Nella tradizione biblica e storica, la figura di Giasone emerge come un personaggio di grande rilievo negativo, legato indissolubilmente alle vicende del secondo libro dei Maccabei. Fratello del legittimo sommo sacerdote Onia III, Giasone è passato alla storia per aver tentato di sovvertire l'ordine religioso e culturale di Gerusalemme attraverso la corruzione politica.
L'ascesa al sommo sacerdozio mediante la corruzione
Nel 175 a.C., in seguito alla morte di Seleuco e all'ascesa al trono di Antioco IV Epifane, Giasone vide l'opportunità di usurpare la carica del fratello. In un incontro con il sovrano, egli offrì una somma di trecentosessanta talenti d'argento, promettendone altri ottanta da altre entrate, oltre a un ulteriore impegno di centocinquanta talenti per ottenere il permesso di istituire a Gerusalemme una palestra (ginnasio) e un'efebia, favorendo così la diffusione dei costumi greci.

Ottenuto il consenso del re, Giasone si dedicò con zelo all'ellenizzazione dei suoi connazionali. Le istituzioni patrie furono abolite e i sacerdoti, trascurando il servizio all'altare e i sacrifici, iniziarono a partecipare ai giochi ginnici, disprezzando le tradizioni giudaiche in favore delle glorie ellenistiche. Questo processo fu visto dagli autori biblici come un atto di empietà che avrebbe portato a gravi sventure.
La caduta e l'esilio
Il potere di Giasone fu effimero. Tre anni dopo, inviò Menelao alla corte del re per sbrigare affari urgenti, ma quest'ultimo, agendo con astuzia e offrendo una somma superiore, ottenne per sé la nomina a sommo sacerdote. Giasone fu costretto a fuggire nel paese dell'Ammanitide. Successivamente tentò di rientrare a Gerusalemme con un colpo di mano, diffondendo la notizia della falsa morte di Antioco IV, ma il tentativo fallì. Dopo una serie di peregrinazioni tra varie città, morì in esilio a Sparta, "non pianto da alcuno".
Giasone nella Divina Commedia di Dante
L'episodio biblico di Giasone è utilizzato da Dante Alighieri nel XIX canto dell'Inferno come un potente paragone storico per condannare la corruzione e la simonia nella Chiesa contemporanea. Dante descrive Giasone come l'esempio tipico di chi, attraverso il denaro e l'appoggio dei potenti (in questo caso Antioco IV), riesce a occupare indebitamente cariche sacre.
Nella terza bolgia, il papa Niccolò III profetizza la dannazione di Clemente V (papa dal 1305 al 1314), paragonandolo direttamente a Giasone:
«Nuovo Iasòn sarà, di cui si legge / ne' Maccabei; e come a quel fu molle / suo re, così fia lui chi Francia regge» (Inf. XIX, 85-87).
Canto I Inferno di Dante: spiegazione e analisi | Divina Commedia
Dante utilizza il riferimento biblico con estrema precisione: così come Giasone aveva mercanteggiato con Antioco IV, Clemente V viene ritratto come un "pastore senza legge", protetto e favorito dal re di Francia, Filippo il Bello, che assume il ruolo di "nuovo Antioco". Per il poeta, la simonia - il commercio delle cose dello spirito - rappresenta uno dei peccati più odiosi, in quanto offende la giustizia, la buona fede e il timore di Dio.
| Personaggio biblico | Ruolo/Azione |
|---|---|
| Giasone | Simoniaco, corruttore, promotore dell'ellenizzazione forzata. |
| Antioco IV Epifane | Re seleucide, protettore di Giasone, figura speculare di Filippo il Bello. |
| Onia III | Legittimo sommo sacerdote, vittima della corruzione di Giasone e Menelao. |
| Clemente V | Papa simoniaco, definito da Dante il "nuovo Giasone". |