Sacerdoti Stranieri in Italia: Il Contributo dei Sacerdoti Indiani e le Nuove Dinamiche Missionarie

La Chiesa italiana sta vivendo un profondo cambiamento demografico nel suo clero. L'Italia, tradizionalmente terra di missione per l'invio di sacerdoti all'estero, è oggi diventata a sua volta terra di missione, accogliendo numerosi "preti con la valigia" che arrivano da ogni parte del mondo. Questi sacerdoti, spesso giovani e ben formati, lasciano i loro Paesi d'origine per rievangelizzare una "vecchia Italia" in cui il calo delle vocazioni e lo spopolamento dei seminari hanno creato un significativo vuoto pastorale. Tra questi, i sacerdoti indiani rappresentano una componente sempre più rilevante.

Il Fenomeno dei Sacerdoti Stranieri in Italia: Numeri e Provenienze

I sacerdoti stranieri in Italia sono ormai una realtà consolidata e in costante crescita. Immigrati in tonaca, ieri hanno conosciuto la fede cattolica grazie a schiere di sacerdoti partiti dall'Occidente e oggi si incaricano di ripopolare parrocchie e oratori. Le loro origini sono disparate, provenendo da Paesi lontani minati da guerre e povertà come nazioni di antica fede che sovrabbondano di consacrati: sono indiani, congolesi, nigeriani, filippini, polacchi, romeni, sudamericani, ma anche francesi, spagnoli, nordamericani.

Il loro numero è in continuo aumento, come documenta l'Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc), che se ne prende cura grazie ai fondi dell'8 per mille. Dal 2005 al 2010 il loro numero è salito di quasi il 30 per cento, passando da 1.780 a 2.260 unità, e al 31 dicembre 2012 era ulteriormente lievitato a 2.496. Essi ormai rappresentano oltre l'8 per cento dei presbiteri in servizio in Italia, una quota allineata con la presenza complessiva di stranieri sul totale della popolazione residente. Questo fenomeno è un segno che esiste un bisogno, un vuoto da riempire, e a quasi tutti i vescovi (le diocesi italiane ospitanti sono 208 su 225) l'immigrazione dei clergyman consente di compensare il calo delle vocazioni.

L'età media delle tonache immigrate è piuttosto giovane, 45 anni contro i 59 dei sacerdoti italiani, e molti decidono di fermarsi in Italia dopo esservi giunti per studiare nelle università pontificie. La gran parte di loro (quasi il 30 per cento) proviene dall'Africa, in particolare da Congo ex Zaire, Nigeria, Congo Brazzaville, Madagascar. Negli ultimi anni, tuttavia, sono cresciuti soprattutto gli asiatici, dove il cristianesimo cresce velocemente e in silenzio; l'Icsc ha censito siriani, pakistani e vietnamiti. Più di uno su quattro è europeo, soprattutto polacchi, romeni e spagnoli. Un altro 15 per cento arriva dall'America Latina. Di un prete su 20 è impossibile stabilire la cittadinanza: anche il clero ha i suoi profughi. Nel complesso si contano 110 Paesi di provenienza, compresi Iraq, Isole Fiji, Papua, Samoa, Russia e Corea del Sud.

La distribuzione sul territorio nazionale non è uniforme. La regione in cui si registrano i numeri maggiori è il Lazio, dove operano oltre 600 preti stranieri, uno ogni quattro italiani. Seguono Toscana, Emilia-Romagna, Campania, Abruzzo-Molise. Il Centro Italia raccoglie oltre metà del clero immigrato, con le presenze che si diradano più ci si allontana dalla capitale della cristianità. Le città sul podio con Roma (dove operano oltre metà dei sacerdoti stranieri del Lazio) sono Firenze e Milano.

