Il complesso monumentale di San Giovanni Evangelista, con la sua grandiosa basilica a tre navate e la cripta parzialmente scavata nella roccia, dedicata a San Marciano, riveste un eccezionale interesse architettonico e storico-religioso, legato alle origini del cristianesimo a Siracusa. La chiesa, in particolare, è considerata il più grande edificio di culto siciliano di epoca premusulmana.

Le Origini e le Fasi Costruttive a Siracusa
L'Antica Basilica e le Modifiche
L'antica Basilica di San Giovanni a Siracusa fu edificata intorno al VI secolo nel luogo dove, secondo la tradizione, fu sepolto il primo vescovo di Siracusa, Marciano, martire sotto Gallieno e Valeriano (metà del III secolo). Per lungo tempo è stata ritenuta la prima Cattedrale di Siracusa. Dell'antica basilica, che presentava tre navate suddivise da 12 colonne di tipo dorico, oggi sono visibili solamente i resti del colonnato della navata mediana e dell'abside in pietra locale.
La chiesa subì diverse innovazioni in età normanna e venne ulteriormente modificata nel corso del XVII secolo, con l'inserimento di una nuova struttura che occupò lo spazio delle prime due campate della chiesa preesistente. Danneggiata dal terremoto del 1693, venne restaurata mediante la ricostruzione della facciata e dell'odierno portico con archi ogivali e capitelli decorati, ottenuto con l'utilizzazione di elementi quattrocenteschi. S. Giovanni Evangelista sembra davvero cambiata poco da quando l'aveva vista Giorgio Sommer, con l'unica differenza, per quanto riguarda l'architettura in sé, la mancanza oggi, nella cella campanaria, della campana.
La Cripta di San Marciano
La cripta, con la chiesa sovrastante, è ubicata in un sito che ricevette una prima sistemazione in età greca classica con l'apertura di una cava di pietra. Dopo il suo abbandono, in età tardoellenistica si installò un'officina di vasai con annessa area cultuale. In una fase ancora successiva (età tardoimperiale), il sito ebbe destinazione cimiteriale e accolse piccoli ipogei, i cui resti sono ancora in parte visibili. Quest'area cimiteriale fu utilizzata almeno sino al 423, come documentato da un'iscrizione consolare, e le testimonianze epigrafiche e pittoriche (sebbene l'affresco delle due Alessandre sia andato distrutto) indicano che il sepolcreto era cristiano.
Esso venne interamente manomesso nel VI secolo per far posto alla cripta, realizzata in parte con un approfondimento del taglio nella roccia e in parte con strutture murarie colmate all'esterno da terra di scarico trattenuta da muri di contenimento e rinforzo. In scala minore, l'impresa ricorda quella realizzata a Roma da Costantino per erigere la primitiva chiesa di San Pietro.
La cripta ricevette un assetto che arieggia quello delle cellae trichorae, ma con l'aggiunta di recessi laterali, in uno dei quali si trova il deposito di reliquie con fenestella confessionis, in forma di sarcofago, che la tradizione attribuisce ab antiquo a San Marciano. Si eresse poi un corpo centrale attestato dalle basi di quattro colonne disposte in quadrato, le quali servivano di sostegno alla copertura e racchiudevano l'altare. In un momento successivo, quello della ricostruzione del XII secolo, crollato o demolito il corpo centrale, lo spazio interno venne articolato da grandi pilastri in muratura, la quale fodera pure le pareti perimetrali. Residuano pochi resti dei due pavimenti.
La questione relativa al sepolcro del Santo, oggetto di una vivace polemica, oggi è agevole osservare che i costruttori della cripta e della basilica non avrebbero manomesso un sepolcreto, né avrebbero affrontato le difficoltà tecniche se non per una ragione grave, quale la sistemazione definitiva della tomba del protovescovo della città. La soluzione del problema della chiesa siracusana non va ricercata in Occidente, ma in quell'Oriente dal quale la Sicilia era attratta da oltre un secolo, soprattutto in Siria, dove il culto dei martiri si mantenne distinto dalla liturgia eucaristica e seguì un diverso sviluppo.
