San Cataldo, vescovo irlandese e patrono di Taranto, è figura centrale di una devozione millenaria. Le sue reliquie, venerate con profonda fede, non sono solo testimonianze storiche ma simboli viventi di un percorso spirituale che attraversa secoli e geografie. Tra queste, il femore e la lingua incorrotta rivestono un'importanza particolare, narrando la vita, la predicazione e l'intercessione del Santo.
Le Reliquie Principali e il Loro Significato
La venerazione delle reliquie di San Cataldo è un pilastro della fede in molte comunità. Nella Basilica Cattedrale di San Cataldo a Taranto, le principali reliquie conservate includono la lingua, il femore, due rotule e un dito. Ognuna di esse porta con sé un profondo significato simbolico, come evidenziato in recenti celebrazioni:
- La lingua simboleggia l'impegno all'annuncio e alla predicazione del Vangelo.
- Il femore racconta l'intensa vita da camminatore del Santo, che ha viaggiato per diffondere la Parola.
- Le rotule sono un insegnamento e un invito a inginocchiarsi e pregare.
- Il dito indica il cielo, richiamando la dimensione ultraterrena e la guida spirituale.
Il nuovo reliquiario, una teca a forma di barca, simboleggia la vocazione marittima di Taranto e la capacità di affrontare le tempeste dell'esistenza guidati dalla fede del Santo.

Storia e Scoperta delle Reliquie
Le Diverse Narrazioni sull'Invenzione del Corpo
La storia della scoperta del corpo di San Cataldo è intrisa di leggende e diverse tradizioni. Le fonti storiche, spesso incerte a causa dei secoli trascorsi, presentano narrazioni che talvolta divergono, ma concordano sulla sepoltura finale del Santo nel Soccorpo di Taranto. Prima di questo evento, le ricostruzioni variano.
È possibile individuare tre principali tradizioni:
- La tradizione primitiva del Sermo: Questa narrazione, trascritta attorno al 1150 e rinvenuta in un testo integrale pubblicato in Germania nel 1924 (atti di una conferenza organizzata dalla Biblioteca di Monaco), firmato e datato da un monaco di nome Marinus del convento di San Severino a Napoli, parla di San Cataldo come un antico vescovo venerato in una chiesa di campagna vicino Taranto e da lì traslato prima a San Biagio e poi nel Duomo.
- La tradizione ufficiale: Anticamente sostenuta dalla chiesa tarantina, questa versione nobilita l'origine del Santo, facendolo nascere in Irlanda e attribuendogli diversi miracoli, inclusa la resurrezione della madre morta di parto subito dopo la sua nascita. Racconta del suo viaggio in Italia, della morte a Taranto e del successivo ritrovamento del corpo in cattedrale ad opera dell'arcivescovo Drogone nel rifacimento dalle fondamenta della chiesa. Questa versione è più antica di quella che si vuole fondata sulla testimonianza del Berlingerio (XII/XIII sec.).
- Una terza narrazione, più recente, si fonda su un documento molto antico (datato tra il 1201 e il 1209 dalla Biblioteca Ambrosiana), che oltre a una vita di San Cataldo, contiene la storia di un altro santo venerato a Taranto con una colorita descrizione della città.
La ricerca delle origini del culto di San Cataldo è stata riaccesa, ad esempio, dal casuale reperimento sul mercato antiquariale di un vecchio Officium di San Cataldo datato 1710, che ha stimolato ulteriori indagini e la consultazione di documenti originali resi accessibili grazie alla diffusione di internet. Un ruolo decisivo potrebbe aver avuto la diatriba tra la chiesa bizantina e i Normanni, i "nuovi venuti", sulle origini del santo, piuttosto che un conflitto tra Normanni e Longobardi.

Il Libro "San Cataldo tra storia e leggenda"
Il libro “San Cataldo tra storia e leggenda”, scritto da Lucio Pierri e pubblicato dalle edizioni Scorpione, è stato presentato nel soccorpo della Basilica cattedrale di Taranto, dove venne rinvenuto il corpo del santo. Questo lavoro è scaturito da una ricerca seguita al reperimento integrale del Sermo de inventione corporis sancti Kataldi, avvenuto grazie al rinvenimento sul mercato antiquariale della trascrizione operata nel 1924 da Adolf Hofmeister in occasione di un convegno organizzato dalla Biblioteca di Monaco.
Il Culto e la sua Diffusione
Il culto di San Cataldo ebbe una enorme diffusione proprio nel XII secolo in Italia, come informa Alberto Carducci, con propaggini in Sicilia, a Malta, in Terra Santa, a Costantinopoli e anche in Francia, come provato dalla documentazione archivistica ed archeologica. Dopo l'ufficializzazione del suo culto da parte della Chiesa di Roma nel 1580, la tradizione si è consolidata.
Le "Terre Cataldiane"
Le Terre Cataldiane rappresentano una rete di parrocchie, santuari, chiese, confraternite, città, paesi e frazioni uniti dal patrocinio di San Cataldo. Questo "seme fecondo", piantato nel suolo tarantino dal vescovo irlandese, ha illuminato con la sua testimonianza e i prodigi avvenuti per sua intercessione tantissimi luoghi dell’Italia e del Mondo.
Un esempio recente è stata l'edizione 2025 del Giubileo delle Terre Cataldiane - Vade Tarentum, ospitato a Taranto lo scorso 30 aprile, che ha riunito numerose delegazioni da tutta Italia, legate dalla profonda devozione a San Cataldo, patrono di Taranto e compatrono della Diocesi di Rossano-Cariati. Un momento particolarmente toccante di questa celebrazione è stata la funzione liturgica presieduta da Sua Eccellenza Monsignor Alphonsus Cullinan, Vescovo della Diocesi di Waterford e Lismore, terra natale di San Cataldo.

