Una Riflessione sulla Quaresima: Dalla Penitenza alla Gloria del Triduo Pasquale

La Quaresima è, lo sappiamo, tempo di penitenza e di piccole rinunce. Quest’anno, se ci guardiamo indietro negli ultimi 12 mesi, ci sembra quasi un anno che siamo in Quaresima, tante sono state le consuetudini che abbiamo dovuto modificare nella nostra vita e tanti i sacrifici che abbiamo dovuto compiere e dobbiamo continuare a compiere, privandoci di tante cose che riempivano la nostra esistenza e che ci scaldavano il cuore.

Il Tempo di Quaresima: Un Invito alla Conversione

«In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana»: gli stessi quaranta giorni sono dati a noi per scrutare il nostro cuore ed aprirlo alla grazia del perdono ed alla gioia della Pasqua. «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo»: questo è stato l’invito con il quale abbiamo iniziato questo tempo spiritualmente fecondo, e questo è l’invito che il Vangelo di questa domenica ci propone affinché, scalzando la tentazione di accomodarci, possiamo avere la fortezza e la fede necessarie per accogliere Cristo nella nostra vita. Si tratta di accoglierlo di nuovo, per non sentirci mai arrivati, ma per avere la consapevolezza di essere sempre in cammino.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato, nella Genesi, che Dio dice a Noè ed ai suoi figli: «ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi». La promessa del Signore è per sempre e, anche quando ci sembra che non ci sia via d’uscita, Lui ci assicura che la Sua promessa è eterna. Lui che è fedeltà non può non essere fedele. Noi, a volte, presi dalle tenebre della vita, rischiamo di essere infedeli, ma la promessa di Dio è certa sempre. Nel deserto anche Gesù è tentato, la tentazione è lo stato dell’uomo spirituale, ma Cristo ha vinto la tentazione, e anche noi dobbiamo provare a vincerla. È vero, lui è Dio, noi no; noi cadiamo. Ma ogni volta che cadiamo, pentiti, possiamo tornare a Dio, che è lì pronto a tenderci la mano e darci la possibilità di un nuovo inizio. Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà, come abbiamo avuto modo di ripetere nel responsorio del Salmo: amore e fedeltà sono le linee guida di questa Quaresima che ci apre le porte della salvezza.

La Nuova Alleanza in Cristo: Dal Tempio al Corpo

Nel capitolo precedente, alle nozze di Cana (Gv 2,1-12), Cristo ha praticamente sostituito un rapporto con Dio basato sulla legge con un rapporto d’amore filiale, vissuto e realizzato in Lui. Le pietre vuote indicano il prosciugamento di una religione che si esaurisce in una legge che non riesce più né a purificare né a dare la vita.

In quell’enorme spianata, dove l’entrata del Tempio ha 17 metri di altezza, Gesù comincia a gridare, picchiando a destra e a sinistra con un piccolo flagello (cf Mal 3). Cristo comincia veramente, come Messia, la liberazione della gente dall’oppressione di una istituzione religiosa e di una religione in cui non c’è più niente di ciò che era l’alleanza. Non è venuto per ritoccare e perfezionare l’Antica Alleanza e, dunque, non è venuto a elaborare nel tempio una nuova sfumatura dell’antico culto. Lui chiama il tempio la casa del Padre (cfr. Luca sottolinea che Maria e Giuseppe non capivano ciò che diceva Cristo, come i discepoli non coglievano subito tutta la portata della sua parola che diceva “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto.).

La differenza è grossa: nel Tempio ci sono i fedeli che devono servire Dio e venire per compiere ciò che Dio comanda, mentre nella Casa c’è il Padre che si prende cura dei figli. Questo è il rovesciamento, non più una religione dove si dovrà fare qualcosa per Dio, ma una dimora dove sarà Dio che compirà tutto per l’uomo. Infatti Gesù parla di naos che non è il tempio in generale, ma è propriamente quella parte chiamata santuario, ovvero il sancta sanctorum dove c’è la presenza di Dio, nell’Arca dell’Alleanza, dove c’è la testimonianza. È evidente dunque che il Tempio è Cristo, il suo corpo. Nella sua pasqua questo corpo muore e resuscita e diventa il corpo con molte dimore.

