Il Salmo 110: Un Canto per il Sacerdozio e la Fraternità

Il Salmo 110, uno dei più antichi della tradizione ebraica, è un testo di profonda rilevanza teologica, celebrato sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento. Attribuito a Davide, re e cantore, questo Salmo si apre con un solenne oracolo che proclama il sacerdozio del Messia, un tema centrale per comprendere la figura di Gesù Cristo e la vocazione sacerdotale.

Il Sacerdozio del Messia nel Salmo 110

Il Salmo 110, noto anche come "Il sacerdozio del Messia", è un inno profetico che descrive la gloriosa investitura sacerdotale del Re messianico. Il testo si articola in diverse sezioni:

Oracolo Divino e Regalità

  • Salmo 110,1: "Oracolo del Signore al mio Signore: «Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi»". Questo verso proclama il Signore Iddio che si rivolge al "mio signore" (il futuro discendente di Davide come re), invitandolo a sedere alla sua destra, simbolo di autorità e potere.
  • Salmo 110,2: "Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: «Domina in mezzo ai tuoi nemici»". Qui si sottolinea l'autorità regale e il dominio esteso da Sion.
  • Salmo 110,3: "A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell'aurora, come rugiada, io ti ho generato". Questo verso allude all'origine misteriosa e divina del "signore di Davide", paragonabile alla rugiada che nasce dall'aurora.

Il Sacerdozio Eterno "Al Modo di Melchisedek"

Il cuore del Salmo, in relazione al sacerdozio, è il verso 4:

  • Salmo 110,4: "Il Signore ha giurato e non si pente: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek»". Questa è l'affermazione chiave che definisce il sacerdozio del Messia come eterno e secondo l'ordine di Melchisedek.

Il riferimento a Melchisedek è di fondamentale importanza. Il personaggio biblico Melchisedek, re di Salem e sacerdote di Dio altissimo, è ricordato nella Bibbia (Genesi 14,17-20) perché, a differenza dei sacerdoti del popolo eletto discendenti di Aronne, non offre sacrifici di animali, bensì pane e vino. Egli era un re cananeo e non ebreo, e Abramo stesso gli rese omaggio. Questa figura misteriosa e originale, senza una chiara ascendenza genealogica descritta nella Genesi, prefigura un sacerdozio universale e non legato a una discendenza levitica.

Rappresentazione di Melchisedek con Abramo

Gesù Cristo: Sommo ed Eterno Sacerdote

La Lettera agli Ebrei nel Nuovo Testamento sviluppa ampiamente il tema del sacerdozio di Gesù, partendo proprio dal Salmo 110,4. Gesù è definito "sommo ed eterno sacerdote", non per natura umana o per appartenenza alla classe levitica (egli era della tribù di Giuda), ma perché ha offerto sé stesso a Dio. Il suo sacerdozio ha inizio con l'Incarnazione, come atto di infinita dedizione al Padre celeste, manifestato nel suo "Ecco, io vengo, o Dio, a fare la tua volontà" (Ebrei 10,9).

Gesù, sacerdote che nella cena pasquale annuncia la sua morte e resurrezione con i segni del pane e del vino, offerti e donati ai suoi discepoli, rinnova l'alleanza tra Dio e il suo popolo. Il pane diventa segno della sua vita offerta per amore, e il sangue sigilla la Nuova Alleanza. Nel Nuovo Testamento, il sacerdote è il rappresentante legittimo del popolo davanti a Dio, il mediatore tra Dio e gli uomini, scelto non dalla comunità ma da Dio stesso.

La lettera agli Ebrei, pur riconoscendo la morte di Gesù "con forti grida e lacrime", afferma che egli "divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Ebrei 5,6-9). Questo messaggio di fede in Gesù come unico mediatore di salvezza, pace, vita e amore, è ri-trasmesso a noi, offrendoci la mediazione di un Dio così grande da piegarsi e rispettare ogni uomo, persino il "figliol prodigo".

Icona di Gesù Cristo Sommo Sacerdote

Il Sacerdozio Comune dei Fedeli e la Fraternità

Una domanda moderna che emerge è: dove è finito il sacerdozio di Gesù? La risposta non è da cercarsi esclusivamente nel sacerdozio del clero. La Lettera agli Ebrei (13,15-16) esorta tutti i fedeli a offrire "continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome", e a non dimenticare "la beneficenza e la comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace". Ancora più eloquente San Paolo in Romani 12,1-2, dove esorta a offrire i propri corpi "come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio: è questo il vostro culto logico".

Questo significa che il popolo di Dio è tutto quanto abilitato e chiamato a rendere culto a Dio e a esserne un mediatore nei riguardi dell'umanità. Si parla oggi del sacerdozio "comune" di tutti i fedeli, in un'ottica di recupero di un più cristiano equilibrio e di una giusta sinodalità tra pastori e laici.

La Fraternità come Vocazione

La vocazione alla fraternità, profonda e radicata in Dio stesso, è un altro tema cruciale. Il Salmo 133, "È bello e soave che i fratelli vivano insieme", come ricordava Agostino di Ippona, descrive la fraternità come un profumo inebriante, simile all'olio dell'unzione del sommo sacerdote, che si diffonde su tutto il corpo. Questa fraternità è un dono di Dio, non merito umano, paragonabile alla rugiada che scende dal monte Ermon (simbolo di "luce innalzata", cioè Cristo).

Tuttavia, la Bibbia esprime chiaramente che la fraternità è una sfida complessa e fragile. La prima relazione fraterna, tra Caino e Abele (Genesi 4), sfocia nel fratricidio. La storia di Giuseppe e dei suoi fratelli (Genesi 37-50) evidenzia come la gelosia possa distruggere i legami. Ricucire la fraternità richiede una tessitura paziente, perdono e la disponibilità di ciascuno a riconoscere la propria parte in una storia di male, rispondendo con semi di bene e desiderio di verità.

La preghiera per la fraternità, "Signore e Padre dell'umanità", invoca uno spirito fraterno, il sogno di un nuovo incontro, dialogo, giustizia e pace, per creare società più sane e un mondo più degno, senza fame, povertà, violenza e guerre. Essa invita i cuori ad aprirsi a tutti i popoli per riconoscere il bene e la bellezza in ognuno, stringendo legami di unità e speranze condivise.

La legge della fraternità

Il Sacerdozio Cattolico e la sua Bellezza

La vocazione sacerdotale è una grazia straordinaria che configura una creatura a Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, rendendola partecipe della sua sublime missione d'Amore. La riflessione sul sacerdozio cattolico è stata arricchita da figure come Papa Benedetto XVI, il cui 60° anniversario di Ordinazione Sacerdotale ha offerto un'opportunità per meditare sulla bellezza e l'importanza del sacerdozio attraverso i suoi interventi e spunti di preghiera.

Raccolte di canti e preghiere, ispirate a testi biblici e liturgici, come il Salmo 110 e il Salmo 97, celebrano l'investitura sacerdotale e la regalità di Cristo. Si includono inni dedicati a modelli di pastori come il Beato Giovanni Paolo II e testi che richiamano la paternità misericordiosa di Dio, essenziale per ogni sacerdote chiamato a testimoniare l'amore divino agli uomini.

Preghiere come l'"Atto d'offerta" di S. Ignazio di Loyola ("Accogli, Signore") e l'"Atto d'Amore" del Santo Curato d'Ars sono esempi di testi profondi che invitano a fare propria la fede e l'amore testimoniati. Queste risorse, insieme ai brani dell'Ordinario della Messa, mirano a sostenere la preghiera e a far crescere la stima e l'amore per la vocazione sacerdotale.

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