Al tempo della polemica non fu neppure osservato che la sepoltura del Santo coincide con l'asse centrale della basilica sovrastante e testimonia l'esistenza di un preciso, non casuale rapporto tra la memoria e la chiesa. È vero che non vi è corrispondenza tra il sepolcro e l'odierno presbiterio, ma ciò è dovuto al fatto che l'edificio è la risultanza di quattro diverse fasi costruttive.
Fasi Costruttive Post-Abbandono
Per motivi ignoti la chiesa cadde in abbandono fino al 1636, quando fu concessa ai Carmelitani di Montesanto i quali, utilizzando parte dell'edificio, inserirono al suo interno una nuova chiesa diversamente orientata (N-S). Il terremoto del 1693 provocò la completa distruzione della chiesa. Nel 1700 si ripararono i danni e fu innalzata una nuova chiesa dedicata a San Giovanni, utilizzando le strutture del vecchio impianto bizantino-normanno-medievale. Dopo sessanta anni furono effettuate altre modifiche alla facciata e al portico, per la ricostruzione del quale fu usato materiale di spoglio, ma i successivi restauri finirono di rovinare l'architettura dell'edificio.
La storia della chiesa di San Giovanni alle catacombe non può essere distinta da quella della sottostante cripta di San Marciano, la quale sorge in un luogo occupato in età greco-classica da una latomia, successivamente da un'officina di vasai e adibito in età tardo-romana a cimitero cristiano che fu manomesso per far posto all'attuale cripta. Essa ha forma di croce greca con volta a crociera e archi a sesto acuto, e presenta negli angoli del corpo centrale quattro colonne sormontate da capitelli con i simboli dei quattro evangelisti. La cripta è ricca di tracce di affreschi che forse riproducevano la figura del Santo e di Santa Lucia.
Sopra la cripta fu edificata la chiesa di San Marciano a pianta basilicale, suddivisa in tre navate di 12 colonne di tipo dorico con abside gradata, copertura lignea ed altare maggiore in asse con la sottostante tomba di San Marciano. Questa basilica fu una delle prime chiese paleocristiane dell'Occidente. Gravemente danneggiata dai Saraceni, la basilica risorse con i Normanni, intorno al 1092.
Ricostruzione 3d del Palazzo dei Tiranni di Siracusa (immagini)
La Chiesa di San Giovanni Evangelista a Torino
Contesto Urbano e Nascita del Progetto
Alla metà dell'Ottocento, Torino era una città in rapida espansione urbanistica e sociale, con molte zone che presentavano problemi e inadeguatezze rispetto all'afflusso di immigrati. In questo contesto di volontà politica di unificare il paese, molte figure si impegnarono in attività filantropiche, assistenziali e religiose, al servizio dei più poveri e degli emarginati. Tra queste spiccano don Giovanni Bosco, san Leonardo Murialdo, san Giuseppe Cafasso e Faà di Bruno.
La città si espandeva verso aree precedentemente occupate dalle campagne, mentre crescevano le attività industriali e imprenditoriali. In particolare si svilupparono Borgo Nuovo, Borgo Vanchiglia, Borgo San Donato (dove operava Faà di Bruno), Valdocco e Borgo San Salvario, dove si inserì don Bosco. Il santo intuì le potenzialità di sviluppo di quest'area, a ridosso della stazione ferroviaria la cui facciata fu realizzata da Alessandro Mazzucchetti e Carlo Ceppi tra il 1861 e il 1867. Don Bosco, attento all'educazione e alla formazione dei giovani, decise di creare in questo quartiere un complesso capace di accogliere i ragazzi, offrendo loro luoghi di studio, formazione, preghiera e laboratori per imparare un mestiere, oltre a spazi ricreativi annessi alla chiesa e all'oratorio.
