I Salesiani Missionari nella Selva Amazzonica: Un Impegno per la Dignità e la Vita

La Vocazione Missionaria Salesiana: Tra Fede e Sfide Gigantesche

I salesiani, spesso non più giovanissimi ma sempre con una passione ardente, affrontano problemi giganteschi per annunciare il Vangelo e promuovere una crescita umana e la dignità delle popolazioni. Il loro lavoro missionario li porta in luoghi remoti, come la selva interna alla foresta amazzonica ecuadoriana, che si estende dalle zone montagnose ai 300 metri della intricatissima foresta, risiedendo in una regione che in parte è ecuadoregna e in parte peruviana. Quest'area è caratterizzata da colori, musica, feste e una profonda religiosità.

In questi territori, la vita missionaria implica viaggi spericolati nella foresta amazzonica, affrontando la fatica e la necessità di acqua e cibo per percorsi dai risultati incerti. La mortalità infantile è molto alta (37,7%), e la carenza di assistenza sanitaria crea un clima di forte conflitto sociale.

Mappa dell'Ecuador con evidenziate le regioni amazzoniche

Supporto e Logistica nelle Missioni Salesiane

Il sostegno alle missioni è sapientemente realizzato con l'aiuto di benefattori da tutto il mondo. La gestione logistica è complessa: il ricambio di materiali è tutto in ordine e computerizzato, indicando quando e quali pezzi vanno revisionati o sostituiti. Tra il 1988 e il 1996, sono state volate 18.109 ore, dimostrando l'importanza dei collegamenti aerei per raggiungere le comunità remote. Un piano razionale dei collegamenti aerei rende possibile un volo tranquillo e preciso, consentendo anche a 50 villaggi di avere la radio per comunicazioni essenziali sulla gente, sullo stato delle piste o sulla nuvolosità.

I Mehinacu dell'Amazzonia, Antica Saggezza di una Tribù Felice.

Suor Maria Troncatti: Madre, Missionaria e Artigiana di Pace nella Selva Ecuadoriana

Un esempio luminoso dell'impegno salesiano è Suor Maria Troncatti (1883-1969), proclamata beata nel 2012 e futura santa. Giunta dopo otto giorni di cammino periglioso nella selva, al piccolo avamposto missionario di Macas (Ecuador) nel 1925, suor Maria comprese immediatamente la sua missione: stabilire la fraternità tra i missionari, i coloni bianchi e la popolazione amazzonica Shuar, ritenuta inavvicinabile. «Davvero qui è terra vergine, non sanno che esiste un Dio» furono le sue prime annotazioni. Nonostante non fosse più giovanissima, a 39 anni aveva già sperimentato le durezze della vita di montagna e il lavoro di infermiera di guerra. Tuttavia, l'Amazzonia riuscì a impressionarla e a commuoverla: «Il panorama è bellissimo, tutto circondato di indigeni e abbastanza fiere. Davanti alla nostra casa abbiamo il gran Sangai, il famoso vulcano, il più grande di tutto il mondo, si vede che continua a mandar fumo. Ai piedi del nostro orto un fiume enorme che si chiama Upano», scrisse in una delle sue lettere alla famiglia in Italia.

Ritratto di Suor Maria Troncatti con sfondo amazzonico

Il Cuore di Madre di Suor Maria

Suor Maria Troncatti incarnò la maternità spirituale, frutto del suo incontro con Gesù e del suo farsi “ausiliatrice” tra la gente. Tutti coloro che avevano bisogno di lei, venivano accolti senza distinzione. Coloni e Shuar trovavano in lei una parola di consolazione, uno sguardo materno, un ascolto profondo delle loro difficoltà. Con un occhio di predilezione per i più bisognosi e diseredati - donne, bambini, orfani, persone in difficoltà - curare gli ammalati, educare e salvare i bambini era la sua missione. «Non posso più lavorare - diceva - ma sono contenta di trattenermi con i miei poveri selvaggi: sempre vengono infermi nell'ospedale, sempre vengono da lontano a visitarmi». Chiunque poteva trovarla, l'amata “abuelita” (nonnina), sulla soglia dell'Ospedale “Pio XII” - da lei fortemente voluto - seduta, ormai con le gambe gonfie, pronta ad accogliere tutti. Le parole di Don Bosco del 1884, «Non basta amare… ma occorre che essi stessi si accorgano di essere amati», segnarono la sua presenza tra quelle persone. Con la sua umiltà, ascolto e amorevolezza, Suor Maria conquistò i cuori di tutti, portando sollievo e soccorso come «una verdadera madre».

