Il concetto di resurrezione, inteso sia in senso letterale che metaforico, ha attraversato e ispirato numerose espressioni artistiche e letterarie nel corso dei secoli. Questa analisi esplora diverse manifestazioni di questo tema, dall'attribuzione di opere d'arte antiche grazie al contributo di critici come Paola Pacht Bassani, alla presenza di affreschi moderni, fino alle profonde riflessioni sulla memoria, la morte e la rinascita spirituale nell'opera di scrittori come Giorgio Bassani e Carlo Cassola.
La Resurrezione di Lazzaro: Un'Attribuzione Controversa e il Ruolo di Paola Pacht Bassani
Una delle opere artistiche che incarna il tema della resurrezione è l'incisione intitolata Jesus-Christ ressussitant Lazare
(Gesù Cristo che risuscita Lazzaro), un'opera a lungo rimasta anonima e con un passato controverso in quanto ad attribuzione. Pierre Mariette, a proposito di questa lastra, scrisse: inciso all'acquaforte dalla stessa persona senza dubbio durante il suo soggiorno a Roma
, aggiungendo a margine del foglio che era senza alcun nome d'artista, inciso su un rame non ben brunito
.
Per molto tempo, l’opera fu attribuita a Georges Lallemand. Fu, infatti, considerata un'opera del maestro lorenese da Le Blanc, Meaume, e da Robert Dumeşnil, che la descrisse in un suo catalogo di vendita del 1858 come Jésus-Christ ressuscitant Lazare. Notre Seigneur debout, pieds nus à la gauche du devant, bénit de la main gauche élevée Lazare assis sur la pierre qui recou- vrait sa tombe, dont les jambes sont encore dedans. La scène se passe dans un vaste souterrain composé de beaucoup de figures. Morceau sans nom ni marque, qui a mal réussi à l'opération de l'eau-forte
. Tuttavia, nel 1973, Weigert mise in dubbio tale attribuzione.
Fu Paola Pacht Bassani, nel catalogo Claude Vignon (1593-1670), a ritenere che si dovesse dare credito a Mariette e a vedere in quest'opera, senza esitazione, la prima incisione di Claude Vignon, databile intorno al 1617-1618. L’incisione, a un'attenta analisi, appare piuttosto maldestra, a giudicare dai difetti di morsura, dalla durezza del ritocco con il bulino, dallo studio approssimativo della prospettiva e dell'anatomia, e dall'incerto posizionamento delle figure. Nonostante ciò, l'attribuzione a Vignon sembra essere confermata dalla scelta di certi tipi che, di per sé, valgono quasi una firma. Si osservano, in particolare, la figura di Cristo che anticipa quella dello stesso personaggio nella suite Miracula Domini Nostri Jesu Christi degli anni 1630-1640, quella dell'apostolo immediatamente dietro, e infine quella della figura con il viso ampio e il cappello, posta leggermente a destra. Inoltre, il gusto per tale ambientazione e per questo tipo di scrittura anticipa la ricerca che ispirerà presto, in modo molto più maturo, opere come L'adorazione dei Magi del 1619 o La regina di Saba del 1624. In quest'opera, l'artista si allontana completamente dal mondo caravaggesco e, ancor più che nel Martirio di San Matteo, si assoggetta allo stile manierista e veneziano, mostrando un'influenza significativa dalle incisioni dello Schiavone (Andrea Meldolla).

Pittore e disegnatore prolifico, Claude Vignon fu coinvolto nella stampa per tutta la sua lunga carriera. È probabile che abbia imparato a dipingere da Jacob Bunel, anche lui di Tours, un decoratore per i reali francesi, e che abbia studiato con Georges Lallemant a Parigi. A Roma, nel 1617, realizzò il suo primo dipinto datato, Il martirio di San Matteo, che mostra la forte influenza di Caravaggio. Le acqueforti di Vignon, specialmente nei primi stati, a volte mancano di abilità tecnica e mostrano un mordente macchiato, conferendo loro un aspetto quasi "casuale" e spesso variabile da prova a prova.
La Resurrezione di Antonio Ciccone: Un'Opera Moderna in Contesto Sacro
Il tema della resurrezione si manifesta anche in opere d'arte più recenti, come nel caso della Resurrezione
dell'artista Antonio Ciccone. Quest'opera, un cartone di affresco di 3 metri per 5, fu realizzata con tecnica mista nel 1962 in San Giovanni Rotondo e si trova su una delle pareti laterali di una chiesetta, dove campeggiano due grandi lavori dell'artista. La chiesetta stessa, sormontata da un agile campaniletto a vela, si presenta oggi come una struttura di culto perfettamente funzionante, ordinata e curata in ogni suo aspetto, sostenuta da periodici interventi conservativi. L’oratorio, costruito nel 1748, ha gelosamente preservato al suo interno l’antico tabernacolo e il “castagno miracoloso”, due icone di fede profondamente radicate nell'animo popolare.