Stile Neogotico e Architetto Edoardo Arborio Mella
Tra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, l'espansione urbanistica a Torino rinnovò la fisionomia della città, soprattutto nelle zone verso il Po e Porta Nuova, dove sorsero nuovi quartieri. Gli stili maggiormente utilizzati andavano dal neoclassico al neogotico, quest'ultimo particolarmente di moda e inteso come un modo simbolico per recuperare la storia passata, anche locale. Il neogotico, stile caratteristico dell'epoca medievale, era visto come il simbolo di una società passata, presa a modello, in cui il lavoro era organizzato in corporazioni e considerato "utile" e "adatto" all'uomo.
Don Bosco affidò i lavori per il complesso architettonico a Edoardo Arborio Mella (1808-1884), architetto vercellese di origini nobili e fervente cattolico, che aveva creato una scuola per la formazione di maestranze edili nella sua città natale. La scelta ricadde su un'architettura di carattere neogotico, secondo un modello diffusosi inizialmente in Inghilterra negli anni '20 dell'Ottocento. A Torino, nel corso dell'Ottocento, furono innalzati numerosi edifici religiosi in stile neoromanico o neogotico, come la chiesa di San Secondo di Formento e Vigna (1882) e il Tempio Israelitico (1884).
La Carriera e la Filosofia Architettonica di Arborio Mella
Edoardo Arborio Mella, nato a Vercelli nel 1808, studiò a Torino e mostrò grande propensione per i lavori artigianali e meccanici, oltre a una passione per la storia naturale, la musica e il disegno. Il suo primo progetto risale al 1830-31 per la realizzazione della bussola per la chiesa di San Giuseppe, sotto la guida del padre. Dal padre apprese gli insegnamenti artistici di stampo neoclassico e aperti al primo neogotico.
Dopo la morte della giovane moglie, dal 1839 si dedicò all'insegnamento della geometria ai giovani. Nel 1841 fu istituita a Vercelli una scuola gratuita per l'insegnamento del disegno, che si interessava anche alla conservazione dei beni architettonici e artistici. In questo periodo, Mella compì viaggi di studio nell'Italia meridionale e in Sicilia, appassionandosi allo stile gotico. Per approfondire, imparò il tedesco e visitò importanti cattedrali gotiche in Germania, Svizzera e Francia. Frutto di questi viaggi fu il progetto per l'altare di San Carlo Borromeo per la basilica di Sant'Andrea, in "stile gotico-tedesco del XIV secolo", oggi perduto.
Dopo la morte del padre nel 1850, l'architetto intraprese un nuovo viaggio toccando numerose città europee fino al Mar Nero e Costantinopoli. Nel 1853 iniziò a scrivere il trattato "Elementi di architettura gotica da documenti antichi trovati in Germania". Negli anni '60, si occupò di cantieri di restauro e divenne direttore dell'Istituto di Belle Arti di Vercelli. Collaborò con il "Giornale dell'ingegnere architetto agronomo" e si dedicò a vari progetti architettonici e restauri.
Tra gli anni '70 e '80 dell'Ottocento risale la realizzazione della chiesa e dell'ospizio di San Giovanni Evangelista di Torino. Dagli scritti teorici di Mella emerge una costante e profonda attenzione agli edifici romanici e gotici, con un particolare peso conferito ai caratteri dell'ordine e della simmetria nelle costruzioni, elementi che talvolta non riteneva ben espressi negli edifici medievali. Nel progetto presentato a don Bosco, Mella cercò di creare un edificio simmetrico ed equilibrato.

Concezione Architettonica della Chiesa di San Giovanni Evangelista a Torino
La chiesa venne concepita a pianta basilicale, a tre navate. La facciata, arretrata rispetto all'ampio e accogliente sagrato, presentava da un lato uno slancio in verticale, determinato dal protiro di ingresso, dalla trifora superiore della navata centrale, dalla quadrifora e dalla bifora della cella campanaria cuspidata. Dall'altro lato, permetteva di organizzare lo sviluppo dell'edificio in orizzontale nelle due ali laterali simmetriche, agganciate alla facciata per mezzo delle trifore e delle porte. L'ingresso della chiesa, grazie alla svettante torre che si impostava sulla facciata, appariva dominante sul corso Vittorio Emanuele II, nonostante fosse arretrato. L'aspetto verticalistico della cella campanaria, alta 45 metri, rispondeva all'interesse verso la possibilità di erigere edifici in altezza, ben testimoniato a Torino anche dai coevi progetti di Antonelli.
