La storia delle missioni è costellata da figure femminili straordinarie che, con la loro fede incrollabile e il loro spirito di sacrificio, hanno dedicato la vita al prossimo, spesso in contesti difficili e ostili. L'Italia ha dato i natali a molte di queste donne, laiche e religiose, che hanno lasciato un'impronta indelebile nel mondo. Questo articolo esplora le vite e le opere di alcune di queste eroine, tra cui Annalena Tonelli, Santa Francesca Saverio Cabrini, Sandra Sabattini e Nadia De Munari, testimonianze viventi di amore incondizionato e servizio.
Annalena Tonelli: La Missionaria Laica del Somaliland
Vent'anni fa, il 5 ottobre 2003, Annalena Tonelli veniva tragicamente uccisa a Borama, in Somaliland. Un unico sparo la raggiunse alla testa proprio davanti all'ospedale che aveva creato, in quella terra dura e ostile dove lei aveva scelto di vivere, tra i "suoi" amati somali. Due aspetti, tra gli altri, colpiscono della sua figura: ha vissuto come missionaria laica, indipendente da qualsiasi congregazione, istituto missionario o organizzazione non governativa, dunque senza protezione. Inoltre, pur non essendo medico, l'amore per i malati di tubercolosi la portò a studiare fino a mettere a punto un trattamento che consentiva la guarigione in sei mesi.

La Nascita di una Vocazione
Nata a Forlì nel 1943, Annalena Tonelli era la terza di cinque figli. Raccontò di aver sentito la chiamata a donarsi agli altri fin da piccolissima. "Scelsi che ero una bambina di essere per gli altri, i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, e così sono stata e confido di continuare fino alla fine della mia vita; volevo seguire solo Gesù Cristo, null'altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri per Lui". Nel 1963, contribuì a far nascere il «Comitato contro la fame nel mondo», ancora oggi attivo a Forlì. Dopo la laurea, nel 1969, riuscì finalmente a partire, non per l'India, bensì per Nairobi in Kenya, con l'incarico di insegnare inglese nelle scuole dei Missionari della Consolata.
L'Impegno in Kenya e la Lotta alla Tubercolosi
Nel 1970, Annalena chiese di essere assegnata a Wajir, un villaggio nel deserto del nord-est del Kenya, perché rispondeva alla sua esigenza di "predicare il vangelo con la vita" nel mondo musulmano, secondo la spiritualità di Charles de Foucauld. Nel 1976, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) le chiese di diventare responsabile di un progetto pilota per la cura della tubercolosi tra i nomadi. Aprì la TB Manyatta, dove in nove anni vennero trattati e accuditi 1500 pazienti.
Nelle testimonianze e nei racconti di Annalena, ritornano spesso gli anni trascorsi a Wajir. Ricordava la prima volta in cui donò il suo sangue a un bambino e invitò i suoi studenti a fare altrettanto. "Il mio primo amore furono i malati di tubercolosi, la gente più abbandonata, più rifiutata in quel mondo. Ero a Wajir, nel cuore del deserto del nord-est del Kenya, quando conobbi i primi malati e mi innamorai di loro, e fu un amore per la vita. Non sapevo nulla di medicina." Il cammino fu lungo e spesso segnato da sofferenza, discriminazione e diffidenza: "Ero giovane e dunque non degna né di ascolto né di rispetto. Ero bianca e dunque disprezzata da quella razza che si considera superiore a tutti. Ero cristiana e dunque disprezzata, rifiutata, temuta. Erano convinti che io fossi andata a Wajir per fare proseliti."
Il Ritorno in Somalia e l'Eredità a Borama
Nel 1991, Annalena tornò in Africa, in Somalia, prima a Mogadiscio, poi a Merka e nel 1996 a Borama, dove sarebbe rimasta per il resto della sua vita. Qui fondò un ospedale con 250 letti per i tubercolotici e gli ammalati di AIDS, e seguì una scuola per bambini sordi e disabili. Credeva molto nell'istruzione come strumento per evolvere la situazione economica e sociale. Il 25 giugno 2003, ricevette dall'Alto Commissariato dell'ONU per i Rifugiati il premio Nansen Refugee Award per la sua opera a favore dei rifugiati e dei perseguitati.
