Il Crocifisso, simbolo universale di fede e sofferenza, si ritrova spesso al centro di dibattiti intensi, specialmente quando incrocia il mondo delle manifestazioni LGBTQ+ Pride. Questi incontri generano proteste, atti simbolici e profonde riflessioni sul significato della croce nella società contemporanea, evidenziando tensioni tra tradizione religiosa, diritti civili e libertà di espressione.

Proteste e Simbolismo del Crocifisso ai Pride: Casi Internazionali
Il Gesto di Jakub Baryła in Polonia
Il quindicenne polacco Jakub Baryła si è piazzato davanti al corteo di un gay pride che sfilava nella sua cittadina, stringendo in mano un crocifisso. Il ragazzo ha spiegato: “Ho chiesto una croce a un prete di una parrocchia di Płock. Volevo che il mio gesto fosse visibile a quante più persone possibile. Volevo che facesse riflettere e discutere.” Ha continuato: “Così ho camminato con una croce in mano davanti al cordone di polizia che proteggeva il Pride. Successivamente mi sono seduto sul marciapiede e ho pregato in latino la Salve Regina. I poliziotti sono arrivati da me e mi hanno chiesto di alzarmi. Ho detto che non potevo farlo, perché gli attivisti del Pride stavano distruggendo la mia fede cattolica e profanando la bandiera polacca, ponendovi sopra un arcobaleno. La polizia mi ha portato via di peso. Ma in generale gli ufficiali si sono comportati in modo impeccabile.” Questo gesto, mosso da una profonda fede, ha acceso un dibattito sulla libertà di espressione e sulla percezione dei simboli religiosi in contesti secolari.

La Crocifissione Simulato di Viviany Beleboni in Brasile
In un altro contesto, Viviany Beleboni, una transessuale brasiliana, ha sollevato indignazione tra gli evangelici con la sua protesta. La giovane trans ha contestato i messaggi di odio dei politici e dei leader religiosi, in un paese come il Brasile che ha registrato 312 vittime gay e trans nel 2013, secondo uno studio della ONG Grupo gay di Bahia. Viviany non si pente di ciò che ha fatto nonostante abbia ricevuto numerose minacce. Sotto un cartello che recava la scritta “basta omofobia”, Viviany ha simulato una crocifissione.
La chiesa cattolica si è unita alle critiche con un comunicato ufficiale della conferenza episcopale brasiliana. Viviany racconta le sue esperienze personali: “Ho iniziato a rendermi conto di essere diverso per le aggressioni che ricevevo. Da quando ho iniziato a giocare con le bambole e con le bambine i bambini hanno iniziato a prendermi in giro, a perseguitarmi e a picchiarmi. Una volta si sono riuniti in sei e gareggiavano tra loro a chi mi picchiava più forte”, ricorda con amarezza una bastonata che le dettero quando aveva 13 anni all’uscita da scuola. “Ho ancora le cicatrici alle ginocchia. Da allora, quando suonava la campanella alla fine della scuola, mi nascondevo. Quelli che non erano d’accordo con questa persecuzione, si giravano dall’altra parte e non facevano niente per proteggermi.”
Viviany finì per fuggire a San Paolo, nella grande città, dove ci sono persone più aperte e maggiori opportunità di lavoro. “La maggioranza dei trans si sente donna e dopo si opera, nel mio caso è stato il contrario, prima ci fu il cambio fisico e poi quello mentale. Molti trans mi spingevano ad operarmi, perché come ragazzo avrei avuto molti meno clienti.”
Al gay pride, il clima era esasperato dalla tensione tra leader religiosi e portavoce dei diritti GLBT. Ciò avveniva dopo che il pastore evangelico Silay Molofaia si era indignato sui mass media e aveva chiesto il boicottaggio della marca di cosmetici Boticario per aver mostrato in un annuncio pubblicitario una coppia omosessuale, affermando “Che vendano i loro profumi ai gay”, mentre la comunità LGBT aveva manifestato il suo appoggio alla ditta. “Ogni giorno sentiamo casi di travestiti o gay che vengono lapidati o pugnalati, così mi sono detta che quest’anno al gay pride volevo fare una manifestazione diversa, qualcosa che richiamasse davvero l’attenzione” riflette Viviany. La crocifissione simulata non si riferisce a Cristo, “ma a tutte le persone in croce, come noi gay e trans che veniamo umiliati ogni giorno.”