Lo studio del disegno geometrico, caro a Mella, è alla base della concezione dell'intera costruzione: la navata centrale è infatti divisibile in tre grandi quadrati, che raddoppiano in quelle laterali. La navata centrale, coperta con volte a crociera, appare come un solido rilevato rispetto a quelle laterali che, continuando intorno all'abside, creano un deambulatorio. All'esterno si impostano archetti in cotto in stile romanico e oculi ciechi scanditi dai contrafforti che ne definiscono il volume. Tutto l'impianto della chiesa si sviluppa secondo gli elementi tipologici del romanico lombardo che l'architetto aveva già sperimentato nel duomo di Casale Monferrato, con capitelli cubiformi, archetti pensili e lesene decorative.
La posa della prima pietra della chiesa avvenne il 14 agosto del 1878, e nel dicembre del 1879 la struttura esterna della chiesa era conclusa. All'inizio del 1882 la chiesa poteva considerarsi finita. All'interno dell'edificio venne inserito un imponente organo, a 3600 canne, voluto da don Bosco e costruito da Giuseppe Bernasconi di Varese, collaudato nell'estate del 1882, occasione in cui fu di fatto collaudata anche la chiesa.
Interni e Decorazioni
La chiesa si estende in lunghezza per 60 metri. I pilastri polilobati della navata centrale, che si susseguono scandendo le campate, creano un'infilata prospettica che si risolve nel cilindro absidale su cui si imposta la calotta affrescata. Le navate laterali, al contrario, sembrano raccogliersi intorno all'abside, curvandovi attorno ad anello. Nella navata centrale le aperture permettono alla luce di filtrare dall'alto e di concentrarsi sul presbiterio e sull'altare; in quelle laterali l'architetto sfruttò la luce penetrante dalle finestre realizzate nei piani di tamponamento, per illuminare la parte bassa della chiesa. La luce investe pertanto la massa dei fedeli, chiamati tutti alla santità secondo i principi espressi da don Bosco.
Nella concezione architettonica di Mella, la decorazione è un elemento fondamentale dell'edificio: la facciata della chiesa è arricchita da due mosaici, il primo soprastante il portale di accesso, con il Redentore in cattedra, e il secondo a coronamento della trifora, raffigurante l'Apoteosi di San Giovanni, entrambi realizzati su disegno di Mella dalla Società Musiva di Venezia. L'architetto, oltre al disegno della chiesa, redasse un dettagliato progetto per la sua decorazione e per l'arredo, come testimoniano numerosi disegni dell'altare maggiore e di quelli laterali, dei portalampada, della balaustra, dei banchi, dei confessionali e degli stalli del coro. Mella curò l'edificio e gli arredi sacri in ogni dettaglio, progettando probabilmente anche le porte interne, le acquasantiere, i candelabri e i lampadari.
Tra le ditte e gli artigiani chiamati a lavorare agli arredi e alla realizzazione degli altari laterali, si ricordano Paolo Carrera di Milano per le cancellate in ferro nichelato e fuso, Albino Gussoni per gli altari laterali minori, la ditta dei fratelli Repetto di Lavagna Ligure per l'altare maggiore, e Leonardo Zambelli di Torino per i lampadari in bronzo. Molte maestranze furono reclutate direttamente dai laboratori artigianali dell'oratorio salesiano avviati da don Bosco nel quartiere Valdocco, cui spettarono ad esempio le porte, i confessionali e numerose altre opere lignee.