La sua missione in Somalia fu particolarmente impegnativa a causa della drammatica guerra civile. "A quel tempo ho dovuto assumere due persone solo per seppellire i morti. In poco più di due mesi oltre mille bambini sono morti di fame e di tubercolosi." A Borama, Annalena non solo creò un ospedale per la cura della tubercolosi, ma soprattutto portò una luce di speranza a tanti ammalati e poveri. Scriveva: "La tubercolosi è parte della gente, della sua storia, della sua lotta per l'esistenza. Eppure la tubercolosi è stigma e maledizione: segno di una punizione mandata da Dio per un peccato commesso, aperto o nascosto." La sua lotta quotidiana era per la liberazione dall'ignoranza, dallo stigma e dalla schiavitù ai pregiudizi.
Il Martirio e l'Eredità Duratura
L'enorme lavoro di Annalena le valse la stima di gran parte della popolazione, ma anche l'odio e l'inimicizia dei più tradizionalisti ed estremisti islamici. Era stata minacciata più volte, ma non se ne curava. "Un imam predicava contro di me dalla moschea, dicendo di uccidere la bianca infedele che aveva portato l'AIDS e la tubercolosi e che accoglieva i nemici in ospedale. L'ho voluto incontrare e gli ho detto che lui mi aveva già uccisa con le sue parole."
Nonostante le avversità, Annalena riconosceva la profonda spiritualità della gente che serviva: "Il dono più straordinario, il dono per cui io ringrazierò Dio e loro in eterno, è il dono dei miei nomadi del deserto. Musulmani, loro mi hanno insegnato la fede, l'abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata in Dio, una resa che è fiducia e amore."
La memoria di Annalena Tonelli è ancora viva e continua a dare frutti, soprattutto a Wajir in Kenya. Qui la gente dice ancora "Andiamo da Annalena!" per riferirsi al suo Centro di riabilitazione, oggi gestito dalle suore camilliane, che accoglie bambini e giovani con disabilità fisiche e intellettive.
Santa Francesca Saverio Cabrini: La Madre degli Emigranti
Santa Francesca Saverio Cabrini, in origine Maria Francesca Cabrini, è un'altra figura emblematica della missione italiana, la "madre dei migranti". Nata il 15 luglio del 1850 a Sant'Angelo Lodigiano, vicino Milano, era la minore di dieci figli. Fin da bambina, affascinata dalle storie dei missionari, decise di dedicarsi alla vita religiosa.

La Fondazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù
Dopo aver conseguito la certificazione per insegnare, Francesca fece domanda di ammissione dalle Figlie del Sacro Cuore, che erano state sue maestre, ma non fu accettata per via della sua salute cagionevole. Perseverante, accettò di collaborare presso la "Casa della Provvidenza" di Codogno (Lo), dove insegnò e svolse attività di dirigenza. Qui prese i voti religiosi nel 1877, aggiungendo "Saverio" al suo nome in onore di San Francesco Saverio, Patrono delle Missioni. Nel 1880, incoraggiata dal Vescovo di Lodi, fondò con sette giovani donne l'Istituto delle Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Questa compagnia femminile fu la prima ad affrontare l'impegno missionario tradizionalmente prerogativa degli uomini e ad essere autonoma, ovvero non dipendente da un parallelo ramo maschile.
Dall'Italia all'America: Un Impero di Speranza
Il sogno di Francesca, accarezzato fin dall'infanzia, di andare in Cina con le sue Missionarie si trasformò dopo l'incontro con Papa Leone XIII, il quale le disse: "non ad Oriente, ma all'Occidente", a New York, anziché in Cina. Doveva aiutare migliaia di immigrati italiani negli Stati Uniti. Nel 1889, Francesca Cabrini e le sue sorelle entrarono in un nuovo mondo: New York City.
Nonostante le iniziali difficoltà e delusioni, Francesca perseverò. Organizzò corsi di catechismo e di formazione per gli immigrati italiani e provvide ai bisogni di tanti orfani. Fondò scuole e orfanotrofi, diventando la loro Madre, Maestra, Consigliera, amica e consolatrice. Con il suo intenso lavoro apostolico, cercò di restituire agli emigranti la dignità d'italiani e di figli di Dio, promuovendo un'integrazione culturale necessaria, nel rispetto della propria identità.
Un'Opera di Carità Globale
L'opera di Francesca Cabrini si estese ben oltre New York. Ricevette richieste di aprire scuole da tutto il mondo e viaggiò in Europa, Centro e Sud America, e in tutti gli Stati Uniti. Fondò ospedali (come il Columbus Hospital a New York nel 1892), scuole e case di accoglienza anche a Chicago, Denver, Seattle e New Orleans, dove aprì una casa apostolica per accogliere emigranti italiani e di colore che vivevano in condizioni disumane. In Colorado, iniziò l'apostolato tra i minatori, scendendo nei pozzi e portando conforto a uomini che vivevano nel pericolo continuo.