Opere e Impatto nella Selva

Le sue abilità mediche furono tra le prime ad essere apprezzate dagli abitanti della selva: «Sono dentista, chirurgo, infermiera e medico», affermava lei stessa. Non c’era altro. Vedeva gli Shuar arrivare feriti, mutilati dal machete, a volte moribondi, e li accudiva nel piccolo ambulatorio (botequin), sussurrando parole di rassicurazione mescolate al Vangelo mentre ricuciva gli squarci o estraeva pallottole.

L'evangelizzazione inizialmente suonò come un'intromissione per coloni e Shuar, ma grazie alle sue mani che guarivano e alle parole che facevano deporre le armi, Suor Maria divenne presto "madrecita", la madre di tutti, specialmente delle giovani donne. Ebbe l'intuizione di far frequentare la scuola alle figlie dei coloni insieme con le giovani Shuar, seguendo lo stile salesiano di «evangelizzare educando e educare evangelizzando». Già nel 1930, cinque anni dopo il suo arrivo, grazie al vicino collegio salesiano maschile, una prima coppia di Shuar decise di sposarsi volontariamente con il rito cristiano, affrancandosi dai matrimoni combinati e dalla poligamia. Le ragazze della foresta convertite al Cristianesimo divennero le sue giovani balie, incaricate di portare all'internato i bambini bianchi abbandonati e i neonati della selva destinati a essere uccisi. A un certo punto scrisse: «Tutti i kivari hanno in noi una fiducia che commuove».

Nel 1954 a Sucúa, centro missionario insieme a Macas e Sevilla Don Bosco, Suor Maria, collaborando con i salesiani, tenne a battesimo il primo ospedale, intitolato a Pio XII e dedicato a curare tutti, inclusi i missionari affaticati dalla lunga opera in Amazzonia. Nei primi anni '60 decise che ogni villaggio Shuar dovesse comprendere un maestro-catechista e un ambulatorio di primo soccorso. In comunione con i Salesiani, facilitò agli Shuar la possibilità di ottenere dei diritti politici, avviando l'amministrazione di Segundo Sevilla e di altri centri abitati unicamente dagli indigeni. Fu una salesiana che operava a favore degli indigeni e che difendeva i loro diritti.

La Morte e la Canonizzazione di Suor Maria Troncatti

Suor Maria Troncatti, definita «Artigiana della riconciliazione e della pace», continuò a essere ricordata anche dopo la sua morte improvvisa, avvenuta il 25 agosto 1969 a Sucúa, in Ecuador, per un incidente aereo. Aveva 86 anni e si imbarcò su un aereo erroneamente sovraccarico che si schiantò al suolo poco dopo il decollo, causandone la morte sul colpo. La Commissione storico spirituale liturgica, costituita in vista della sua canonizzazione, ha evidenziato la sua figura e il suo messaggio di "Madre, missionaria, artigiana di pace e di riconciliazione".

Quarant'anni dopo, sempre in Ecuador, una donna di nome Yolanda Solórzano Prisco, affetta da malaria grave, entrò in coma irreversibile. I parenti pregarono Suor Maria Troncatti e il giorno dopo la signora Prisco aprì gli occhi, guarita; un miracolo riconosciuto. Tre anni più tardi, un nuovo caso inspiegabile coinvolse un indigeno Shuar chiamato Juwa, colpito alla testa da una grossa pietra, che si riprese completamente dopo aver sognato Suor Maria Troncatti. Grazie a questo nuovo miracolo, Suor Maria Troncatti sarà proclamata santa il 19 ottobre, e ricordata ogni 25 agosto.