Le opere pittoriche che decorano la chiesa si ispirano, nell'iconografia, ai testi e alla vita del santo titolare, celebrando così sia il santo che il ritorno alla Chiesa più antica. La chiesa è dedicata al pontefice Pio IX (1792-1878), che nel 1854 aveva proclamato il dogma dell'Immacolata Concezione. Le pareti laterali e la volta vennero affidate a Carlo Costa, pittore formatosi presso l'Accademia Vercellese secondo l'impostazione didattica voluta da Mella. Oltre a Carlo Costa, alle decorazioni lavorò anche il pittore Enrico Reffo, che dipinse ad encausto nell'abside la scena del Calvario con Cristo crocifisso, la Madonna e le pie donne a sinistra, San Giovanni e la Maddalena a destra.

La Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
Fondazione e Ricostruzioni
Il monastero benedettino di San Giovanni Evangelista a Parma, eretto alla fine del X secolo, fu riedificato nella forma attuale tra il 1490 e il 1519. La costruzione della chiesa, diretta inizialmente da Gigliolo Dall'Argine e poi, dal 1510, da Bernardino Zaccagni e Pietro Cavazzolo, si ispirava alla committenza benedettina, che ne determinò le innovative scelte progettuali. La facciata fu realizzata tra il 1604 e il 1607 su progetto dell'architetto ducale Simone Moschino. L'interno, con pianta a croce latina, è scandito in tre navate; nelle laterali si aprono sei cappelle, a cui se ne aggiungono due nel presbiterio.
La Decorazione Correggesca
La ricca decorazione dell'edificio rispecchia le scelte inedite della committenza. In particolare, "Il fregio con Profeti e Sibille" che corre nella navata centrale, svolto da Correggio con la collaborazione di Francesco Maria Rondani (1519-1523), si rivela centrale per illustrare il significato dell'intero progetto pittorico della chiesa. Il ciclo, ispirato alla cultura della Congregazione di Santa Giustina di Padova (cui il cenobio parmense aveva aderito dal 1477), declina un percorso figurativo che, grazie alla significativa presenza di sibille e profeti, uniforma il messaggio pagano a quello cristiano.
L'opera del Correggio (1519-post 1524) si estende dalla navata alla cupola, all'abside e alle pareti esterne del recinto del coro. Dopo il 1524, il maestro completò per la cappella Del Bono le due tele, oggi alla Galleria nazionale, con il Compianto su Cristo morto e il Martirio di quattro santi.
All'interno della chiesa lo sguardo è attratto dall'apoteosi di Cristo nella cupola (1519-1521 ca.), il cui impianto iconografico allude all'Ascensione di Cristo, sceso sulla terra per risalire in cielo con l'anziano Evangelista, qui accovacciato sul bordo estremo della fascia esterna. Correggio esordì nella chiesa nel 1519 con l'affresco della cupola e del fregio della navata; forse contestualmente, completò la decorazione della lunetta sovrapporta con Giovanni Evangelista giovane (1519?-1521 ante quem non).
Nella conca absidale, l'affresco con l'Incoronazione della Vergine, l'Evangelista, Giovanni primo abate, San Benedetto e il Battista, copia dell'affresco correggesco, fu realizzato da Cesare Aretusi (1549-1612) nel 1586, quando a causa dell'ampliamento della zona absidale fu abbattuto il catino dipinto da Correggio nel 1522. Il gruppo centrale dell'originale con Cristo e la Vergine è conservato alla Galleria nazionale di Parma, e la relativa sinopia presso la Biblioteca palatina. Altri frammenti di estremo interesse sono conservati alla National Gallery di Londra, al Museum of Fine Arts di Boston e presso alcune collezioni private.
Nei pennacchi sono raffigurati i Padri della Chiesa con gli Evangelisti, e lungo il tamburo, a monocromo, i simboli degli evangelisti tra gli angeli: nei sottarchi il Correggio dipinse le figure monocrome di eroi biblici e al di sopra del presbiterio le grottesche della crociera. L'installazione seicentesca delle cantorie avrebbe compromesso l'altro fregio con tematiche sacrificali, svolto forse dal maestro e da suoi stretti collaboratori lungo le pareti del santuario; ne è conservato un solo frammento nella Sala capitolare.