Pochi giorni dopo, nel congresso brasiliano, vari deputati evangelici hanno mostrato un cartello che mescolava immagini del gay pride insieme a simboli pagani o simboli religiosi cristiani in versione dissacratoria. 330 deputati hanno firmato una lettera di rifiuto contro questo tipo di espressioni poco dopo aver pregato il Padre nostro in aula. Alcuni hanno chiesto castighi e multe per ciò che credono si tratti di un crimine di odio contro i simboli religiosi. Viviany, come gran parte della comunità LGBT, appoggia la creazione di una legge che veda l’omofobia come aggravante nei processi di aggressione contro gay e trans. Il problema è un altro per i leader evangelici come il deputato Rogerio Rosso che chiede che si faccia una legge contro la cristofobia, che si manifesta in atti come quello di Viviany.

La Croce come Simbolo di Resilienza e Identità Queer
La Riflessione di Ish Ruiz: Queerness e la Croce
Il teologo Ish Ruiz, Assistant Professor di Queer & Latinx Decolonial Theology presso il Pacific School of Religion a Berkeley, California, ha offerto una profonda riflessione sul rapporto tra identità queer e il significato della croce. Cresciuto a Porto Rico, queer e cattolico, Ruiz ha affrontato una crisi interiore quando si è accorto di provare attrazione per altri ragazzi. Tutto ciò che aveva imparato in chiesa e a scuola gli diceva che la sua identità queer era una croce da portare. “Pensavo che il mio compito fosse soffrire a causa di questa parte di me e, nonostante tutto, provare a seguire Gesù come meglio potevo.”
Con il tempo, Ruiz ha capito di sbagliarsi. Non era “essere queer la mia croce. La croce era un’altra.” Ha scoperto questo a poco a poco, grazie alla terapia, alla direzione spirituale, ma anche ballando fino a notte fonda nei bar gay, dove la libertà del corpo gli restituiva un senso di vita. Ha compreso che il vero peso che portava era l’intolleranza che incontrava intorno a lui. “La croce era l’esclusione generata da teologie rigide e da insegnamenti superati. La croce era il razzismo che sperimentavo persino in certi spazi queer, io che ero portoricano e con la pelle scura. La croce erano quei tentativi, espliciti o sottili, di farmi vergognare di chi ero. Quella era la sofferenza che portavo.”
In seguito, Ruiz ha fatto una scoperta che gli ha cambiato la vita: la sua queerness non era un castigo, ma un dono, un dono di Gesù. “È stata proprio la mia identità queer a darmi la forza di sopportare quelle croci. Mi ha insegnato la resilienza, mi ha donato creatività, gioia, immaginazione, e la possibilità di legarmi ad altre persone messe ai margini. Mi ha insegnato a restare solidale con chi porta pesi ancora più grandi dei miei.”
La festa dell’Esaltazione della Santa Croce, spiega Ruiz, ci porta proprio dentro questo paradosso: lo strumento di tortura e umiliazione diventa segno di vittoria e di amore. Egli cita il Vangelo di Giovanni: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Ciò che porta la morte diventa, innalzato, strumento di guarigione. Questa logica paradossale è ben conosciuta dalle persone queer, alle quali è stato detto troppe volte che la loro identità è vergogna, maledizione, peccato. “Ma quando impariamo ad accogliere chi siamo come figli e figlie amati da Dio, allora la nostra vita diventa segno di grazia.”
San Paolo, dice Ruiz, afferma in modo toccante: Cristo, pur essendo nella condizione di Dio, si è svuotato, si è fatto servo, si è umiliato fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo oggi Ish Ruiz può dire: “Gesù è queer. Non so se lo fosse in senso sessuale o identitario, e forse non lo sapremo mai. Ma sicuramente lo era nel senso più vero: ha vissuto fuori dagli schemi, è stato frainteso, escluso, messo ai margini dalle autorità religiose del suo tempo. Ha sfidato le logiche oppressive di potere e di purezza, e ci ha mostrato che l’amore di Dio non si piega ai criteri di rispettabilità umani.”