Imparato lo spagnolo, Madre Francesca raggiunse i luoghi più impervi del Sudamerica per evangelizzare tribù che non erano mai entrate in contatto con i bianchi. Effettuò 28 traversate atlantiche, attraversando anche le Ande per raggiungere Buenos Aires partendo da Panama, e stabilendo presenze a Madrid, Bilbao e Liverpool.
Francesca Cabrini comprese che per realizzare la sua missione, non bastava il lavoro e il sacrificio, ma occorreva soprattutto la preghiera, l'adorazione e l'unione costante con Dio. Morì il 22 dicembre 1917 a Chicago per complicazioni della malaria, lasciando in eredità 67 fondazioni tra Europa e America e un "esercito" di 1300 suore missionarie. Beatificata il 13 novembre 1938 e canonizzata il 7 luglio 1946 da Papa Pio XII, nel 1950 fu dichiarata "Celeste Patrona di tutti gli emigranti".
Sandra Sabattini: Una Vita Donata ai Poveri
Domenica 24 ottobre, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale, è stata beatificata a Rimini Sandra Sabattini, una giovane donna che ha vissuto la sua breve esistenza (1961-1984) nel segno della fede e della carità, diventando figlia spirituale di don Oreste Benzi.

Una Fede Profonda Fin dall'Infanzia
Sandra ha respirato la fede fin da piccola, vivendo con la sua famiglia nella canonica dello zio prete a Rimini. Fin da bambina teneva sempre con sé una coroncina del rosario, e la nonna raccontava di trovarla addormentata con la corona tra le mani. Da ragazza si alzava presto, di buon mattino, per trovarsi sola in meditazione, al buio, davanti al Santissimo Sacramento, prima che arrivassero altri in chiesa. Il segreto di Sandra era una profonda amicizia con il Signore, come ricordato dal Santo Padre Francesco nel suo messaggio per la Giornata Missionaria.
La Scelta dei Poveri e l'Impegno Sociale
A 14 anni, dopo un soggiorno della Comunità Papa Giovanni XXIII sulle Dolomiti con disabili gravi, Sandra tornò con le idee chiare: "Ci siamo spezzati le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai". A 16 anni scrisse nel suo diario: "Signore, tu mi hai fatto un grande dono: quello di sentirmi di dare la mia vita ai più poveri. Ti ringrazio per questo... Spero di riuscire a farlo fruttare e spero di riuscire a capire come".
Sandra Sabattini fu fedele a ciò che aveva visto e capito, rimboccandosi le maniche nella sua breve esistenza. Durante il liceo, seguiva i poveri a domicilio e sensibilizzava tutta la comunità parrocchiale sui bisogni delle persone disabili. Non si accontentava dell'offerta lasciata dalla famiglia ai poveri che bussavano alla porta, ma correva dietro di loro e cercava di aggiungere sempre qualcosa dai suoi risparmi. Visse un periodo in una casa famiglia e nell'estate del 1982 iniziò il volontariato in una comunità terapeutica per tossicodipendenti, un problema che emergeva in quegli anni con drammaticità. "Se veramente amo, come sopportare che un terzo dell'umanità muoia di fame? Mentre io conservo la mia sicurezza o la mia stabilità economica? Sarei una buona cristiana ma non una santa."
Dalla Medicina al Sacrificio Finale
Dopo la maturità scientifica, ottenuta con 59/60, Sandra si chiese: "Partire subito per l'Africa o iscriversi a Medicina?". Dopo un discernimento con il suo direttore spirituale, don Nevio Faitanini, e la conferma di don Benzi, si iscrisse nel 1980 alla Facoltà di Medicina all'Università di Bologna. Si divise tra studio, famiglia, lavoro e condivisione con i poveri. La mattina del 29 aprile 1984, mentre si recava a un incontro della Comunità Papa Giovanni XXIII, Sandra venne investita da un'auto. Rimase in coma per tre giorni e il 2 maggio lasciò questa terra all'età di 22 anni.
Nell'ultima pagina del suo diario, due giorni prima dell'incidente, Sandra lasciò il suo testamento spirituale: "Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c'è nulla a questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! È tutto un dono su cui il «Donatore» può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l'ora."