L'intero impianto pittorico della chiesa e del convento sembra intonato a un programma comune, derivato dalla cultura benedettina; come è per il fregio con Scene di sacrificio alternate a una serie di tondi con busti di papi, vescovi e monaci benedettini che scorre lungo il transetto.
Altre Contribuzioni Artistiche
Decisa si rivela la differenza di mano fra la decorazione della sezione di sinistra e di destra del transetto: la prima, datata 1514, è firmata da Giovanni Antonio da Parma, mentre la seconda, di migliore qualità, è riferibile a Cristoforo Caselli (1460 ca.-1521), autore della tavola raffigurante l'Adorazione dei Magi, compiuta nel 1499 e situata nella terza cappella a destra.
A Michelangelo Anselmi (1492 ca.-1554) spettano la decorazione delle sei crociere e degli archi della navata maggiore con candelabre, putti, aquile, allegorie del tempo, a monocromo su fondo blu; San Benedetto fra i Santi Scolastica, Mauro, Placido e Giustina nel catino absidale del transetto sinistro (1521); Il vescovo Sigfrido nomina Giovanni primo abate del nuovo monastero di San Giovanni Evangelista e La Vergine appare a Giovanni, primo abate, in punto di morte con lo stemma originario della famiglia Cornazzano (emerso grazie ai recenti restauri), nel destro; Santa Sant'Agnese e Caterina d'Alessandria (1522-1523) nella cappella a sinistra del presbiterio; l'affresco con i Quattro Dottori della Chiesa e la tavola con Cristo portacroce (1522) nella sesta cappella a sinistra; le ante, infine, di un armadio portareliquie della Sagrestia con San Sebastiano e San Giovanni Battista.
Ricostruzione 3d del Palazzo dei Tiranni di Siracusa (immagini)
La Basilica di San Giovanni Evangelista voluta da Galla Placidia a Ravenna
Fasi Edilizie e Modifiche Progettuali
La Basilica di San Giovanni Evangelista fu voluta da Galla Placidia. Le fasi edilizie possono essere così puntualizzate: il primitivo progetto, concepito con colonnati di soli nove sostegni e limitato al muro di prospetto riemerso, ebbe iniziale applicazione con le strutture perimetrali, evidentemente conformate, nello spartito delle paraste e delle finestre, a quell'idea originaria. Durante il corso dei lavori, e non dopo, intervenne uno dei non troppo rari ripensamenti, facilmente giustificabile con il desiderio di rendere più vasta e splendida la nuova chiesa per ragioni di prestigio.
Mutato il progetto, la basilica fu prolungata di tre campate verso l'ingresso, abolendo il nartece, come si è potuto chiaramente constatare nelle fondazioni. Questa interpretazione è palesemente confortata dall'uso attestato da Andrea Agnello per una chiesa ravennate praticamente coeva: la "Basilica Petriana" di Classe. Si trattò, in sostanza, di reperire solo altre quattro colonne, con capitelli e pulvini, nel corso stesso della costruzione. Non deve recare meraviglia se nessuna sostanziale differenziazione può cogliervi.
È in questa fase di tempestiva modifica dei progetti che si inquadra anche il saliente episodio del finestrato absidale. Sopite ormai le vecchie polemiche sull'argomento e riconosciuta coeva la sequenza delle archeggiature a giorno, la discussa, più squillante soluzione si adegua chiaramente al nuovo indirizzo. Mentre la basilica oltrepassava il nartece con la prolungata teoria dei suoi colonnati, si poteva ben sentire la necessità di approfondire la visione dall'altro lato, di superare coraggiosamente, con una soluzione inconsueta e geniale, le concrete difficoltà presentate dalla costruzione in atto e di sfondare il limite, non più invalicabile, fissato dagli spessori murari. La visione interna si esaltava in un accentuato sviluppo verticale che lasciava, sopra l'arco trionfale, amplissimo spazio per le decorazioni. Nel San Giovanni si può ammirare per la prima volta la tipica stesura dei fianchi con le finestre intervallate, nelle navatelle, da paraste e da arconi nella nave principale.
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