Giorgio Bassani e la Resurrezione della Memoria e dell'Io Narrante
Nel panorama letterario, il concetto di "resurrezione" assume sfumature metaforiche, legate alla memoria, alla testimonianza e al superamento della morte attraverso la scrittura. Le categorie di storia, memoria e distanza su cui si basa l’opera narrativa di Giorgio Bassani sono state oggetto di studio, come ricordato dalla professoressa Anna Dolfi. A renderle più vive contribuisce il ricordo di incontri, dediche e cartoline, che portano a riflettere sulla vita, la morte, l’impegno e la testimonianza nell'opera di Bassani.
Nel Romanzo di Ferrara, Bassani esplora le strutture inclusive, quasi prigioniere, che inglobano la borghesia ferrarese, responsabile di connivenza con il fascismo. La voce narrante, inizialmente impersonale ed esterna, si consegna gradualmente a un 'io' parzialmente autobiografico, con il compito di ridestare il ricordo di un mondo perduto. A questo mondo l'autore lega una strana appartenenza e un'irrevocabile fedeltà, un mondo al quale ci si può avvicinare solo unendo la consapevolezza alla pietas
. Bassani si fa cantore delle vittime, raccontando la storia di chi non ha potuto o non ha voluto vivere, come nel suicidio malinconico de L'Airone, uno dei romanzi più coraggiosi e veri del Novecento italiano.
Dall’interno di un colloquio-epitaffio modulato nei toni di Spoon River, come nelle raccolte Epitaffio (1974) e In gran segreto (1978), Bassani, influenzato dalla poesia e prosa americana, coinvolge se stesso e i suoi ‘eroi’ in un viaggio che procede ormai oltre e al di là della morte
. L’iscrizione funebre, elevata a forma metrica, si allarga per inglobare tutto il circostante - passato, presente, futuro, paesaggi, storia familiare e sociale - come se niente potesse sfuggire allo sguardo distante, pietoso e celebrativo dell’io-poeta. Come suggerisce un testo come Rolls Royce, in cui un viaggio in macchina riattraversa la vita in pochi secondi, la morte sembra essersi impadronita di tutto, e l'unico percorso possibile è a ritroso in un tempo che non ci appartiene più, eppure è l'unico davvero nostro, popolato da ombre destinate a svanire.

Nella Porta Rosa, Bassani, di fronte all'accusa di occuparsi nei suoi libri che di Ferrara e del territorio immediatamente limitrofo
, invita la giovane interlocutrice a ricordare le rovine di Velia e le necropoli di ogni popolo, rivendicando a sé, all' io
-autore di epitaffi, il dominio sull'unico luogo a cui riconduce l'affetto. Per Bassani, il sepolcro non ha più lo scopo di coprire, ma quello di rivelare; l'epitaffio si fa struttura dell’anima
, punto di emergenza di una voce endeuillée
che, solo alzandosi sulla Valle dei morti, riesce a trovare un approdo definitivo. Una tomba luminosa che ricorda quella del cimitero marino di Paul Valéry, come ebbe a scrivere lo stesso Bassani da Montpellier, colpito dall'immagine del Compianto di Botticelli spedita dalla Alte Pinakothek di Monaco.
Un autore una città - Giorgio Bassani (1979)
L'atmosfera di intenso pathos creata durante le sue letture, come quella di In risposta VII in un'Aula Magna affollata, testimonia il profondo impatto della sua poesia, capace di suscitare commozione e lacrime, interrogando l'intuizione improvvisa di ciò che la poesia può trasmettere. Le parole Non lo si lasci andare da solo l’uomo vecchio attenti / che non s’allontani senza compagnia […] Attenti a non permettere che lui affronti senza una mano / amica stretta nella propria il deserto
riecheggiano come monito e riflessione sul significato della vita e della morte.
L'Apporto di Anna Dolfi agli Studi su Bassani
Anna Dolfi, professore emerito dell’Università di Firenze e Socio Nazionale dell’Accademia dei Lincei, è tra i maggiori studiosi di Leopardi, di ermetismo, e di narrativa e poesia del Novecento. I suoi libri su Bassani sono imprescindibili, leggendone l’intera opera alla luce della malinconia e delle strutture dello sguardo, come in Giorgio Bassani. Una scrittura della malinconia (2003) e Dopo la morte dell’io. percorsi bassaniani ‘di là dal cuore' (2017). La sua ricerca si estende a tematiche come la soggettività, la scrittura epistolare, la malattia malinconica, la nevrosi e la follia, l'alterità e il doppio nelle letterature moderne, arricchendo la comprensione delle complesse sfaccettature dell'opera bassaniana.