Questa è la speranza della Croce: non esaltare la sofferenza, ma chiamarla per quello che è - ingiusta, crudele, frutto di sistemi che schiacciano. La Croce ci ricorda che quella sofferenza non è l’ultima parola. L’ultima parola è la risurrezione. È la vita. È l’amore. E per Ish Ruiz questo si traduce in una certezza semplice: “la mia queerness non è la causa della mia sofferenza. È, piuttosto, il dono dello Spirito che mi permette di resistere e trasformare le ferite dell’esclusione, del razzismo, della vergogna.”
Storia delle Crociate e Simboli: Il Simbolo della Croce di Gerusalemme
Il Crocifisso nel Dibattito Pubblico Italiano: Tra Legge e Conflitto Culturale
La Proposta di Legge sull'Obbligo del Crocifisso e il Contesto Storico
In Italia, il dibattito sul Crocifisso negli edifici pubblici continua a infiammarsi. Duecento anni dopo, il simbolo per eccellenza di riconciliazione e rispetto è ancora oggetto di scontro. Spesso viene esibito in campagne elettorali, la sua presenza è messa in discussione in aule scolastiche e stanze d’ospedale, evocato per giustificare proclami tutt’altro che cristiani, o, al contrario, vilipeso in manifestazioni. Il dibattito è spesso viziato dal fatto che, del Crocifisso, i due estremismi in guerra conoscono ben poco, interessati più alla sua valenza propagandistica che al suo significato intrinseco.
Padre Antonio Spadaro, direttore gesuita di "Civiltà cattolica", ha twittato: «Usare il Crocifisso come un Big Jim qualunque è blasfemo. La croce è segno di protesta contro peccato, violenza, ingiustizia e morte - ha ricordato -, non è mai un segno identitario. Grida l’amore al nemico e l’accoglienza incondizionata. È l’abbraccio di Dio senza difese. Giù le mani.» La metafora di Big Jim, la bambola maschile snodabile, rappresenta un Cristo “brandito come arma e usato come alibi per respingere il prossimo.” Da parte opposta, si registrano “i deliri delle croci violate nelle piazze da certo femminismo (che offende le donne stesse) o dagli eccessi in stile gay pride, o ancora da chi in nome di un frainteso "diritto alla laicità" pretende di esiliare la croce.”
A rilanciare la battaglia è stata la Lega, che il 26 marzo, poco dopo l’insediamento, ha presentato alla Camera una proposta di legge firmata da Barbara Saltamartini e intitolata "Disposizioni concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole e negli uffici delle pubbliche amministrazioni". I cinque articoli della proposta sostengono l’obbligo di esporre il simbolo cristiano nelle scuole, nelle università, nelle pubbliche amministrazioni, e fissano sanzioni fino a 1.000 euro per chi "rimuove in odio ad esso l’emblema della croce" o lo vilipende o rifiuta di esporlo. Il testo spiega il principio secondo il quale un simbolo di per sé religioso debba entrare nei luoghi della laicità: "Emblema di valore universale, è riconosciuto quale elemento essenziale del patrimonio storico dell’Italia, indipendentemente da una specifica confessione religiosa". E "cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i princìpi su cui si fonda la nostra società." Così "è fatto obbligo di esporre in luogo elevato e ben visibile l’immagine del Crocifisso", anche nelle Aule dei consigli regionali, provinciali e comunali, nei seggi elettorali, nelle carceri, nelle stazioni e nei porti.
Alla base c’è un concetto: "Non si ritiene che l’immagine del Crocifisso possa costituire motivo di costrizione della libertà individuale a manifestare le proprie convinzioni". In sintesi, esporre la croce da una parte richiama i valori universali della civiltà italiana, dall’altra non calpesta la libertà di chi ha altri credi o è ateo. Il secolare dibattito affonda le radici nella nascita dell’Italia: l’obbligo di appendere il Crocifisso nelle scuole era previsto in un regio decreto del 1860 del Regno di Piemonte e Sardegna. Successivamente, il Fascismo adottò misure volte a far rispettare tale obbligo, ma la croce fu declassata allo stesso rango della bandiera e del ritratto del re. Nel regio decreto 1.297 del 1928 il Crocifisso figura tra gli “arredi” e il “materiale” occorrente nella scuola.