La Testimonianza di Cosimo Cossu: 20 Anni di Vita Salesiana tra gli Shuar

Cosimo Cossu, coadiutore salesiano, ha dedicato 20 anni alla missione in Ecuador, dove ha condiviso gli ultimi tre anni della vita di Suor Maria Troncatti. Partito per l'Ecuador nel novembre 1962, dopo aver studiato presso i salesiani di Cumiana e aver professato i voti nel 1959, ha maturato la vocazione missionaria. Dopo un periodo come insegnante di materie tecniche, desiderò ardentemente di andare «nella foresta, con i veri missionari», destinazione Sucúa, in piena selva.

Foto di Cosimo Cossu con bambini indigeni

La Vita Quotidiana e l'Educazione nelle Missioni Shuar

Nella missione di Sucúa, la vita era molto semplice ma ricca di significato. I sabati e le domeniche erano giorni speciali, con ore trascorse sul fiume con i ragazzi, piene di giochi. Al pomeriggio, ragazzi e ragazze si riunivano per guardare le "filmine Don Bosco", con il Vangelo della domenica e storie di avventura. Nella cappella, Salesiani, FMA (Figlie di Maria Ausiliatrice), ragazzi e ragazze facevano le prove di canto, cantavano i vespri, seguiti dalla benedizione eucaristica e dalla "buonanotte" salesiana.

Per un ragazzo o una ragazza Shuar, che non aveva mai visto la luce elettrica (la missione aveva un generatore), vivere in comunità con tanti amici, imparare a coltivare la terra senza bruciare gli alberi, era una cosa fuori dal comune. Dopo 4 o 5 anni di internato, questo sfociava nel matrimonio, durante il quale, se possibile, si offrivano ai futuri sposi due vitelline e un vitello per iniziare una vita matrimoniale. Le ragazze imparavano a cucinare, lavare, cucire e prendersi cura di sé stesse e della futura famiglia. Questo avveniva in tutte le missioni salesiane, ognuna con dai 200 ai 400 ettari di foresta e 100-250 capi di bestiame. Cosimo Cossu ricorda la bellezza di vivere in una comunità di 5 confratelli (spagnoli, slovacchi, italiani) e molto da vicino con le FMA, formando «una sola grande famiglia». Il suo rapporto con Suor Maria Troncatti, per lui «la nostra nonnina» (abuelita), era non solo fraterno, ma filiale.

Conflitti e Mediazione Salesiana

A Sucúa, dove vivevano circa 300 coloni bianchi e gli Shuar erano disseminati nella foresta, un grave problema sorse quando gli Shuar iniziarono ad abbattere la foresta per seminare prato. Padre Juan Shutka ottenne un decreto ministeriale che proibiva agli Shuar di vendere terreno ai bianchi, pur consentendo le vendite tra di loro. Questo pose fine a pratiche speculative. Tuttavia, un incidente drammatico avvenne nel luglio del 1969, quando l'unica scala di accesso del palazzone in legno dove vivevano i salesiani fu cosparsa di benzina. Grazie all'accorgimento di un ragazzo Shuar che notò il fuoco, i confratelli si salvarono, gettandosi da un'altezza di 4 metri, sebbene l'intero edificio bruciò in 40 minuti. La mattina seguente, un centinaio di Shuar armati si presentarono, chiedendo a padre Shutka «A che ora iniziamo a uccidere i bianchi?». Solo la sapienza che lo Spirito Santo aveva infuso nel cuore di padre Shutka riuscì a farli desistere, evitando un massacro.

L'Impegno Salesiano per i Diritti e lo Sviluppo Sostenibile dell'Amazzonia

Il lavoro missionario tra gli Shuar è un impegno costante. Aree come Bomboiza, Chiguaza, Sevilla e Yaupi sono dedicate alla pastorale Shuar e contano un totale di 45 religiose. Le missioni supportano anche l'acquisizione di diplomi in agronomia e l'educazione a Yaupi, la missione più lontana, dove i giovani diplomati vengono seguiti attraverso lo studio a distanza.