Carlo Cassola e "La Ragazza di Bube": Una "Sorta di Resurrezione" Morale
Anche l'opera di Carlo Cassola, in particolare il romanzo La ragazza di Bube, può essere letta attraverso la lente della "resurrezione", intesa come percorso di crescita morale e presa di coscienza dei personaggi. La genesi del romanzo, uscito da Einaudi nel 1960, è testimoniata da una pagina di diario del 2 aprile 1963, in cui Cassola annota di aver riguardato gli appunti de La ragazza di Bube
. Già nella primavera del 1958, esisteva un abbozzo di trama, che assunse le forme di un impegno quando l'autore scrisse a Calvino l'intenzione di lavorare su quella nuova storia.
Ambientato negli anni confusi dell’immediato dopoguerra, il libro narra la storia di Bube, un giovane reduce della Resistenza, e Mara, una ragazza di campagna. Si innamorano, ma Bube deve fuggire in Francia dopo aver ucciso il figlio di un maresciallo dei carabinieri. Mara, nonostante la possibilità di rifarsi una vita con un coetaneo che le offrirebbe un futuro più quieto, lo allontana, scegliendo una fedele attesa. Gli elementi essenziali della storia sono reali: Cassola stesso dichiarò di aver fatto il viaggio in corriera […] in compagnia di Bube e della sua ragazza, cioè delle persone vere da cui ho tratto i personaggi del romanzo
, e veri sono anche molti snodi, come l'episodio del maresciallo e l'arresto.
Cassola stesso definì il romanzo una sorta di Resurrezione
, in una lettera a Leone Piccioni, sottolineando come conduca i protagonisti, inizialmente animati da istinto e brutalità, verso una presa di coscienza morale. La storia dei due giovani sedimentò nello scrittore toscano, crescendo parallelamente alla sua attività letteraria, con prodromi già in racconti precedenti il 1960. Cassola mirava a una rappresentazione delle vicende sconvolgenti della vita: altrimenti non si esce dalle solite esercitazioni letterarie, più o meno abilmente condotte, che non significano nulla
.

Nonostante gli apprezzamenti per il tema, la critica non fu unanime sull'esecuzione. Franco Fortini, pur ammirando l'assunto, espresse riserve sull'esecuzione e sul messaggio, suggerendo che È un libro nuovo […] ma secondo me va riscritto
. Fortini contestava il salto troppo repentino dei personaggi dal cinismo iniziale ai sentimenti finali, sostenendo che Il lettore ha l’impressione che il senso del libro sia nascosto in un prolungamento della coscienza che Bube e Mara hanno, del loro agire
. Giudizi simili vennero da Arnaldo Bocelli, che su Il Mondo notò come nella seconda metà del romanzo il passo dall’estrema asciuttezza all’aridità
si verificasse con una certa frequenza, sebbene le prime cento pagine fossero considerate tra le più ricche e poetiche di Cassola. Leone Piccioni, invece, riconobbe in Mara una figura sorretta dal dono più felice di Cassola
.
Oltre alle vicende personali, Cassola narra un dopoguerra in cui gli equilibri politici deludono le aspettative di chi aveva combattuto. Bube comprende che l’amnistia, che concede la libertà a tanti repubblichini, a lui non spetterà. Questo approccio aveva già causato polemiche con Fausto e Anna, portando Palmiro Togliatti ad accusare Cassola di vilipendio alla Resistenza. Tali critiche, che facevano memoria degli accenti polemici verso il partito e verso il corpo sociale proletario, furono riprese da Michele Rago su l’Unità.
Il romanzo vinse il Premio Strega, con Cassola che si aggiudicò la vittoria con ampio scarto. Questo snodo fu rilevante, sebbene la sera della premiazione, Pier Paolo Pasolini accusò Cassola di aver assassinato il realismo
. Nonostante lo scontro non durò a lungo sui giornali, fu una delle prime macchie sulla fama dello scrittore. Cassola, tuttavia, accettò di aver tradito
il realismo, affermando che il romanzo viene prima di ogni interpretazione della realtà, è la ricerca continua della verità degli uomini, come è, e non come vorremmo che fosse per dimostrare qualche tesi
. Questa ricerca della verità individuale, tuttavia, riduce la partecipazione al fatto storico a un evento strettamente intimo.
Un autore una città - Giorgio Bassani (1979)
Nel 1965, Mondadori inaugurò gli Oscar con Addio alle armi di Hemingway, e il secondo titolo in uscita fu proprio La ragazza di Bube. Le vendite del romanzo di Cassola superarono quelle dell’autore americano, complice anche la trasposizione cinematografica di Luigi Comencini, apparsa nelle sale un paio d'anni prima.
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