Sentenze e Interpretazioni Legali
Particolarmente importante è la sentenza della Corte Costituzionale numero 203 del 1989, secondo la quale il principio di laicità ha valore costituzionale, ma non implica indifferenza da parte dello Stato verso le religioni, bensì garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione. Sarà poi il ministero dell’Istruzione nel 2002 a scrivere nella direttiva numero 2.666 che "la presenza del Crocifisso nelle aule non può essere considerata una limitazione della libertà di coscienza garantita dalla Costituzione, in quanto non evoca una specifica confessione, ma costituisce unicamente un’espressione della civiltà e della cultura cristiana, dunque fa parte del patrimonio universale dell’umanità".
Nel 2006, il Consiglio di Stato ha affermato che «l’esposizione obbligatoria della croce nelle aule scolastiche pubbliche» non solo non lede «il principio supremo della laicità dello Stato», ma addirittura evoca «i valori che quello stesso principio racchiude». In pratica, il Crocifisso per la sua alta valenza di rispetto raffigura proprio i valori su cui poggia la stessa laicità dello Stato.
Sdoganata come "simbolo della nostra identità", "parte integrante delle tradizioni" come fosse un dettaglio folcloristico, slegata quindi da ogni "specifica confessione religiosa" (citazioni dalla proposta di legge Saltamartini), la croce ha ancora diritto di asilo in Italia. È ben presente nella maggior parte dei Paesi membri dell’Europa, anche quelli che non hanno dedicato al problema una specifica disciplina; solo la Francia, insieme a Macedonia e Georgia, vietano espressamente i simboli religiosi nelle scuole.
Tuttavia, derive in stile giacobino talvolta emergono anche in Italia, come nella famosa causa intentata dalla signora di origini finlandesi Soile Lautsi, che nel 2006 fece ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (Cedu) contro la Repubblica Italiana rea di aver esposto la croce nell’aula scolastica dei suoi due bambini ad Abano Terme, violando la "Convenzione per la salvaguardia delle libertà fondamentali". Nel 2009, in primo grado, la Corte le diede ragione, ritenendo che, fra i molti significati che il Crocifisso può avere, è predominante quello religioso, e che la sua presenza turberebbe emotivamente gli alunni di altre religioni o gli agnostici. La Cedu sostenne che la libertà di non-religione non si limita alla mancanza di insegnamenti religiosi ma si estende anche ai simboli che essi esprimono.
Il governo italiano, a ragione, ricordò allora come la croce, raffigurata su molte bandiere europee, rappresenta anche i valori che fondano la democrazia e la civiltà occidentale. Infine, nel marzo del 2011, con sentenza definitiva per tutti e 47 gli Stati membri, a Strasburgo la Grande Chambre ha ribaltato la sentenza: l’esposizione del Crocifisso non viola alcun diritto e di conseguenza la scuola pubblica italiana non sta imponendo alcun tipo di indottrinamento religioso.

Il Crocifisso al Roma Pride e le Polemiche
Il dibattito politico infuria. «Un governo che si rispetti dovrebbe innanzitutto dotare le scuole di insegnanti adeguatamente retribuiti e soprattutto di edifici sicuri», ha twittato Laura Boldrini, riportando l'attenzione su altre lacune. Nel contesto di queste tensioni, un “Cristo Lgbt” con corona di spine, stimmate colorate e lenzuolo arcobaleno dietro lo striscione con la scritta 'Orgoglio e ostentazione' ha aperto il corteo del Roma Pride. Immagini che hanno suscitato la reazione del mondo politico, tra cui la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che su Facebook ha commentato: «Leggo che il corteo del Roma Pride è aperto da un ragazzo travestito da 'Cristo Lgbt', con stimmate colorate e bandiera arcobaleno. E aggiungo: come si concilia la lotta alle discriminazioni, alla violenza e all'odio con i cori di insulti e minacce contro chi non è d’accordo con il ddl Zan? Se sei convinto delle tue idee e delle tue posizioni, non hai bisogno di insultare nessuno. Io la penso così.»
Storia delle Crociate e Simboli: Il Simbolo della Croce di Gerusalemme
tags: #ragazzino #crocifisso #pride