La Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma custodisce al suo interno diverse rappresentazioni della Luna che narrano non solo secoli di iconografia religiosa, ma anche un momento cruciale nella storia della scienza e del suo rapporto con la Chiesa. Dalle antiche tradizioni popolari alle rivoluzionarie scoperte di Galileo Galilei, l'astro argenteo assume significati profondi e testimonia un dialogo continuo tra fede, arte e conoscenza.
Il Simbolo della Luna nell'Iconografia Mariana
Tra i simboli ricorrenti nelle chiese, la luna collocata sotto la Vergine Maria è uno dei più familiari, campeggiando in affreschi, statue o mosaici. L'astro argenteo, che brilla di luce riflessa e non propria, era considerato già nella tradizione ebraica un simbolo del popolo di Dio, chiamato a illuminare il mondo offrendo il riflesso della luce purissima del Creatore.
Nell'Apocalisse, la Chiesa è presentata come una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle. Ben presto il sensus fidei del popolo di Dio ha riletto questo simbolo alla luce del mistero della Vergine Maria, andando a influenzare tutta l'iconografia legata alla Madonna. Le apparizioni della Virgen Morena di Guadalupe (1531) offrirono al mondo una comprova autorevole di questa rilettura popolare.

Tuttavia, guardando a questo simbolo mariano, si può notare un fatto particolare: non sempre la luna si trova nella medesima posizione. Nella Vergine di Guadalupe, come in altre immagini, la luna è calante (gobba rivolta verso il basso), segno della purezza della Vergine che contrasta l’impero delle tenebre e sconfigge le resistenze a Dio. Questo tipo di raffigurazione si trova spesso nei dipinti devozionali che rendono omaggio alla Madonna.
In altre opere, come in una bella tela dell’Immacolata dello Zurbaran, la luna è crescente (gobba rivolta verso l’alto) e indica il trionfo di Cristo sul male e sulla morte. Si tratta normalmente di pale d’altare poiché, durante la celebrazione eucaristica all’elevazione dell’ostia, l’astro veniva a significare l’irraggiamento della stessa.
Le Scoperte di Galileo e la Luna del Cigoli
La luna ha segnato anche un passaggio storico importante per la Chiesa e la scienza. C’è un affresco, a Roma, che registra quasi in presa diretta le scoperte rilevate dal telescopio di Galileo. Infatti, nello stesso 1610 in cui al pittore veniva chiesto di raffigurare la Vergine con gli attributi con i quali viene descritta la donna del dodicesimo capitolo dell’Apocalisse, Galileo dava alle stampe il suo Sidereus Nuncius.
Galileo Galilei, vita e opere | DOC ITA
Nel Sidereus Nuncius avevano trovato posto le sue scoperte sulle macchie lunari, che andavano a distruggere l’immagine consolidata di una Luna perfettamente sferica e liscia. Tale immagine si addiceva bene al parallelismo dell’astro con la Vergine Madre di Dio, incorrotta e incorruttibile, priva della macchia del peccato originale e bianca di purezza. Le osservazioni di Galileo, invece, rivelarono una superficie rugosa con crateri, avvallamenti e piccole montagne.
Maffeo Barberini, futuro Papa Urbano VIII, e Roberto Bellarmino, teologo e cardinale, avevano guardato con favore alle scoperte astronomiche di Galileo. Questo clima culturale permise a Ludovico Cardi, detto il Cigoli, artista noto nella Roma di allora e amico di Galileo, di realizzare un affresco singolarissimo.
Nel 1610, l'artista ottenne da Papa Paolo V l’incarico di affrescare la cupola della Cappella Paolina in Santa Maria Maggiore. Il soggetto prescelto era la visione dell’Apocalisse: una donna vestita di sole, sotto i piedi la luna, intorno al capo una corona di dodici stelle. Questa donna alluderebbe alla Madonna e infatti da sempre viene citata come l’Immacolata Concezione.
Mentre Cigoli portava a termine il cantiere, l’amico Galileo dava alle stampe il trattato di astronomia che rivoluzionava il modo di vedere la luna. Così la dipinse il Cigoli, attento alle nuove scoperte scientifiche: non più una sfera di perfezione, ma con crateri, avvallamenti e una superficie rugosa. Come ebbe a scrivere allo stesso Galileo lo scienziato Francesco Cesi, sotto l’immagine della beata Vergine il pittore toscano dipinse la Luna "nel modo che da Vossignoria è stata scoperta, colla divisione merlata e le sue isolette".

Questo affresco è un testimone "super partes" che attesta la simpatia della Chiesa per la scienza e le scoperte che rivoluzionano cultura e pensiero, senza che vi fosse alcuna censura da parte della Chiesa in merito a questa rappresentazione innovativa.
Galileo Galilei e Ludovico Cardi detto il Cigoli erano molto amici, quasi coetanei (lo scienziato nato nel 1564, l'artista nel 1559). Si erano incontrati a Firenze da giovani e tra loro era nata una forte amicizia, durata tutta la vita, in parte perché entrambi coltivavano le stesse passioni. Ci è pervenuta una fitta corrispondenza tra i due: le lettere coprono un arco temporale dal 1609 al 1613 (anno della morte di Cigoli).
La Luna nel Mosaico di Jacopo Torriti: Una Tradizione Antica
Ma è meno noto che anche un’altra Luna lì presente, nel magnifico mosaico dell’abside della Basilica di Santa Maria Maggiore, ha qualcosa da raccontare. Questa opera di Jacopo Torriti del 1269, ben oltre tre secoli prima delle scoperte di Galileo, presenta una Luna con i relativi Mari lunari.
Un'antica tradizione popolare, molto diffusa in Europa, vedeva nelle macchie scure visibili nella Luna le sembianze del cosiddetto “Uomo nella Luna”. Nel contesto cristiano, quell’anonimo uomo lì esiliato per una grave colpa, è stato talvolta identificato con Caino, il primogenito di Adamo.

L'Altare Papale e la Confessio
Sempre nella Basilica di Santa Maria Maggiore, su commissione di Papa Pio IX (1846-78), l’architetto romano Virginio Vespignani realizzò la Confessio (1861-64), collocata davanti all’Altare Papale. La Confessio rinvia all’importanza di Santa Maria Maggiore quale Betlemme dell’Occidente e Basilica natalizia di Roma.
A partire dal pontificato di Teodoro (642-649), oriundo di Gerusalemme, essa fu anche denominata Sancta Maria "ad Praesepem". Questo titolo si riferisce alle cinque asticelle in legno di sicomoro, parte della mangiatoia in cui è stato adagiato il bambinello Gesù, conservate nella Basilica.
