente drammatica.

I caratteri formali del dipinto e alcuni appigli della ricerca documentaria attualmente in corso, rendono sicura l'attribuzione a Melchiorre Gherardini, detto il Ceranino, allievo prediletto e continuatore della bottega di Giovanni Battista Crespi, detto il Cerano. La caratteristica inclinazione dei volti, il neomanierismo dell'angelo, l’icastica resa del volto di Agata sono tutti elementi che riconducono al pittore. In questo caso, i toni diafani della Santa coesistono con quelli rossastri e barocchi della figura di Pietro, chiara espressione dei suoi rapporti con Pieter Pauwel Rubens e con i suoi continuatori genovesi e milanesi. Si ritiene che il dipinto di Samarate vada riferito alla piena maturità del pittore, ancora ben memore dell'insegnamento del Cerano (evidente nella Madonna, che rimanda a quella della Pala del Rosario eseguita dai due artisti per la chiesa milanese dei Santi Lazzaro e Domenico e oggi a Brera) ma ormai influenzato dai rubensiani milanesi, come Johann Cristoph Storer o Giovanni Battista Discepoli. Questo periodo inizia con la paletta dell'Apparizione di San Pietro a Sant'Agata nella collezione Longhi a Firenze (simile per soggetto, ma diversa da quella di Samarate) e prosegue con il "Pan e Siringa" di collezione privata. L'intervento di restauro del dipinto su tela è stato concluso, eseguito dal Laboratorio San Gregorio di Busto Arsizio, diretto e seguito dall'ispettrice della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Milano Isabella Marchi.
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