Infografica con statistiche sulla provenienza e distribuzione dei sacerdoti stranieri in Italia

Il Percorso dei Sacerdoti "Fidei Donum" e l'Incardinazione

Questi sacerdoti non approdano con i barconi ma per motivi di studio e per periodi limitati di qualche anno, secondo progetti concordati tra le diocesi di partenza e di arrivo. Sono i sacerdoti "fidei donum", così chiamati dal titolo di un'enciclica di Pio XII del 1957 ("Il dono della fede") che invitava all'impegno missionario. Non appartenenti a ordini religiosi che per vocazione vanno a evangelizzare le terre lontane, ma preti o diaconi "in prestito", cioè inviati temporaneamente in diocesi straniere in base ad accordi sottoscritti tra i due vescovi. Le convenzioni prevedono un soggiorno massimo di 9 anni, prorogabili di altri tre. Poi i sacerdoti senza frontiere dovrebbero rifare la valigia. Tuttavia, succede che il periodo si prolunghi indefinitamente.

Annarita Turi, dell'Ufficio Cei preposto alle convenzioni, ha scandagliato la situazione sul mensile Popoli e Missione, evidenziando che questi scambi rappresentano «un'enorme ricchezza culturale e spirituale» e «un dono della fede delle Chiese sparse nel mondo», a conferma che «la missione è sempre più intesa come reciprocità» e che l'Italia stessa è diventata terra di missione. Ogni anno, almeno 20-25 sacerdoti scelgono di incardinarsi stabilmente in diocesi italiane.

Motivazioni e Sfide dell'Immigrazione Sacerdotale

Le motivazioni per cui i sacerdoti arrivano in Italia sono varie: conoscenza diretta con i vescovi italiani, richieste di "personale" in qualche diocesi, gemellaggi missionari, internazionalizzazione degli istituti religiosi. «Alla base c'è il desiderio di acquisire nuova esperienza pastorale da offrire poi alla propria Chiesa», spiega don Michele Autuoro, direttore dell'Ufficio nazionale della Cei per la cooperazione missionaria tra le Chiese, che sottolinea: «Dobbiamo stare attenti a non impoverire le Chiese giovani».

Tuttavia, tra le cause dell'emigrazione in tonaca, non mancano «le emergenze dovute alla situazione interna dei Paesi di provenienza». Si riscontra un'idea di emancipazione individuale e sociale più forte rispetto alla motivazione missionaria, che riguarda non solo il singolo sacerdote ma tutta la Chiesa locale di origine. Questa migrazione in certi casi «non risponde a criteri di cooperazione e di ecclesialità», e in aggiunta può avere «l'aggravante della gratificazione economica o dell'accomodamento personale».

Il sistema delle convenzioni, deciso dalla Congregazione Vaticana di Propaganda Fide nel 2001, dovrebbe regolare l'afflusso di preti dall'estero in un quadro di reciprocità per evitare scelte autonome. Ma non mancano casi in cui i vescovi, più che inviare o accogliere, cedono all'insistenza di un sacerdote diocesano desideroso di lasciare il Paese d'origine o di sistemarsi in Italia. «Si rimane da noi anche perché non è più possibile rientrare», spiega padre Giulio Albanese, missionario comboniano e direttore di Popoli e Missione. Quello che doveva essere uno scambio, una sorta di "stage", si trasforma spesso in una scelta di vita per ragioni obbligate. L'Occidente resta comunque un contesto migliore, e il sacerdote stesso dovrebbe riadattarsi alla propria patria dopo tanti anni. In ogni caso, in Italia per un prete c'è tantissimo da fare: «In talune diocesi un solo sacerdote può avere anche quattro o cinque parrocchie da seguire».

L'aiuto da fuori è indispensabile. A Firenze, per esempio, seconda in Italia per numero di sacerdoti d'importazione, alcuni di essi seguono due o tre parrocchie come amministratori o collaboratori, e il cardinale Giuseppe Betori ha inserito tra i cinque vicari un prete polacco come moderatore della Curia e coordinatore degli uffici. Don Dario Russo, direttore del Centro missionario diocesano, racconta: «Per noi, i preti stranieri sono stati da sempre delle presenze costanti».