L'attenzione non si limita all'educazione formale. I giovani si occupano anche del lavoro nei campi per provvedere agli alimenti che servono alla preparazione quotidiana del pasto. Questo promuove una cultura che mira a valorizzare la foresta amazzonica in modo sostenibile, contrastando la pratica selvaggia di bruciare gli alberi per ottenere pascoli.

Difesa dei Diritti e Sviluppo Culturale

Padre Juan Bottasso è una figura chiave in questo contesto, avendo raccolto mille volumi di ricerche e studi da tutto il mondo e avviato il progetto UPSA (Università Politecnica Salesiana) che permette agli indigeni di laurearsi e raggiungere l'università con titoli riconosciuti dallo stato. Un aspetto importante è anche lo sviluppo di un vocabolario e altre pubblicazioni in Shuar-spagnolo, diffusi via radio, per garantire che la loro lingua e cultura siano a servizio della popolazione amazzonica. Si riflette anche sulla presenza della «rivelazione» dell'unico Dio, Arutam, nella vicenda del popolo Shuar e su come le loro espressioni religiose possano confluire nei sacramenti cristiani.

Giuseppe “José” Zanardini, prete salesiano e missionario in Paraguay, ha contribuito al dialogo interculturale, sottolineando il valore delle culture originarie e preparando i giovani indigeni al confronto con le culture secolarizzate, come racconta nel suo romanzo "Dio parla nella selva". La sua esperienza evidenzia come la prospettiva occidentale possa entrare in crisi di fronte a una realtà diversa, spingendo a una revisione profonda della propria visione del mondo e della teologia.

I Mehinacu dell'Amazzonia, Antica Saggezza di una Tribù Felice.

Il Sinodo sull'Amazzonia e la Presenza Salesiana Oggi

La Regione Amazzonica, un patrimonio dell'umanità per la sua biodiversità (la più alta specie per superficie in America del Sud), è soggetta a minacce come contaminazione, introduzione di specie esotiche e ricerca petrolifera. Offre anche un potenziale terapeutico e alimentare per l'industria e l'alimentazione.

Il Sinodo speciale dedicato ai popoli dell’Amazzonia ha rappresentato un'occasione straordinaria per riflettere sul ruolo della comunità cristiana di fronte alle sfide di questo contesto sociale e culturale. Nella Regione Amazzonica, ci sono 47 comunità salesiane (22 urbane e 25 rurali) con 245 salesiani (107 rurali e 138 urbani). Questa vasta diffusione pone la congregazione in costante relazione con le questioni che il Sinodo affronta, come la difesa e lo sviluppo delle comunità originarie.

La Forza delle Comunità Indigene Salesiane

Attualmente, 15 salesiani operanti nelle 6 ispettorie della regione (in Ecuador, Colombia, Venezuela, Brasile, Perù e Bolivia) sono originari di 8 diverse etnie indigene amazzoniche (Tuyuka, Desano, Traiano, Arapaso, Tucano, Baniwa, Bororo, Xavante). I Figli di Don Bosco sono a servizio di 61 etnie indigene amazzoniche. Se brucia la foresta, bruciano anche le cappelle che consentono alle comunità di ritrovarsi.

Il Sinodo non è solo focalizzato sulla difesa ambientale, ma anche sui problemi pastorali, dall’evangelizzazione alla scarsità di vocazioni. Vescovi come Mons. Johnny Eduardo Reyes Sequera e Mons. Pablo Modesto González Pérez, che vivono "da dentro" le problematiche della trasformazione globale, hanno sottolineato le crisi politiche e sociali, come quella in Venezuela, che complicano l'assistenza alle popolazioni in fuga.

Foto di salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice che partecipano a un evento legato al Sinodo dell'Amazzonia

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