La Devozione in Altre Comunità
San Cataldo è anche protettore di Corato in Puglia, dove si utilizzava nelle celebrazioni religiose lo stesso Officium tarantino, che nel 1681 venne ristampato congiuntamente alla diocesi di Taranto da una tipografia di Trani.
Più a sud, la reliquia di San Cataldo è conservata nella chiesa di Santa Maria di Supino in un prezioso reliquiario d’argento, donato nel 1719 dall’arciprete Meschini. Ogni anno, l’8 e il 10 maggio, è processionalmente trasferita nel santuario del santo. A Supino, tra le chiese, si annovera anche quella di San Nicola e la barocca di S. Maria, quest'ultima a pianta centrale, con platea e dromos (navata circolare) come in certe basiliche paleocristiane. La statua e la macchina processionale sono un rifacimento del 1870.
A Corato, le reliquie del Santo Patrono, giunte dalla Basilica Cattedrale di San Cataldo a Taranto, hanno sostato in città dal 20 al 26 agosto. L'arrivo in Piazza Cesare Battisti è stato accolto da una grande folla che ha assistito al rogito di consegna. A seguito, una processione sino alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, accompagnata da autorità civili e militari, membri del Clero, confraternite, associazioni cattoliche e dal Popolo Santo di Dio.
I Reliquiari e la Venerazione Moderna
Nel contesto del giubileo dei 950 anni del ritrovamento del corpo di San Cataldo e della ricostruzione della Basilica Cattedrale, l’arcivescovo di Taranto ha fatto dono alla Basilica di un nuovo reliquiario in argento. Questa pregiata teca, opera dei maestri orafi Francesco Franchina e Isabella Dirella, rappresenta un’imbarcazione accompagnata dai delfini che solca i Due Mari, richiamo immediato alla vicenda del santo che giunse come apostolo evangelizzatore approdando in questa città dalle coste ioniche.
Nello scorso autunno, l'arcivescovo di Taranto, Mons. Filippo Santoro, ha voluto riporre le reliquie del patrono in questo nuovo reliquiario d’argento. La teca è una nave d’argento sostenuta dai delfini che solcano un mare ormai quieto per la presenza del santo. Al suo interno si notano la lingua incorrotta e il femore.
I resti di San Cataldo sono stati prelevati dalla vecchia teca e dagli altri antichi reliquiari e riposti nella nuova urna, progettata per l’esposizione permanente alle spalle dell’altare del cappellone nel cui paliotto è racchiuso il sarcofago del santo. La teca è concepita anche per un maneggevole trasporto e per essere portata in processioni durante le peregrinazioni.
La ricognizione canonica delle reliquie è un atto storico e solenne al quale prendono parte il Capitolo Metropolitano, le massime Autorità cittadine e le delegazioni delle Terre Cataldiane.

San Cataldo e il Messaggio Contemporaneo
La fede dei tarantini, come sottolineato dall'arcivescovo Filippo Santoro, rimane l'attrattore più bello della città. San Cataldo è stato accolto dagli avi in questa terra, ha voluto qui consumare la sua esistenza e si è lasciato trattenere da una Taranto che aveva bisogno di lui. Egli è il segno dell’accoglienza ospitale di questa antica terra cristiana, conoscendo le ferite di queste sponde, poiché tali ferite sono conosciute dal Signore.
Celebrare San Cataldo oggi significa non evadere dal dolore della pandemia, dalla minaccia della guerra e dalla visione di coloro che ne sono oppressi, né prendersi una pausa dalla crisi ambientale e lavorativa di Taranto, né dimenticare i poveri e gli esclusi. Si fa festa perché nel Signore, attraverso la testimonianza di Cataldo, si riconosce in ogni volto il fratello e la sorella.
L'arcivescovo Santoro ha esortato a vivere la festa nel segno della santità, dirigendo lo sguardo verso questa sacra effige affinché ognuno possa sentirsi parte di una comunità, di una famiglia. I santi sono di tutti, non lasciano mai da soli e insegnano il bello della vita.
Nella tela del vestibolo della cattedrale è rappresentato San Cataldo mentre ridona la vita a un muratore morto sul lavoro; le morti sul lavoro sono una piaga antica che tutt’ora continua ad affliggere. L’intercessione del santo aiuti la città in un’opera di profondo rinnovamento in cui al centro ci sia la dignità della persona e la cura della casa comune. Si impara dal Patrono l’ardore della fede che riconosce la presenza viva del Signore risorto; si impara la sua carità con i poveri e gli ammalati e la sua solidarietà con la terra e i lavoratori.
Il passaggio delle reliquie del Santo Patrono nasconde un significato più profondo: è il passaggio di un impegno di tutti per la pace, istituzionale e privata, che rientra nelle responsabilità di ciascuno. È un auspicio generale alla città affinché possa sentirsi al sicuro sempre, ma soprattutto un augurio intimo, personale a chiunque osi somigliare a questi Santi.