La Specificità dei Sacerdoti Indiani in Italia

Il Contesto Indiano di Origine: La Testimonianza di Don Jijo Varghese

La vita da cristiano in India non è facile, non tanto per la popolazione, quanto per l'indirizzo che il Governo centrale ha preso da una decina di anni a questa parte nei confronti delle minoranze religiose. Don Jijo Varghese, chiamato amichevolmente don Giuseppe, sacerdote indiano della diocesi di Jaipur, nello Stato del Rajasthan, vive a Roma da alcuni anni per terminare gli studi teologici. Don Giuseppe è nato e cresciuto ad Alappuzha, nello Stato del Kerala, nell'estremo Sud Ovest dell'India, ma dopo essere divenuto sacerdote è stato inviato nello Stato del Rajasthan, nel Nord Ovest del Paese, a 2mila chilometri di distanza.

L'India non ha le Regioni come l'Italia, ma è una confederazione di 28 Stati e 8 Territori autonomi a livello legislativo e giudiziario, ognuno con le proprie leggi, tradizioni, costumi, cucina e religioni diverse. Con un miliardo e 400 milioni di abitanti, l'India è il secondo stato più popoloso al mondo e il settimo per superficie, caratterizzato da una grandissima diversificazione tra uno Stato e l'altro, tra un gruppo etnico e l'altro, e tra i livelli sociali, con gruppi ricchissimi e una vasta parte della popolazione poverissima.

La popolazione indiana è a grande maggioranza di religione induista (circa l'80%). La seconda comunità religiosa è quella dei musulmani (circa il 15%), la terza comunità musulmana mondiale dopo l'Indonesia e il Pakistan. I cristiani - cattolici e non - sono solo il 2,3% della popolazione, pochi e distribuiti in pochi Stati. Nel Kerala, da dove proviene don Jijo, i cristiani sono il 20%. In questa regione il cristianesimo è arrivato nel 33 d.C., grazie all'opera di evangelizzazione di san Tommaso (Mar Toma in India). Molti cattolici in Kerala non seguono il rito latino, bensì il rito siro-malabarese, un rito antichissimo proveniente dalla Siria. In Kerala la maggioranza induista convive pacificamente con le forti minoranze cristiane e musulmane, in un regime di prevalente tolleranza reciproca; è anche uno Stato ricco grazie al commercio e al turismo, con la percentuale più alta di alfabetizzazione (oltre il 90%).

Foto di un sacerdote indiano che celebra un rito siro-malabarese

Nel Rajasthan, invece, la situazione è del tutto diversa. Benché non sia tra gli Stati più poveri, ha una larghissima fetta di popolazione induista e pochissimi cristiani. È uno di quegli Stati che ha subito una certa radicalizzazione nel corso degli anni. Da quando al potere è salito Narendra Modi, c'è stato un abbassamento della tolleranza verso i non induisti, poiché Modi ha pescato l'elettorato soprattutto negli Stati a forte maggioranza induista e tra quelli tribali, dove la popolazione è particolarmente povera e per larga parte analfabeta. Tra le masse ha richiamato l'idea di un'India solo induista, spesso paragonando gli islamici del vicino Pakistan ai terroristi.

Nello Stato del Rajasthan, per esempio, è vietato predicare il cristianesimo. I cattolici, insieme a tutti gli altri cristiani, hanno le loro chiese dove possono pregare e dire Messa, ma non possono in nessun modo cercare di convertire qualcun altro al cristianesimo, pena la prigione. In tanti Stati indiani, da quando Modi è al potere, l'evangelizzazione è vietata. Non al Sud, come nel Kerala, ma in buona parte del Centro e del Nord dell'India la vita per i cristiani non è semplice; si può essere accusati falsamente di tentata conversione e passare dei guai. L'unica cosa che i sacerdoti insieme ai fedeli possono fare sono le opere di carità, come aiutare i poveri sulle orme di Madre Teresa di Calcutta.