I battezzati veniamo incorporati in questo corpo e allora se lui è il tempio non è più l’uomo che pellegrina verso il tempio come luogo sacro, ma è Dio Padre che nel suo Figlio viene a prenderci e ci porta con sé come membra del suo corpo, affinché davvero dove è lui siamo anche noi. Siccome il suo Corpo è la Chiesa, noi, parte di questa Chiesa, siamo portati verso il Padre. Non solo, ma siamo già in Cristo risorto davanti al Padre, nel Santuario. Il corpo umano non è separabile dall’uomo, è l’uomo; e Dio non è venuto a distruggere l’uomo, ma a farlo vivere. Anche se noi in molte cose abbiamo voluto tornare alla legge di Mosè, per Cristo le cose sono veramente diverse. Il corpo umano si compie diventando la casa di Cristo (cf Eb 3,6) e Paolo stesso usa il termine naos per dire che siamo tempio di Dio (1Cor 3,16-17; 2Cor 6,16), cioè siamo solo quella parte dove abita Dio, noi siamo dimora di Dio. Questa è la grande novità rivelata in Cristo, che la sua umanità è veramente manifestazione di Dio, del suo amore. E in Cristo dunque la nostra realtà umana diventa dimora di Dio.

Secondo questa visione non ci saranno più santuari né templi, perché è l’uomo, con il suo corpo, con la sua umanità, l’abitazione di Dio sulla terra. Questa è la divino-umanità di Cristo. In Lui si rivela il vero senso della nostra umanità, anche della nostra corporeità. Siamo il santuario della comunione, della vita di Dio. L’uomo come dimora di Dio non viene dunque inteso come spazio sacro che richiederebbe un particolare atteggiamento religioso perché in lui abita una presenza sacra. La presenza di Dio è la sua vita che è comunionale e che noi percepiamo e accogliamo come vita filiale. Per questo motivo l’uomo è dimora di Dio in quanto attraverso la sua umanità si realizza la vita come comunione dove la relazione d’amore che include l’altro è la vera dimora di Dio nella quale è chiamato a dimorare anche l’uomo, nel Figlio.

Rappresentazione artistica del concetto di corpo umano come tempio di Dio

La Trasfigurazione sul Monte: L'Anticipazione della Gloria

In questa seconda domenica di Quaresima siamo portati da Gesù su un alto monte dove Egli manifesta a Pietro, Giacomo e Giovanni la sua identità di Figlio di Dio. Il Vangelo narra (Matteo 17:1-9):

«In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.»

Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, gli stessi tre che poi si ritroveranno al Getsemani, e li porta sul monte. Il monte è il luogo della rivelazione di Dio, dove Dio si comunica, si fa conoscere, si fa vicino. Li porta sul monte affinché acquisiscano uno sguardo diverso, lo sguardo di Dio sulle cose, sulla storia, sugli eventi. Mosè ed Elia sono due personaggi che a loro volta erano saliti sul monte, avevano vissuto un’intimità con Dio.

Icona della Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor

Metamorfosi, trasfigurazione, secondo il significato etimologico stretto, significa vedere oltre le forme, oltre la figura, andare oltre, uno sguardo che penetra, che vede attraverso. La cultura ha poi ridotto il significato a un cambiamento di forma, ma è ben più di questo. Cristo non ha cambiato assolutamente nessuna forma. Perciò Pietro può dire che è bello essere lì. Anche se non ha capito molto, ha intuito che è bello. E la bellezza significa proprio questo: vedere dentro una cosa un’altra più profonda e più bella, un’apertura. E questo è ciò che Cristo vuole dire agli Apostoli, di guardare oltre proprio quando vedranno la sua carne martirizzata, afflitta, derelitta, derisa. Vedere lì che Lui fa questo per amore del Padre, che dietro c’è il volto del Padre, c’è la figliolanza. Cristo sul monte appare vestito di figliolanza e gli apostoli riescono per un istante a vederlo come Figlio.

Noi siamo rimasti un po’ vittime della convinzione che la perfezione individuale sia la perfezione formale. Ma non giova a nulla se non c’è una luce che passa attraverso le opere buone. “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (cfr. Mt 5,16). La Trasfigurazione è vivere in tutto ciò che si è questa figliolanza, questo è il senso. Uno può stare nel fango assoluto ed è immerso nella luce, capace di vedere oltre, di vedere trasparenti le cose opache, di perdere totalmente lo sguardo passionale.