Nadia De Munari: Missionaria Laica in Perù
La morte di Nadia De Munari, missionaria laica vicentina di cinquant'anni, avvenuta in un ospedale di Lima dopo un'aggressione brutale, ha scosso profondamente la comunità missionaria e non solo. Originaria di Schio, Nadia viveva in Perù da 26 anni, dedicandosi ai più bisognosi.

Una Vita per i Bambini Poveri
Nadia De Munari partì per la missione in Ecuador nel 1994 e dal 1995 si trasferì in Perù, operando come missionaria laica nell'Operazione Mato Grosso, fondata dal salesiano don Ugo De Censi. Seguva 500 bambini poveri degli asili delle baraccopoli di Nuevo Chimbote. Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani, la ricorda così: "Nadia viene uccisa per la stessa scelta d'amore e fede per i poveri di Giulio Rocca, ucciso dalla guerriglia di Sendero Luminoso nel 1991, e di padre Daniele Badiali, ucciso nel 1997, nelle Ande peruviane."
Le testimonianze da Nuevo Chimbote sono toccanti. Ita Guerrero la riconosce come una madre che l'ha accolta in casa famiglia: "In tante ci consideriamo 'figlie' di Nadia. Ha donato tutta la sua giovinezza, è arrivata a 24 anni, alla missione di padre Ugo De Censi. Tutto quello che ha fatto è aiutare i poveri." Azucena Beltrán Cisneros, amica di Nadia, si rivolge idealmente alla missionaria: "Cara Nadia, cara combattente per l'educazione dei nostri figli, hai insegnato che la semplicità e l'umiltà e la solidarietà nascono dal cuore quando le sai coltivare." L'aggressione, le cui cause sono ancora da accertare, è avvenuta in modo efferato e inspiegabile, data la stima e l'affetto che tutti provavano per la missionaria.
Lucia Vecchi: La Nuova Generazione di Missionari Digitali
Nel panorama delle missionarie italiane, si inserisce anche la storia di Lucia Vecchi, una giovane ventenne di Reggio Emilia che fa parte del gruppo "Shine to Share", il progetto della CEI per evangelizzare nel digitale. Lucia è al primo anno di università (ha studiato Biologia a Parma, ma sta valutando di cambiare strada), frequenta la parrocchia e fa la catechista. La sua storia, simile a quella di tanti ragazzi di oggi, ben racconta lo spirito del Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici.

Evangelizzare nell'Era Digitale
Lucia fa parte dei 100 giovani che la Conferenza Episcopale Italiana ha scelto per "Shine to Share", un progetto destinato ai ragazzi tra i 18 e i 35 anni per diventare content creator e comunicare il Vangelo nel mondo digitale. Dopo aver saputo dell'iniziativa, Lucia ha inviato la propria candidatura con un video girato a Medjugorje, dove si reca per il Festival dei giovani, un evento annuale che coinvolge ragazzi di tutto il mondo. È stata scelta e formata in un corso a Milano che ha lo scopo di "comunicare bene il bene", che per lei significa mostrarsi per come si è, senza filtri. "Io vedevo il mio profilo Instagram che era pieno di manichini, mi mettevo anche io molto in vetrina, come se dovessi mostrare una parte della vita perfetta. È necessario invece togliere questi schemi e avere anche il coraggio di farci vedere per come si è, mostrando o la propria vita, mostrando un bene diverso, un amore più libero, forse un amore che nasce perché ti voglio bene per come sei non per cosa fai."
La Scoperta di una Fede Solida
Nel podcast "Specchi", il racconto del talento social di Lucia si intreccia con la scoperta di una fede più solida, nata da un fallimento personale all'età di 17 anni. Per abitudine, sapeva che la preghiera avrebbe potuto aiutarla, ma andare all'oratorio o partecipare a varie iniziative era diventata una routine: "Uscivo dalla Chiesa - racconta - e ci lasciavo il Signore".
A segnarla, alcune esperienze di fede significative: un pellegrinaggio sulla via Francigena, un periodo nella parrocchia di Busto Arsizio retta da don Alberto Ravagnani, sacerdote diventato una star dei social, poi Medjugorje e anche il Giubileo della Speranza in Vaticano. Lucia ha capito che il Signore le è accanto. "Per la prima volta mi sono sentita veramente amata, non per quello che mostravo, ma proprio per quello che ero dentro. Mi ricordo proprio gli occhi con cui sono stata guardata, ho pianto ma non di tristezza, proprio di consolazione, di liberazione, un insieme di cose, forse tutto quello che mi tenevo dentro da mesi, e l'ho proprio messo davanti al Signore, rendendomi conto che davanti a me c'era qualcuno."
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