La maggior parte dei missionari stranieri è stata espulsa dall'India. Chi è rimasto, può solo portare avanti le opere di carità ma senza parlare di Cristo ai non cristiani. Don Jijo, ad esempio, è stato vice-preside di una scuola privata con migliaia di allievi - bambini e ragazzi - prevalentemente di religione induista e provenienti da famiglie ricche; eppure, nonostante sia una scuola cristiana, non poteva parlare loro di resurrezione, perché è vietato.

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L'Integrazione e il Ruolo dei Sacerdoti Stranieri in Italia

L'esperienza dei sacerdoti stranieri in Italia è fonte di crescita per tutti. Un sacerdote straniero coinvolto in toto, infatti, porterà via con sé un bagaglio che gli sarà utile, così come la comunità ospitante si arricchirà di nuove idee e farà cerchio intorno a lui per non farlo sentire mai solo. Don Justin Chibueze Utazi, sacerdote nigeriano cresciuto a Nimbo, si sente «pienamente accolto a Terrasini», un comune in Sicilia, nonostante le difficoltà legate alla lingua e la nostalgia della famiglia e delle liturgie animate della Nigeria. A Terrasini progetta di «imparare di più» mentre svolge il suo ministero.

Il direttore dell'Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese sottolinea che si dovrebbe curare di più l'accompagnamento dei sacerdoti stranieri, poiché il rischio è quello di trasformare delle risorse in "tappabuchi".

Il Supporto alla Santità nel Ministero Sacerdotale

Per sostenere i sacerdoti nella loro vocazione e nel loro ministero, esistono associazioni come la Società Sacerdotale della Santa Croce, intrinsecamente unita alla Prelatura dell'Opus Dei. Essa ha il fine di aiutare i sacerdoti secolari a cercare la santità nell'esercizio del loro ministero al servizio della Chiesa, secondo lo spirito e la prassi ascetica dell'Opus Dei. È formata dai sacerdoti incardinati nella Prelatura e da altri presbiteri incardinati nelle rispettive Chiese particolari. Al momento attuale (2013) ha circa 4.000 soci e ne è presidente il Prelato dell'Opus Dei.

I sacerdoti delle diocesi che si ascrivono a questa Società continuano a essere incardinati nella propria Chiesa particolare, dipendendo soltanto dal loro vescovo. Non sono sottoposti in alcun modo alla giurisdizione del Prelato dell'Opus Dei. Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato la nascita di associazioni in grado di prestare un adeguato aiuto fraterno ai sacerdoti (cfr. Decreto Presbyterorum Ordinis, n. 9), stimolando alla santità nell'esercizio del ministero e favorendo l'unità dei chierici fra di loro e con il proprio Vescovo (cfr. Codice di Diritto Canonico, c. 278, § 2).

L'aiuto spirituale offerto mira a migliorare la vita interiore dei soci, a stimolare la loro fedeltà nei doveri sacerdotali e ad accrescere l'unione con il proprio vescovo e la fraternità con gli altri presbiteri. I mezzi di formazione che i soci ricevono sono analoghi a quelli offerti ai fedeli laici della Prelatura, tenendo conto delle dimensioni specifiche della formazione sacerdotale e integrando, senza sovrapporsi, le disposizioni sulla formazione permanente date dal vescovo per il presbiterio della propria diocesi. In tal modo i soci possono ricevere direzione spirituale personale, lezioni dottrinali o ascetiche, giornate di ritiro, organizzate in modo da non interferire con il loro ministero.

Il messaggio dell'Opus Dei sulla santificazione del lavoro professionale è rivolto anche ai sacerdoti secolari, poiché «per i sacerdoti, se ci si può esprimere così, il lavoro professionale, in cui si devono santificare e con il quale devono santificare gli altri, è il sacerdozio ministeriale del Pane e della Parola». Questo messaggio comporta una radicale presa di coscienza delle esigenze di santità e di apostolato che derivano dal battesimo e che successivamente si rafforzano nell'ordinazione sacerdotale, in piena conformità con la propria condizione diocesana.

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