Quando il cristiano è maturo? Quando trova Cristo in tutto, quando vede che Cristo è il punto di tutto. Tutto converge a Cristo ed in Cristo si apre al Padre. Non serve allora cercare continuamente di cambiare la nostra vita, di trovare la nostra nicchia, dove staremmo bene. La rivelazione di Cristo è accompagnata da una voce: “Questi è il mio Figlio prediletto” e da un comando: “Ascoltatelo!”. È il Padre che presenta Cristo e invita ad accogliere la sua parola perché Lui è l’amicizia e la fedeltà divina verso gli uomini. In quanto Dio fatto uomo, il messaggio che Gesù annuncia non trasmette informazioni generiche, ma racconta chi è Dio, chi siamo noi, e qual è il senso della storia nella quale ci troviamo a vivere con tutte le sue ombre e luci, drammi e speranze. Dunque una parola che ci indica la strada da percorrere per giungere alla pienezza della vita e godere della vita stessa.

Pietro desidera trattenere quel momento di paradiso in cui si trova immerso, ma esso è solo un anticipo e quindi provvisorio. Cristo, infatti, per godere in maniera permanente della gloria della Pasqua deve percorrere prima la via della croce, di cui saranno testimoni i tre discepoli che sono chiamati a vedere in anticipo la sua gloria. San Beda, commentando il passo del Vangelo di oggi, afferma che il Signore: «permise benignamente a Pietro, a Giacomo e a Giovanni di godere per un brevissimo tempo della felicità che dura sempre, per fare loro affrontare con maggiore fortezza le avversità.»

Le Prediche Quaresimali di Padre Marko Ivan Rupnik: Amore e Dono di Sé

La predicazione del gesuita padre Marko Ivan Rupnik nella prima predica di Quaresima per il Santo Padre e per la Curia romana è orientata da una diversa comprensione della storia.

Maria, Modello di Conversione Permanente

Oggi intere generazioni si scontrano con la realtà perché non è quella che hanno immaginato, desiderato e, per questo, non la comprendono. Maria, invece, continuamente comprende “la Parola in un modo nuovo”. «Maria - spiega il predicatore - comprende la Parola diversamente». La sua è una “conversione permanente”. Lei è continuamente «sfidata da una novità»: «permanentemente, comprende la Parola in un modo nuovo e con questa comprende la realtà».

Padre Rupnik ricorda che Maria stava sotto la Croce e sopra c’era scritto “Re”. Non è possibile pensare che «lì non pensasse alla Parola che gli era stata detta: sarà sul trono di Davide». La Croce è l’unico luogo in cui è scritto che suo Figlio è re. La Croce è il trono su cui si trova Cristo.

Rappresentazione di Maria ai piedi della Croce

L'Amore come Dono di Sé e il Ruolo dello Spirito Santo

Senza lo Spirito Santo, aggiunge il padre gesuita, non si può comprendere il dono che Dio ci ha fatto. Il dono è il Crocifisso e «noi siamo uniti a questo evento». «La storia è gestita attraverso il dono di sé, attraverso l’amore». Padre Rupnik sottolinea che senza lo Spirito Santo «non possiamo comprendere che Dio esiste veramente come amore». Amore significa “donare sé stesso”. L’amore si realizza con il dono di sé. È una cosa scioccante, spiega, che ci chiede di andare oltre la nostra mentalità. In Cristo, vediamo «la verità di Dio». Comprendere un Dio che si dona in questo modo, «mette in difficoltà gli approcci razionalistici alla fede».

«Dio Padre governa il mondo e la storia attraverso l’Agnello, il dono di sé». L’amore, che «nel cielo è una Beatitudine assoluta», sulla Terra è il Triduo pasquale. Per questo, bisogna prepararsi attraverso il cammino quaresimale. Bisogna saper cogliere, sottolinea padre Rupnik, che «la nostra presenza nella storia trova senso attraverso il Triduo pasquale». Si deve comprendere che ogni dono viene consumato: «chi si dona si consuma, non si risparmia». La testimonianza, allora, è possibile solo grazie allo Spirito Santo. È il Signore che dà la vita: con lo Spirito Santo, possiamo vivere la vita come “dono di sé”. Dio versa nei nostri cuori l’amore del Padre.

Solo l'amore crea - Intervento di Padre Marko Ivan Rupnik - Video Ufficiale

Il Cammino Pasquale: Vivere la Vita come Dono

Anche noi siamo chiamati con Cristo a giungere alla pienezza della gloria, di cui fin da ora, come gli apostoli sul monte, facciamo esperienza nell’Eucarestia, che la preghiera dopo la comunione della Messa presenta come anticipo sulla terra dei beni del cielo. Questo, conclude padre Rupnik, è il cammino della Chiesa nella storia: un cammino pasquale. Anche noi, come Maria, «siamo chiamati ad una continua conversione per vedere che la storia procede secondo la Provvidenza».

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